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Il Grande Fiume


Idiot Digital x Fabricio Brambatti

Brasil Impossivel


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La morte sul fiume 

Qualcuno racconta che in un tempo tanto lontano da non poter essere ricordato dalle acque del Grande Fiume nacque Morte.

In mezzo ai pesci che nuotavano felici, e agli ami dei bambini che quella felicità cercavano di rubare, apparve Morte.

Nacque adulta, inesorabile, consumata da una vita che non aveva vissuto ma che portava in sé come una lezione ascoltata mille volte, mille volte appresa.

Emerse dalle acque e si guardò intorno. Vide tante cose belle. Una lussuria di verde, villaggi in cui si sorrideva così, senza un perché, un carnevale di vita sotto i raggi luminosi del Sole.  

Decise che quella sarebbe stata la sua nuova casa. 

Ovunque posasse il suo sguardo, le cose si trasformavano.

Il verde non brillava più nella luce del giorno; i fiori per la prima volta si piegavano schiacciati dal peso dei petali; le case ascoltavano come un’eco il silenzio che un giorno le avrebbe abitate. 


Morte camminava per i villaggi, tendeva la mano gentile portando in dono tutto ciò che aveva: la Fine e con essa una bellezza prima sconosciuta.

Fu allora che il Grande Fiume divenne davvero il Grande Fiume: l'unico luogo in cui la vita non esisteva nonostante Morte, ma grazie ad essa. Con lei aveva stretto il patto segreto da cui ogni cosa nasce. 


La foresta partorì nuovi figli, specie vergini che la esploravano sorridenti e grati. Il Sole non volle più tramontare e rubò le ore alla Luna. Ora il suono del carnevale viaggiava per l’aria e si perdeva nell’oceano, la vita cantava a festa.

Eppure, proprio quando tutto ricominciò a splendere di una Luce accecante, imparò anche a tremare. Gli arrivederci cominciarono a suonare come addii. Nei villaggi ogni partenza sembrò negare la promessa del ritorno.

Tutte le cose rivelarono come un segreto inconfessabile la propria fragilità e sembrarono potere spegnersi per sempre, diventando degne di essere perdute.

La fine appartiene solo alle cose amate.


Sul fiume, da quel giorno, nessuno poté fingere che Morte non ci fosse. Camminava tra le case, sedeva imponente sulle rive, si aggirava per i sentieri della foresta calpestando le orme lasciate dagli uomini.

Non osavano guardarla negli occhi, lo sguardo basso, inchiodato a terra. Ma era impossibile non vederla.


Idiot digital x Fabricio Brambatti

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Crianças selvagens


A Veraluz la morte e il male per molti non sono una scelta. Li impari come impari a respirare.

Per i vicoli incontri crianças selvagens - bambini selvaggi - che ancora non hanno peli sul viso ma portano già il peso del ferro nelle tasche, pronti a fare click al primo segnale storto.


I loro padri non abbassano più lo sguardo prima di mentire - "Ormai non siete più meninos!". È così che imparano che l'infanzia è finita. Chi ha da mangiare la sera si siede a tavola imperturbabile, qualunque cosa accada. Non distingue più il rumore dei fuochi d'artificio da quello dei colpi di pistola.

Ogni mattina il Sole si alza in cielo come se nulla fosse, come se qui non fosse mai successo niente. Le colline galleggiano sopra un mare di tetti di lamiera, illuminate dal riflesso della luce sul metallo che fa brillare il loro verde tropicale. Le antenne si sciolgono nel caldo, piegate dal vento che sale dall'oceano. Le case in equilibrio precario sembrano poter inciampare da un momento all'altro.

Nei vicoli: odore di calce bagnata, carne fritta, corpi sudati, cani pulciosi, polvere da sparo. Tutto promette festa. È sempre tempo di Carnaval. Un carnevale, per ricordarci che il mondo non smette mai di marcire e di splendere. I tamburi che accompagnano il ritmo delle sirene, riflesse nelle paillettes dei ballerini; i cori che esplodono e si accordano alle grida lancinanti di chi muore nei vicoli. Perché? Perché non potrebbe che essere così.  

Di notte i fari delle auto accendono per un attimo il silenzio. Sembrano lame, tagliano il cielo e aprono ferite da cui sembra poter arrivare qualcosa. Qualcuno alza gli occhi, trattiene il respiro, aspetta una risposta, qualunque risposta. Una grazia, un miracolo, un elicottero della polícia Militar. Ma è soltanto altra luce artificiale, che scivola lungo i muri e va a morire nel fiume nero.


E i cachorros - i cani - ovunque. Sono i bambini puri di questa città, di tutti i posti del mondo in cui il Male prospera come una brutta notizia di cui non si vuole parlare, libero di operare nel silenzio. Dormono sulle scale e ringhiano alla notte, mangiano quando possono.

Cristo allarga le sue braccia e sembra chiamarli a raccolta. È là per loro, sì, i suoi figli persi nei vicoli. 

Anche lui ha il ferro nascosto sotto la tunica, perché tra queste foreste e questo oceano sopravvive chi accetta di sporcarsi le mani, gli altri durano poco. Il Bene, se non preme il grilletto, viene schiacciato tra le mura dei bairros.

Nascondere il proprio volto puro e ingenuo, imparare a stare zitti e non farsi scappare parole troppo morbide, fingere di non essere bene: sempre, sempre, sempre.


Cristo non veste di bianco. È il Sole che inganna, lo illumina della sua luce trasparente.

Questo Sole che regala senza risparmiarsi mai, dall'alto della sua estraneità - lui può, sì, alto, intoccabile, imperturbabile, non vede questa vita sporca che si insudicia nei vicoli.

Cristo è grigio. È ricoperto di polvere da sparo, guardatelo bene.


Nessuno, come gli abitanti di questa città, è capace di riconoscere la bellezza e la vita. Le fiutano come un odore dimenticato, un uomo che sappia ricordare una casa senza averne mai visto nemmeno le mura. Lo sanno e basta.

È un privilegio che spetta a chi brucia nel mondo delle cose che finiscono. Dove tutto può spegnersi nel secondo che divide un respiro da quello successivo, che non arriverà.

E ogni violenza, tutto il Male, a un tratto sembra soltanto una lunga deviazione. Per arrivare dove? Una traccia oscura dentro un disegno più grande, una strada che non siamo ancora capaci di riconoscere.

Ogni tradimento, ogni bugia, ogni sacrificio per sfamare le bocche, tutte le volte che ci si immerge nel fiume nero, col rischio di non ritrovare più la riva. Ritrovare qualcosa, che cosa?


Amore. Ma il nostro è solo il nome più povero che abbiamo, tra tutte le monete la meno preziosa. Se il desiderio non è tendere verso qualcosa, ma iniziare a sentire il vuoto che lascerà. Quando smettiamo di voler possedere, ci viene richiesto soltanto di lasciare che tutto il resto cada: come intonaco vecchio, la pelle morta, come le maschere che il mattino dopo la festa restano sull'asfalto, senza un volto a riempirle.

Salvezza. Ma qui crederle costa troppo. Dove andiamo non lo sappiamo.

E si balla, si ride, si beve, si uccide. Si fa festa, si fa il carnevale, per non rimanere nel silenzio che come un buco nero ci risucchia.

Qualcuno dice che il fiume conduca al mare, ma nessuno ha mai visto la sua foce. C'è chi giura di non avere mai visto nemmeno il suo corso, se non in sogno.


Ma c'è - c'è! - si sente lo scorrere delle sue acque tra i vicoli.

Certe notti, se si tende abbastanza a lungo l’orecchio, chiama ciascuno con il proprio nome. Conosce il giorno in cui ognuno di noi farà ritorno alle sue acque, lasciando alla corrente il peso di ciò che ha portato per una vita sulle spalle.

Il fiume ci conosce da sempre. È il silenzio da cui siamo stati espulsi tanto tempo fa, esiliati abbastanza lontano da poter desiderare il ritorno. Verso cui continuiamo a tornare senza accorgercene, per il tempo di una vita. Lo sfioriamo nei corpi, nelle case e nelle preghiere, nelle città che costruiamo e in quelle che distruggiamo. 


Alla fine rimane solo la sua curva nera, laggiù, che raccoglie tutto e tutti. Dove vanno a finire le cose. L’acqua che raccoglie i corpi e il loro sangue caldo, le preghiere e le pistole, le speranze e i silenzi dietro cui ci difendiamo. Le trascina giù, sul fondo, dove ogni nome si perde. Resta soltanto ciò che c'era prima: acqua e silenzio.


Tutto ciò che il mondo sporca, il fiume lo riceve. Tutto ciò che il tempo indurisce, il fiume lo scioglie. È dove la vita smette di difendersi. Come una madre, accoglie senza scegliere.

Il Grande Fiume è Donna.  


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