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Editorial

The Agitation Corner

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Be the men we need

  • Agnese Capiferri
  • May 13
  • 6 min read

Una riflessione sull’etero pessimismo


Be the men we need

È arrivata lo scorso autunno, silenziosa, liberatoria ma non per questo indolore: la consapevolezza che non è un problema mio. Che non dipende da come sono, dagli uomini che scelgo, dalla sfortuna che ho. Non dipende dal volere troppo o dal compromettere poco. E non dipende neanche da quanto lo desidero.


Costruire una relazione d’amore, oggi, a trentacinque anni nel 2026, è un cazzo di problema. Non mio, ma di tutti. Quella connessione magica e romantica tra due persone (eterosessuali) non può più essere la stessa, e stiamo fallendo miseramente nel definirne la nuova identità. Di chi è la colpa? Principalmente dei maschi, secondo me. Ma prometto che ci arriviamo con calma. 


Ho da poco messo via l’ennesimo tentativo di costruire qualcosa con qualcuno, e mi sento perfettamente calata nel mio tempo: quello dove la coppia uomo-donna è in crisi. Un tempo dove tutti vogliono essere scelti, ma nessuno vuole scegliere. Perché scegliere significa sempre rinunciare a qualcosa: a opzioni potenzialmente migliori, o a una parte della propria indipendenza. In un mondo di adulti più individualisti rispetto alla generazione precedente ma anche più consapevoli di sé stessi, liberi, e indipendenti, è diventato quasi impossibile fare spazio all’Altro. Basta guardare all’ascesa e discesa delle dating app per renderci conto di come cerchiamo disperatamente una connessione, ma non siamo più in grado di sostenerla. Sappiamo che vogliamo l’amore, ma non riusciamo a rispondere con continuità allo sforzo che serve per costruirlo.

 

Persino io che non sto in una relazione da anni so che l’amore si costruisce con il continuare ad esserci, mentre l’unica continuità che offre il dating moderno è quella della novità: infinite opzioni romantiche, in un scegli-e-fai-il-reso continuo, con l’illusione di poter trovare una connessione migliore dietro il prossimo swipe, o il prossimo calice di vino. Quel minimo sforzo di curiosità che ti toglie dall’impiccio di quel laborioso sforzo di cuore che serve a nutrire una connessione. A farlo davvero, in modo reale, accettandone i limiti, il disagio, la scomodità. Ma standoci dentro lo stesso, perché è così che si costruisce qualcosa.


Invece no, il dating moderno ci fa avvicinare velocissimamente, raggiungendo notevoli livelli di intimità emotiva, e poi… puf, ci obbliga a una sconnessione improvvisa. Perché quella stessa intimità inizialmente così attraente, è diventata, appunto, un po’ scomoda. Se ci passi in mezzo, sai quanto sia estenuante. È come un continuo micro-lutto: non la fine di una storia per cui hai tutto il diritto al dolore, ma soltanto lo spegnimento di una scintilla che hai sperato si trasformasse in altro. E farai meglio a soffrire poco, che, come ti dice a gran voce l’amica che è nella stessa relazione stabile da quando ha 18 anni, lui-non-ti-merita e quello-giusto-arriva-quando-meno-te-lo-aspetti.

Eppure io negli ultimi cinque anni di uomini meritevoli del mio amore ne ho trovati parecchi, e cinque anni è comunque un tempo già abbastanza lungo per il quando-meno-te-lo-aspetti. Mi sembra di aver continuato a crescere, lavorare su me stessa, capire meglio cosa voglio, essere solida... e ora? È come se mi trovassi ad essere troppo solida per gli uomini. Spero non suoni altezzoso, perché davvero non lo vuole essere, ma ho come la sensazione che chi non sappia stare in quella scomodità dell’amore, siano per lo più l’universo maschile. 


Be the men we need

Non è solo la mia esperienza personale, anche in questo caso sono perfettamente calata nel mio tempo. Ho amiche intelligenti, indipendenti, affascinanti, che collezionano storie simili alle mie. Il mio TikTok è pieno di video di donne che ironizzano su uomini stempiati che non sono ancora pronti, o sul fatto che siamo ormai un collateral damage nella lotta degli uomini contro loro stessi. Pure Vogue Uk mesi fa ha scritto un articolo insinuando che avere un ragazzo sia diventato quasi imbarazzante. E il concetto che per la prima volta nella storia le donne non si sposino per sicurezza economica ma per amore, e che, guarda caso, al momento siamo tutti single, è ormai un concetto ultra usato nella comunicazione generazionale. I segnali sono innumerevoli, siamo d’accordo? E quando è così, il problema non riguarda mai il singolo ma la collettività intera. L’eteropessimismo sembra inevitabile per la nostra generazione: come possiamo ancora avere fiducia nel rapporto tra un uomo e una donna?

Mi sento chiusa in una dinamica che scopro essere chiamata “Female demand – Male withdraw”: le donne continuano a show up for love, a provarci, ad esserci, a chiedere una relazione; mentre gli uomini continuano a ritrarsi davanti alla vulnerabilità e all’intimità, a non offrire alcun terreno di sicurezza emotiva. Chiediamo una connessione, e in cambio riceviamo solo un forse.


Prima ho detto che la colpa è dei maschi, ma in realtà non è corretto. Credo che la mancanza sia per lo più da parte dei maschi, ma non per colpa loro, piuttosto per una serie di problemi strutturali che hanno creato un notevole gap relazionale ed emotivo tra i due generi. 

Se ci pensiamo, era inevitabile. Siamo cresciuti entrambi con dei modelli standard di ruoli, con la grossa differenza che noi donne abbiamo avuto e abbiamo tutt’ora il femminismo. Un movimento intero che ci ha invitato a mettere in discussione il nostro ruolo all’interno della coppia, della famiglia, della società. Ci siamo evolute dal modello di donna che ci è stato proposto, e abbiamo iniziato a desiderare altro, a costruire altro. A essere indipendenti economicamente, a formare opinioni più chiare di ciò che siamo disposte o meno ad accettare in una relazione, a cercare negli uomini molto di diverso rispetto al maschio proposto dalla società patriarcale. Al contrario invece, gli uomini non hanno avuto altro modello a cui aspirare, né un movimento che li aiutasse a mettere in discussione il proprio ruolo, la propria mascolinità. Non c’è stata presa di coscienza, né su se stessi come uomini, né su come interfacciarsi con un altro sesso ormai così diverso da come gli era stato sempre dipinto. 


Mi viene da pensare anche a quanto non gli siano stati dati gli strumenti giusti nemmeno a livello individuale. Mentre fin da bambine noi abbiamo potuto esprimere le nostre emozioni e esplorarne l’ampiezza, a loro è stato chiesto di non piagnucolare, di non fare le femminucce, di non avere paura. In quattro parole: di non essere vulnerabili. E quindi eccoli qui, questi uomini divisi da me da un americano sul tavolino del bar o stretti a me sotto le lenzuola, che non sanno gestire la loro vulnerabilità emotiva, e le poche volte in cui riescono a toccarla e mostrarla, scappano via spaventati.


D’altronde, non sono abituati a farsi carico di quel grosso emotional labor neanche all’interno delle loro amicizie. Mentre le amicizie femminili fioriscono dal guardarsi negli occhi una di fronte all’altra e spiegarsi il proprio mondo interiore, quelle maschili si consolidano nel fare cose insieme, spesso fianco a fianco. Il bene che ci si vuole è sicuramente importante uguale, ma la profondità del lavoro emotivo e di crescita personale non è paragonabile. Io immagino le donne muoversi con nonchalance su e giù lungo lo spettro delle emozioni umane, accettando di provarle tutte, e cercando in chi gli dorme accanto la stessa disponibilità di scoperta. Per poi rendersi conto che invece lui non se la accolla.

E quindi eccoci qui, a guardarci e desiderarci da posizioni opposte, con un abisso di vulnerabilità nel mezzo. Bisogna buttarcisi insieme, ma qualcuno non salta.


E allora, noi adulte ultra-trentenni continuiamo a crescere oltre gli adulti ultra-trentenni di oggi, celebrando l’essere single e felici, senza dover scendere a compromessi sui nostri desideri, e senza bisogno della sicurezza della coppia per vivere una vita soddisfacente. Ci riprendiamo l’essere orgogliose di noi stesse, il mettere le amicizie al primo posto, l’occupare tanto spazio intorno senza più farci piccole. Mentre dall’altra parte gli uomini cadono nella loro male loneliness epidemic: una solitudine-fenomeno, che dimostra quanto i maschi siano silenziose vittime dello stesso sistema patriarcale che li ha portati in palmo di mano per una vita. Siamo tutti single, ma la loneliness epidemic del nostro tempo è specificatamente maschile, non femminile. Pensiamoci. Ma allora come ne usciamo? Siamo davvero bloccati in un eteropessimismo che ci destina o a relazioni insoddisfacenti, o a una vita da single? No, cazzo. Io dico che no. Non so come si faccia a uscire da questo stallo, ma parliamone. Perché parlarne, scriverne, leggerne, è già un cambiare le cose. È ribellione. La vita ci ha portato fino a qui ed ora sta a noi, uomini e donne insieme, costruire un’alternativa. 

Come be the man I need, direbbe Olivia Dean. Venite avanti, uomini. Noi vi vogliamo. Non c’è un rigetto a priori verso i maschi. C’è solo la voglia di un amore migliore.



Venite avanti così come siete, vulnerabili e spaventati, ma venite avanti. E siate disposti a buttarvi insieme a noi. Solo così potremo costruire un tipo di coppia che funzioni per entrambi. Solo così potremo costruire il nuovo amore della nostra generazione. Daje, vi stiamo aspettando a braccia (e gambe) aperte.


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