Figli di papà
- Federico Pintus
- 10 lug
- Tempo di lettura: 29 min
Aggiornamento: 22 lug
Terme n°5. Gorgasali street, Tbilisi

La bellezza discreta di una certa classe media. Il contegno gentile di donne e uomini forti della propria consapevolezza. Belli nella misura che non eccede, là dove non c’è necessità di dimostrare né ostentare.
Le uniche persone capaci di pronunciare frasi di circostanza senza che sembrino un esercizio di superficialità o conformismo, trasformandosi invece nella ritualità di un codice condiviso. Quando c’è discrezione, gentilezza, senso della misura. Soprattutto, consapevolezza di sé e del proprio mondo.
Venerdì sera, una cena tra amici. Lo studio trasformato in salotto accogliente. Gli strumenti di lavoro ancora in vista sono ammucchiati in un angolo.
Federico rispetta la sua professione e non può, non vuole nasconderla. Solo farla momentaneamente da parte, il tempo di una cena. Ma è sempre là: il computer, l’agenda, i fascicoli osservano, spettatori silenziosi, quelle schiene leggermente piegate, curve sulle chiacchiere del dolce.
«Da quant'è che non senti Alessandro?» - Daniele rompe il ghiaccio.
Eccolo, l'elefante nella stanza. Seduto a tavola per tutta la cena, nessuno gli aveva rivolto parola. Ma era apparecchiato anche per lui.
«194 giorni. No, è mezzanotte passata…195»
Continuano a guardarlo negli occhi. Si sforzano di non dare a vedere lo stupore per una risposta che rivela, senza vergogna, un dolore profondo. Con la coda dell'occhio ciascuno coglie il disagio degli altri, gli sguardi si evitano e tuttavia finiscono per incrociarsi, imbarazzati.
Daniele continua come se niente fosse.
«Mhh…e Cristina cosa dice?»
«Non ne parliamo molto. A dire il vero, non parliamo da settimane. Ovviamente l’ultima volta che lo abbiamo fatto non ha perso tempo: ha detto che è tutta colpa mia, che sono stato un pessimo padre e marito, un uomo senza carattere, senza principi. Vabbè, non devo ricordarti di chi stiamo parlando…»
«Si è attivata anche lei per rintracciarlo?»
Domanda retorica. Sa perfettamente che la risposta è no ma vuole suggerire all’amico che sì, sta soffrendo e avrà pure una parte di responsabilità in tutto questo, ma è stato lasciato solo come un cane in quella che forse è la battaglia più difficile della sua vita.
«Non ne ho idea. Dall’ultima conversazione non sembrava aver perso un figlio ma aver trovato l’ennesimo pretesto per darmi addosso e prendersi una vendetta personale»
«…»
Prende fiato, pensa alla prossima domanda. Il terreno è scivoloso, ora nell’aria si percepisce una tensione diversa rispetto all’inizio della cena.
«…comunque, stai continuando a sentire i suoi amici, giusto?»
«Sì, è quello che faccio tutti i giorni. Il prim-»
«Difatti scusami, domanda del cazzo ma…»
«No ma figurati Dani…il primo che chiamo è sempre Andrea, anche se nell’ultimo periodo si erano allontanati. Non lo so, penso sempre che se fosse ancora vivo e dovesse mai arrivare a qualche grande conclusione sulla sua vita…forse chiamerebbe lui. Mah, è una mia sensazione. A un certo punto mi era venuto in mente anche quel tipo con cui lo vedevo ogni tanto in piazza nelle ultime settimane. Non ho idea di chi sia, né di come contattarlo. Ale non metteva quasi più piede in camera sua ultimamente, non saprei dove cercare»
«Certo, certo. Mah, non so, a volte…»
«Non c’è niente da dire, almeno del fatto in sé» - taglia corto Federico.
Un po’ troppo brutale, forse. Gli occhi di Daniele si fanno piccoli. Pare mortificato ma cerca di nasconderlo.
«Che sia sparito intendo» - chiarisce subito per non ferire l’amico.
Daniele si riprende, si sistema sulla sedia, gli viene incontro.
«Ah, beh...questo forse sì. Quello che volevo dire, forse ti resta il desiderio di capire i perché di una cosa del genere…ma magari mi sbaglio»
«Guarda, arrivato a questo punto non saprei. Del bisogno di capire mi importa sempre meno. Mi è rimasto solo il dolore con cui fare i conti, e quello riguarda me. Un dolore insopportabile. Mi tiene sveglio la notte, soprattutto l'idea di come se ne sia andato»
«Ok, capisco»

No, lui non capiva. Comunque, in questo momento non aveva le forze necessarie per raccontare dei suoi ultimi mesi. Voleva solo buttare tutto fuori, davanti alle uniche persone che gli erano rimaste. Parlava con gli altri solo per sciogliere un nodo rimasto dentro, che capissero o meno gli era indifferente. Dovevano solo ascoltare, ascoltare e basta.
«Anzi, sarò onesto. Segretamente speravo andasse via. Non per levarmelo dai piedi eh, capitemi. No. Volevo vederlo camminare sulle sue gambe. Questo e basta. Però…il modo in cui l’ha fatto…come se n’è andato…da là, da come una persona se ne va, dico, vedi già come camminerà quando sarà sola. Lo vedi già. E se n’è andato veramente male, lui»
Sente le lacrime salire, rallenta. Non vuole piangere davanti a tutti, scandisce le parole e si prende delle pause.
«Cominci a farti delle domande…perché comunque tu non sei uno sconosciuto, comunque sei…suo padre, capito?»
Ci sono - disseminati in mezzo alle centinaia di conversazioni di tutti i giorni - momenti come questo. Rivelatori di crepe, aperte nei muri perfettamente intonacati delle nostre vite.
E ci sono anche, zelanti e impauriti, gli imbianchini che subito accorrono per riempirle, quelle crepe. Di solito con parole preconfezionate, pronunciate più per paura che per sincero interesse.
L’urgenza di soffocare quel disagio, per loro insostenibile, prevale sul rispetto sacro che si dovrebbe tributare a certi momenti di verità. A certe fessure da cui, finalmente, entra qualcosa di vero. Momenti come questi sono gli unici che possono muovere le nostre vite in avanti e interrompere il loro girare a vuoto.
«Però, senti Fede, a un certo punto i figli devono assumersi le proprie responsabilità! Almeno, io la pens-»
Eccola, la banalità.
«Basta…veramente basta! Cristo!» - sbotta, ma se ne pente subito. Scatta in piedi e scompare dietro l’angolo.
I cucchiaini che all’unisono tintinnano sui piattini. I dolci lasciati a metà. Silenzio tombale.
Il sogno ingenuo degli imbianchini è una vita fatta sempre e solo di allegre tavolate, gente col sorriso stampato in volto, ben pasciuta, le guance rosa e una buona parola per tutti. Amen.
Nella vita, però, non ci sono sempre e solo tavolate. Più spesso si consumano pasti modesti, magari da soli. Di sorrisi come li vorrebbero loro se ne vedono pochi in giro, se non nei film. E non sempre si trovano le parole giuste: a volte restano i silenzi e lo sforzo di capirsi. Restano anche le crepe, che nessuna mano frettolosa dovrebbe arrogarsi il diritto di coprire.
La serata era finita. Questo era chiaro più o meno a tutti. Il padrone di casa si era rinchiuso nelle segrete stanze, non una parola.
Le case che hanno sofferto si riconoscono. Hanno tutte le porte chiuse e poche foto in giro. Vivono in un regime di sopravvivenza, come gli ultimi superstiti che le abitano ormai in punta di piedi. Non hanno bisogno di essere riordinate, quasi nemmeno di essere pulite.
«Fede sono Chiara…esci, per favore…ti stiamo aspettando…»
Silenzio. Il dubbio di aver bussato alla stanza sbagliata. Dove ci si chiude quando si vuole tenere il dolore fuori dalla porta? In bagno? In camera da letto? In cucina? O nello stanzino, forse?
Gli ospiti rimasero in salotto, perlopiù in silenzio. Qualche tentativo di rianimare le chiacchiere, fingere una ritrovata normalità, cadde nel vuoto. Nonostante questo, preferivano il silenzio imbarazzato al rientro a casa.
Cosa avrebbe significato abbandonare la propria posizione? Alzarsi dalla sedia e prendere i cappotti.
«Ho tutto, sì – portafoglio, apposto - le chiavi di casa, ce le hai tu? - allora alla prossima ragazzi, è solo un periodo, ora si riprende». Un rapido giro di saluti, baci sulla guancia, mani che si sfiorano appena.
No, rimanevano seduti. Non era soltanto il timore di apparire insensibili, lasciando un amico solo con le sue disgrazie. In fondo tutti condividevano lo stesso desiderio: che quella serata trovasse un epilogo diverso. Nessuno voleva davvero andarsene con quel finale addosso.
Tornare a casa e arrendersi avrebbe significato ammettere che non sempre esiste una soluzione. Che a volte il dolore semplicemente arriva, si accomoda tra le cose di tutti i giorni e resta.
Alla fine dovettero cedere. Tutti tranne uno.
Francesco si era spostato sul divano, seduto in pizzo sul bracciolo nonostante lo avesse tutto per sé. In realtà era da ben prima del dolce che si era appollaiato in quell’angolo del salone, in silenzio aveva assistito al tramontare della serata. Ogni tanto qualcuno si ricordava di quel signore ben vestito e di bella presenza, solare e puro, che col volto disteso osservava ora la tavolata, ora i mobili, a tratti nulla, lo sguardo fuori fuoco. Era dal primo giorno in cui si erano conosciuti che aveva sempre avuto questa curiosa abitudine di prendersi dei momenti per sé, nel bel mezzo della convivialità. Nessuno glielo aveva mai fatto pesare perché la visione di questo bambino un po’ troppo cresciuto era rinfrescante. Si potevano indovinare i pensieri fecondi che gli illuminavano il viso, quasi fosse arrivato a delle conclusioni sorprendenti su chissà quale domanda esistenziale. Non aveva barriere e la sua vita interiore, vivace e pura, si mostrava senza filtri a chiunque posasse gli occhi sul suo volto.
A turno gli amici si giravano verso di lui e gli sorridevano con gli occhi dolci, sbirciando da sopra gli schienali delle sedie. Somigliavano a quegli adulti che nelle festicciole dei bambini restano bloccati in conversazioni di circostanza ma continuano a spiare con la coda dell’occhio i giochi dei piccoli, sperando segretamente che uno di loro li coinvolga. Desiderio inconfessabile di tornare puri e leggeri.
Francesco era rimasto là, immobile, alzandosi solo per salutare quando gli altri erano usciti.
«Ohi Fra…che fai quindi? Resti?»
«Sì, penso di sì»
«Bene, bene. Allora se esce salutacelo per favore…ringrazialo della serata e salutacelo»
«Va bene, certo. Notte»
«Notte»
Accostò il portone. Con la testa poggiata sull’anta indugiò sulla massa di cappotti che di spalle aspettava l’ascensore. Qualcuno prendeva per le scale.
«Chiudi pure Fra, notte»
«Ok…notte»
Fece scattare la serratura, spense la luce dell’anticamera e passò nel salotto.
Cominciò a rassettare la tavola con addosso la strana sensazione di essere rimasto l’unico là dentro, il nuovo padrone di casa. Passò in cucina per riempire la lavastoviglie. Pulì a mano le pentole che non entravano nel carrello dei piatti.
Una volta finito, gli venne il desiderio di una sigaretta. Aveva visto Federico fumare mille volte dentro casa ma istintivamente lo cercò con gli occhi, per chiedergli come sempre il permesso.
Tornato in salone, lo trovò davanti alla finestra spalancata. In ginocchio, la testa poggiata sul vano che si apriva sulla strada.
Gli mise una mano sulla spalla.
«Fede, p-»
«Per favore, almeno tu…non cose tanto per dire, ti prego»
«Veramente ti stavo chiedendo se potessi accendermela dentro» - rispose mostrando la sigaretta.
L’altro si voltò. Lo vide con la Marlboro stretta tra l’indice e il medio, il sorriso appena accennato. Di quell’uomo che con la sua spontaneità aveva imparato a farsi voler bene da tutti.
«Ancora che me lo chiedi?» - disse ridacchiando - «Andiamo in terrazza, ti va?»
«Certo»

All’ultimo piano c’era uno spazio comune, aperto sulla città sdraiata ai suoi piedi. Ci batteva sempre il vento, anche quando per strada non si muoveva una foglia. Quella settimana era entrato il nord est con quell’aria gelida che pulisce la mente e rende i pensieri appuntiti.
A cavalcioni sul muretto, il vuoto sotto i piedi, guardavano la città e parlavano senza guardarsi in volto.
Federico interruppe il monologo del vento.
«Ti ricordi quando non ci sopportavamo? Che follia, Cristo»
«E non è durata nemmeno poco…» - sussurrò Francesco.
«Eh?»
«Dico, non è durata nemmeno poco!»
«Già. Un paio d’anni, più o meno. Credo mi desse fastidio quanto ci somigliassimo…»
Il vento ora si alzava a folate taglienti, li convinse a scendere dal muretto. I gomiti poggiati sulla lastra di cemento, si erano fatti spalla a spalla.
Riprese massaggiandosi la fronte - «…in te rivedevo quei miei lati che non riuscivo ad accettare, gli spigoli che tenevamo pronti per il mondo, per gli altri...»
Rimasero in silenzio per qualche secondo.
«...per me è stato molto difficile rendermene conto. Per anni ho creduto fosse tutto il contrario» – concluse amaro.
«In che senso?» - Francesco, osservandolo curioso.
«Cioè credevo di essere naturalmente propenso a stare in mezzo agli altri. Di essere in grado di stare con tutti, avvicinarli e farli gravitare attorno a me come se fosse la cosa più semplice del mondo. Come una specie di mia vocazione…»
«E invece?»
«Invece avevo paura. Una paura fottuta di tutti. Non ci capivo niente, perché le persone si comportavano come si comportavano. Mi sentivo un alieno. Il pensiero che qualcuno potesse vedermi davvero, toccarmi e accorgersi della mia estraneità, mi terrorizzava. Sentivo addosso un imbarazzo che non sapevo reggere, era come avere continuamente un coltello puntato alla gola. Ho provato tante volte a immedesimarmi nel me di quel tempo, i ricordi sono sfocati ma le sensazioni di insicurezza e pericolo le sento ancora addosso, fortissime. Mi sono reso conto che a un certo punto, per sopravvivere, ho cominciato a studiare parenti, amici, insegnanti…non tanto per capirli ma per imitarli, mischiarmi tra loro. E se sentivo di non riuscire, che la mia maschera non era abbastanza credibile, facevo il pagliaccio. Se ridevano, mi sentivo al sicuro. Per un attimo smettevo di temerli»
«Tremendo»
«Era un modo per tenere tutti a distanza…senza che se ne accorgessero»
Per strada, illuminata dai lampioni, la processione di cappotti si avviava verso le macchine. Un paio di signore ferme davanti al cancello aspettavano che il marito le recuperasse.
«Mi dispiace per prima, mi rendo conto che a volte dovrei solo stare da solo»
«Sì. Stai cercando di capire tutto quello che ti è successo, quando è così non fa bene circondarsi sempre di persone, alme-»
«Ecco, lo vedi perché ti voglio bene. Tu non hai mai paura di dire la verità» - lo interruppe Federico, ora fissandolo negli occhi.
«Mai. Io e te abbiamo sempre avuto paura del tempo che si perde dietro alle bugie, o alle mezze verità»
Gli occhi di entrambi brillavano, illuminati dalle luci della città e dal vento che li faceva febbrili.
« “Quanta verità può sopportare, quanta verità può osare un uomo? Questa è diventata la mia vera unità di misura, sempre più”. Ce lo volevamo tatuare questo pezzo di Nietzsche, ti ricordi Fra? Per fortuna mi hai fatto cambiare idea, come sempre…»
Risero assieme. Un aereo passò a bassa quota, coprendo col suo frastuono la conversazione. Aspettarono che passasse, guardandolo sorvolare il quartiere minaccioso.
«…non bisogna pensare troppo…» - sussurrò tra sé e sé Federico.
«Cosa?» - chiese Francesco.
«Che cosa, cosa?»
«Quello che stavi dicendo, qualunque cosa fosse»
«Sì…resto ancora convinto che non bisogna pensare troppo. Uno a furia di riflettere finisce per non fare un cazzo. O, peggio, va a finire che le cose si viziano, si snaturano, schiacciate dal peso di tutto ‘sto ragionare»
Francesco annuiva. Lo incalzò.
«Come l'acqua, no? Deve scorrere, andare leggera, trovare la sua strada. Se resta ferma ristagna, si corrompe, prende cattivo odore e malattia»
«Ecco sì, un bell’esempio. Però, allo stesso tempo…»
La conversazione aveva preso piede, finalmente. Era come se fossero ripartiti, loro due soli, dal momento in cui durante la cena tutto era imploso bruscamente. Lo percepirono entrambi.
«…ripensavo a che padre e che uomo sono stato…»
«Lo avevo capito, sì»
«Eh…però allo stesso tempo io quell'acqua non è che la lasciassi semplicemente scorrere…non la vedevo nemmeno. Il fiume era lì, abbandonato. Il letto era invaso di erbacce infestanti, pieno di tronchi che marcivano e bloccavano tutto. In questi mesi ho capito questo, è inutile che me la racconto la favola dell'indipendenza, del lasciar vivere gli altri che rende forti e autonomi. Questo non è amore per la libertà, rispetto della libertà altrui. È incuria, e della peggior specie…»
Sentiva di nuovo le lacrime salire, era evidente che il senso di colpa lo dilaniasse da dentro. I tratti del viso si fecero tirati e duri.
Si concesse una pausa, lasciò che il silenzio si insinuasse tra loro. Sapeva che Francesco amava quei vuoti carichi di significato, li trattava con la delicatezza riservata alle cose rare. Non c'era alcun rischio che parlasse, poteva prendersi tutto il tempo del mondo: l’altro avrebbe aspettato.
Il nodo in gola si sciolse. Ripartì.
«…è l'incuria di chi non sa più chi è, quale posto occupa, che cosa ha ricevuto in eredità e che cosa dovrebbe consegnare a chi viene dopo. Abbiamo attraversato le tappe della vita in maniera meccanica, come se stessimo timbrando dei cartellini. Senza capire davvero cosa stessimo facendo»
La rabbia prese il posto del senso di colpa. Gli occhi gli si seccarono tra le palpebre e cominciò a sudare in preda a una febbre, nel vento duro di fine inverno.
«La nostra generazione, e prima ancora quella dei nostri padri, ha giocato alla rivoluzion-»
«L'analista sa che la famiglia è in crisi, da più generazioni per mancanza di padri…» - canticchiò l’altro.
«…eh?»
«No mi hai fatto venire in mente una canzone, continua per favore»
«Il giochino della rivoluzione, capito? Questo darsi arie di serietà, mettendo il completo del barricadero. Abbiamo imparato il gergo delle piazze, assunto pose e vizi di chi dice di voler rifare il mondo secondo nuove regole. Ma in realtà era solo un gioco, un cazzo di gioco! E il problema dei giochi è che a volte diventano realtà...perché puoi divertirti a demolire tutto quello che hai ereditato, ma arriva sempre il giorno in cui ti svegli e scopri che il mondo è cambiato davvero. E che quel cambiamento l'hai provocato anche tu. Solo che non eri preparato ad abitarlo. Abbiamo dissodato il campo dalle impurità della tradizione, senza avere semi da piantare. Abbiamo svuotato tutto per fare spazio…a che cosa? Boh. E abbiamo cominciato a chiamare quel vuoto libertà. I nostri sogni erano fatti soprattutto di parole. Belle parole, già. Nessuna mano, però, avrebbe potuto afferrarle. E così ci siamo ritrovati insieme, spalla a spalla, davanti alle immense buche che avevamo scavato per fare spazio. Senza niente per riempirle…»
Nel palazzo di fronte, all’ultimo piano, spensero le luci. Poco più sotto l’eco di un film si mischiava con rumori di cucina, forse qualcuno tornato tardi dal lavoro senza cena.
Non ebbero molto da dirsi, almeno in quel momento. Un’occhiata di sfuggita, per indovinare cosa passasse nella testa dell’altro. Poi presero a passeggiare sulla terrazza.
Ora che il vento si era calmato arrivavano anche i rumori più lontani. D’inverno la città cambia voce. Nella bella stagione sembra quasi di riuscire a sentire i passi delle persone che si aggirano per il centro. L’esplosione di vita che si riversa per le strade, i corpi liberi, sudati, che si cercano tra i vicoli. Col freddo cambia tutto. C’è quel rumore di sottofondo, costante, che a un certo punto della notte muore di colpo. Ci si protegge dal freddo nei cappotti e le parole si fanno ovattate. Ci si aggira per le strade in macchina e la voce della città diventa quella dei motori che lavorano per portarci a casa.
I due amici si chiusero nei rispettivi silenzi, le immense cattedrali in cui cercavano raccoglimento quando sentivano di dover riflettere su qualcosa. Lo facevano spesso. Avevano anche parlato di questa loro – ormai consolidata – abitudine. Concordavano che era solo in quei luoghi che potevano purificarsi, rientrare in se stessi e sentirsi autentici, fuggendo dalle proprie finzioni. Le loro piccole cerimonie segrete. Le sole che potevano veramente trasformarli e cambiarli.
«Sai cosa mi ha detto Alessandro una volta? C’era ancora il Covid…» - Federico ruppe il silenzio.
«…mi disse che lui sentiva di non aver mai avuto veramente un padre»
«E tu che gli hai detto?»
«Niente, che gli dovevo dire. Ho tirato fuori la mia faccia migliore, un’espressione sorpresa e una roba tipo “Ah sì eh? Bravo, complimenti, con tutto quello che ho fatto per te”. Ma dentro, Cristo santo, lo sapevo che aveva ragione. Che dovevo fare? Dire “sì, mi dispiace e ti chiedo scusa per questo”? E poi farmi travolgere dall’odio che aveva accumulato per tutta la vita? Avevo paura di quel momento»
Pausa. Si fissano negli occhi.
«E quindi…era meglio far finta di niente, mi stai dicendo? Onestamente, non penso sia andata così. La tua mi sembra paura di ammettere di aver sbagliato, sì, ma per ragioni completamente diverse da quelle che ti racconti. Secondo me, scusa se te lo dico, non temevi né la sua rabbia né il fatto di renderti conto di aver fallito come padre: questo lo sai già, si vede da come ne parli. Non è questo che ti spaventava.»
«E cosa?» - a voce bassa, sembrava aspettasse un verdetto.
«Tu eri terrorizzato all’idea che Ale smettesse di esserti legato, anche odiandoti.»
«…»
«Dentro di te lo hai sempre saputo…hai rifiutato la responsabilità di essere padre. E proprio per questo hai vissuto con il terrore che anche tuo figlio se ne accorgesse. Non hai mai avuto paura della sua rabbia ma del giorno in cui avrebbe smesso di aspettarsi qualcosa da te. Perché quando un figlio ti accusa, in fondo ti sta ancora chiedendo di essere suo padre. Quando smette, è lì che sei davvero fottuto»
Ancora silenzio. Maledetto, benedetto silenzio.
Affonda il coltello - «Ora che se n’è andato, ti ammazza l’idea che possa averti lasciato indietro. La tua non mi sembra tanto paura che gli succeda qualcosa, che possa star male – anche quella c’è, è normale – ma non è il punto. Il punto è che temi si sia sciolto il legame. A cena, quando dicevi che in fondo volevi solo che camminasse sulle sue gambe, non ti ho creduto nemmeno per un momento, mi dispiace…»

Adesso Federico piangeva come un bambino. Si accasciò, sdraiato sul pavimento della terrazza, sul fianco, come se volesse rimanere a dormire fino all’arrivo della bella stagione.
Ancora più a fondo - «Il fatto che se ne sia andato senza dire nulla, capisci? Nella tua testa questo è stato il suo modo di dirti “Papà, mi sono accorto che non hai mai voluto essere veramente mio padre. Ora l’ho capito, devo accettare questa tua decisione, e andare avanti”. E la cosa peggiore, per te, è il pensiero che possa aver fatto tutto questo senza rabbia, ma con serena consapevolezza. Che dopo tutti questi anni di incomprensioni, abbia potuto sciogliere il legame come si scioglie un nodo delle scarpe, con naturalezza e facilità.»
Arrivò fin dentro le viscere, lo trattò come avrebbe voluto essere trattato da un vero amico, a parti inverse.
«Ascoltami adesso. Chi non smette mai di essere figlio non può diventare genitore. Non ci sono riusciti, a smettere di essere figli, nemmeno i nostri, di padri. Qualcuno — loro, noi, cambia poco — a un certo punto si è messo un po’ troppo comodo. Che cos’è il comfort? È la cazzo di comodità, la possibilità di rimandare in eterno. Fare figli, quello sì, lo possiamo fare tutti. Basta venire dentro, per errore o volendolo, e il gioco è fatto. Ma diventare padri - Cristo! - è un'altra cosa. Perché per farlo devi necessariamente rinunciare a qualcosa. Chiudere qualche porta e accettare che certe possibilità non ti appartengono più. E quando la vita diventa comoda, quando il progresso ti offre mille strade, mille occasioni, mille versioni possibili di te stesso, perché dovresti rinunciare? Perché dovresti crescere davvero? Ti convinci che sia meglio restare giovane. Non nel corpo ma nelle pretese. Nella fantasia di avere ancora tutto davanti. Tutte le possibilità aperte, le strade percorribili. Le porte solo socchiuse. Sempre e per sempre. E intanto i figli osservano. Cercano di capire cosa significa fare delle scelte, assumersi le responsabilità che ne derivano. Ma se non hai mai deciso di entrare in una stanza non puoi dare l’esempio, mostrare come si attraversano le porte della vita. A prescindere da quali uno decida di attraversare, quella poi è una decisione personale…»
Si avvicinò. Gli prese una mano tra le sue.
«Amico mio…il dolore è un privilegio. Nel tuo dramma c’è la bellezza inquietante della verità. Ti voglio bene e sono qui, vicino a te.»
Quella notte, nessuno dei due dormì.
Tbilisi, quartiere Abanotubani. Qualche mese dopo.
«Un biglietto per la zona comune»
«…»
Non rispondeva mai. Le unghie laccate, spesse ma curate, di un fucsia elettrico. I bigodini in bella vista intrappolavano quella massa di capelli biondo cenere su una testolina così piccola da sembrare quella di una bambina. Aveva sempre una sigaretta stretta tra le labbra, il rossetto abbondante che macchiava i mozziconi semi spenti. Un relitto post-sovietico: sembrava uscita da una telenovela russa anni ’90.
Per qualche strana ragione gli ricordava le estati della sua infanzia, nella provincia del centro Italia. Le signore che da piccolo ammirava incantato nei bar deserti di paese. Sedute al riparo dal sole, la settimana enigmistica e il pacchetto di sigarette sul tavolino. Guardavano scorrere davanti a sé le giornate e le macchine di passaggio dei forestieri che andavano in villeggiatura chissà dove.
Ritentò.
«…gamarjoba! Un biglietto per la zona comune, grazie»
La donna alzò appena gli occhi dal cellulare, lo sguardo stanco e infastidito. Prese ad armeggiare dietro la scrivania. Il fumo della sigaretta le andava negli occhi e si mischiava al vapore delle terme. In quella stanzetta l’aria era densissima, si era creata una nube bianca quasi impenetrabile allo sguardo. Alla fine prese un pezzetto di carta, ci scrisse sopra qualcosa trascinando le lettere e glielo lanciò da dietro il vetro.
L’aveva preso in antipatia e non capiva perché. Lui continuava a guardarla con occhi gentili e a sorriderle. Da quando era arrivato in quella città, che aveva amato dal primo giorno ma in cui si sentiva ancora straniero, cercava sempre di farsi nuovi amici. Era solo come un cane e aveva la sensazione di dover camminare in punta di piedi, di non potersi permettere di essere scortese. Nemmeno con chi lo trattava male.
Raccolse il pezzetto di carta e pagò la sua quota. Era in leggero anticipo. Si sedette su una panca in attesa che i clienti del turno pomeridiano liberassero gli spogliatoi.
Le terme ormai erano diventate un appuntamento fisso ma ricordava quando aveva cominciato a esplorare, titubante, quel mondo sconosciuto. Era arrivato a Tbilisi da appena qualche settimana, in pieno autunno.
Iniziò tutto per caso. Una ragazza locale che aveva conosciuto in una caffetteria gli propose di passare una giornata lì vicino, in un complesso termale frequentato dalla Tbilisi bene.
Non sapeva che esistesse un quartiere interamente dedicato, alimentato da sorgenti naturali di zolfo. Era anche diventato uno dei suoi posti preferiti per passeggiare: l’architettura autoctona georgiana si contaminava con eredità della dominazione persiana e turca. Gli ricordava Istanbul, a tratti alcune parti dell’Andalusia che aveva visto da piccolo. Un posto magico in cui amava perdersi e riflettere.
In quei mesi aveva messo veramente pochi soldi da parte. Non voleva però rinunciare a quel piacere, entrato da poco nella sua vita. Si era guardato in giro per trovare delle strutture che potesse permettersi quotidianamente.
Chiacchierando con la portinaia del palazzo in cui viveva aveva scoperto che in mezzo a quella lussuria di bagni termali a cinque stelle resisteva, come una rovina archeologica circondata da grattacieli, un luogo del passato. Non l’aveva mai notato perché a differenza degli altri era incassato sotto il piano stradale, nascosto agli occhi indiscreti dei turisti. Era frequentato, gli disse la babushka, solo da abitanti del posto che andavano lì per riposarsi dopo le fatiche del giorno.
Lo aveva avvisato, all’inizio sarebbe stato trattato con diffidenza. «Penseranno tu sia l’ennesimo turista capitato per sbaglio nelle terme popolari di Tbilisi, pronto a giudicare la semplicità del posto. Se porterai pazienza alla fine ti accetteranno come uno di loro»
Il primo giorno, in quel luogo di cui non conosceva né regole né rituali, era entrato con addosso mutande e costume.
Era come se avesse gridato ai quattro venti «Salve a tutti. Sono straniero, se non lo aveste notato. Inoltre, non ho quasi mai messo piede in un bagno termale. Mi sento a disagio e terrò questo costume addosso per tutto il tempo, vi piaccia o meno».
Difatti, lo avevano osservato a lungo. Inizialmente non avrebbe saputo dire se con disprezzo. Si sentiva come uno di quei ricercatori che entrano in contatto con delle tribù lontane dalla civiltà: tutti gli sguardi addosso, il nuovo oggetto della ingenua curiosità del branco.
Aveva sostenuto quegli sguardi, uno a uno, finché tutti tornarono a farsi i fatti propri. Era sera inoltrata, le fatiche del giorno si erano accumulate tutte in quel punto, pronte per essere smaltite sotto il getto benefico di quell’acqua miracolosa.
Si era reso conto solo dopo qualche minuto di quanti fossero in quell’immensa sala di marmi e mattoni a vista. C’erano almeno 60 uomini, di tutte le età, riuniti in quel luogo fuori dal tempo. Aveva notato le cupole che abbellivano il tetto, decorate con mosaici e motivi persiani e aperte sul cielo da alcuni spiragli, quel cielo di inizio settembre che cominciava ad essere sempre più avaro di sole.
Il rumore dell’acqua, che scorreva instancabile e rabbiosa da semplici bocchettoni di plastica posti sul tetto, riempiva le orecchie e rilassava naturalmente i corpi.
Attorno alle vasche correvano delle sedute in marmo, dove ci si poteva riposare dopo le immersioni in acqua calda o fredda.
A turno si assisteva a una specie di scenografia: chi entrava in vasca e chi ne usciva, chi rimaneva con metà busto fuori, chi spariva per svariati minuti sotto la superficie limpida. Questi corpi così diversi tra loro ma accomunati da una ritualità comune che rispettavano religiosamente. Sembrava di assistere a una sorta di rito battesimale, forse anche per le icone dei santi ortodossi che erano appese sulle pareti e benedivano coi loro occhi sinuosi chiunque le guardasse.
Si era guardato intorno, immobile, per qualche minuto. In mezzo alla sala, cercava di capire la prossima mossa.
Si era fatto avanti uno, lentamente. Sulla sessantina, pelato, grondava sudore e aveva il volto di un rosso acceso. Fisico robusto, anche se non scolpito, avrebbe detto fosse stato un ex lottatore o qualcosa del genere. Gli avambracci erano pelosi e rocciosi, conservavano ancora la densità esplosiva tipica di quello sport. I tratti etnici non erano degli autoctoni georgiani, dai colori scuri e i tratti del viso scolpiti. Probabilmente era un discendente dei russi che si spostarono in queste terre a seguito della sovietizzazione, nel 1921.
Gli aveva allungato una stretta di mano, poi aveva aggiunto in un inglese masticato ma comprensibile.
«Buonasera, mi chiamo Levan. Benvenuto.»
Lui aveva ricambiato con la mano ma non aveva risposto. Era in stato di allerta, non capiva a cosa dovesse questa presenza.
L’altro non mollava la presa, rimanendo come in attesa.
«…piacere…Alessandro» - farfugliò alla fine.
Senza aggiungere altro, il suo nuovo amico gli aveva indicato il costume. La faccia seria ma serena, non dura.
Finalmente aveva capito: il problema era il maledetto costume. Lo aveva tolto, poggiandolo su una panca là vicino. Rimasto in mutande, la faccia del tipo non era cambiata poi di tanto. Anche queste? Va bene. Era completamente nudo.
Gli occhi fissi nei suoi, il georgiano si era profuso in un sorriso molto poco pronunciato. Gli aveva dato una pacca sulla spalla - che somigliava pericolosamente a una leva di lotta libera - e fatto cenno con la mano di seguirlo.

Quel primo giorno non lo aveva mollato un secondo. Lo aveva guidato attraverso tutte le aree delle terme, spiegandogli il rituale dei passaggi da un locale all’altro: vasca calda, sauna, vasca fredda. E così via, a ripetizione.
Levan aveva percepito l’imbarazzo e l’insicurezza che frenavano il giovane straniero, per questo motivo aveva cercato di stargli a distanza ravvicinata. Quando vedeva che gli sguardi dei presenti indugiavano per troppo tempo sul nuovo arrivato, lo sentiva esplodere con la sua voce stentorea in quella che sembrava essere una battuta o un rimprovero scherzoso. Tutti ridevano o abbassavano lo sguardo.
Aveva fatto un paio di cicli con forti sbalzi termici. Era stanco dalla giornata ma quella notte sarebbe stato di turno al night in cui aveva trovato lavoro e voleva riattivare la circolazione sanguigna. Dall’acqua fredda alla sauna, poi di nuovo in quella fredda e infine nella vasca calda. Così, per un paio di volte. Spostandosi tra i vari ambienti si era accorto che quel Levan lo seguiva con gli occhi. Non gli dava fastidio: percepiva chiaramente che lo aveva preso in simpatia e posto sotto la sua ala protettiva. Si stava solo assicurando che tutti lo trattassero con riguardo.
A un tratto aveva notato che il suo nuovo amico aveva alzato un braccio e, facendogli cenni col capo, lo invitava ad unirsi a una fitta brigata di uomini in età avanzata, in mezzo alla quale sedeva sorridente.
Si era avvicinato, titubante.
«Is aris Aleksandre» - lo aveva introdotto.
Cenni del capo, un paio di sorrisi disegnati su quei volti scavati. Gli avevano lasciato un posto e si era accomodato accanto a Levan, proprio sotto il bocchettone dell’acqua fredda. La stagione ancora non troppo rigida rendeva la temperatura del getto clemente con i loro corpi.
Nel silenzio e nella postura rispettosa in cui aveva scelto di chiudersi, obbligato sia dall’evidente handicap linguistico che da un timore reverenziale ispirato da quelle figure, non aveva potuto però fare a meno di notare un dettaglio che accendeva la sua curiosità. Quei corpi antichi, a differenza degli altri che aveva visto quella sera, erano tempestati di tatuaggi.
Fatto ancora più curioso, tutti avevano lo stesso colore bluastro, indefinito e annacquato dal tempo. Le linee tracciate dagli aghi erano state rimescolate dal passare degli anni e nessuno, tra i presenti, pareva aver mai anche solo pensato di ritracciarle.
Croci, Cristi e Madonne avevano perso il loro splendore invecchiando assieme a quei corpi che li avevano ospitati un tempo, nel pieno delle loro forze.
Quando era passato per Kutaisi, nel corso del suo viaggio, aveva sentito parlare della scuola del tatuaggio locale. Nella storia della città e dei “tatuatori di Cristo” – così erano chiamati – si intrecciavano le vicende criminali della mafia georgiana e il profondo senso della spiritualità di cui sono capaci solo i popoli dell’est europeo.
Nelle voci cavernose, negli sguardi profondi e nelle preghiere pronunciate a mezza bocca che ora lo circondavano ritrovava quegli abissi dello spirito da cui lui e tutti quelli come lui si erano esiliati.
In mezzo a quei corpi segnati dagli anni e dalla fede aveva percepito qualcosa che credeva di aver smarrito, una parte di sé che aveva perduto molto tempo prima, lasciata senza voce.
Quasi senza accorgersene, aveva iniziato a pregare. In silenzio. Gli veniva spontaneo non chiedere a Dio qualcosa in particolare, come gli era stato insegnato da piccolo. A dire il vero, non stava parlando con “Dio”. Con chi allora? Non avrebbe saputo dirlo. Non era un dialogo ma una sorta di raccoglimento, un ricompattarsi in se stesso, al centro del suo cuore. Nel mezzo del petto toccava con mani che non sapeva di avere questo nucleo purissimo di energia e lo custodiva. Non sentiva più il rumore dell’acqua, non la percepiva nemmeno sulla sua pelle. Senza rendersene conto, aveva preso a piangere. Le lacrime che scorrevano si univano al getto d’acqua fredda che scendeva dal bocchettone, mischiandosi indistinte. Se ne era reso conto dopo qualche minuto, dal sapore salato che sentì in bocca.
Era stato fermo molto tempo in quella posizione, voleva sparire. Si era alzato per scendere i gradini di marmo che portavano al centro della vasca. Immerso fino al mento, una leggera spinta ed ecco che non esisteva più. Scomparso nell’acqua per qualche minuto.
La campanella suonò, riportandolo alla realtà. Il ricordo svanì. Di nuovo l’estate, di nuovo l’afa sulle vie di Tbilisi. Finalmente il suo turno, si alzò e scese le scale.
Ormai percorreva quei corridoi come fossero quelli di casa. Saltò gli ultimi gradini fischiettando, si fermò per un paio di minuti davanti a un ventilatore che oscillava nel corridoio, lasciandosi investire dall’aria fresca. Sarebbe rimasto lì per sempre ma il pensiero dell’acqua fredda che lo aspettava dentro lo convinse infine a entrare nello spogliatoio. Spinse a fatica la pesante porta di legno massello e individuò subito una panca libera.
«Eh! Aleksandre!» - gridò Irakli, il tuttofare che lo aveva preso in simpatia sin dal primo giorno.
Quando varcava la soglia di quel posto, quello era il suo nome: Aleksandre. O Aleko, un affettuoso diminutivo.
Gli strinse la mano, quella mano nodosa e piena di cicatrici che raccontava una vita storta ma appassionata.
Nemmeno il tempo di spogliarsi e subito gli venne offerto il tè, riservato agli ospiti più apprezzati. Prima di bere brindò alla salute dei presenti omaggiandoli con un cenno della testa, come aveva visto fare altre volte là dentro. Ricambiarono con sorrisi e gesti di rispetto.
Non parlava ancora un georgiano fluente, cercava di incastrare in maniera maldestra parole l’una dopo l’altra. Il risultato era piuttosto sgangherato e si imbarazzava ogni volta. Ma si capivano. Che fosse a gesti, con i versi e le intonazioni della voce, con le espressioni degli occhi, della bocca, le posture del corpo. Era un modo nuovo di parlare, affascinante. Una parola buttata là, in georgiano, a delineare a sommi capi il tema del discorso. Poi il corpo faceva il resto. Arrivava tutto, persino ciò che le parole, da sole, non avrebbero saputo portare con sé. Avrebbe detto anzi che in questo modo i fraintendimenti fossero più rari. Le parole possono nascondere, confondere e deviare. Il corpo conosce meno trucchi e vie di fuga.
Si spogliò, indossò le ciabatte e varcò la soglia dell’area comune portando con sé solo l’asciugamano pulito che gli aveva passato Irakli.
Trovò Levan seduto su un blocco di marmo, in mezzo ai suoi.
Lo salutò con un gesto del capo.
«Sagamo, Levan»
«Sagamo, Aleko»
Notò che i solchi che gli attraversavano il volto erano più profondi del solito, come se non dormisse da una settimana. La postura del corpo era raccolta, sedeva composto con le braccia conserte e le gambe unite, la testa rivolta verso il basso. Quell’uomo - glielo aveva rivelato in quei mesi Irakli, che conosceva vita, morte e miracoli di tutti i clienti – era stato la gloria della palestra di lotta libera di quartiere: adesso pareva fosse stato schienato dalla vita. Quella figura che solitamente riempiva la stanza con la sua solida, sacrale presenza oggi scopriva delle crepe che nessuno si aspettava lo potessero attraversare. Levan, Leone in georgiano, quella sera si leccava le ferite. In silenzio.
Si fermò sulla sua figura un istante più del dovuto. Doveva avere degli occhi particolarmente morbidi, che facevano trasparire il rispetto e la devozione che provava per quel leader morale silenzioso, perché l’anziano ricambiò con un accenno di sorriso e una piccola luce negli occhi, accesa per il tempo in cui incrociò i suoi. Nessuna domanda inopportuna: se avesse avuto bisogno di parlare avrebbe preso lui l’iniziativa.
Andò diretto in sauna. Era solo. Le panche di legno praticamente asciutte, segno che quel giorno in pochi avevano battuto la stanza. La temperatura segnava 60, non abbastanza per il ciclo che aveva in mente per la serata. Prese la bottiglietta di acqua aromatizzata alla menta accanto al braciere e ne versò qualche goccia sulle pietre roventi, ravvivando il calore e il vapore aromatico. L’odore si diffuse per tutta la stanza, aprendogli i polmoni e la mente.
60 gradi. 70 gradi. 80 gradi. La temperatura saliva e il corpo si liberava di tutte le tossine che lo avevano avvelenato, i pensieri viaggiavano. Si sfregava e massaggiava il petto e l’addome come aveva visto fare a molti là dentro, per stimolare la respirazione profonda. Quando era solo si concedeva anche di intonare delle melodie inventate sul momento, cantare a bocca chiusa lo rilassava molto.
«Aleksandre!» una voce che sembrava arrivare dal centro della terra riempì la stanza.
Riaprì gli occhi. Davanti a lui, Levan. Gli occhi di nuovo accesi, il petto aperto e le spalle morbide, l’espressione distesa: il leone era nuovamente a riposo, sul suo scranno.
Completamente nudo, quel corpo di vecchio era tornato la testimonianza inequivocabile della forza che aveva abitato un tempo quella vita.
Buttò un’occhiata al termometro.
«Ah! Aleko…così ammazzi Levan.» - sorrise beffardo. Gli parve di vedere una punta di sfida sul limitare delle labbra.
«Sì, scusa, pensavo di rimanere solo.»
«No problem. Così perfetto.»
Rimase in piedi. Lo sguardo fisso davanti a sé, ogni tanto si passava energicamente una mano sulla testa calva per scrollare di dosso l’acqua.
Rimasero in silenzio per cinque minuti buoni, poi il georgiano prese la bottiglietta e versò il liquido sul braciere.
«È impazzito…Cristo, così ci crepa…» - pensò in silenzio, senza che l'espressione del volto tradisse i suoi pensieri.
In fondo sapeva che non era una prova di forza. Levan era l’unico uomo che avesse mai conosciuto così saldo nella propria mascolinità e, insieme, disposto alla vulnerabilità. Era stato il primo a mostrargli concretamente, non solo in teoria, come le due cose andassero di pari passo.
Non si contavano in quei mesi le occasioni in cui lo aveva visto ascoltare in silenzio le confessioni dolorose di altri membri di quella famiglia – perché questo si sentivano tutti, là dentro.
Nelle vasche di marmo o nello spogliatoio, intento a consolare qualcuno o a lasciarsi consolare lui stesso, stretto al proprio confidente.
Era il leader che tutti invocavano e che, ogni volta, rifiutava l'investitura. Si limitava ad essere presente. Non pretendeva disciplina o durezza, né prove di forza. A dirla tutta, non pretendeva proprio nulla se non il coraggio raro dell'autenticità. Verità. Non maschere, ma onestà verso se stessi prima di tutto.
Tutti chiedevano di parlare con Levan perché era il punto fermo attorno a cui quello strano agglomerato umano continuava a ricomporsi. Non il più anziano, non il più severo, nemmeno il più saggio in senso tradizionale: semplicemente colui che faceva sentire ciascuno meno solo nel portare ciò che aveva addosso. Glielo si leggeva in volto: incarnava il senso della misura e la forza della responsabilità.
La temperatura saliva.
«Chiudi occhi» - lo avvisò Levan.
«…ok»
«Temperature alte sono per pensieri importanti, Aleko»
A occhi chiusi, si sorrisero. Nessuno dei due poteva saperlo.
Adesso l’aria bruciava nelle narici e nei polmoni. A quelle temperature si percepisce un piacere perverso, il corpo comincia ad ammorbidirsi e sembra quasi di sciogliersi. Forse è questo, in fondo, che piace così tanto della sauna: la sensazione di dissolversi per qualche istante. Liberarsi dall'obbligo di essere qualcuno.
Continuarono a chiacchierare, sempre a occhi chiusi.
«Tutto bene in Tbilisi, Aleko?»
«Sì, tutto bene. La città mi piace molto»
«Bene. Vivi sempre a Sololaki?»
«Sì, mi trovo bene è una zona tranquilla»
«Mhh vero, vero…bene. Rimani in Tbilisi, estate?»
«Credo di sì. Penso che rimarrò a lungo…non saprei dove altro andare» - rispose ridacchiando. Un colpo di tosse gli spezzò il fiato.
La faccia del georgiano rimase seria, avvertì la nota amara dalle parole dal tono con cui erano state pronunciate.
«Tu non torni dalla famiglia?»
Aveva questa capacità di leggere le persone come fossero libri per bambini. Non sapeva ovviamente i dettagli delle vite di ognuno, ma ne intuiva a grandi linee le direzioni, i risvolti.
«No.»
Silenzio. Dal tetto di legno una goccia di acqua cade sul braciere, si sente solo lo sfrigolio delle particelle che si cuociono a quelle temperature folli.
Alessandro mette la freccia e cambia discorso. Vuole però ricambiare la cortesia del suo vecchio amico.
«E tu invece…come stai Levan?»
«Io? Bene Aleko…bene.»
Rimase qualche secondo in silenzio. Poi la stoccata.
«Aleksandre…quando uomo non sa dove andare, resta.»
«Può darsi.»
«Significa aspetta che qualcosa decide per lui.»
Il vapore bruciava negli occhi, nonostante li tenesse chiusi.
«Forse.»
«Aspetti ancora qualcosa.»
Non rispose.
«O qualcuno.»
«Non saprei dove altro andare.» - confessò onesto Alessandro.
Levan annuì lentamente.
«Mhh.»
Restarono in silenzio.
«Sai Aleko, uomo può lasciare casa.»
«Sì.»
«Può lasciare paese.»
«Sì.»
«Può lasciare donna e amici.»
Un mezzo sorriso, acido.
«Ma se porta tutto dentro testa...» - disse battendosi una tempia con il dito - «…sempre stesso posto.»
Sì. Era così, si sentiva così da mesi. Il corpo staccato dalla testa. Mozzata, persa chissà dove, a migliaia di chilometri di distanza.
Le lacrime si nascondevano irriconoscibili, miste al sudore che gli copriva il volto, ma il petto fremeva leggermente e non lasciava spazio a dubbi. Prese lentamente a piangere, senza vergogna, davanti a quell’uomo cui aveva imparato a voler bene e che sapeva non lo avrebbe giudicato.
Sentì che si stava muovendo. A un tratto percepì la sua presenza accanto a sé. Aprì gli occhi quel tanto che poteva: le lacrime, mescolate al sudore e al vapore della stanza, glieli incendiavano. Levan era di fianco a lui, con i gomiti poggiati sulle ginocchia. Le mani che raccoglievano quella testa tonda come una palla da bowling.
«Aleksandre…sempre ricorda, non ti abbandonare. Mai.»
Fece un respiro profondo.
«Non ti abbandonare…dolore più grande quando sei lontano da te!»
Ora lo stava guardando con un’espressione dura, quasi spaventosa. Ebbe paura.
«Non ti abbandonare, capito?!»
La fronte aggrottata, le labbra serrate a nascondere i denti, stretti in una morsa d’acciaio.
«Riesci a sentire tua voce? Tua voce in testa, Aleko!»
Girò il busto verso il suo, non erano mai stati così vicini: ora si accorgeva di quanto fosse incombente quella presenza, quanto spazio occupasse nella stanza.
Alzò il pugno. Non lo colpì con violenza piena: lo fermò sulla sua mascella, deciso, mantenendolo in tensione. Una pressione netta, senza slancio. Non era per far male, lo costringeva piuttosto a restare presente.
«Qui.» - disse soltanto.
Il silenzio della sauna sembrò stringersi ancora di più attorno a loro.
«La senti?!» - ripeté Levan, a un soffio dal suo volto.
Poi, di colpo, sciolse quella tensione insostenibile. Gli prese la testa tra le mani, lo baciò sulla fronte e si segnò tre volte, alla maniera ortodossa.
Quel giorno sentì veramente, fin dentro le viscere del corpo, ciò che aveva solamente fiutato in quei mesi.
L’idea che un padre non dovesse avere un solo volto. Che non dovesse averne affatto uno, forse. Si dovesse piuttosto cercarlo nelle idee e nei valori incarnati di volta in volta: in una frase ascoltata per caso, nell’esempio offerto da un perfetto sconosciuto.
Dove vivono la coerenza, la misura, la compassione, il coraggio, l’autenticità.
Dove l’autorità non può prescindere dall’ascolto e la forza non si vergogna della vulnerabilità, come fosse una ferita da nascondere.
Le vite piene di senso non nascono dall’inseguire qualcuno nella speranza che colmi i nostri vuoti, ma dal riconoscere ciò che ritorna. I principi che resistono al tempo, le emozioni che custodiscono qualcosa di essenziale e puro.
Esistono in sé, immutabili dalla notte dei tempi. E nonostante capiti di ritrovarli incarnati negli esseri umani, non gli appartengono mai completamente. A nessuno di loro.
Gli umani cambiano e si perdono. Si allontanano da se stessi e dalla purezza che, talvolta, li sfiora.
Queste vette invece restano. Continuano a emergere, sotto volti diversi, in luoghi diversi, lungo strade che sembrano non avere nulla in comune.
Ci accontentiamo di rincorrere le persone perché è la forma più semplice e accessibile di desiderio. È come sparare al bersaglio grosso, l’obiettivo più facile. Ma la verità, lo aveva capito finalmente, è che nessuna di loro avrebbe potuto riempire di senso la sua vita.
Doveva invece mirare alle altezze, dove riposano le sorgenti della bellezza incorrotta e della nobiltà luminosa di tutto ciò che è grande.
Non ciò che svanisce e si corrompe, ma ciò che è senza principio né fine.
Per quanto lontano si scelga di andare, per fuggire da noi stessi, quelle vette sono sempre visibili.
Guidano la rotta di chi, dopo tanto vagare nel buio, si decide finalmente a seguire la loro Luce.
Figli di papà
di Federico Pintus






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