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Macchina fallace

Nessuna manutenzione prevista 

Macchina fallace

Non ho grandi ricordi di me. Sono stato un pessimo impostore, un pessimo amico, un altrettanto pessimo fidanzato e, non so come sia possibile, persino un pessimo amante. Guardando indietro, sento soltanto la scia di un profumo che sa di livore; col tempo ho imparato che ha l'odore delle Camel Blu e il sapore del Negroni sbagliato. Non ricordo di aver avuto vari successi, o quantomeno, qualcosa di memorabile.


Ero un pessimo studente. Non di quelli che si comportano male o infastidiscono: ero uno spettro. Presente o assente, nessuna differenza. Il peggior tipo insomma. Si parla spesso di come si finisca per rimpiangere la scuola e la sua semplicità. Non varco da anni quella porta, superata la solita coltre di manifesti fascisti che travestivano quelle sporche mura di marmo. Ricordo il bidello, o assistente dalla dubbia utilità all'entrata, che per contrasto allo schifo che provavo ogni mattina sceso dal bus, salutavo col più falso dei sorrisi perché pensavo alla vita di merda che facesse rispetto a me. Questo pensiero intelligente poi si fermava. "Almeno lei viene pagata". Non mi manca per niente. Non mi manco per niente. Provo un profondo ribrezzo per quel periodo, e non solo per la scuola. Mi impegnai solo l'ultimo anno, strappando un novanta su cento che non meritavo sicuramente. Chissà che videro in me i professori. Sicuramente non la realtà. Mentii spudoratamente e ne uscii vincitore, contro chi non lo so, ma vincitore.

Forse è andato tutto per il meglio dal momento in cui ho preso il diploma. O forse no. Per certe cose tornerei indietro, solo per godermi quelle pochissime persone che c'erano ancora nella mia vita. Sono passati anni, eppure ho già scordato i volti di chi un tempo tenevo per mano. Certi problemi non esistevano ancora. Almeno i miei problemi di oggi riguardano solo me stesso. Meglio così: ricordare porterebbe a fastidi notturni che nessuna pasticca di melatonina potrebbe levarmi.


L'unica cosa in cui avevo mostrato un briciolo di talento era la scrittura, e forse l'arte. I professori avevano il buffo vizio di idolatrarmi e usarmi come esempio davanti ai compagni, chiedendomi di stare loro vicino e aiutarli; anche se allora li consideravo — e li considero tuttora — degli incapaci, facendomi spiccare anche con il minimo impegno, o nessuno. Adoravo quella situazione. Quasi di sottomissione. Secondo me non ci provavano davvero: era un pensiero gentile per non dire che fossero degli inetti, anche nella vita e peggiori di me. Avevano bisogno di me? No, ma erano costretti da qualcuno di superiore. I modi di fare gentili erano la mia parte preferita: sapevano benissimo del ripudio che provavo per loro, ma lo svolgere di quella mansione a gran sorriso lo rendeva ancora meglio, e loro mi dovevano sorridere indietro, e ringraziarmi. Poi come già detto, la scuola finisce, prendo il diploma e amen. Invece di coltivare quello strano rapporto con le parole o l'arte, ho lasciato mutare queste capacità nell'usare mediocremente Excel. Mi sono guadagnato un posto in ufficio invece di provar a infilare parole una dopo l'altra su un foglio di carta. Provai l'Università sotto consiglio di quei pochi professori che mi guardarono negli occhi. Non diedi nemmeno un esame. L'Università è quel posto magnifico dove ti sentirai dannatamente fuori posto. Mi annoiai. C'erano tanti come me. Decisi celermente di andare a lavorare. Mi ritenevo sotto la soglia: mediocre nel fisico, mediocre di testa: eppure eccomi. Sembra che sia stato costretto a fare una scelta, ma non è così.


Macchina fallace

Amo il mio lavoro, al contrario di ogni cosa. Mi dà una soddisfazione impagabile. Anzi, il mio senso di esistere è proprio lì! Ho avuto persino la fortuna di trovarci persone a cui tengo molto, trovando anche il perché giustificare il mio attaccamento a questa vita. Quella vita. La mia famiglia è quell'ultima ancora che guardo, ogni tanto desideroso che non ci sia, così casomai sparissi non farei del male a nessuno. Amo la mia famiglia, ma non come il mio lavoro. Il problema è che la mia famiglia forse la amo per davvero per qualche motivo biologico. Il sangue non mente, o qualcosa di simile. Il lavoro però mi ha portato via da loro almeno.

Da quando l'ho ottenuto, le mie giornate vi ruotano attorno: farmi una reputazione, rendermi indispensabile, sapere di essere il migliore. Ho camuffato questa dipendenza con la gentilezza e la disponibilità; essere sempre presente, ma mai in mezzo ai piedi. Mi presento ore prima, me ne vado ore dopo. Tutto perché so di aver bisogno di quella sensazione. Di avere qualcosa che mi tenga vivo. Che brio. Comprendere il gioco sociale che ogni elemento compie, e come ritagliarmi al meglio il mio angolo, e poi allargarmi. Si tratta di una sfida, per me.

L'unica volta in cui mi sono sentito capito veramente è stata davanti alla TV guardando The Hurt Locker, mentre smistavo e classificavo documentazione che mi ero portato di nascosto a casa per continuare a lavorare anche dopo l'orario lavorativo. Non lavorai molto, ero preso dal film. Mi sentii come il protagonista.


Ma io non disarmo bombe. Io riempio cartelle e smisto documenti.

Qualcuno riderebbe di me, ma la sensazione di finire una pratica e sapere di averla fatta perfettamente… di esser l'unico a saperla fare così velocemente e continuare a produrre, produrre e produrre… mi rende euforico! È meglio di come ho inteso il sesso per tutta la mia vita. Mi gratifica al pari, se non di più. Il sesso dovrebbe essere naturale, liberatorio: ma alla fine son tutte performance, proprio come il lavoro. L'eros non può competere con il mio aberrante desiderio.

Nella lucidità so che non è così: sono sostituibile e anche facilmente, e il sesso è certamente meglio. Ma non importa. Mi alimenta e basta questa mia idea. Voglio che chiunque venga al posto mio, abbia il peso della mia impronta. Dovrà sentirsi secondo a qualcuno che non ha mai conosciuto. Sapere che non sarà mai ben collegato e affiatato con la squadra come me. Che non potrà mai, mai eguagliarmi. Cosa stupida, inutile, eppure mi tiene vivo. Una finta e malata competizione è ciò per cui ardo veramente. Ardo, e intanto consumare il mio corpo mi tranquillizza. Le borse sotto agli occhi mi fanno sentire vivo nel mio loop meccanico. Il mio involucro fallace che riflette le mie pessime azioni. Sono meglio della droga. Mi rendono incredibile, mi rendono perfetto. Lo stipendio è solo una scusa per continuare. Se me lo togliessero, probabilmente continuerei a lavorare comunque. Il mio lavoro è perfetto.

Tranne nel momento in cui sono costretto a salutare tutti, e poi arrivato in camera, mi levo i vestiti. Quando finisce.

Lì sanno chi sono: sanno che non sono di molte parole, che non sorrido, non rido. In ufficio emano talmente tanta vita che non trovo senso esprimerla al di fuori. Forse è la lontananza dal mio nido che mi ha reso talmente brutto al mondo che me ne sono dovuto creare uno nuovo, e al primo accenno di famiglia che ho trovato, ne ho ricostruito uno. Si tratta solo di sopravvivenza la mia, non fatemene una colpa. I miei colleghi finito il lavoro tornano a casa dalla propria famiglia, io non ho nessuno o niente da cui tornare.


Un tempo, in quei periodi di oceano oscuro, mi aggrappavano a qualche amore che magari nemmeno diventava carnale. Mento: spesso lo diventava. Erano boe. Sfide. Ludiche, anche. Formare dal niente una nuova personalità giusto per loro, e godermi tutto, tutto l'affetto. Con internet è diventato tutto più semplice: spesso le donne ciò che desiderano è affidabilità, ed è altamente facile fingerla. Diventare esperto in una materia alla quale non mi sono mai interessato. Assumere nuove forme, maschere per farla semplice. Ci trovavo un grande sfizio: riuscire era come essere un artigiano che osserva con fierezza la propria opera messa dinanzi a tutti. Ma non andava sempre bene: certe volte ho indossato per troppo tempo determinati travestimenti che alla fine mi ero convinto fossero parte di me, che fossi io. Terribili momenti, ringraziando al cielo poi come se mi fossi fatto una doccia, si levano di dosso. Per un paio di loro, al pensiero, sono anche triste: non se lo meritavano, ma è capitato. Erano bellissime, e non ho saputo resistere. Si parla di lavori che duravano anche anni: ore di ricerche su gruppi musicali che non mi sono mai interessati. Ore su argomenti che mai avrei letto. Alcuni direbbero bello l'amore, ma a me del k-pop non m'è ne mai fregato un cazzo. Ringraziando al cielo l'argilla si può sciogliere. Son certo che non ho mai amato; forse solo una volta, ma il karma ha colpito subito, e adesso lo aspetto ancora. Non perché sono pronto ad affrontarlo, ma il contrario. Non voglio che mi bussi di nuovo alla porta. Ma adesso sono adulto, ho un lavoro: non ho tempo e forze di farlo con le donne, già lo faccio in ufficio. Ma quel presentimento rimane sempre dietro la porta.

La mia inquietudine? Innamorarmi veramente. So che quando accadrà dovrò preoccuparmi davvero: chiunque riesca a vedermi senza riflessi per quello che sono, sa che prima o poi deve andarsene. Perché? Perché sono destinato a fallire, a datarmi, e son stato talmente egoista nella mia vita che nemmeno i miei pezzi saranno utili per quanto sarò sigillato. Non avrò maschere, non avrò travestimenti, non avrò niente. Verrà qualcuno alla mia porta che senza bussare entrerà, aprirà le finestre, e brucerò. Brucerò. Guardarmi con i riflessi della luce del sole invece che delle lampade a neon dinanzi a qualcuno che egoisticamente mi ha truffato di ogni mia difesa… mi terrorizza! Il sole dovrebbe purificare, ed è per quello che mi fa male. Sono un male che cammina. Spero non accada mai.


Macchina fallace

Si tratta di voltaggio che la mia mente non può minimamente sopportare. Mi dovrei inventare qualche sistema di sicurezza, ma non funzionerebbe.

O forse no. Sto cercando solo di romanticizzare il tutto. Tutta una grande iperbole. Magari mi sposerò e farò una famiglia tanto per. I miei genitori fortunatamente mi hanno fornito un ottimo manuale di istruzioni, mi basterà seguirlo. Feci pure teatro, ero bravo. Posso rifarlo. Per dare la soddisfazione a mia madre almeno. Vedremo. Alla fine è vero che i diamanti sotto pressione non si spaccano, ma io mica sono un diamante. Sono l'alluminio: non mi brucio, divento giusto opaco. Niente di grave: destino di ogni computer che lavora troppo. Ed è il mio di destino questo. Non cerco un posto dove voglio stare bene. Mi basta appartenere. Appartenere a qualcosa. Appartenere a qualcuno. E sia chiaro: non sarà nessun psicologo online a cambiarmi. Non prenderò pasticche. Non farò nessuna maratona. Non farò arrampicata. Non sarà il cammino di Santiago. Non leggerò Goggins. Non cambierò. Vi odio. Mi odio. Mi succhiassero il cazzo.


Sto già morendo, e non saranno queste cose a salvarmi. La mia batteria già si sta gonfiando dal calore nel mentre, il touchscreen funziona solo quando vuole. Le ventole non riescono più a girare per quanta polvere hanno risucchiato. Non sento più niente se non il bisogno di lavorare. Una volta piangevo allo specchio pregando di non esser più quel tipo di animale.

Oggi mi guardo allo specchio e ammiro la decadenza. Mi chiedo tra quanto tempo verrà la ruggine e con testa alta mostrerò queste cicatrici. Spero presto. Non vedo l'ora.

Anche perché la sveglia suonerà sempre alle cinque, anche nel weekend.


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