top of page

La Degenerazione non è un Pranzo di Gala

La Degenerazione non è un Pranzo di Gala

Premessa

Questo articolo non vuole in alcun modo giustificare, ridimensionare o rendere meno grave quanto emerso intorno al caso Epstein. Gli abusi, le violenze e le responsabilità legate a quella vicenda restano tali e non vengono qui messi in discussione.

Il caso Epstein viene assunto come punto di partenza per una riflessione filosofica sul potere nell’essere umano: sul suo rapporto con il desiderio, con il limite, con la perversione e con la degenerazione. La forma narrativa e dialogica adottata nel testo non ha lo scopo di spettacolarizzare i fatti, ma di dare una struttura simbolica a un ragionamento teorico.

Il pezzo va quindi letto come un esercizio speculativo sul potere e sulle sue derive, non come una ricostruzione giudiziaria né come una forma di assoluzione, attenuazione o mitizzazione della violenza.


Quando i Desideri Proibiti e le Paranoie del Potere Superano la Follia

  1. Introduzione

Il caso dei file di Epstein è ormai ben noto a tutti, in particolare tutti quei nodi e trascrizioni riguardanti i rapimenti, gli stupri e altri abusi su delle ragazze minorenni, oltre che a varie testimonianze riguardanti persino dei sacrifici di bambini, atti di cannibalismo e riti magico-religiosi. 

Guardando a tutto ciò e alla rete di persone citate all’interno dei files che avrebbero compiuto queste azioni, la gente ha subito gridato allo scandalo, all’esistenza di poteri perniciosi e perversi che guidano (o comunque influenzano enormemente) la politica mondiale. 

Ma, con la sorpresa di tutti, in fondo non c’è nulla di davvero sorprendente in ciò che è accaduto e delle figure coinvolte. 

Questo non perché si tratta di finanzieri, politici, nobili, grandi CEO, filosofi persino, ma perché si tratta di persone che detengono potere e influenza - e dunque che rientrano in tutte le categorie sopracitate.

Il potere, così come l’essenza dell’agire, del sentire e del credere umano è, cabalisticamente, un flusso ininterrotto che va dall’alto verso il basso e viceversa, un riflesso del sole verso l’acqua e dell’oscurità degli abissi verso il cielo.


Il potere, dunque, non possiede solo una funzione di influenza e alienazione all’interno dei rapporti e delle gerarchie sociali e politiche, ma è anzitutto uno strumento per catalizzare tutti i desideri, i tabù e le aspirazioni umane verso una dimensione assoluta, ovvero in una dimensione dove tutte le fantasie e le possibilità degli uomini non rimangano né oggetto di contemplazione estatica e né un richiamo ascetico e speculativo. Tale dimensione, anzi, è proprio l’abbattimento non solo dei limiti, ma del senso stesso del limite e dell’Essere.

Al contempo, questa dimensione dell’assoluto che il potere vuole raggiungere è solo una dimensione fra tante, una dimensione di un assoluto che è esso stesso, paradossalmente, parziale. 

Questo non perché esistano degli assoluti più perfetti, ma perché tutti gli assoluti e le loro dimensioni interne sono già parziali, e trovano la loro completezza solo nel rimanere tali e nel novero delle possibilità; pertanto, l’assoluto stesso è tale solo grazie alle sue infinite parzialità, composizioni, dissipazioni e possibilità che ha di formarsi e disgregarsi. 

Proprio qui dunque, che si traccia il confine fra coloro che vogliono giungere a sempre nuovi limiti per appagare e trovare la loro sete di assoluto e coloro che non hanno bisogno di trovare nel limite una coscienza e conoscenza da raggiungere e incarnare - poiché essi stessi sono già coscienti della parzialità del tutto e di come ciò sia la più profonda e terribile realtà.

Per comprendere meglio questa distinzione, ma soprattutto, poi, i processi che generano quei due tipi umani, e infine anche per inquadrare meglio la questione Epstein, è necessario prima formalizzare una sintesi strutturale sia da sovrapporre alla realtà che già conosciamo e sia per portare alla dissipazione della limitazione di qualsiasi realtà.


La Degenerazione non è un Pranzo di Gala

2. Breve Dissertazione sulla Natura

Sulla natura dell’uomo si è detto molto e si continuerà a dire molto, ma moltissime di queste affermazioni non sono che delle parzialità, delle caratteristiche che già di per sé provengono sempre da fonti diverse: quella logica, genealogica, storica, sociale, teologica, e via discorrendo. Dunque, un’infinità di caratteri scomposti e addizionati fra di loro non crea un corpo e un’essenza stabile e reale, ma solo un’illusione conoscibile e in cui poter fondare sé stessi e il mondo circostante, lasciando tutti gli altri dati al di fuori dei limiti del vero e del conoscibile unicamente per una sovra-esposizione alla miriade di informazioni presenti, alle loro articolazioni nella nostra mente e alle altrettante miriadi di possibilità future nascoste in loro.

Ebbene, non è ai caratteri, dunque, che bisogna voltarsi e appellarsi per comprendere e creare la natura dell’uomo e delle cose, che sono solamente un ciclo indeterminato ed eterno di illusorietà e possibilità avveratesi o in attesa di avverarsi.

L’atto stesso del suddividere certi caratteri dagli altri, del selezionarli e farli vivere in noi e nell’esterno, quello è il vero inizio della natura, ciò che, anzi, si potrebbe chiamare come natura: un continuo atto di separazione, creazione di nuove coscienze e limitazione dell’essere in un numero ristretto di dimensioni e possibilità.


Una natura che va a ritroso, che va per sottrazione finendo per implodere - e l’implosione, quella è ciò che consideriamo come la rivelazione dei caratteri della natura, ma che sono solo una minima frazione di tutti quelli esistenti e di tutte le combinazioni che si possono formare e dissipare. 

La natura, così, ha principalmente dei flussi: quello della generazione dei caratteri, della formazione di campi e di formule che racchiudono quei caratteri per farli evolvere, scontrare, aggregare, trasformare e ripetersi, creando così degli spazi eternamente in movimento ma senza alcuna determinazione, dove le strutture sussistono unicamente per formare e forzare l’azione e l’evoluzione dei caratteri; e poi il flusso della mistificazione dei caratteri, il flusso propriamente più contingente e, dunque, anche umano, in cui i caratteri della natura non sono più mutati dal puro agire in sé stessi e in relazione agli altri caratteri, ma mutano in modo accelerato, ovvero tramite una sovrascrizione e un costante surriscaldamento sia di sé stessi e sia degli oggetti-umani e delle loro azioni.


In altre parole: se nel flusso generatore dei caratteri la natura possiede un ruolo di incubatrice, di campo magnetico in cui tutti i caratteri sono formati, trasmutati e posti in una relazione di sintetizzazione fra di loro, nel flusso mistificatore, invece, i caratteri della natura sono sottoposti alla costante distruzione e ricostituzione in delle forme ed essenze parziali sovraccaricate di significati, simboli e strutture che portano poi al collasso di quei caratteri e a una crisi anche nel flusso generativo - questo perché i due flussi non sono scollegati l’uno dall’altro, ma sono delle dimensioni che si intersecano e agiscono parallelamente fra di loro, senza alcuna gerarchia e organicità.

In questo processo, anche l’uomo è una costante dell’eterno prodotto naturale: anche lui possiede un flusso generativo, associabile alla formazione preconscia (sia istintuale sia logica); e un flusso mistificatore, associabile, invece, alla coscienza.

Partendo da tutto ciò, dunque, il rapporto dell’uomo con il potere non è legato unicamente a una brama di potenza/riverenza e/o a delle condizioni storico-sociali che si evolvono e risolvono in sé stesse. Il potere, per e nell’uomo, nasce anzitutto come la coscienza di essere immersi in un enorme flusso di dati, stimoli e output somatico-cognitivi; poi vi è una successiva fase di strutturazione dei dati, organizzazione degli stimoli e standardizzazione degli output; infine, quando i flussi di dati esterni cominciano a surriscaldare le strutture create, quando l’organizzazione degli stimoli si distende e disgrega, e quando gli output non trovano più abbastanza input dalla realtà percepita e pensata, ebbene si assiste a tre fasi distinte e complementari: quella dell’apocalisse, della fine e del ricircolo di una struttura di pensiero; quella della disfunzionalità sistemica, sia come repressione sia come pura disinibizione; e quella della ricerca del divino, in cui le azioni trovano una corrispondenza solo in un terreno dove si riattivano tutte le possibilità.

In questo sistema si inseriscono, poi, due particolari caratteri naturali e umani che riguardano non solo la vicenda Epstein e, in generale, il potere e le formazioni sociali umane, ma soprattutto due tipi di micro-tensioni che formano, in modo preponderante, le credenze e i rapporti fra l’uomo e la natura stessa, il divino, l’assurdo e la creazione: la perversione e la degenerazione.


3. Differenze fra Perversione e Degenerazione:

Va chiarito fin da subito che i caratteri della perversione e della degenerazione non sono dei costrutti morali, sociali, politici e, dunque, umani, ma sono delle categorie naturali le quali hanno, come forze sintetiche (ovvero, sia positive sia negative), una completa a-moralità e funzionalità all’interno di un meccanismo che va oltre la natura stessa e che comprende anche la non-esistenza, intesa come esistenza proveniente dal futuro, composta da possibilità teoricamente infinite e agente a ritroso nel reale stesso, andandolo così a formare. In sostanza, i due micro-caratteri della perversione e degenerazione, così come tutti gli altri presenti e formanti nell’uomo, dimostrano come esso non sia un soggetto nella natura, bensì un oggetto nella natura - e nemmeno quest’ultima è un soggetto e oggetto, ma, in modo quasi paradossale, è un intermezzo o, in termini più concreti, quel settore di realtà in cui tutte le possibilità in potenza transitano affinché si possano selezionare e concretizzarsi, e dove le possibilità concretizzatesi ritornino, dopo essersi dissipate, nel settore delle possibilità in potenza.

Partendo da questa prospettiva, e riprendendo anche le logiche del flusso generativo e di quello mistificatore della natura, ebbene le definizioni della perversione e della degenerazione possono essere le seguenti: il tipo perverso non possiede la coscienza del fatto che ciò che sta ricercando, tramite i mezzi dell’eccesso e del simulacro, è sì la fine della dipendenza dal concetto e dalla necessità del limite, ma è, al contempo, una continua ricerca di quello stesso limite inteso come una continua liberazione e accumulazione di potenza - rendendo quindi il perverso sempre più simile a un dio, ma senza che esso possa effettivamente diventarne uno.

In altre parole, l’idea supera non solo la contingenza, ma il processo stesso delle possibilità - e quindi l’assoluto stesso; è una sorta di gnosticismo corrotto, dove i perversi non voglio giungere, spiritualmente, all’ultimo degli eoni, ma venerano e vogliono somigliare solo al demiurgo che ha creato questo mondo.


Si potrebbe parlare, così, di una coscienza che si auto-inganna per poter continuare a possedere, in questo caso, il desiderio stesso di superare il limite, ma senza abbattere quest’ultimo proprio per evitare che, una volta giunta alla fine, la coscienza mistificatrice del perverso smetta completamente di operare e ampliare e riformulare continuamente i propri desideri. Il dualismo assoluto fra il flusso generatore e quello mistificatore si riverbera anche qui: l’operatività dei sensi e dei desideri genera quei caratteri che poi la loro astrazione, complementarietà e trasposizione nella dimensione del possibile, da parte della coscienza, mistifica e rende fine a sé stessi e non più al divenire.

La mente del perverso, dunque, agisce un po’ come nella cosiddetta “ricerca dell’autorizzazione”, una teoria dello psicologo e studioso Julian Jaynes in cui egli afferma che, dopo il crollo della mente bicamerale e la nascita ed evoluzione della coscienza, l’uomo non era ancora in grado di agire autonomamente senza i comandi delle divinità, e per questo ricercava proprio nei riti, nelle divinazioni, negli oracoli, etc., la presenza delle voci divine e la loro autorizzazione ad agire in determinati modi.


Quindi, in sintesi, la perversione agisce in quegli uomini che hanno più o meno il potere (inteso anche come sola volontà) per portare avanti delle ritualità che hanno come doppio fine implicito quello di: rigenerare i caratteri che le compongono e di portare alla mistificazione di quelli spostando la centralità dall’oggetto della ricerca alla ricerca stessa. Quest’ultima, però, non va intesa come quello stesso divenire e strutturarsi delle possibilità del flusso generativo; la ricerca del perverso va intesa come una volontà della coscienza (quindi il perverso non è nemmeno del tutto autonomo) di giungere unicamente al particolare assoluto che essa ha imparato ad adorare e a far ritornare continuamente alla mente del perverso, ma che, come già detto, non riesce e non può giungervi completamente poiché ciò porterebbe alla fine del desiderare stesso e quindi anche della ricerca che tiene in vita la coscienza e la mistificazione.


Il secondo tipo, invece, ovvero quello degenerato, non è, come ci si potrebbe aspettare, un essere che possiede una sorta di coscienza e di illuminazione su cosa siano il divenire e la natura stessa con i suoi flussi - ma questo non perché non li vive, ma perché egli rende conto della loro indeterminatezza e infinità, del fatto che siano un costante risultato di cifre, variabili, sfumature e percorsi diversi. Dunque, il degenerato non ha coscienza di cosa siano il divenire e la natura, ma della loro esistenza e operatività si.

Sia per questo e sia anche per il suo modo d’agire, il tipo degenerato può essere inquadrato nel flusso generativo della natura e dell’uomo stesso, in cui il primo agisce secondo tre direttive: quella egoistica esplicita, ovvero quella forma più istintuale e legata proprio al puro soddisfacimento e perpetuarsi delle proprie pulsioni; poi quella tabù implicita, ovvero quell’azione che da egoistica, riversandosi poi anche nella società e nel suo utilizzo come mezzo per appagare e sperimentare i propri desideri, finisce per divenire un comportamento e “un’essenza” caotica e disgregatrice delle sicurezze e credenze di una società; e infine la direttiva generatrice assoluta, dove il degenerato, al di là dell’esplicitazione dei suoi istinti e dello scandalo morale e psicologico della sua azione, fonda nella coscienza e nell’inconscio degli uomini e, dunque, anche nelle loro visioni e predizioni sul futuro, delle categorie e “geni istintuali” completamente nuovi e in grado di mutare, sotto ogni aspetto, la formazione e i caratteri dei singoli individui e delle società durante la loro evoluzione naturale e storica.


In sintesi, il degenerato è in grado di essere, più o meno volenterosamente, un agente virulento che non solo cerca di incanalare in sé e attuare quante più possibilità e variabili nel suo agire, sentire e pensare e di formare indirettamente la morale e i codici etico-psicologici degli uomini, ma è anche in grado di fungere da agente del flusso generatore naturale, il quale utilizza il degenerato per impiantare nel presente tutti quanti i componenti e le condizioni necessarie affinché si possano formare e creare quante più possibilità - e portare, così, a un surriscaldamento del sistema presente.

Il degenerato, quindi, non è da intendersi unicamente come un tipo che straborda e si discosta dai canoni di una determinata società - e, molte volte, quel tipo non è nemmeno un reale degenerato, ma quello che, in termini memetici, si definisce come un “fake schizo”, ovvero un essere che, come il perverso, ricerca nell’altrove solo un modo per soddisfare quell’assoluto da cui si è fatto adulare, ma che finisce poi per alimentare solo il sistema mistificatore e umano che accetta implicitamente pur continuando a credere e affermare di star uscendo da quello stesso sistema.

Nel tipo degenerato è presente, anzi, il carattere principale di tutto il divenire e della natura: quello di possedere sì delle strutture, ma che servono unicamente come impalcatura e portale per attivare e fondare delle nuove possibilità e futuri, per far sì che essi continuino a stimolare questo circuito e il calcolo delle immense probabilità dell’esistenza e del non-esistere - che è, appunto, proprio la dimensione di quel possibile che non si è ancora realizzato, ma che attende solo le circostanze adatte per formarsi e dissiparsi.

In termini meno speculativi e astratti e un po’ più pratici, il funzionamento di tutto ciò è simile a quello della fusione nucleare: due nuclei atomici leggeri vengono unificati per creare un unico nucleo più pesante e che liberi un’enorme quantità di energia.


4. Il Rapporto del Potere e dell’Arte con la Perversione e la Degenerazione

Senza tracciare una genealogia del potere, dell’arte e del rapporto fra i due, si possono comunque evidenziare e analizzare alcune componenti e dei rapporti impliciti e sistemici che non dipendono unicamente dalla dialettica del potere e dalla trascendenza dell’arte nelle varie epoche storiche; si tratta, invece, di componenti e rapporti che dipendono, ancora una volta, dai due flussi della natura: quello generativo e quello mistificatore, e che quindi regolano anche il rapporto del potere e dell’arte fra di loro e con la perversione e la degenerazione.

In questo caso, non vi è una così netta distinzione fra le due parti, poiché il potere e l’arte non possiedono delle caratteristiche tali da poterli scindere in due dimensioni non-comunicanti e che non si formano fra di loro; l’arte e il potere, così come tutte le altre espressioni e tensioni umane, sono due dimensioni dal medesimo valore ontologico, ovvero quello di non prevaricarsi l’un l’altra e di essere due portali per accedere al mondo delle possibilità e far sì che esse si concretizzino e riorganizzino nell’avvenire. Più semplicemente, la distinzione fra il potere e l’arte nasce, oltre che dai mezzi, anche dai tipi che incarnano una di queste due dimensioni, e dunque del loro ruolo di perversi o di degenerati, ponendo così fine alla distinzione netta fra cosa sia il potere e cosa l’arte. Non si pensi, dunque, che un Monet, un Caravaggio e un Duchamp riescano a vedere e presentire i misteri e il vuoto dell’esistenza solo perché artisti, mentre ciò è a priori negato a un Alessandro Magno, un Ivan IV e un Eliogabalo. In questo senso, non tutti gli artisti e gli uomini di potere sono veramente dei veggenti e dei genii (inteso come uomini al di là dell’umanità e del tempo stesso), ma spesso trattasi di uomini che hanno incarnato talmente tanto degli specifici tipi di assoluti da non poter vedere ciò che li ha generati - e non poter, così, andare al di là.


Questo è lo schema in cui si vanno a inserire e operare i perversi e i degenerati.

Nel caso dei perversi il fine non è solo quello di ricercare il loro assoluto e di alimentare, senza mai portare a compimento, quella stessa ricerca, ma hanno come fine anche quello di creare e mantenere un proprio dominio sulla realtà e su quella a venire. Un dominio esistenziale e anche “profano”, ovvero atto a creare un controllo sulle realtà sociali, politiche, culturali e psicologiche di un determinato tempo.

Per il perverso, dunque, pur esistendo una dimensione metafisica e speculativa in cui i suoi desideri prendono una forma compiuta e da dover raggiungere, comunque vi è sempre una distanza incolmabile fra l’infinità di quei desideri e il loro incarnarsi nel reale. Si crea, così, un paradosso: nel ricercare l’infinito il perverso contempla unicamente una frazione di quello e, soprattutto, del circolo di desiderio-soddisfazione che ha creato artificialmente.


La figura del perverso si trasforma così, per intenderci meglio, in una sintesi fra il Prometeo incatenato e l’Io fichtiano, che fonda la propria azione sulla sua infinità ed eternità senza mai raggiungerla. 

Si forma così una ricerca in cui il soggetto dell’intero agire ed esistere non è più il perverso, che diventa un oggetto finito tendente all’infinito, ma quel dominio del reale in cui trovare e creare le forme dei desideri e dell’assoluto. Ma, fondando la propria azione e il proprio divenire solo su ciò, il risultato è che si scambiano quelle forme, quei simulacri dell’infinito per l’infinito stesso. 

Nel caso dei degenerati, invece, il potere e l’espressione artistica non hanno realmente un valore in sé, né tantomeno ne acquisiscono alcuno - poiché non esistono delle particolari forme da ricercare e ricreare e nemmeno dei desideri da dover sacralizzare e idealizzare per poterli sentire ed esprimere in una forma più appagante e compiuta.


Il degenerato non è che non conosce e non sfrutta il valore dell’opera politica o di quella artistica, non rigetta il dominio delle idee o quello delle forme, ma non percepisce e non pensa i suoi propri desideri e la realtà da essi creati come legati fondamentalmente al dominio e/o alla forma.

In sintesi, l’assenza di un fine, di un’illimitatezza che deve essere ridotta a limite calcolabile e formulabile per essere appagata, all’interno della mente del perverso, ebbene sono entrambe delle assenze che nel degenerato non creano né una ricerca dell’infinito e di una sua antitesi che serva per mantenere in vita le richieste e le perversioni del perverso, né, dunque, una distinzione fra le perversioni e un loro significato esterno al soggetto che le vive e di cui necessita.


La mente del degenerato è per sua natura un’ambivalenza, poiché da una parte è profondamente e intimamente nichilista, ma dall’altra è anche una pura forza che vive pur senza gli artifici e le simulazioni del significato e dell’idealizzazione. Si potrebbe parlare, in termini psicologici, di una mente bicamerale in cui le voci divine rivivono come comportamenti e desideri radicali, distruttori e creatori; in termini filosofici, si potrebbe fare un paragone con l’estrinseco, assoluto e nullificatore Unico di Stirner, il quale considera ogni forma e ogni identità come un nulla, e su quel nulla fonda proprio la sua causa che utilizza e, potremmo dire, infetta per creare ciò che profondamente crea, nella mente, una determinata identità.

In questo senso, quindi, il soggetto e l’oggetto, il degenerato e il suo desiderio, sono un tutt’uno, divengono un puro oggetto che contiene in esso stesso il soggetto, ovvero un essere dotato di certe forme e tendenze, ma che, in questo caso, ha come essenza il divenire, e quindi la continua trasformazione e assenza di essere. In altre parole, se nel perverso il rapporto è quello di oggetto (perverso) sottomesso al soggetto (desiderio), qui non esiste alcuna gerarchia e divisione, ma vi si trova quel carattere proprio del flusso generativo della natura, ovvero quello di creare delle forme che, oltre a essere un’emanazione di forme e possibilità future, sono già esse stesse improntate verso la creazione di qualcosa di nuovo e di non ancora pensato.

Il talento fa quello che vuole, il genio fa quello che può, e appunto nel degenerato il genio fa solo quello che le possibilità, che si presentano in una determinata realtà e tutte quelle ancora in divenire, rivelano al corpo e dunque ai desideri del degenerato.


In ultima analisi, se nel perverso questo rapporto fra egli e il desiderio è influenzato anche da una paura del perverso di perdere il carattere del dominio e del controllo, nel degenerato, invece, non c’è via di scampo, non ha la facoltà e l’intenzione di uscire fuori dal flusso delle possibilità e del loro auto-avverarsi - ma questo non per un qualche tipo di cecità della coscienza, ma, anzi, è proprio per quella che si potrebbe definire come un’ipercoscienza che il degenerato non può svincolarsi dall’osservare, dal presentire e dal vivere le particelle del possibile e le loro costanti fusioni.

A quanti è permesso essere come un Trakl, un Bene, un Satie, un Charms, un Urmuz, un Caligola, un Napoleone?


La Degenerazione non è un Pranzo di Gala

5. Conclusioni 

“Pier Paolo, ma in quel tuo film a cui tutti hanno urlato allo scandalo, come si chiama…Salò o Le Centoventi Giornate di Salò o qualcosa del genere su, ecco ma, era davvero tutto necessario? Ma dico proprio tutto eh.” “Ma non solo era necessario, era doveroso, si scandalizza solo chi non sa guardare e vivere la realtà, chi si nasconde e sghignazza dietro le maschere del potere e del controllo borghese.”

“Pier Paolo, ma quindi tutte quelle scene tremende, sadomaso e crude, pure la merda da mangiare…ma servivano solo per criticare il potere, le ipocrisie del potere e la sua oppressione della libertà in cambio della piena potenza? Non potevi farlo più direttamente e cinicamente?”

“Ma non è quello il punto…mi servivano tutti quanti quegli aspetti, volevo che esistessero anche lì come esistono da sempre in me. Mi sembra che ti scandalizzi più per la merda che per il resto, ma te lo spiego subito: ho bisogno di assaggiare tutti i nostri scarti, le nostre debolezze e depravazioni; è nella sozzura che si trova la realtà, come fra le borgate romane o i culi dei ragazzi” 

“Pier Paolo, ma quindi a te piaceva tutto quello che è stato fatto in quel tuo film? Tutto tutto?”“Non è che mi piacesse, lo desideravo soltanto, ne avevo bisogno, così come la mia indipendenza, che è la mia forza, implica la mia solitudine, che è la mia debolezza. Poi sul potere…quello è tutto un discorso causato non dai misteri dell’esistenza, ma dai limiti ciechi e balordi imposti da chi non si vuol buttare nell’oscurità e nell’avventura.”

“Va bene Pier Paolo, fai come vuoi.”

“Ma ti dico che non posso, io mica volevo morire quel dì al Lido di Ostia, ma mi toccava.”

“Jeff, ma sei così sicuro di voler imbrigliare quanti più uomini e donne di potere e d’influenza solo per portare avanti i tuoi interessi e desideri più intimi?”“Ma è da sempre stato quello il piano. Non mi sarei mai esposto così tanto per un semplice vizio. Il punto era capire dove il desiderio degli uomini diventa debolezza, dove la vergogna diventa ricatto, dove il corpo degli altri può trasformarsi in potere. E io ero disposto a usare tutto questo.”“Ma con tutti i soldi e i contatti che ti ritrovi, ma non ti basta usare quelli e accontentarti di una vincita sicura?”

“Ma a che mi serve così poco potere quando posso ottenerne molto di più? Con un piccolo sacrificio, con il piacere che quel sacrificio mi dà sapendo che è la porta per ottenere la potenza che mi serve per i miei piani.

Lo sai, per me e il mio popolo è sempre stata una lotta, un confronto e uno scontro con Dio faccia a faccia; non mi sottometto a lui, se sta con me bene, altrimenti farò da solo - e cercherò di superarlo.

Giacobbe è il mio più grande ispiratore, e quelli che dicono che io sono il demonio…chiunque vuole controllare la Creazione deve ribellarsi al suo creatore e ai suoi dettami per poter ottenere il potere.”“Ma quindi, tutte quelle ragazze, i rapimenti, la gente famosa e importante coinvolta…non serve a nulla?”

“Serve solo finché servono, quando diventa puro gioco non c’è né divertimento né un guadagno vero, ma solo un tormentoso rischio inutile e tremendo…”

“E che ci vuoi fare con tutto quel potere, poi?”

“Che ci devo fare? Devo per forza farci qualcosa? Mi piace così com’è…mi basta per quello che è, così come tutto quello che può farmi gustare altro potere.”


La Degenerazione non è un Pranzo di Gala

Commenti


© 2025 L' Idiot All rights reserved

bottom of page