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Figli della FOMO

Figli della FOMO

Io fisso le persone. No, non è l’entrata a effetto da poeta maledetto che meritate, è soltanto la realtà. Qualsiasi persona mi conosca, prima o poi, lo nota e cerca di mascherare il fastidio o l’imbarazzo: fisso la gente per strada o in qualsiasi altro luogo io sia. Ho sempre cercato di restituire alle domande piccate in merito una risposta cinematografica.


 Una roba tipo “immagino le loro vite” o “memorizzo i volti”. Come se potesse davvero servirmi per chissà quale astruso esperimento artistico. Stavolta, però, non sarà un discorso barocco e stucchevole a esaurire i dubbi sul perché io non riesca a distogliere lo sguardo dalla gente. Quello è letame per chi non riesce ad arrendersi alla banalità della vita. La mia verità è tanto scadente quanto necessaria per addentrarci in un nuovo ginepraio di riflessioni. Alla risposta ci sono arrivato lentamente, soltanto dopo aver imparato a farmi bastare le soluzioni semplici, pomata miracolosa per le esistenze tormentate. 


Cercavo di dare un significato alto, come spesso mi capita, a un gesto profondamente istintivo. E per qualche tempo l’ho prima demonizzato e poi esorcizzato per cercare di disfarmene, come i peggiori (o migliori) vizi. Poi l’ho capito: io cerco solo un po’ di me stesso negli occhi degli altri, niente di più. E non nel senso di scoprirmi attraverso gente estranea. Cerco di ritrovare nello scambio degli sguardi i miei disagi. Allora mi pare tutto più chiaro: voglio solo qualcuno che condivida tempo e spazio con me per pochi secondi. Per sentirci meno soli. E anche se questo può sembrare a tutti gli effetti uno sproloquio barocco, basta spogliarlo per coglierne immediatamente il succo. Io ho cercato e continuo a cercare gli occhi degli altri per non sentirmi solo nella centrifuga impazzita della mia vita. 


Soltanto ora mi accorgo di quanto, se generalizzato a mestiere, in questo discorso possa riconoscersi un’intera generazione. 

Siamo quelli della socialità, c’è poco da girarci intorno. Mai nella sua storia l’uomo aveva avuto a disposizione tanti mezzi per creare relazioni interpersonali. Eppure non siamo mai stati così soli. Hai scoperto l’acqua calda, potrebbe asserire più di qualcuno dopo una frase del genere. E in effetti non scopro di recente la nostra profonda solitudine, ma il rifiuto patologico di quest’ultima e i tentativi di non accettarla, quelli sì.   


Figli della FOMO

Che poi potrebbe essere anche una buona pratica quella di non arrendersi alla propria condizione, ma beato chi ne trae giovamento. Il problema è che, per la maggior parte delle volte, i metodi a cui ci affidiamo sono errati. Siamo quelli della FOMO e non starò qui a darvene una definizione, altrimenti mi mettevo a scrivere una rubrica per i vostri genitori. A un certo punto tutti hanno cominciato ad autodiagnosticarsi questa non meglio definibile patologia sociale: la paura di perdersi qualsiasi cosa ci stia accadendo intorno. 


E proprio come l’epidemia di finti ADHD, tutti hanno cominciato a usarla come bussola o alibi per le proprie azioni sociali. Ci siamo tutti convinti che per sentirci meno soli e per minimizzare i faccia a faccia con i nostri complessi dobbiamo partecipare a tutto quello che succede intorno a noi. Essere parte attiva di tutte le questioni del mondo. Il punto è che se credessimo davvero in quello che facciamo, tutto questo avrebbe un senso. Non lo ha perché non facciamo mai davvero qualcosa per essere, ma per esserci. E fa tutta la differenza del mondo. Con le mode del momento non c’entra nulla, perché qui non si tratta di assecondare usanze passeggere, ma del sentirsi legittimati soltanto nel momento in cui partecipiamo.


Figli della FOMO

Non è una partecipazione attiva, anche se può sembrarlo. Subiamo e scegliamo di abbracciare ciò che subiamo per paura di non essere riconosciuti, di non sentirci parte del gioco. Se qualcuno ha già pensato, tanto per essere originale, di dare la colpa ai social, può già fare marcia indietro. L’iperconnessione è soltanto la punta dell’iceberg, al di sotto ci sono le scorie di generazioni che la storia non l’hanno fatta in alcun modo, l’hanno soltanto ereditata. E pur di convincersi di essere saliti sul grande carro degli eventi o dei movimenti che hanno segnato epoche hanno cominciato a spacciare per buona robaccia che ti assuefà per cinque minuti e poi ti restituisce depressione e ansia sociale. Nessuno si faccia venire in mente di accusare queste righe di sentimento anti aggregazionistico. Sia chiaro, stiamo parlando esattamente del contrario. Che sia ideologica, politica, di puro svago, abbiamo la necessità di ritrovare aggregazione animata da uno slancio vero, non da finti sentimenti di appartenenza dettati dalla carenza di individualità abbastanza forti da poter affrontare sé stesse. Il punto è tutto qui: nessuno vuole rimanere solo. I motivi sono per lo più sociali, lo abbiamo già ampiamente approfondito in un episodio precedente. 


Siamo schiacciati dalle aspettative, dal grande occhio che ci ha convinto di dover correre più veloce degli altri. Proprio per questo da soli non ci possiamo stare, perché altrimenti dovremmo fare i conti con noi stessi e con le ansie che questa giostra ci ha messo sul groppone. Proprio per questo abbiamo bisogno di dire la nostra su qualsiasi cosa, per non sentirci inferiori, per non sentirci al di fuori del meccanismo. 

Il problema non è soltanto nostro, ma anche delle cause. Per intenderci: abbiamo deciso di essere parte di talmente tante cose da averle svuotate di significato, una a una. La partecipazione, in qualsiasi ambito, è tendenzialmente un buon indicatore. Non in questo caso. Lo standardizzazione e la ciclicità dell’adesione agli eventi del nostro tempo (n.b. per eventi non intendiamo mai qualcosa di necessariamente fisico) ha oscurato le motivazioni dell’adesione stessa. Per farla semplice, tutti partecipano in maniera meccanica da non sapere più perché partecipano. O per lo meno, da avere le idee piuttosto confuse. Proprio per questo la maggioranza si limita a partecipare e basta, i motivi lasciamoli a chi si occupa di seghe mentali.  


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C’è poi il tema della costanza già citato in precedenza. Non ci diamo neanche il tempo di sedimentare le idee, di concretizzare la nostra partecipazione e renderla reale, che è già tempo di passare ad altro. C’è sempre qualcosa degno di maggior attenzione che sta per accadere. C’è sempre un nuovo capitolo della storia che non possiamo assolutamente perderci. Di fatto stiamo soltanto esaurendo le endorfine che la novità ha sprigionato nel nostro corpo e non vogliamo lasciarle andare. Ecco che arriva un nuovo stimolo, prontamente offerto dalla società del sovraccarico sensoriale come strumento di disorientamento e, dunque, di controllo. 


Al netto di tutte queste considerazioni, ne consegue un concetto da non sottovalutare. Nessuno si sta preoccupando del proprio essere in relazione a sé stesso, ma soltanto in relazione agli altri. La prerogativa non è più quella di creare un pensiero individuale, bensì collettivo. Non stiamo creando veri movimenti d’opinione o aggregatori sociali, stiamo mettendo insieme un’accozzaglia di gente molto disorientata che ha soltanto paura di non trovarsi nel posto giusto al momento giusto per fare la storia. Ma è proprio così che non la stiamo facendo la storia. Nessuno qui ha intenzione di piangersi addosso e addossarsi il fardello di colpe. Si tratta di un sistema che dall’alto ci ha prima ammassati e poi spinti in questa direzione, il problema è stato lasciarglielo fare senza opporre alcuna resistenza. Non è mai tardi e lo sappiamo bene. 


Dobbiamo soltanto imparare a prenderci cura della nostra individualità prima e soltanto dopo associarla a quella di qualcuno che la pensa come noi o a cui piace fare quello che facciamo noi. Seguire il percorso inverso non porterà a nulla. Partire dal collettivo per arrivare al singolo non ci renderà mai abbastanza forti da poter affrontare le controversie del tempo in cui viviamo. Legittimarsi attraverso il pensiero o le azioni di qualcun altro non ci renderà mai davvero pronti ad affrontare la paura della solitudine che ci terrorizza. Nessuno qui agisce da superuomo e ci sarà sempre il momento in cui avremo bisogno di incrociare gli sguardi per sentirci al sicuro. La vera fortuna non sarà trovare qualcuno come noi, ma imbattersi in quello che un’intera generazione sta cercando senza tregua. Allora io ritratto tutto il prologo di questa riflessione perché da queste righe, come spesso accade, ho appreso su me stesso. 


Figli della FOMO

Non cerco gli altri per sentirmi meno solo, ma per incontrare qualcuno che abbia imparato a coltivare la propria solitudine e il suo rapporto con il mondo. Io ancora non ci sono riuscito e forse mai ci riuscirò, ma almeno ho capito perché fisso le persone. Ora vallo a spiegare agli altri.


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1 commento


Tema davvero interessante, si sente che l'autore non sta semplicemente passando il tempo sulla terra, ma sta cercando di vivere attentamente. Non dico consciamente perchè spero che avere coscienza sia una qualità umana diffusa. Dico attentamente perchè un conto è accorgersi che qualcosa non torna, un altro è indagarne i motivi. Tuttavia credo andrebbe riposta più attenzione, che per l'appunto sono sicuro l'autore possieda, nella scrittura; ci sono alcune frasi che mi risultano proprio inintelligibili, magari è un mio problema, forse sono fuori dalla mia portata intellettuale. Non so.

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