top of page

Fiesta

Aggiornamento: 2 giorni fa

Manuale di Agitazione


Fiesta




Ho appena finito di leggere “E i bicchieri erano vuoti. Una riflessione sul senso della festa.” È giovedì, sono a casa, ho l’influenza e la mia voglia di vivere è praticamente nulla. Eppure lo scorrere di quelle parole, di quei fonemi, di quell'accumulo di citazioni agisce su di me. Una sequenza di concetti che non propongono nulla, siamo sinceri; e tuttavia producono una forma di eccitazione sorda, come quando il linguaggio continua a muoversi anche dopo aver perso qualsiasi rapporto con la vita. Mi accendo, mi infervoro, e mi sorprendo a immaginare con una certa frequenza di prendere a pugni l’autore di questo testo, un tale Gabriele Egidio.


Chiamo Francesco, poi Rocco. Chiedo di rimandare di qualche ora la pubblicazione, il tempo necessario per preparare una risposta da far uscire insieme. Aggiungo anche di fare i complimenti a Egidio, che nella mia testa, senza motivo, diventa Gregorio. «Sì, per favore, ringraziate Gregorio. Sono mesi che non scrivo e sono mesi che nell’Idiot non facciamo esplodere un dibattito.» L’idea di discutere con Gregorio mi anima. Ma perché? Perché, Cristo Dio?!Non è evidentemente Gregorio; o almeno non è solo lui. Sento che esiste qualcosa che mi parla attraverso di lui, e che in lui trova una forma particolarmente irritante, quasi esemplare. Sicuramente il fatto che il testo sia stato scritto con un larghissimo aiuto di ChatGPT mi ha indisposto. Ma anche qui Gregorio non è che l’esempio, il punto di emersione di qualcosa di più grande. Cosa dovrei carpire? Che non ha dedicato troppo tempo all’Idiot? Che non era abbastanza importante per lui (cosa che, del resto, non mi sorprenderebbe affatto, visto che dal suo testo traspare l’idea che la vita non abbia alcun senso, che non valga la pena cercarlo e che, in fondo al caro Gregorio, vada benissimo così). O forse, piuttosto, voleva essere più rapido, più efficiente… più PRODUTTIVO.  Sarebbe paradossale non credete? Soprattutto per chi ha elogiato la festa come dispositivo di alienazione, legandola a una critica della tecnica e della sua logica produttiva.


Prendo aria, respiro, trattengo per quattro secondi, poi rilascio per altri quattro, e poi di nuovo riprendo. La febbre inizia a salire, e tutta questa agitazione chiaramente non mi aiuta, ma sento di dover procedere, di dover difendere lo spazio sacro della festa: saranno queste le motivazioni per cui mi sono infervorato, Gregorio? Io credo di no, o almeno non del tutto.La questione dello scrivere con l’intelligenza artificiale è superflua, ormai quasi universalizzata. Ciò che veramente mi infastidisce è che tu, Gregorio, ne sono sicuro, possiedi effettivamente delle doti intellettuali.

No! Questo non l’ho intuito dalla lista di citazioni che hai fatto - una specie di necrologio accademico; né tanto meno dal modo in cui hai decontestualizzato parole e frasi di pensatori che hanno combattuto battaglie politiche e vitali. La cosa che mi fa veramente incazzare è che tutto questo non ti è servito a cercare qualcosa. Piuttosto ti è stato utile a sostenere, a rendere più elegante e più presentabile il tuo compiaciuto nichilismo passivo. Ok, mi calmo, mi tranquillizzo. Scusami, Gregorio, ho un po’ di problemi, ma ci sto lavorando, te lo assicuro. Proverò ad analizzare la cosa in modo più lucido; proverò, cioè, a partire da tutte quelle cose su cui Gregorio, effettivamente, ha centrato il punto. Partiamo a botta sicura: la questione della tecnica e del suo dominio mi è sicuramente affine. Quando Gregorio scrive che “viviamo immersi in un paradigma tecnico-scientifico che pone una sola domanda possibile: a che serve?’” si mette in contatto con uno dei problemi più importanti del nostro tempo: il castello della tecnica, e il conseguente bisogno di creare, quasi di ritagliarsi con le unghie degli spazi di sospensione delle sue logiche intrinseche.


Stesso discorso quando dal problema della tecnica ci si sposta su quello del senso e del futuro. La questione infatti è analizzata con chiarezza: “la domanda di senso rimane irrisolta”, ci dice. E subito dopo egli propone un dubbio che è già, in realtà, una risposta: “come si può trovare un senso, se tutto deve giustificarsi in termini di utilità?” Il futuro è svuotato, ormai una minaccia, e l’uomo smarrisce la capacità stessa di abitarlo. Tutto chiaro. 



Nota: E questo è vero. Anche se insomma... no, aspetta. Calmati. Stai zitto. Dopo. Sì, ma come si fa a concludere così? Come fa quel maledetto di Gregorio a fermarsi proprio lì? Dai, su, prosegui. Stai calmo che poi perdiamo pure quei quattro follower che abbiamo. Ma ho la febbre. E quindi?



Così Gregorio individua le cause della depressione moderna e le fa lavorare tra loro. Dalla tecnica si passa al senso, e dal senso al futuro, in una concatenazione che non lascia scampo. Il problema però risiede nel modo in cui Gregorio decide di rispondere a queste criticità. Egli abdica subito, con un coraggio quasi commovente, a qualsivoglia ipotesi di futuro alternativo - su cui torneremo - e si dedica ad analizzare quelli che chiama spazi di sospensione. Storicamente verrebbe da dargli ragione... da sempre il potere (i re, i patrizi, oggi la tecnica) ha lasciato alla festa (o all’intrattenimento) questo ruolo un po’ miserabile da valvola di sfogo: panem et circenses, lo sappiamo tutti; oppure il funzionamento del carnevale prima della rivoluzione francese: i ricchi che si vestono da poveri, i poveri da ricchi, tutto si rovescia per un attimo, ci si divertiva, certo, e poi basta, il ritorno alla normalità. In un certo senso allora potremmo dire che Gregorio si iscrive dentro una continuità abbastanza vecchia, quasi storica: quella della sottomissione al potere ma raccontata un po' meglio. 



E qui glielo dovrei dire. Sì, glielo devo dire, ma dirglielo come, senza alzare i toni, perché Gregorio, alla fine, è anche bravo, lo sai che è bravo; bravo, sì, ma sembra uno che riesce più a staccarsi dal pavimento; no, non dire così, è un ragazzetto per bene ; per bene, per bene, ma cosa vai dicendo, Gregorio, si sa, chiunque abbia letto lo sa, è uno scarafaggio; non serve. Basta, falla finita; OK.



Fiesta


Fammi un favore, carissimo Gregorio, carissimo e rispettabilissimo, come è giusto che sia. Da oggi in poi, promettimi solennemente, che non maschererai più la tua resa per resistenza. Poi sia chiaro, non è che non si veda che c’è una consapevolezza. Quella c’è, e anche profonda a tratti. Ed è proprio questo che mi dà più fastidio. Si arriva fino a un certo punto e poi boom, ti fermi, ti sottrai, e non si capisce bene in nome di cosa. Del tuo benessere momentaneo? Di questa specie di tregua privata? Impossibile eh che questa coscienziosità diventi l’inizio di un ripensamento vitale. Per carità, Gregorio, non sia mai che ti si accusi di essere un sognatore. Gregorio poi cita Bataille: “Georges Bataille, ne La parte maledetta, scrive che ogni società produce un eccesso che non può essere reinvestito, e che quindi deve essere dissipato: in feste, riti, fuochi, lusso, distruzione. Non tutto può servire a qualcosa, non tutto può tornare utile.” Maledizione! Lo vedi allora che sei tu, Gregorio, con questo tuo nome assurdo che mi ricorda qualcuno ma non riesco proprio a capire chi, a mettere sul tavolo questi termini! Dissoluzione, distruzione, eccesso vitale, inutilità sfarzosa. Eppure, poche righe prima mi obblighi a leggere questo?


“La festa è una fuga. Una fuga tranquilla, però, senza eroismi. Non si scappa per cambiare vita, si scappa per respirare (...) Dentro la festa il tempo gira su sé stesso (...) C’è solo il bisogno di staccare, di stare altrove senza andare davvero da nessuna parte. 


Dio mio! Dio mio di nuovo queste immagini, io che colpisco Gregorio, che arrivano così, una dopo l’altra, rapide, precise, e io tremo, tremo davvero, e più cerco di fermarle più insistono, come se avessero una loro volontà; e a un certo punto mi accorgo che sto stringendo i denti, che sto urlando! Per fortuna Giorgia- la mia ragazza- è qui, e mi dice qualcosa, non capisco nemmeno bene cosa, ma basta la sua voce (o forse una tachipirina) e piano piano inizio a riprendere coscienza. Le racconto insomma che c’è questo ragazzo, anche intelligente se vogliamo, che ha difeso tutto ciò che detesto. Glielo elenco, punto per punto, e a un certo punto le dico, amore, ma ti rendi conto, ora pure la cultura si vende come distrazione. Lei mi guarda e mi fa: quale cultura? E allora io parto, le dico che la festa è cultura, che non è solo bere e stare lì, e che questo tale Gregorio - anche lei si ferma un attimo per chiedermi che cazzo di nome sia Gregorio, boh - mi sta proponendo la festa come momento di pausa.

E lei mi guarda e mi fa: «Ma scusa, forse Gregorio ha letto l’articolo di Gimmy?» «Quello lì», mi dice, «quello dove si parla di droga come sistema di normatività e controllo.» Io le dico sì, certo, cazzo, dovrebbe leggerlo; ma intanto penso ad altro: alla parola resa messa al fianco di Bataille...

Caro Gregorio che dire? Da dove iniziare?  In questo tuo testo chiami festa ciò che in realtà è una pura sospensione del peso, una tregua concessa a una vita che non sa più né affermarsi né negarsi fino in fondo. E tuttavia Gregorio, nel tuo articolo, ciò che più mi colpisce è altro. In esso si lascia intravedere qualcosa di assai più profondo, che tu non osi portare alle sue reali conseguenze; fai affiorare infatti l’intuizione che l’ordine dell’utile e del produttivo non esaurisca l’esistenza ma la impoverisca: ti apri ad una possibilità che decidi immediatamente di chiudere.

Mi provo a spiegare meglio: se si considerasse la festa non come momento di conservazione della vita, ma come attimo di sovrabbondanza, essa cesserebbe di essere fuga per divenire aggressione, irruzione di forze che rompono la misura, rompono l’io dissolvendolo nel movimento dell’eccesso. La tua festa, caro Gregorio, senza neanche saperlo, è il massimo momento della funzionalità moderna: essa serve a respirare, dici, a rendere sopportabile il ritorno, a ristabilire un equilibrio, dici. È lo sfogo che permette di vivere in una società che non ci piace, e il servilismo al potere mascherato da resistenza. Ciò che nella festa è decisivo non è il sollievo, ma la necessità della perdita; Bataille non avrebbe dubbi. Ti urlerebbe che lì dove nulla viene consumato senza ritorno, non vi è festa, ma soltanto una sua immagine impoverita, già sottomessa all’ordine che pretendeva di sospendere. Eccoti allora la tua semi-felicità, Gregorio, eccotela. Il segno di una vita che non sopporta più né il dolore né la gioia nella sua pienezza, che si ritrae, che si protegge, che si rifugia lì dove la vita non ferisce più. Il tuo rapporto con la festa, allora, non è che l’emanazione del nichilismo contemporaneo. Ma andiamo avanti che in fin dei conti a me di Bataille frega fino alla curva. 


Il problema, infatti, non sei tu, Gregorio - ora lo so. Ma l’atteggiamento di molti giovani, di cui tu sei solo un esempio.  Ti affacci abilmente verso qualcosa di serio, qualcosa non soltanto di teorico ma insieme politico ed esistenziale; e tuttavia lo riconduci subito a una soluzione che soluzione non è: un compiaciuto susseguirsi di sospensioni, una piccola liturgia della tregua. Uno potrebbe dire: be’, ma la festa ha poco a che fare con la politica. E invece no, perché se la festa entra dentro un meccanismo di sfogo, se viene riconosciuta come accesso a spazi alternativi, allora diventa un fatto profondamente politico, che ci piaccia o meno. Nell’intreccio tra il tuo sguardo sul futuro e la tua critica alla tecnica si manifesta un cortocircuito che è tipico del presente. Ovvero l’incapacità dei nostri intellettuali di pensare a un domani alternativo.


“Meglio star bene e gratificarsi oggi se il domani è senza prospettiva.” Ci dice Gregorio. Oppure: “Non stiamo cercando una soluzione definitiva, ma un modo per continuare a restare a galla, sera dopo sera.”


Frequentando ogni tanto le conferenze accademiche italiane, ho iniziato a riconoscerne una certa tristezza, e dentro quella tristezza qualcosa di peculiare. Negli ambienti post-moderni, cioè nella sinistra post-marxista, dove la critica alla tecnica è particolarmente sviluppata, parole come “pianificare”, “progettare” o “prevedere” sono state escluse dalla sfera politica e confinate in quella tecnico-scientifica. Categorizzate, quasi aprioristicamente, come il male da evitare. La politica allora, che ha chiaramente a che vedere con progettare il futuro, si è trasformata: da tentativo di aggredire un sistema che non ci piace a una resistenza locale, che non arriva mai a impensierirlo davvero. Tuttavia è proprio questa negazione a produrre un effetto indesiderato. Quando il progettare viene abbandonato come possibilità collettiva, viene meno anche la capacità di intervenire sul mondo nelle sue strutture profonde. Il politicare perde la sua valenza trasformativa e si riduce a una semplice gestione del dato. A quel punto resta uno spazio vuoto, e quello spazio viene inevitabilmente occupato da ciò (e da chi) non ha rinunciato a progettare. In altre parole, nel tentativo di sottrarsi alla tecnica, si finisce per consegnarle il mondo. Il presente si distende fino a diventare l’unico orizzonte immaginabile, e il campo del possibile si restringe sotto la pressione tecnocratica. Se il futuro va ricostruito, allora, la festa in cui Gregorio intravede una possibilità che decide di non cogliere, va ripensata.Ma andiamo avanti; a un certo punto, quasi senza accorgersene, Gregorio lascia cadere nel testo una parola favolosa; resta lì, fuori posto, in contrasto con tutto il resto… come se gli fosse realmente sfuggita di mano.


“Si prova qualcosa che si sa non durerà, ma che ha un’intensità che la vita ordinaria spesso nega.”


Che goduria l’intensità. E allora ripartiamo da lì. E’ da uno spazio d’intensità che voglio dire a Gregorio di unirsi alla nostra redazione, di venire a fare festa con noi; di parlare - per favore- di affermazione, di futuro, di lotta e di speranza: in altre parole di vita. Quella che il tuo testo, Gregorio, si scorda, nega; quella che io reclamo in ogni modo possibile, anche nelle feste; a suon di bottiglie rotte, di risate troppo forti, di discussioni troppo serie, di donne troppo belle. Se la festa diventa l’avvelenamento che il presente ci regala, noi dobbiamo trasformarla nella promessa di un futuro che ci aspetta; in una delle diverse dimensioni dentro le quali cercare nuovi significati. E se anche l’eccesso sarà già previsto, allora il problema non è fare festa, ma capire come sottrarla a questa cattura. Altra nota: In caso fosse sfuggito a qualcuno, lo ripeto: a noi dell’Idiot piace fare festa, e anche molto. Tu dici: «Bere non elimina il vuoto, ma lo sposta, lo rende meno centrale.» «Si beve per riempire qualcosa che durante il giorno resta scoperto, difficile da ignorare. Non è solo stanchezza: è il vuoto che si accumula tra una giornata e l’altra, il tempo che passa senza direzione chiara, il futuro che pesa più di quanto prometta.»


Io ti rispondo: è proprio lì, dove tutto sembra svuotarsi, che dovrebbe emergere la capacità di attraversare fino in fondo ciò che è duro, oscuro, persino distruttivo, senza arretrare. Di mangiarsi questo cazzo di vuoto che ci circonda, di abitarlo e di creare fino a che ne abbiamo le forze. La festa è lo spazio - e ne parlo per esperienza personale, perchè ci sono entrato con quella fame addosso-  dove l’intensità del vivere non la pensi ma ti prende, ti sbatte contro gli altri, contro le luci, contro la musica, e per un momento, che dura niente ma è tutto, ti sembra di essere dentro il ritmo stesso della vita.  È lì che qualcosa si apre (nuove consapevolezze, nuove verità, o anche solo nuove esperienze).


Fiesta


Perché nella festa si impara senza ordine, tra quello che serve e quello che no, tra quello che resta e quello che si perde. I significati si scontrano- boom, crash-  si disperdono, si lasciano cadere. Alle volte spariscono.


La festa è il luogo in cui si dice sì alla vita, o almeno così sembra-  perché lì quel sì ti scappa, si fa visibile-  ma poi se ti fermi un attimo, se guardi bene, capisci che la vita è sempre così, sempre in festa, anche quando fai finta di no, anche quando non vorresti vederla. Nessuna sospensione, nessun bisogno di discoteche, alcol o droghe. Possono aiutare, certo, ma basta molto meno, se ci si sta dentro.

E allora, Gregorio, entriamo in quello spazio dove dolore e gioia cantano insieme, senza separarsi. Trasformati o distrutti. Al massimo morti. Lì l’ebbrezza scioglie i confini, ti sfuma addosso, e la vita, senza più scopo, trabocca, esce, e comincia qualcosa che non sai dire ma che senti che merita di essere celebrato. 

 


Fiesta


Commenti


© 2025 L' Idiot All rights reserved

bottom of page