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Satira sovversiva

Abbiamo assopito la nostra rabbia?


Satira sovversiva

C'è qualcosa di profondamente serio nel saper ridere con l’umorismo giusto. Mentre l’intrattenimento di massa ci somministra dosi quotidiane di cinismo all’apparenza innocuo, la vera risata sovversiva è un atto di coraggio e rabbia che restituisce dignità. 

Il punto di questo articolo non è quello di demonizzare l’umorismo in toto. Ciò che mi interessa dimostrare è che un umorismo intelligente è possibile una volta compreso che tutte le interazioni portano con sé un messaggio politico, comprese le risate. La chiave sta nel capire a cosa e a chi stiamo strizzando l’occhio. 


Inizierò il discorso scrivendo di patriarcato, ma solo come punto di partenza. Quello che mi preme è analizzare come i sistemi di potere si riaffermano attraverso le pratiche discorsive e come l'umorismo possa avere la doppia faccia di alleato e sabotatore.  

 

Prima di entrare nel vivo della questione mi sembra opportuno fare un passo indietro e ripartire dalle basi della questione. Come funzionano le strutture di potere? Come riescono a mantenere effettivamente l’egemonia? Audace – ed anche un pochino sfacciato – da parte mia pensare di poter definire i meccanismi di qualcosa che mi (e ci) ha permeato così nel profondo. Come si può definire qualcosa nella sua totalità, se, in quella stessa totalità, ci siamo dentro fino al collo? Non credo dunque, con quello che sto per scrivere, di aver catturato la vera “essenza” delle strutture di potere, ma credo che almeno una piccola parte funzioni effettivamente così.

Prendiamo come caso di studio il patriarcato. Dai miei studi e dalla mia esperienza personale, l’idea che ho maturato è che, in linea con la prospettiva teorica di Connell e Messerschmidt, il patriarcato può essere interpretato non solo come un sistema di dominio, ma come una specifica declinazione dell’egemonia di senso gramsciano. Ma evitiamo di perderci in eccessivi formalismi: in altre parole, ciò che ci serve davvero comprendere per lo scopo di questo articolo, è che il patriarcato è un tipo di sistema che si rinnova e si riafferma attraverso le pratiche discorsive e nel modo in cui i soggetti si relazionano l’uno con l’altro. Il patriarcato non sta intrinsecamente nella soggettività dei maschi alpha, nei CEO maschilisti, o nelle modelle di OnlyFans. Il patriarcato sta nel modo in cui questi stessi individui si pongono rispetto al genere, come si situano nelle pratiche discorsive e come questi si relazionano agli altri soggetti. La modella di Only Fans fa il patriarcato, e lo costruisce a partire da come si pone con il suo stesso genere, con il proprio corpo – ad esempio con la mercificazione di questo nascosta dietro un “il femminismo è fare ciò che voglio con il mio corpo” – e come si relaziona al genere opposto. Possiamo in realtà ampliare ancora di più lo sguardo e dire che anche la maschilità, ed il genere complessivamente, è una pratica politica, non un dato naturale (a differenza del sesso, ma questo è tutto un altro discorso per la prossima volta). Il genere è determinato a livello sociale e culturale: il “maschio” non ha qualità intrinseche derivanti dal suo stesso sesso, e se è per questo nemmeno la “femmina”. Non ho una spiccata emotività perché sono donna: sono semplicemente una frignona, senza che il discorso venga appiattito su una sbiadita e inconsistente idea platonica della “femminilità”.


Satira sovversiva

Pertanto, a mio avviso (e non solo il mio!), quello che possiamo dire è che il patriarcato è quell’ideale interiorizzato da tutto il corpo sociale di uomo patriarcale con determinati attributi, che norma la posizione sociale e la visione degli altri soggetti in relazione ad essa. È, dunque, un insieme di pratiche sociali che garantisce la posizione di potere dei soggetti socializzati come uomini. È importante notare come, in quanto ideale, anche i soggetti socializzati come maschi sentono l’oppressione – non di altri soggetti, ma del sistema. Per questo è possibile che scaturisca un sentimento di inferiorità e frustrazione verso altri individui che sembra incarnino l’ideale patriarcale in modo più aderente.


Tutto ciò vale anche per le altre strutture di potere, ovviamente con le dovute modifiche del caso, ma il concetto alla base rimane invariato: il razzismo si situa (anche) nelle pratiche discorsive, ovvero come la persona bianca si pone verso una persona nera e all’ideale – tramandata attraverso i retaggi culturali – della persona bianca con determinati attributi. Non penso di constatare qualcosa di nuovo quando dico che il razzismo sta anche nella persona che domanda da dove davvero viene Mario, ventitreenne, nato e cresciuto in Italia, con la pelle un po’ più scura della sua. Attraverso questa domanda, l’interrogante si pone un gradino sopra Mario, normalizzando un tipo di discorso intrinsecamente razzista.


I sistemi di potere si situano nelle relazioni tra individui, per questo hanno bisogno di essere continuamente ricreati, rinnovati, propagati, interiorizzati. Ma quindi, che ruolo gioca l’umorismo in tutto questo? Per capirlo, dobbiamo cercare di inquadrare come questo funzioni. 

 

In sociologia la particolare interazione rappresentata dall’umorismo viene spiegata con la teoria della role distance, ovvero l’idea che, quando scherziamo, si ha una trasposizione di cornici di senso. I soggetti varcano la soglia del microcosmo umoristico accompagnati da segnali sia corporei che verbali – il tono della voce si fa più alto, si fa uso di termini colloquiali – e si ha il passaggio ad una nuova disposizione mentale, dove le regole del senso comune non vengono più applicate. Proprio per questo l’umorismo sottomissivo è spesso accettato, perché è inserito in una diversa cornice di significato che rende la sottomissione interpretabile come non realistica. Al contrario, la denigrazione non umoristica attiva nel soggetto ricevente le abilità critiche e il senso comune prescritte da un atteggiamento non-pregiudizievole. 


Questo può non sembrare un problema, fintanto che non ci accorgiamo della relazione che questa sospensione di senso ha con i sistemi di potere. Come abbiamo detto, questi si insinuano nelle crepe delle connessioni fra soggetti: sono nel modo in cui ci posizioniamo rispetto ad altre persone e soprattutto come ci poniamo rispetto all’ideale fabbricato dallo stesso sistema di potere. Tutto questo avviene anche attraverso le pratiche discorsive, di cui l’umorismo fa parte. L’effetto rilevante delle battute sottomissive non è sulla mente – nel modo in cui pensiamo un gruppo sociale – ma sulla norma politica: ascoltando o facendo una battuta non diventiamo più o meno sessisti, ma ci convinciamo che è socialmente accettato denigrare una collettività. Per questo possiamo dire che le battute sottomissive non cambiano o aumentano il sistema di potere, ma lo normalizzano, diventando strumenti “propagandistici”. Ciò scaturisce dal fatto che il destinatario dell’umorismo utilizza questa accettazione della trasposizione di senso provocata dall’umorismo come auto-regolazione per una maggiore tolleranza personale alla discriminazione; quest’ultima influenza la reazione all’umorismo sottomissivo che a sua volta incide sulla tolleranza normativa. In altri termini, si ha una circolarità: più ascolto e faccio umorismo sottomissivo – ad esempio di tipo sessista, razzista, abilista etc. – più sono portato a tollerare atteggiamenti di questo tipo, normalizzando il sistema egemone; la mia rabbia sarà meno violenta, addomesticata di fronte all’ingiustizia. La sospensione del normale giudizio critico nel microcosmo linguistico dell’umorismo sottomissivo comunica una norma ingiuntiva implicita di tolleranza alla discriminazione. 


L’idea di sfondo a tutta questa teoria è che i nostri pensieri non nascono mai liberi, candidi, neutri. Il termine inglese “shaped esplicita bene ciò che intendo: la nostra vita interiore è come un impasto duttile, che viene informato ricevendo il proprio senso da una formina a stella che ne decide i confini e la fisionomia. La nostra mente è una diretta conseguenza della nostra cultura, del nostro linguaggio e di tutto quello che ci sta intorno. Le influenze esterne – di qualsiasi tipo esse siano – ci informano nel nostro modo di pensare, proprio nel senso di conferire una forma attraverso qualche tipo di informazione, qualitativa o quantitativa che sia.  

 

Ma mettiamo il caso che i presupposti cambino. Poniamo lo scenario in cui il ricevente declini l’invito, scelga di non entrare nel microcosmo umoristico. A quel punto, l’agente è costretto a svelarsi, è costretto a dire che “è solo uno scherzo” e che “una risata qualche volta puoi fartela”: è in trappola! Attraverso queste risposte, anche l’agente torna al contesto quotidiano, nella cornice di senso in cui le denigrazioni sono da condannare. Attraverso la dichiarazione della costruzione del microcosmo umoristico, il soggetto fa cadere la maschera – rivelando che il contenuto della battuta sottomissiva non è realmente una sua credenza – e negherà anch’esso il proprio impegno rispetto allo standard normativo implicato dall'umorismo. L’umorismo necessita dell’accettazione condivisa del meta- messaggio insito nell’interazione, grazie al quale si ha l’accesso al microcosmo. Nel declinare l’invito, il destinatario manda in frantumi la cornice di senso creata dalla battuta, suggerendo che la condivisione del meta-messaggio non sta avvenendo. In conclusione, rifiutando l’umorismo sottomissivo la discriminazione latente nel messaggio umoristico viene criticata in base ai normali standard sociali, ponendo un argine all’egemonia.

 

L’umorismo è un arma potentissima contro (e con) il potere. Ci aiuta ad accettare parti di noi e parti del sistema con cui fatichiamo ad andare d’accordo, e questo è infatti molto usato come strumento del potere: pensiamo solo a tutte le vignette satiriche fasciste, o ai meme su Epstein; sono tutti metodi di comunicazione che aiutano a normalizzare qualcosa, a ri-orientare la nostra visione in maniera impercettibile. Normalizzare lo scherzo “dark” ci porta ad approcciare quello stesso tema in maniera diversa, più leggera, meno seria. L’idea che quindi qui voglio proporre è quella di ripensare la potenza che accordiamo all’umorismo, e ri-concettualizzarlo come qualcosa di estremamente intenso. Con questo non voglio demonizzare l’umorismo in toto, anzi, voglio ri-consegnargli un significato centrale: il punto non è non scherzare su certi temi, il punto è scherzare bene; e per fare questo dobbiamo tenere sempre a mente a chi stiamo conferendo potere nel dire quello che stiamo dicendo. Il meme sulla pedofilia di Epstein, all’apparenza innocuo, ci porta a pensare inconsciamente che alla fine sì, è grave ciò che ha fatto, ma non sarò così tanto toccato emotivamente perché vedo, sento e leggo persone che ci scherzano, e il più delle volte le informazioni riguardanti lo scandalo mi arrivano quasi esclusivamente attraverso un canale umoristico, a meno che io non cerchi attivamente di informarmi. Teniamo comunque bene a mente quello che abbiamo detto poco fa: stiamo parlando ad un livello emotivo, inconscio, del modo in cui queste pratiche umoristiche informano la nostra mente.  

 

Ma allora qual è la vera potenza dell’umorismo? Da quello che ho scritto fino ad ora sembra che possa essere solo uno strumento per alimentare il potere, volenti o nolenti. La chiave di svolta sta, secondo me, nella rabbia; l’umorismo di cui abbiamo parlato fino ad ora non distoglie lo sguardo, lo ricentra: toglie la carica irosa dalle nostre posizioni, ci rende docili al potere. Ma la rabbia è anche l’unica cosa che, in tutto questo discorso, è interamente nelle nostre mani: spetta a noi decidere se lasciare che si assopisca completamente oppure se risvegliarla e farla tornare ad essere un’alleata preziosa. 

L’umorismo consapevole alimenta la rabbia, la fa fiorire contro le strutture di potere. Il monologo di Ricky Gervais alla presentazione dei Golden Globes rappresenta bene questo concetto; il comico attacca il sistema e cavalca la rabbia latente delle persone contro le strutture di potere, adottando un linguaggio volutamente provocatorio che sfida frontalmente le narrazioni dominanti. Lo stesso Gervais è cosciente che, attraverso l’umorismo che sta facendo, sta sfidando il potere; difatti apre il suo discorso dicendo «you’ll be pleased to know this is the last time I’m hosting these awards». Nella parte finale del discorso, a proposito dell’azienda Apple che entra nell’industria cinematografica, Gervais sottolinea l’ipocrisia di un film sulla dignità fatto da un colosso che gestisce degli sweatshops in Cina; tutto ciò con tanto di primo piano su Tim Cook nell’audience. La battuta funziona come antidoto contro la struttura ideologica perché è tagliente, sfacciata e ricalca la posizione del comico; attraverso questo umorismo riafferma la rabbia, la legittima, e la ri-condivide con il pubblico, conferendo forza ad una pratica discorsiva che sfida apertamente la struttura di potere vigente: il colonialismo ancora latente nelle nostre società, la plutocrazia, il razzismo.


Perché è così difficile popolarizzare questo tipo di umorismo? Perchè quello più diffuso è quello di tipo sottomissivo, e non quello di critica? La risposta, ancora una volta, la troviamo nelle strutture di potere. Difatto queste, come abbiamo detto, informano la nostra mente, portandoci a credere che l’umorismo, sottovalutato nella sua portata trasformativa, è semplicemente un esercizio ludico privo di una reale efficacia nel riconfigurare le strutture del pensiero dell'individuo. Camminare in accordo con i sistemi di potere comporta popolarità, accettazione in nuovi (e vecchi) gruppi sociali; andare controcorrente comporta, come sempre, fatica, autocritica, determinazione, informazione. Io credo che questi siano i veri motivi per cui il black humor non è più satira, ma solo riaffermazione dell’egemonia; perché facciamo così fatica a riconfigurare il nostro modo di fare umorismo, anche se vogliamo tutti abbattere le strutture di potere vigenti. L’ironia sottomissiva porta con sé accettazione, popolarità (nel caso degli stand-up comedian), accordo con la maggior parte delle persone che ci circondano; tutte cose che, in quanto animali politici, desideriamo profondamente. 


In questo scenario, la memetica si configura come una possibile espressione di umorismo sovversivo, portatrice di questo nuovo paradigma; tuttavia, la sua efficacia viene compromessa dal canale di comunicazione. La trasmissione attraverso i social agisce come un filtro che anestetizza il contenuto: la rabbia perde la sua forza reale per diventare puro intrattenimento, che finisce per ri-ontologizzarsi sulla fretta e la viralità. Il “meme” non è strutturalmente debole, anzi, credo che possa effettivamente veicolare temi importanti, sovversivi e il più delle volte utilizza proprio la struttura umoristica che abbiamo qui delineato. Il problema sta nel modo in cui noi ci approcciamo a questo tipo di contenuto, ovvero attraverso i social, che per loro stessa natura sono veloci, randomici, pieni zeppi di informazioni. Questo porta ad una riformulazione della natura del meme, basata non più su una critica sociale strutturata, ma sull'engagement


Questa nuova ontologia della memetica non elimina la rabbia che scaturisce e che rinasce nella battuta, ma la sopisce. Non credo ci sia niente di mindless in ciò che chiamiamo scrolling: ogni contenuto che vediamo o leggiamo suscita un’emozione più o meno intensa, ma che è comunque sempre presente. La rabbia commista a riso che ci suscita un meme, quello che veicola messaggi politicamente e socialmente importanti, è subito sostituita da altre emozioni con la velocità di uno swipe: tristezza, rabbia, gioia, invidia. Giochiamo alla roulette con le nostre emozioni, la quale il più delle volte ci lascia in delle sabbie mobili emotive che si manifestano in una sintomatologia ansiogena. Per questo, anche se con la sua struttura originaria la memetica può funzionare come pratica umoristica sovversiva, comunque non è efficace, a causa del canale di comunicazione utilizzato che ne modifica la natura, nullificando di fatto qualsiasi tipo di emozione - compresa la rabbia - che si va a mescolare con tutto il resto.


La satira utilizza come scudo la risata e come spada la rabbia: quando una delle due viene a mancare o si va a confondere con i contorni della cornice si ha solo un intrattenimento per prigionieri. Restituiamo all’umorismo la sua carica adirata a partire dalle nostre interazioni quotidiane, affinché non sia più il lubrificante degli ingranaggi del potere, ma il chiodo di traverso che cambia tutto. 


Satira sovversiva

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