La vera fine del fascismo
- Andrea Granato
- 4 giorni fa
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Quando finirà il fascismo, inteso come precisa forma mentis storica, cultura simbolica di vita?
Se ancora oggi, nel 2026, ha senso porsi questa domanda è perché il fascismo è vivo e vegeto, tutt'altro che nascosto. Per vederlo in faccia - sempre che lo si voglia davvero - basta attraversare certi quartieri, frequentare alcune piazze, locali e stadi di Roma. La si potrebbe persino definire una sotto cultura in espansione sul piano sociale, politico ed economico.
Ma com'è possibile questo a ottant'anni dalla morte del suo fondatore, se è vero, come diceva Montanelli, che "il fascismo è Mussolini e la storia del fascismo è la storia di Mussolini"?
Intanto, una parte della sinistra - quella che si ritiene più civile dell'opinione pubblica - si scervella sul perché un movimento studiato sui libri di storia sia tornato così “cool”, addirittura di moda tra i giovani.
L’altra parte, animata dalla stessa pretesa morale ma più sbrigativa, sembra invece concentrata soprattutto a combattere e reprimere un fenomeno sociale che nega a priori. Non riesce - o non vuole, il giudizio spetta ad altri - a comprendere ciò che sta alla radice della questione, e dunque nemmeno a formulare soluzioni realmente efficaci. A parziale discolpa di entrambe si può dire che la questione: “perché il fascismo sia oggi cosi magnetico proprio nel paese che ha lasciato nella miseria più nera" non è una domanda semplice.
Bisognerebbe forse cambiare lo sguardo, sviare dall'abituale spiegazione di stampo materialista: "Il fascismo ancora oggi usa l'inganno, la corruzione e la forza bruta", si dice, dimenticando che il problema è capire proprio il perché una tale violenza venga sostenuta e legittimata da un crescente consenso popolare... il perché questa visione del mondo torni oggi a conquistare qualche cuore a scapito delle altre, rivelandosi più contagiosa nel nostro paese del nichilismo neoliberista, delle religioni tradizionali e delle fedi politiche di Sinistra, per non parlare di quella democratico-repubblicana? Ecco: a me, giovane osservatore di giovani, su questa faccenda viene in mente una parola precisa: Romanticismo.
Non è una cosa da dire a cuor leggero; riconosco il rischio di essere frainteso e me ne assumo ogni responsabilità. Credo però che l'essere oggi governati da certe figure tragicomiche possa servire anche a comprendere meglio il successo del fascismo nell’anima del popolo italiano. Si ripete, infatti, ciò che non si è capito fino in fondo...

Romanticismo, dicevo. Parlando fuori dai denti, oso ammettere che il fascismo per molti individui fornisce tutt'oggi uno scenario di senso più allettante delle sue alternative tecnologiche, socialiste e confessionali.
Mi spiego meglio: chi li conosce almeno un po' (e io ho avuto l'occasione di avere in amicizia qualcuno) sa che i fascisti conservano una certa tensione alla trascendenza, per quanto distorta possa essere. Credono ancora in un vincolo ideale che consente loro di oltrepassare l’io individuale e accedere a un corpo fraterno - vedasi il cameratismo - in una missione capace di unirli e per la quale sono disposti persino al sacrificio personale; cosa che oggi, comunque la si pensi, è rara.
Essa consiste nel purificare il Paese dal Male (certo, il loro traviato concetto di Male: la sinistra, il povero, lo straniero, l'Altro in generale), trasmettere le proprie credenze tramite un'azione missionaria di proselitismo (propaganda) e diffondersi ovunque per tutto uniformare a sé, con le buone o con le cattive, con la parola, i soldi o le mani.
Questo scopo esistenziale, questo senso ultimo attribuito alle loro vite dentro il movimento della Storia, questo perseguimento in prima persona di un Ordine futuro - confortato da una tradizione di precursori ritenuti illustri, da D’Annunzio a Marinetti, da Gentile a Pound, rivendicati in modo più o meno strumentale - produce un'esaltazione molto gradevole, da cui l'essere umano trae un piacere difficilmente eguagliabile: una sorta di estasi (da "ex stasis", stare fuori di sé, oltrepassarsi, un desiderio antropologico oggi pressante e surrogato in innumerevoli modi, dalle droghe al post-umanesimo).
Il punto è che l’uomo non vive di bisogni materiali. La sua vera natura è anche- soprattutto- pensiero, ovvero tensione verso un ideale infinito, conformazione a un modello supremo che lo accompagni verso lo zenit della Realtà: persino l’uomo che meno pensa a Dio resta, in fondo, un pellegrino dell’Assoluto, un ricercatore di vie di perfezionamento nelle quali il conflitto, la sofferenza e la morte acquisiscano un significato profondo.
Dobbiamo metterci in testa che questa ricerca di senso non è fanatismo o estremismo, ma il più radicale bisogno della specie homo sapiens: la traccia sotterranea di tutta la sua vita in divenire, la fonte della sua forza e dei suoi progetti. Il motivo per il quale ci si alza la mattina dal letto e senza il quale l’essere umano si deprime, si vuota, muore prima dentro e poi fuori.
Per i fascisti, com’è noto, il modello da cui lasciarsi assorbire è il Duce: figura posta al vertice, talvolta accostata a simboli divini come il Sole o il Leone, dalle cui gesta trarre ispirazione e alla luce delle cui parole interpretare la propria esperienza. Il fascismo si presenta così, ancora oggi, come una vera e propria religione politica: non solo rappresentata, ma “finalmente” vissuta. Ai suoi seguaci promette un afflato di superamento della propria chiusa esistenza borghese, qualcosa che pochissimi oggi sembrano saper offrire, ma senza cui non è più possibile suscitare vero entusiasmo né ottenere il consenso di un popolo diventato, giustamente, sempre più scettico.

In breve io credo che il fascismo sia capace di dilagare perché conserva ancora più elementi messianico-iniziatici di qualunque altra proposta politica.
Il fascismo te lo dice, te lo promette (se mantenga o meno, è un'altra faccenda – pericolosa e incisiva ma da approfondire solo più tardi); denuncia a ragione che la pace di cui godiamo è finta, vigliacca, attaccata al comfort e annuncia la guerra come pieno dispiegamento delle energie rattrappite.
Cosa vera e giusta, se per guerra si intendesse quel perseguimento esaltante di un obiettivo supremo e il superamento di tutti gli ostacoli che vi si frappongono (che vita è, infatti, quella che non tenda a nulla di incondizionato?). Che poi questa dinamo virile non la si usi per sradicare la violenza da dentro di sé, come ci è stato insegnato da duemila anni, né per fronteggiare l’oligarchia di poche centinaia di persone che oggi detengono tutte le più grandi aziende del mondo (il vero totalitarismo del dopoguerra, diceva Pasolini), ma la si scateni soltanto contro il bersaglio immobile dei poveracci indifesi, è la degenerazione vile e orripilante di un impulso originariamente sano.
D’altronde oggi, come ai suoi esordi, il fascismo si presenta come una reazione vitalistica al nichilismo. “Viva la morte”, proclama uno dei suoi motti principali: perché proprio nel faccia a faccia - coltello tra i denti - con il nostro destino ultimo questa ideologia intravede una posizione spirituale più forte della rimozione della morte operata dall’homo consumens, dell’alienazione di una vita tiepida e svuotata.
Dunque, pur presentandosi come una mistica della morte e della guerra, il fascismo resta pur sempre una mistica: un percorso intimamente trasformativo, capace di promettere ai suoi seguaci più vita. Ed è per questo che, a mio parere, oggi potrebbe tornare a sedurre con enorme facilità. Lo si ripete: non si vuole difendere il fascismo, anzi. Il tentativo è proprio quello di comprendere quali elementi del suo movimento continuino a renderlo affascinante per le nuove generazioni, così da potergli opporre alternative valide e altrettanto magnetiche.
Le Sinistre, come tutte le correnti politiche contemporanee, al contrario hanno abdicato a ogni discorso sul nostro destino ultimo, sul senso profondo, passionale, della vita e della sua misteriosa cessazione; soffrono di una carenza terribile di concretezza erotica; professano idee per le quali non riescono non dico a cambiare lo Stato, ma neanche superare la propria privata scombinatezza, le divisioni, la pigrizia e i vizi; biascicano parole vagamente attinenti alla giustizia sociale sganciata dalla libertà, alla fratellanza scollegata dall'amore in primo luogo per se stessi; propongono come traguardo esistenziale la noia della sazietà dei desideri carnali in un panorama materialistico-edonista asfissiante, ottocentesco, del tutto simile a quello del loro antagonista americano, quasi che lo scopo del nuovo proletariato fosse diventare la vecchia borghesia...

Non sanno più rispondere a nessun “perché”, se non rappresentandosi il mondo come un puro gioco di forze: una specie di noiosissimo flipper in cui, in quanto minoranze, si ritrovano sempre sconfitte in partenza. Ma non è forse questa un’impostazione di pensiero semplicemente masochista? Se lo mettano in testa una volta per tutte: il mondo non è così, e l’uomo nemmeno. C’è molto, molto di più - grazie al Cielo.
Almeno negli anni Sessanta e Settanta i temi dell’Eros (Marcuse), dell’Inconscio (Fromm) e dell’esplorazione degli stati di coscienza (Ginsberg) erano stati parzialmente accolti nel loro orizzonte: ebbene, sono riuscite a tornare indietro di settant'anni queste Sinistre, cenere che non risorge perché incredula nella resurrezione: una prospettiva non proprio allettante per un giovane che vorrebbe prendere il Futuro a morsi. Queste caratteristiche si riflettono, dolorosamente evidenti, nell'evanescenza delle organizzazioni e nella mollezza dei corpi in una combinazione letale per ogni progetto di iniziativa storica.
Per concludere senza lasciare inevasa la domanda iniziale - quando finirà veramente il fascismo?
La vera fine del fascismo arriverà forse solo quando le nuove forze politiche, da sinistra a destra, sapranno finalmente riconoscere queste tensioni profonde senza lasciarle marcire nelle forme più cupe della nostalgia, dell’odio e della violenza. Quando sapranno appropriarsi del bisogno umano di appartenenza, trascendenza, sacrificio, bellezza e destino comune, non per piegarlo al culto della forza o alla persecuzione dell’Altro, ma per trasformarlo in qualcosa di più armonioso, più libero e dunque più effettivamente vitale.
Va fatto capire che solo l'esperienza vissuta della Vita, dell'Amore e della Morte nelle loro infinite forme possono infiammare gli animi degli esseri umani di questo tempo; che solo promettere e far toccare con mano questo possa dare credito a qualsiasi proposta - specialmente politica – in quanto solo questa è ciccia, mentre tutto il resto evapora al sole come ciarpame astratto e ideologico, forma mentis rigida e unilaterale già esplosa nel Novecento: e tutto ciò il popolo, se non lo lascia affiorare alla coscienza, lo sente comunque benissimo.
In questo scacchiere politico che è, e continua ad essere, una guerra di religione, cioè fra visioni del mondo e dell'esistenza diverse, la carta vincente potrebbe essere puntare tutto e riorientarsi in toto, con la mente, col cuore e col corpo, verso una Politica della Vita, una vita palpitante, evidente al primo sguardo, esaltante, gioiosa e non distruttiva né tantomeno auto-distruttiva, di cui tutti possano fare almeno una piccola esperienza quotidiana.






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