top of page

Contro-Apologia dell'Eteropessimismo

Questo testo vuole essere una risposta all’articolo Come be the Men we need di Agnese Capiferri


Contro-Apologia dell'Eteropessimismo
Contro-Apologia dell'Eteropessimismo

L’articolo connette e analizza in modo più o meno soddisfacente due concetti coniati di recente: “eteropessimismo” (introdotto dalla sociologa A. Seresin; la Treccani lo definisce come un «Atteggiamento di disincanto, disaffezione e insieme rimpianto nei confronti delle relazioni con persone dell'altro sesso») e “male loneliness epidemic” (quel fenomeno, reale o soltanto percepito, secondo cui gli uomini si sentono sempre più isolati emotivamente e socialmente). L’autrice sostiene che il motivo dello scetticismo delle donne verso le relazioni romantiche sia per colpa dei soggetti di genere maschile, che, per ragioni culturali e sociali - ma anche per mancanza di voglia e responsabilità - dimostrano una scarsa maturità emotiva. 

Ma se davvero c’è questo “eteropessimisimo” latente nella società io credo che lo sguardo non possa essere rivolto solo verso un lato della questione; dobbiamo sforzarci di allargare il campo visivo, cercando di individuare e comprendere il vero motivo della questione. 


Per quanto possiamo essere tutti d’accordo che gli uomini hanno più difficoltà a elaborare una sfera emotiva interiore che comporta poi solitudine – pensiamo soltanto al retaggio culturale, giustamente sottolineato anche dall'autrice, che vede l'emotività un tema considerato come intrinsecamente femminile – eppure dobbiamo anche riconoscere che è una questione che tiene in scacco tutti noi, indipendentemente dal genere. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un aumento della considerazione e della cura verso la salute mentale e verso l’interiorità soggettiva, che inevitabilmente porta ad una conoscenza più approfondita del sé e delle relazioni che intratteniamo con l’Altro. Una volta che esploriamo e mappiamo la nostra vita emotiva interiore risulta difficile poi ignorarla, far finta di non conoscerla; il risultato è che ci sentiamo tutti più soli, perché il nostro mondo, vicino a mondi che non sono simili, collide. La questione non è che c’è un “eteropessimismo” latente nella società; il punto è che la connessione emotiva non è semplice, soprattutto quando entrano in gioco pregiudizi culturali, ma di questo parleremo più avanti. Gli effetti di una sanità mentale sempre più accessibile (anche se non ancora abbastanza), sia in termini economici che di accettazione culturale, portano anche a questo: al conoscersi e allo scegliersi consapevolmente. Pertanto non credo che questo sia un fenomeno circoscritto al genere, ma una problematica collaterale portata da un’evoluzione positiva della comunità.


A ben guardare, non si tratta neanche di un problema collaterale, quanto di una questione indiretta: la solitudine non è del tutto negativa, ed è, se presa nel modo giusto, il miglior motore per cercare persone affini a noi. Circondarsi di simili crea le fondamenta di un villaggio ben costruito; è un lavoro che richiede cura, fatica e, a tratti, il coraggio della solitudine, ma credo che quasi tutti accetteremmo questa condizione piuttosto che sentirsi soli e non capiti (in primo luogo proprio da noi stessi) per tutta la vita. In fondo, è la realizzazione di ciò che Aristotele aveva intuito secoli fa: l’uomo è, per sua natura, un animale politico, fatto per fiorire insieme agli altri, ma non accanto a tutti. 

Anche il fenomeno delle dating app può essere letto in questo senso: in una giungla di interessi, motivi e ricerche profondamente diverse, una connessione emotiva funzionante è difficile da instaurare; in più è certamente vero che la complicità dello swipe non aiuta. 

 

Contro-Apologia dell'Eteropessimismo

Ma allora perché effettivamente parliamo di male (e non female) loneliness epidemic?

Il problema sorge quando la solitudine, invece che portare a cercare il proprio simile, ricade nell’isolamento. Per le persone socializzate come donne la ricerca del simile è più facile e culturalmente in linea con le aspettative: noi non dobbiamo abbattere il muro dell’aspettativa patriarcale, dell’uomo forte che non piange mai; o almeno che lo fa da solo. Quel muro, per quelli a cui sembra insormontabile, può trasformarsi nell’unica stanza che conoscono, e l’unico strumento che gli diamo per abbatterla è l’aggressività, in qualsiasi sua forma. Ciò che voglio dire è che si parla specificatamente di male loneliness epidemic, e non di female, perché è quella che ha le ricadute più gravi sulla società, a causa dell’aggressione ontologizzata dal patriarcato sulla maschilità: il sentimento di emarginazione può diventare violenza; vedi ad esempio il fenomeno degli incel, una diretta conseguenza dell’isolamento emotivo. Questi ragazzini, in un momento caratteristicamente confusionario a livello emotivo – generalmente le terribili scuole medie – trovano l’unico appiglio di salvezza in ciò che la società gli offre come l’unica emozione accettabile: l’ira. Questi ragazzini non hanno la possibilità di iniziare a percorrere la strada dell’introspezione emotiva, perché al varco c’è qualcuno che gli dice che quella è “roba da femmine”.


Contro-Apologia dell'Eteropessimismo

La male loneliness epidemic non riguarda dunque soltanto le connessioni romantiche, ma in generale la difficoltà di condividere un mondo emotivo con un’altra persona. Sicuramente tutto questo è qualcosa di connesso anche al tipo di amicizie che i due generi tendono ad instaurare, come giustamente viene fatto notare dall’autrice; ma ci sbagliamo di grosso se pensiamo che anche questi non siano prodotti culturali. Consentitemi di mettere le mani avanti: sono consapevole che tutto quello che sto per scrivere riguarda tendenze generali; so che le eccezioni sono frequenti e ogni scenario fa storia a sé (ovviamente).

Gli uomini tendono ad instaurare ciò che viene chiamato joking relationship, ossia una relazione che viene sentita vicina attraverso lo scherzo, spesso a scapito di terzi; uno degli scopi impliciti di questo tipo di connessione è proprio l’esclusione della sfera emotiva. Questo è chiaramente un prodotto del patriarcato: l’eliminazione dell’emotività, o comunque il rilegarla ad uno spazio infinitesimale, è direttamente connessa a quell’ideale di uomo forte, imperturbabile, invincibile, ma profondamente solo. Gli uomini non sono “di natura” (che poi, cosa vuol dire di natura?) propensi a stringere un certo tipo di rapporto, ma è quello che ci si aspetta da loro, dal loro incontro nella rete relazionale. C’è però un risvolto positivo: quando poi riescono a portare questo tipo di amicizia ad un livello superiore e a creare un mondo emotivo condiviso, la connessione rimane solida per molto tempo. Questo perché si ha avuto modo di esplorare l’altra persona per molto tempo, a volte addirittura anni, prima della fatidica rivelazione emotiva. Il risultato di molta pazienza e di una cernita tra le varie amicizie per la scelta del predestinato porta, il più delle volte, ad una buona selezione che di norma perdura nel tempo. 

Tra ragazze invece tendiamo a basare l’intimità sulla rivelazione emotiva, e questo, molte volte, non funziona. Come può qualcosa di così unico e particolare come l’interiorità essere compatibile con tutte le persone con cui vogliamo stringere o con cui abbiamo già stretto amicizia? 

Sicuramente questo tipo di relazione che tendiamo a formare ci aiuta a fare un importante lavoro introspettivo, ma questo non basta: conoscersi non porta necessariamente a trovare la connessione giusta. Per questo, si capisce bene, è quasi impossibile che basare tutte le relazioni sulla rivelazione emotiva funzioni sempre e per sempre.

Una volta svelato a noi stessi il nostro mondo interiore, è difficile non tenerne conto in ogni tipo di relazione, ed è ancora più difficile trovare chi lo comprende e lo riesce ad abitare. 


L’autrice inoltre afferma che ciò che denomina come “eteropessimismo” si ha anche perché gli uomini «non hanno avuto altro modello a cui aspirare [rispetto al femminismo, proposto solo per le donne], né un movimento che li aiutasse a mettere in discussione il proprio ruolo, la propria mascolinità». Sembra assurdo ripeterlo ancora, ma il femminismo nasce come movimento universale che propone modelli alternativi di soggettività e di sistema non solo per le donne e non solo per gli oppressi. È proprio questo che l’autrice non vede: il modello è stato proposto incessantemente anche per i soggetti socializzati come maschi negli ultimi anni, ma ci vuole coraggio a seguirlo, perché l’effetto collaterale è perdere l’egemonia e i privilegi a cui sono stati abituati fin dalla nascita.


Contro-Apologia dell'Eteropessimismo

Il modello c’era e c’è, e se questo non viene seguito è sicuramente in parte colpa dei soggetti, perché il lavoro richiesto ha bisogno di coraggio e introspezione, come abbiamo appena detto; ma il carico maggiore lo porta il movimento, che evidentemente ha un problema di accessibilità. Sono d’accordo con l’idea che adesso è il momento della lotta, e che non si deve cedere all’inclusione di sistemi di potere tipici del patriarcato (ovviamente), ma dobbiamo individuare contro chi stiamo lottando, sennò è solo un’inutile lotta contro i mulini a vento. Il simbolo oppressivo deve essere riconosciuto nella struttura sociale di cui il soggetto maschile si fa maggiormente da portatore, non in un'altra soggettività. La distinzione è sottile: portatore di un simbolo, non il simbolo. Se riusciamo a spostare questa narrazione, e dunque presentare il movimento transfemminista come un movimento universale, siamo a metà dell’opera. Non si vince se non ci si allea: con questo, ripeto, non voglio dire che gli uomini devono prendere un posto centrale nel movimento femminista, effettivamente replicando le strutture di potere vigenti oggi, ma semplicemente che devono essere coinvolti, accettando che, per una volta, non sono all’apice della piramide. È vero che il soggetto maschile porta con sé la quota più grande del patriarcato: come la soggettività femminile è ontologizzata sul ruolo dell’oppressa – e non può essere altrimenti, fino a che non sarà superato il momento della lotta – così il soggetto maschile è ontologizzato sul ruolo dell’oppressore; bisogna prendere coscienza di questo, ma ciò non vuol dire che il movimento di liberazione deve escluderli a priori. Se si è pronti a lasciare alle spalle quel modello tossico di maschilità, insieme a tutti i privilegi e oppressioni che comporta, perché far trovare le porte sbarrate? Riconoscere nel movimento transfemminista una forza universale significa fare un passo necessario: abbattere le barriere di accessibilità che tengono molti uomini esclusi dal cambiamento. La sfida non è invitare gli uomini a occupare lo spazio centrale che, per una volta, non gli compete, ma incoraggiarli a smantellare il proprio posto assegnato dalla nascita, accettando di non stare al centro dell’attenzione.


Contro-Apologia dell'Eteropessimismo

In conclusione, credo che la solitudine maschile non sia il sintomo di un analfabetismo emotivo di genere, ma che provenga da una questione collaterale di solitudine diffusa in tutta la società derivante dalla maggiore esplorazione della vita interiore soggettiva. Parliamo, però, specificatamente di male loneliness epidemic a causa dell’aggressività e della rabbia ontologizzate sul genere maschile, che portano a fenomeni come quello della manosphere o degli incel, realmente diffusi e pericolosi, sia per i soggetti che li praticano sia per chi gli sta intorno. La questione del fantomatico “eteropessimismo” non può essere e non deve essere risolta in un “crescete un po’. Come ogni fenomeno sociale, le radici sono profonde e siamo tutti, più o meno, coinvolti.


Contro-Apologia dell'Eteropessimismo

In Risposta a "Be The Men We Need"

Commenti


© 2025 L' Idiot All rights reserved

bottom of page