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"E i bicchieri erano vuoti"

Una riflessione sul senso della festa


E i bicchieri erano vuoti

Alle feste si sta bene. O comunque meglio che altrove. C’è musica, c’è gente, c’è qualcosa da bere  e, soprattutto, non c’è molto da spiegare. Arrivi, prendi un bicchiere, ti infili in una conversazione  che magari non ti interessa davvero, e va bene così. Non sei lì per risolvere nulla. Sei lì per esserci.  Per qualche ora non serve decidere niente, non serve essere produttivi, non serve nemmeno essere  particolarmente felici. Basta esserci. Dentro una festa il tempo si allenta, le preoccupazioni restano  sullo sfondo, il presente diventa più leggero perché non pretende continuità. Nessuno pensa davvero  a cosa succederà dopo. Ed è proprio questo il sollievo: sapere che quel momento non deve portare  da nessuna parte. 


La festa è una fuga. Una fuga tranquilla, però, senza eroismi. Non si scappa per cambiare vita, si scappa per  respirare. Per smettere di stare sempre dentro qualcosa che chiede attenzione, decisioni, continuità.  Dentro la festa il tempo gira su sé stesso. Un bicchiere chiama l’altro, una canzone copre un pensiero,  una risata interrompe una frase che stava diventando troppo seria. Non c’è un progetto, non c’è un  obiettivo. C’è solo il bisogno di staccare, di stare altrove senza andare davvero da nessuna parte. 


La festa non è semplicemente un luogo. È piuttosto una sospensione, un tempo a parte in cui tutto è fine a sé stesso. In quella parentesi si riesce a sfiorare, anche solo illusoriamente, quella pienezza che da sempre si rincorre. Sartre sostiene che l’essere umano è strutturalmente in tensione verso una completezza impossibile: desidera essere in pace con sé stesso, non mancare più di nulla. Ecco, de Beauvoir osserva che nella festa questa tensione si arresta per qualche ora. Non perché venga davvero risolta, ma perché smette di premere. Si prova qualcosa che si sa non durerà, ma che ha un’intensità che la vita ordinaria spesso nega.


Ma perché sentiamo il bisogno di fare festa, se appunto non è una vera realizzazione  quella che si prova in esse? Perché il futuro, in cui questo senso di completezza dovrebbe essere  raggiunto almeno idealmente, non appare più un luogo sicuro, un luogo in cui sperare. Galimberti  direbbe che siamo passati dal “futuro-promessa" al “futuro-minaccia”, ed è esattamente così. Viviamo  immersi in un paradigma tecnico-scientifico che pone una sola domanda possibile: “a che serve?”. Il  problema nasce proprio qui: come si può trovare un senso, se tutto deve giustificarsi in termini di  utilità? Già Husserl, ne La crisi delle scienze europee, aveva mostrato come il progresso scientifico  non produca alcun miglioramento nello stato emotivo dell’essere umano. Questo perché le scienze  non parlano di noi, e se anche ne parlano ne parlano in modo astratto, e di conseguenza le questioni  profonde dell’io non trovano mai risposta in esse.  


Ed ecco che quindi la domanda di senso rimane irrisolta, perché non ci può venire data in un mondo  dominato dalla tecnica. Di conseguenza quel senso, quella trascendenza, che prima si proiettava nel  futuro ci troviamo a ripiegarlo nel presente. Consapevoli che non si tratti di una felicità autentica, ci  si accontenta di una semi-felicità. Ecco quindi spiegato il motivo per cui de Beauvoir definisce la  festa come il «fermare il movimento della trascendenza, di porre la fine come fine». «La mancanza  di futuro come promessa arresta il desiderio nell’assoluto presente. Meglio star bene e gratificarsi  oggi se il domani è senza prospettiva», scrive sempre Galimberti. Questo non significa che il  presente diventi effettivamente assoluto, ma se anche solo lo ricorda lontanamente va bene  comunque, in quanto lo assaporiamo come tale. 


Si potrebbe dire che tutto questo è inutile e dannoso. Ma proprio quello è il punto, che proprio  perché inutile lo si carica di massimo senso. Mancando un orizzonte futuro a cui riferirsi, il presente  si carica di questo senso che il futuro avrebbe, per quanto rimanga essenzialmente inutile. «Si mangia, si beve, si accendono fuochi, si distrugge, si spendono tempo e ricchezze; li si dissipa  inutilmente», scrive de Beauvoir. Ed è proprio in questa dissipazione che sta il valore della festa. In  un mondo in cui tutto deve rispondere a un “a che cosa serve?”, l’inutilità diventa una risposta  paradossalmente sensata. Il fare festa è una rivendicazione silenziosa contro un ordine che misura  tutto. «Nella festa, nell’arte, gli uomini esprimono il loro bisogno di esistere in modo assoluto»,  scrive sempre de Beauvoir. Ed è questo bisogno di sentirsi appagati, completi, che spinge a festeggiare. Non  perché nella festa si trovi effettivamente un appagamento reale, ma almeno si riesce a non pensare  al futuro e si riesce a sentirsi come assoluti per almeno una serata. 


La festa è anche questo: spreco dichiarato. Tempo buttato, energie consumate, soldi spesi senza  ritorno, sonno perso senza motivo. Ma è uno spreco che non chiede scusa. Georges Bataille, ne La  parte maledetta, scrive che ogni società produce un eccesso che non può essere reinvestito, e che  quindi deve essere dissipato: in feste, riti, fuochi, lusso, distruzione. Non tutto può servire a  qualcosa, non tutto può tornare utile. La festa abita proprio lì, in quella zona improduttiva che il  mondo diurno cerca sempre di rimuovere. Si beve, si resta svegli, si parla troppo, si ride senza  motivo, e tutto questo non costruisce niente. Ma proprio per questo libera. In uno spazio in cui ogni  gesto quotidiano sembra dover giustificare la propria esistenza, la festa rivendica il diritto di non  lasciare traccia, di non accumulare, di non migliorare nulla. È uno spreco che non promette futuro e  non lo prepara. E forse è per questo che è così necessaria: perché in un mondo che ci chiede sempre  di investire, crescere e diventare, la festa permette almeno per una notte di consumare senza dover  diventare altro. 


E i bicchieri erano vuoti

Il giorno dopo arriva sempre come uno scontro con la realtà. Ti svegli con il mal di testa per i troppi  drink, il mal di gola per le sigarette fumate e il pensiero delle scelte discutibili fatte la sera prima  che ti rimbomba nella testa. La sospensione del tempo svanisce, la leggerezza sparisce e tutto torna  a chiedere conto: lavoro, impegni, decisioni rimandate. È in quel ritorno che si misura davvero il  valore della festa: non nella sua durata, ma nella capacità di aver sospeso per qualche ora il peso  della produttività, dell’utilità, del futuro che preme. Quel residuo di semi-felicità resta come una  piccola eredità, un ricordo fragile ma potente: abbiamo abitato un presente slegato da tutto il resto,  un tempo assoluto che non rispondeva a nulla se non a sé stesso. E in quell’atto, in quella parentesi  completamente autonoma, ci siamo giurati l’eterno, anche solo per una notte. 


Walter Benjamin scrive che il tempo della modernità è un tempo vuoto, omogeneo, che avanza  sempre uguale a sé stesso, come se ogni momento dovesse solo preparare quello successivo. La  festa spezza questo flusso. Non accelera il tempo, lo inceppa. È un’interruzione, una crepa nella  continuità ordinata dei giorni. Durante una festa il tempo non serve più a nulla: non misura, non  organizza, non promette. Semplicemente accade. In questo senso la festa assomiglia a ciò che  Benjamin chiama jetztzeit, un tempo presente carico, denso, che non rimanda a un dopo ma si gioca  tutto qui. Non perché sia davvero liberatorio, ma perché sospende, anche solo per poche ore,  l’obbligo di pensarsi in funzione di ciò che verrà. Nella festa il futuro viene messo tra parentesi, non  sconfitto ma ignorato. E in questo gesto minimo, quasi insignificante, c’è una forma di resistenza: il  rifiuto temporaneo di vivere ogni istante come preparazione, come investimento, come attesa. 


Se la festa fosse davvero una risposta, ne basterebbe una. Invece tornano, si rincorrono, si  moltiplicano. Ogni weekend sembra dover ricominciare da capo. Non perché si dimentichi quella  prima, ma perché non è stata sufficiente. La festa non risolve, non chiude, non guarisce. Funziona  solo nel momento in cui accade. E proprio per questo si ripete. Non è un fallimento, è la sua natura.  Si torna a cercarla perché il vuoto non sparisce, perché il futuro non smette di pesare, perché il  presente, da solo, non regge a lungo. Le feste si assomigliano, si confondono, a volte sembrano  identiche. Cambiano i luoghi, i volti, le canzoni, ma il gesto resta lo stesso: sospendere ancora,  fermare ancora, riprovare ancora. Non c’è accumulo, non c’è progresso. C’è solo la ripetizione di  una parentesi necessaria. E forse è proprio questo che racconta meglio la nostra condizione: non stiamo cercando una soluzione definitiva, ma un modo per continuare a restare a galla, sera dopo  sera.


 


E i bicchieri erano vuoti



Jacques Prévert apre una poesia intitolata Fiesta con i versi: «E i bicchieri erano vuoti». Lo  diventano sempre. Restano sparsi, rovesciati, dimenticati. Si beve per riempire qualcosa che durante  il giorno resta scoperto, difficile da ignorare. Non è solo stanchezza: è il vuoto che si accumula tra  una giornata e l’altra, il tempo che passa senza direzione chiara, il futuro che pesa più di quanto  prometta. Bere non elimina il vuoto, ma lo sposta, lo rende meno centrale. Permette di stare nel  presente senza sentirne tutto il peso. I bicchieri vuoti non raccontano solo di quello che abbiamo  bevuto. Restano lì a ricordare quanto tutto gira veloce, quanto ci viene chiesto sempre di fare,  produrre, correre. La festa è uno dei pochi spazi in cui puoi semplicemente stare, lasciarti andare e non dover spiegare nulla. Non è per perdersi, non è solo alcol. È per stare insieme senza contare, senza  costruire, senza rendere utile ogni minuto. È uno spazio in cui respirare, anche se per poco.


La festa  finisce sempre lì: davanti a bicchieri vuoti che non promettono nulla. Eppure, per qualche ora,  hanno fatto il loro lavoro. Hanno reso il presente abitabile, il futuro meno minaccioso, la paura  meno sola.

Non hanno costruito niente, ma hanno permesso di restare. E forse è questo che si cerca  davvero, quando si fa festa: non la felicità, non una direzione, ma la possibilità di sentirsi vivi senza  dover spiegare perché. «Ed io ubriaco morto, / ero un fuoco di gioia».


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