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Il Brasile sanguina colori

Idiot Digital x Fabricio Brambatti


Il Brasile sanguina colori. 

Nel 1971, con "Le vene aperte dell’America Latina", Eduardo Galeano raccontò il suo continente come un corpo attraversato da ricchezze che per secoli erano state estratte, prosciugate e trascinate altrove. In quelle vene sanguinava un’intera storia politica ed economica, la storia della conquista e dello sfruttamento. 


Fabrício Brambatti decide di seguire quelle vene fin dentro la vita più intima del suo Paese. Ne assapora tutto, non rinuncia a niente. In Brasil Impossível, le vene della storia continuano a pulsare, certo, ma con una dimensione più umana: riaffiorano nei corpi, nella danza, nel pianto e nella violenza della vita quotidiana. Il Brasile viene aperto, esposto. La ferita diventa una prospettiva esistenziale da cui ammirare il mondo.

Le fotografie tremano. Tremano anche quando entrano nel movimento della cinepresa, come se l’immagine non riuscisse a contenere ciò che ha davanti. In ogni fotogramma si avverte il sacrificio della compostezza in nome dell’espressione. I colori esplodono come colpi di pistola, emanazioni dell'intimità di un mondo, non più ornamenti di una foto. Il turchese dell’acqua, il verde che avvolge i corpi umidi, il rosso che incrina la delicatezza, che entra nella carne e affiora dove la vita si confonde con la violenza. 


La verità, sembra dirci Brambatti, comporta dolore, ma bisogna guardare, sopportare il peso di ciò che vediamo senza distogliere lo sguardo. È il dolore volontario della veridicità, la scelta di rimanere davanti alla ferita abbastanza a lungo da impedirle di scomparire.

Eppure queste immagini non consegnano la vita alla disperazione, anzi. In esse continua ad affiorare una bellezza ostinata. Pura anche se febbrile. Innocente come solo i bambini sanno essere. Una bellezza che non guarisce la ferita né pretende di redimerla ma le restituisce un corpo, una luce: il Brasile.


Il Brasile sanguina colori.

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