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La Luce

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La Luce

Curva a destra, rettilineo. Alla fine della discesa una striscia di mare e notte. Ogni volta prendevo velocità. Quasi pensassi che il mare fosse lì, dove la strada si fondeva con l’orizzonte, per tuffarmici a capofitto. E invece si scendeva e basta, fino al cancello.

Nessun suono se non, in lontananza, il vociare delle onde. Il giorno chiudeva gli occhi ma i lampioni arrugginiti dalla salsedine cercavano di tenerlo sveglio, improvvisare un pomeriggio di luce.

L’umidità e la tramontana invernale bucavano i vestiti. Accendevano quella specie di euforia, gli occhi febbrili e luccicanti, da animale ferito in preda al terrore.

Non tornavo da tanto ma i ricordi erano ancora lì, ad aspettarmi. Mi si facevano tutti attorno, bambini che reclamano attenzioni dopo essere stati ignorati troppo a lungo. Qualcosa dal fondale del tempo riaffiorava…


Un tuffo nel passato

 

«Domani quattro e mezza qua?»

«Magari…tre meno un quarto…»

«…’tacci loro…ce pagassero almeno il notturno ‘sti bastardi»

«Tu sei un principino, te l’ho già detto…qua ce prendi come il parmigiano sul pesce»

«Ancora…»

«Ciao bello…»

«…»


Di sicuro non avrebbe trovato traffico, la statale deserta di un inizio settimana d’autunno.

Non era uno che vivesse di fiammate, negli ultimi anni. Un sempretriste, così avevano preso a chiamarlo – scherzando ma non troppo - gli amici.

Ma la strada…la strada era il suo incantesimo, la sua personalissima sirena. Velocità, pali abbattuti, mascelle serrate, bestemmie masticate fino a spaccarsi i denti. Da solo, poi, non c’era nulla che potesse frenare quelle corse. Si sentiva invece a disagio quando quel desiderio malato lo sorprendeva di soppiatto, i posti passeggero occupati da persone cui voleva bene.

Aprì lo sportello, come sempre lanciandolo. Gli ultimi colleghi: testa bassa, saluti abbozzati, pochi sorrisi e voglia di scherzare. Qualcuno fischiettava il ritornello di un tormentone dell’estate ormai passata, come si fa nei corridoi degli ospedali per riempire il silenzio. Il rientro era per tutti il momento peggiore della giornata, nessuno sapeva cosa farsene delle ore rimanenti prima del turno successivo.


Non era un lavoro. Assomigliava piuttosto a una seduta di terapia di gruppo. Ogni giorno si ritrovavano nello stesso luogo, alla stessa ora, per celebrare un rito invariato: un metodico svuotamento, una sistematica erosione di sé. Non producevano qualcosa, venivano a lavoro per consumarsi. Giorno dopo giorno, lasciavano sul tavolo un frammento della propria vita interiore. Finché restava solo una superficie funzionale, liscia, maneggevole. «Grazie a tutti, alla prossima», e il cerchio si chiudeva. Pronto a riaprirsi uguale l’indomani.

Non lo facevano per denaro. I soldi erano un pretesto, una giustificazione accettabile. Lo facevano per non pensare. Stancarsi abbastanza da non sentire più nulla. Arrivare alla sera svuotati, leggeri come contenitori di plastica. Era questo il vero compenso: quello stordimento che ti protegge dal fare i conti con ciò che ti aspetta fuori. O forse, dentro.

Lo avevano preso in giro fin dall’inizio, quando alle presentazioni aveva raccontato la propria storia per quella che era. Ragazzo di buona famiglia, infanzia apparentemente luminosa, curriculum irreprensibile. Aveva taciuto, però, le deviazioni più oscure, i segreti ancora troppo vivi e potenzialmente scandalosi per essere offerti allo sguardo dei nuovi colleghi. Forse nemmeno lui era pronto a guardarli.


Eppure, per la parte che aveva raccontato, era stato sincero. Come sempre. Non sapeva che quel mondo funzionava al contrario, le sue regole rovesciate. La menzogna era l’unico modo per guadagnarsi il rispetto. La verità, e chi osava pronunciarla, faceva scivolare in fondo alla gerarchia. Si incontravano ogni giorno proprio per questo: per ripetersi come un mantra quelle falsità condivise, fino a farle suonare vere.

Forse il lavoro non è altro che questo: un tacito accordo per credere insieme alla stessa bugia. Per non dover sostenere lo sguardo della verità. Andare avanti, immutati, sorretti da quel sogno falso e reciproco.

A volte, finito il turno, gli capitava di sedersi in macchina, infilare la chiave, accendere il quadro. Poi, il vuoto. Lo sguardo fisso davanti a sé, sfocato. I pensieri che si ammucchiavano senza prendere forma. Non sentiva la sua voce. Immobile, sospeso. Non era il solo. Quando si decideva a partire scivolava accanto alle auto dei colleghi, rimaste ferme come la sua fino a un attimo prima. Silenziosi, ognuno con il proprio naufragio invisibile. Anime alla deriva, sedate.

 

L’asfalto a inizio novembre sudava. Quell’anno l’autunno era stato più caldo del solito. Spense la radio: amava ascoltare la sofferenza del motore, le ruote che mangiavano i chilometri, l’aria che veniva investita da quel proiettile sfasciato. Un’utilitaria guidata da supercar, una vita piatta presa a testate sul naso.

Squillò il telefono.

«Dimmi»

«Do’ stai»

«Riparto ora da lavoro»

«Ah…»

«Te?»

«Zona industriale, ma mi sto muovendo verso il locale»

«Sei solo?»

«Sì ma ho sentito gente…dovrebbero sta’ dentro»

«Vabbuò…più tardi passo, mi faccio un giro intanto»

«Ok ciao»

«…»

 

“Gente”. Non nomi, volti, vita vissuta e condivisa assieme. Puntini anonimi e insignificanti, libri buttati là per riempire, magliette mai indossate lasciate a marcire in fondo al cassetto. Esattamente quello che cercava.

Nell’ultimo anno erano cambiate tante cose, il suo corpo per primo. Si era trascurato, sì, ma non era stato solo per inerzia. Ci aveva messo del suo. Un’operazione scientificamente portata avanti. Un autosabotaggio. Odiava la sua passività e pensava che questa colpa non potesse rimanere impunita. Sparare al pusillanime. “Sei diventato un mollusco, ti trasformerò in un mollusco”. Bisogna essere coerenti, sempre. I muscoli atrofizzati, barba e capelli incolti, le articolazioni che scrocchiavano alla minima resistenza. Non c’era più tensione nel suo corpo - come nella sua vita. Farsi andare bene tutto, ché tanto è tutto scritto…povero stronzo. Solo un anno prima, alla vista di un cristiano ridotto in questo stato, avrebbe pensato immediatamente al lanciafiamme. Pochi cazzi. Niente di personale, quello no. Era sempre stata una persona empatica. Ci avrebbe pensato, anzi, forse esattamente per questo. Per scacciare, diciamo, la sola possibilità di empatizzare. Di “capire”, che nel sentiero precede di due passi il “giustificare”. La rinuncia rispetto alla vita è una brutta bestia, virulenta. Va schiacciata, per Dio, sì…

L’auto faceva rumori strani, da parecchio ormai. Spie accese, gridolini acuti venivano dal cofano. Le gomme consumate, lisce come quelle delle biciclette dei bambini alla fine dell’estate. L’aria condizionata era andata da un pezzo ma i finestrini abbassati allentavano la morsa del caldo.


In inverno volutamente non andava mai sotto i tremila giri. Quando il freddo gli spaccava le ossa faceva lavorare il motore - dai-bello-su! - per far risalire un fiotto di aria calda dalle bocchette del cruscotto. Gli si appannavano perfino gli occhiali, vedeva e non vedeva. Tentava di indovinare la strada dai pochi angoli del vetro risparmiati dal calore. Ma, pensava, soffrire questo freddo porco è peggio che morire schiantati.

100. 120. 150. Quinta-quarta-terza, freno motore. Prima o poi mi metto in malattia due giorni e abbatto questi cazzo di autovelox, quanto è vero Iddio.

Riparte a paletta. Poi, nel buio pesto della statale, una sagoma nota illuminata da un lampione…le forme inconfondibili di Destiny.


L’aveva conosciuta per caso mentre faceva la spesa qualche mese prima, in primavera. Lui comprava sempre le stesse cose, nello stesso supermercato. Semplicemente entrava e copriva delle tappe, prima questo - poi questo - poi questo - poi quest’altro. Quasi che qualcuno lo stesse cronometrando. Dieci minuti e la spesa della settimana era fatta. Testa bassa, non parlava con nessuno. Quel giorno però avvertì come un fastidio, un intoppo in quell’ingranaggio perfettamente calibrato. Si bloccò in mezzo alla corsia. Gli arrivarono dei gridolini strozzati.


Gli occhi si fanno largo tra i pacchi di cereali.

Quello che vide bastò a riguadagnarlo completamente alla realtà. Un colosso stringeva le mani al collo di quella che pareva fosse la sua compagna. Sul volto di lei il terrore, gli occhi iniettati di sangue che stavano per esplodere. Le colava del muco dal naso, lo sforzo per liberarsi dalle tenaglie del gorilla era spaventoso. Incrociò il suo sguardo tra una confezione e l’altra, gli occhi lo stavano supplicando come quelli di una bestia in procinto di essere sbranata.

Perché diede una spinta alle scatole del ripiano facendole cadere addosso a quei due? Perché, quando quell’animale mollò la presa ficcando il testone tra gli scaffali, si scusò amabilmente pronunciando frasi sconnesse?

«Sono caduto…sì…scusate tanto…».

Lui, il più bastardo dei cani sciolti. Che vedeva nella gentilezza una sconfitta, l’inizio della mollezza e della fine. Che aveva scelto coscientemente di diventare un essere ripugnante e disgustoso, di farsi lo stomaco e il resto vada a farsi fottere. Perché quando quello scimpanzè aveva desistito - ripreso il carrello, tirato a sé come un cagnolino la ragazza, filando silenzioso verso le casse - aveva provato sollievo? Osservava queste domande, le cacciava indietro da dove erano venute.

Da quanto tempo non sentiva i suoi pensieri? La sua testa era abitata da un vociare indistinto, riflessioni mozzate. Un motore che si ingolfa di continuo e va avanti a singhiozzi. I bambini che articolano le parole inciampando, un insieme di suoni gutturali e lettere. Il suo, pensava nei pochi momenti di lucidità, era un cervello che stava diventando simile a quello degli animali. Bene! Bene! Toccare il fondo, giù e ancora giù!

 

Quella ragazza, però. L’aveva guardata, la faccia ancora sconvolta. Aveva gli occhi angosciati e allo stesso tempo rassegnati di chi si aspetta solo colpi mortali: da qualunque lato, in qualunque momento. Quel volto l’aveva perseguitato nei giorni a seguire, alla fine il tempo l’aveva cancellato.

 

Molte settimane dopo, l’estate stava per finire, l’aveva rivista per caso. All’angolo tra la statale e la via che porta al mare. Ci batte il maestrale, e anche lei. Addosso solo un tubino, faceva fatica a contenere quelle forme d’Africa nera. Pestava i piedi a terra per scacciare quel freddo anomalo di fine stagione, il respiro del mare. Carico di sale e ripensamenti, sapeva di autunno.

Lei non lo aveva visto. Il semaforo da arancione aveva appena segnato rosso. Accelerò. Stava per bucarlo quando dalla strada laterale una moto partì in anticipo. Inchiodò. Erano uno accanto all’altra, impossibile ignorarsi. Si avvicinò al finestrino, fece per bussare con le nocche e iniziare la solita, umiliante, trattativa. Dagli occhi capì che lei lo aveva riconosciuto. Gli accennò una smorfia imbarazzata, chiese di abbassare il vetro.

«…»

«…»

«…ciao…mi chiamo Destiny…»

«Ok, no sono a posto, ti ringrazio» 

Ripartì.

 

E ora la rivedeva, mesi dopo, di nuovo. Sempre nello stesso, squallido punto. Pensò - un lampo - che se un giorno avesse deciso di levarsi di mezzo l’ultima cosa che avrebbe fatto sarebbe stata andare a cercare quel pappone. Quel negro bastardo, prenderlo a mazzate sui denti fino a fargli esplodere il cranio. Si vergognava per aver anche solo pensato, quel giorno al supermercato, di poter ignorare una richiesta di aiuto così dolorosa. Non era il fatto in sé, ma quello che diceva della sua condizione. Essere arrivato così in basso da vedere nel più basilare istinto di umanità una debolezza, qualcosa da cui fuggire. Un conato di vomito gli strinse lo stomaco. Pensò a quanto la sua vita fosse immersa nel viscidume, a quanto a tratti si fosse reso un essere inumano e immorale. Si sentiva lo stesso di quel giorno al supermercato, niente era cambiato.


«…basta…». Sterzata a sinistra, slitta sull’asfalto caldo. Sorride sotto i baffi, assapora il teatro. Lampeggianti, clacson, pneumatici che stridono. Controsterzo. La macchina che veniva dal senso opposto sfiorata. Gli occhi spiritati, la smorfia deforme del guidatore. Pensare era insopportabile. Vuotò la boccetta di sambuca che teneva sul cruscotto, aspirando il liquido come se potesse entrargli direttamente nelle vene. 

Il pensiero di quella ragazza al freddo, costretta a vendersi all’angolo della strada, l’immagine della sua purezza violata tra gli scaffali del supermercato lo scossero più di quanto volesse ammettere. In confronto si sentiva sudicio, compromesso fino al midollo. Prese il telefono quasi per istinto e compose un numero che conosceva molto bene.

 

«…ciao…che fai??? …sono a dieci minuti…»

 «…sì ok…sono libera…ti aspetto…»

 

«Arrivo»

 

Le puttane. Anche lì, tutto era cominciato per caso. Come tutte le cose che poi finiscono per definire un’esistenza.

Per anni aveva creduto che la sua vita fosse destinata a una storia sentimentale precisa, luminosa. Poi un paio di amori non corrisposti. Qualche relazione breve per curarsi, alzare il volume delle emozioni per non sentire dolori più antichi. Il costo emotivo di quella intensità non era tangibile ma qualcuno l’avrebbe dovuto pagare più avanti, quando le cose sarebbero potute andate male. E a pagare non era mai lui. Il senso di colpa che lo dilaniava, quando si rendeva conto di stare usando quelle ragazze come anestetico. La promessa, a sé stesso, di non essere mai più un mostro egoista. Rispettava le promesse. Forse perché se le faceva sempre una volta arrivato al punto limite, quando non rimaneva altro che cambiare strada, o rimanerci secchi. 

 

Da quel momento fu uno scivolare continuo da un letto all’altro, una corsa a cronometro. La leggerezza elevata a tecnica di difesa. La superficialità come scudo della coscienza. Abbastanza coinvolgimento da poter desiderare un corpo, mai a sufficienza da rimanere e rischiare di impigliarsi davvero. Per il bene di tutti, sì. L’amore in affitto breve, per sempre. Fu anche eccitante, un balsamo per l’ego e per le insicurezze sedimentate come detriti dai dolori passati.  


“Il sesso è solo sesso”. Certe notti però, disteso accanto a un corpo qualsiasi, gli occhi fissi al soffitto, riaffiorava un pensiero soffocato. C’erano stati anni in cui quell’atto gli era sembrato il modo più profondo di toccare l’anima dell’altro, di confonderla con la propria fino a non distinguerle più. La crepa si riapriva per un istante, lui la richiudeva subito.

Finché non la sigillò del tutto. Finché un giorno, quasi per caso, si accorse di non riuscire a provare più nulla.

Adesso aveva capito che era stato quello il punto di non ritorno: l’istante in cui aveva iniziato a odiare se stesso con lucidità, a coltivare in silenzio un impulso autodistruttivo. Come se scendere in fondo al pozzo fosse ormai più naturale che tentare di risalire. Si convinse che tornare indietro fosse impossibile. Il piano inclinato lo aveva preso e lo trascinava giù, sempre più giù, senza appigli e senza Luce.

Andare a puttane divenne l’unica scelta possibile. Le alternative, insopportabili. Chiedeva a quel tipo di incontri cose ben precise.

Primo: non doversi specchiare nelle donne che incontrava. Aveva capito, a costo di enormi sofferenze, che nessuna passava sulla sua strada come un semplice incidente di percorso. Che ciò che un uomo non ha ancora affrontato nella vita e dentro di sé, spesso gli arriva incontro con il volto di una donna. Tutte quelle che incrociava lungo il cammino erano specchi. Non facevano niente di straordinario, magari non restavano nemmeno a lungo. Eppure ciascuna gli restituiva qualcosa che non aveva mai osato guardare.

La donna divenne per lui la rivelatrice, lo specchio che lo svelava a se stesso. Non inventa le ferite di un uomo, al massimo gli permette di toccarle. Una frase, un gesto. E il cuore decide. Guardare nella crepa o fuggirla, negarla.

I rapporti intensi che aveva avuto non erano mai stati liberi dal passato. Portavano il peso di tempi in cui si sentiva insicuro, non visto, non abbastanza.

La sfida – lo sapeva benissimo, nonostante la sua confusione mentale - era andare oltre parole e gesti, capire quali antichi meccanismi emotivi risvegliassero in lui.


All’amore a pagamento chiedeva anche di non essere guardato negli occhi, fuggire la vergogna di stare sempre fingendo. Pretendeva un confine asettico: nessuna promessa, nessuna illusione di reciprocità. Un tempo definito, una tariffa definita, un copione definito, un corpo conosciuto anatomicamente.

Nessun bisogno di raccontarsi, di costruire una narrazione accettabile di sé.

In quell’ora poteva essere tranquillamente la sua versione peggiore. Che continuava a odiare, che trascinava sempre più a fondo: qui però lo poteva fare liberamente. Il sollievo di poter fare il male senza essere giudicati.

Nessuno scrupolo di coscienza gli avrebbe chiesto di essere altro da ciò che era in quel momento. Uno che andava a puttane. Semplice.

Nessuna bugia sull’amore, nessun futuro evocato, nessun passato taciuto per paura di ferire e far scappare l’altro. Era il contrario di quelle relazioni brevi in cui aveva recitato una parte, promettendo senza crederci, sottraendosi senza spiegare. Lì il dolore era differito e unilaterale, a carico di una sola delle due parti. Per chi lo subiva era insopportabile: si intravedeva un futuro possibile, tanto più roseo quanto più solleticato dall’immaginazione. Insostenibile perché non nato dall’amore, ma dalla dipendenza: l’illusione della mente che idealizza chi non ci ha scelti, il riaprirsi di ferite infantili mai elaborate, l’attaccamento che si traveste da destino.

Con le puttane invece era tutto dichiarato.


Il contatto umano tollerato perché ridotto alla sua forma contrattuale. I contratti, che invenzione! Nessuna crepa da richiudere, nessuna illusione da seppellire.  Nessun rischio di scoprire di non provare nulla. Nessun rischio di ferire qualcuno con la propria aridità e immaturità emotiva. La condotta più irreprensibile rispetto all’idea che aveva maturato di sé: incapace di amare.

Non fu una scelta ma una conseguenza. Come sempre succede quando i nostri automatismi hanno la meglio sulla nostra vita interiore. Se non poteva risalire il piano inclinato, almeno poteva scendere con metodo. E quello era il modo più semplice, più lineare, per continuare a muoversi senza doversi chiedere chi stesse diventando. Sono, e basta.

La Luce

Riemersi. Tornai in me, le mani ancora sul volante, il motore spento. La pioggia di gennaio si era accumulata sul vetro con qualche foglia, non vedevo nulla. I muscoli irrigiditi, un intorpidimento sordo mi attraversava le gambe e il sedere, inchiodato al sedile per ore.

Mi resi conto di essere completamente impreparato a vivere un luogo fuori stagione. Non è cosa da poco, anzi. Roba da stomaci forti. Mi stupivo, come sempre, del sangue freddo che occorreva per sopravvivere al primo impatto. Uno arriva e pensa: è un luogo come un altro. Ma non è così.

Gli esseri umani sognano, soffrono, amano - vivono in poche parole - in un posto qualsiasi del mondo e quello si carica di umanità. Addolciamo la sua morfologia, levigata dal nostro passaggio. Si riempie di vita. È come caricare un carillon: più giri più ruota. Si muove, suona. L’energia vitale che, invisibile, sprigioniamo si accumula nei luoghi per cui passiamo. Sono spore che si depositano e germinano, riproducono altra vita.

Ma quando tutto questo viene meno, quando questo vivere si ritira per spostarsi altrove, quando per un momento i riflettori deviano verso altri palcoscenici, là comincia un’altra storia. Restano le quinte, le strade, i muri — ma senza voce. E allora il trucco si vede. L’artificio cade. Quello che chiamavamo “atmosfera” si rivela per ciò che era: un trasferimento di energia, un prestito temporaneo di anima. Senza di noi, il luogo torna a sé. E il suo sé è spoglio, quasi feroce.

Ci vuole stomaco, parecchio. Solo per guardarli, quei posti. Figuriamoci per passarci del tempo. La gita domenicale, il weekend in compagnia, la toccata e fuga per prendere un caffè e vedere il paesaggio. Per carità. Ma non si sta parlando di questo.

Fare di quei luoghi il teatro della propria vita quotidiana anche nei mesi in cui riemergono i loro occhi selvaggi. Quando li abbiamo abbandonati alla loro solitudine.

Un luogo abitato che a un certo punto si veda privato della nostra presenza è pericoloso. Ha una tristezza spietata e feroce. Odora di morte a ogni angolo perché effettivamente la vita è andata oltre. Noi l’abbiamo vista respirare per quelle vie e ora non la troviamo.

Questi posti sono pericolosi perché ci ricordano che la vita a volte può consumarsi immobile, quando un tempo il suo cuore batteva. Non dovrebbe essere così, e proprio per questo fa male. Noi lo percepiamo e ci viene il magone.

Per molti anni non mi resi conto di tutto questo. Mi aggiravo inconsapevole per le vie di quel piccolo centro abitato, estate o inverno che fosse. Confondevo il mio non provare più nulla per distacco conquistato, una meta raggiunta. Pensavo: finalmente non mi tocca più niente, finalmente sono saldo. Non sapevo che lo stare a mio agio fosse in fondo sinonimo di prossimità alla morte, intimità con il desiderio di scomparire. Non la vedevo, la morte, perché mi camminava addosso. Come non si vede qualcosa che ci si fa talmente vicino da smettere di avere contorni propri, con cui diventiamo un tutt’uno. Ce l’avevo addosso come un vestito su misura. Non era pace e basta, no. Spegnere il volume, abbassare la luce, ridurre l’intensità fino a non sentire più nulla.

Per ore ero stato aggrovigliato dai ricordi, seduto sul sedile del guidatore. Lo stomaco sottosopra, mi prese una nausea dolorosa. Per un momento mi era sembrato di vederli scorrere davanti come se quella vita non fosse mai passata. Ero sconvolto e terrorizzato, e questo era un buon segno. Il disgusto, il nodo alla gola, perfino la nostalgia. Erano prove di vita, carne viva.

Guardai il parcheggio. Un paio di macchine. Una delle due parcheggiata su un lato dello spiazzo, discreta e dimessa. Non avevo memoria di proprietari che l’avessero mai spostata da quel punto. L’estate - quando la pioggia leggera arrivava come una benedizione, prendendo a calci l’afa insopportabile – sotto quell’auto rimaneva sempre un riquadro di asfalto asciutto, protetto dalla carcassa. Faceva parte del paesaggio come il cemento, le staccionate, la casetta del giardiniere: immobile e necessaria.

La fronte mi bruciava, cercavo di dare un ordine alla marea di parole, colori, volti, rumori, sensazioni che riaffioravano.

Per un istante ebbi la tentazione di tornare a quel torpore: all’assenza di scosse, all’anestesia che rende tutto sopportabile.

Ma non funzionava più.

Era come rivedere un film già visto: vedevo i sentieri contorti che percorrevo nel buio, le domande senza senso, i pensieri ossessivamente ripetuti. Un unico fine: giustificare la mia sofferenza, darmi il pretesto per essere miserabile.

No, non c’era solo il buio pesto nel quale mi avventuravo armato.

Nel fondale del tempo c’erano anche momenti di Luce, accecante. Anche in mezzo al buio, soprattutto in mezzo al buio. A un occhio abituato al Sole sarebbero sembrati momenti normali, ma in quel nero d’abisso diventavano Luce. La speranza che non muore mai, finché c’è tempo per riprendere il filo e iniziare a tessere, lasciando da parte tutto il resto. Forse anche quando quel tempo non c’è più: il filo come testimonianza della possibilità che non s’è concretizzata realmente ma in un certo senso lo ha fatto in potenza, col solo accorgersi del suo possibile esistere futuro.

La sera ormai lasciava il passo alla notte, eppure dentro qualcosa aveva ripreso a muoversi. La Luce, se c’è, vince sempre sul buio. Ha dalla sua l’impeto travolgente della vita che vuole proseguire. Questa è la Legge che regna sovrana su tutte le altre, su tutto. La Luce chiama vita e la vita chiama altra vita.

Non era felicità. Non era speranza compiuta. Era solo una frattura nella superficie liscia dell’immobilità.

Accesi il motore. E ripartii.


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