Mari non si è ritirato dal Premio Strega
- Laura Rifiuti
- 2 ore fa
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Una riflessione sul potere

È chiaro: c’è un unico modo elegante di ritirarsi dal premio Strega, e sarebbe di farlo «in nome della cultura». Per protesta, dunque. «Contro l’ingerenza dell’editore industriale in un campo che io considero ancora, arcaicamente, non industriale». Perché allora fare un articolo come sarà questo, sulla schiuma mondana della cultura, la sua pura «industria» – insomma, sul «Premio Strega così com’è: cioè un campo d’operazioni del più brutale consumismo»? Così Pasolini, quasi sessant’anni fa.
Ci ho riflettuto molto, e solo col passare dei giorni mi è stato chiaro. C’è un unico modo per fare un articolo sul «Premio strega così com’è», e sarebbe farlo partendo da Pasolini (anzi: farlo «per Pasolini. Con Pasolini»). Tuttavia, tale articolo non è esattamente quello che state leggendo. Darò per noti gli antefatti.
Perché? Perché credo che un insipida polemica mondana come quella che ha trovato teatro nello Strega in questi giorni possa superare inconsapevolmente sé stessa, e possa spalancare un campo di forze forse impreveduto, ma rilevante politicamente. Ho subito sentito che c’è molto da discutere, e in effetti già se ne discorre parecchio. Proprio per questo credo che valga la pena riparlarne.
Certo è che se fossi in Rui o in Ciabatti, in lizza per lo Strega, avessi fiducia in ciò che ho scritto e poi vedessi la vittoria attribuita a un altro, anziché rifugiarmi subito in una voluttà autodenigratoria (e sfoderare un faticoso sorriso di cortesia) può darsi che penserei, al mezzo tra il rancoroso e il consolatorio: anvedi ‘sto stronzo, pure misogino de m… Eccetera eccetera, senza troppi pudori snobistici sul novero di insulti scelti.
È altrettanto sicuro, però, che se fossi in Mari, nella condizione rara e fortunata di essere una delle punte della letteratura di ricerca e di godere pure di discreto successo editoriale, mi sentirei piuttosto sfiduciata alla prospettiva che una frase detta in privato può essere sufficiente a tagliarti fuori dai giochi: se non sempre, almeno per una volta.
Questo, va da sé, se credessi davvero molto nella mia idea di una letteratura forte, nell’idea cioè che si possa ancora, in questo mercato da strapazzo che è della letteratura terreno naturale, ritagliarsi un proprio pubblico ristretto, più colto e avvertito della media (certo, ma senza sdegnare una fruizione a più livelli), condurre una personale battaglia per un investimento sullo stile e sulla lingua come oggi non se ne vedono (e vendono) molte; e se credessi davvero, oltretutto, che una letteratura di alto tono e una scrittura che viva la ricerca stilistica in maniera esistenziale possa ancora dire qualcosa di per sé. È molto difficile per me immedesimarmi, ma devo farlo, ne ho bisogno per capire. Non è uno scherzo, appunto, perché Mari è naturalmente quanto più lontano e diverso da me: per genere ed età anagrafica anzitutto (e il genere implicherebbe già un posizionamento ideologico), ma anche perché intellettuale di professione, scrittore prestigioso, ex professore universitario. E in questo, nemmeno Rui e Ciabatti sono tanto più vicine a me: lo sono di più, però, perché anch’io sono una donna, e posso immaginare che la loro reazione istintiva, alla menzione della loro collega, nei termini offensivi in cui forse si è disposta, sia stata quella di sentirsi prese in causa anzitutto in quanto donne.

Vorrei risparmiarvi la mia autobiografia, che è inesistente, non interessa a nessuno e non serve, neppure a me: però una cosa posso dirla, ed è che – pure nello scoramento – dovrebbe esserci qualcosa di vagamente tranquillizzante, per una come me poi, sempre timorosa di dire frasi banali o avere pensieri meschini, nel rendersi conto che un intellettuale raffinato può dire cose corrive, formulare sentenze frettolose, esibire pregiudizi superficiali: insomma, che è un povero diavolo come tutti, un bravo scrittore sì ma un uomo mediocre, come tanti. Questo non ci stupisce. Eichmann, che ha detto e fatto cose ben più riprovevoli e a cui senza dubbio, dovendo scegliere, cederei anche la parte di gogna mediatica che s’è beccato Mari, ha pronunciato prima di morire certe parole sulla Germania e sull’Austria di una banalità sconfortante. Ti aspetteresti il grande tragico, il monologo à la Macbeth, e ti ritrovi con l’uomo comune, il grigio burocrate della Renania, meno interiormente dilaniato, forse, ma decisamente più tragicomico. Eppure, è stato un uomo diabolico e un criminale di guerra. Ma in fondo, non è giusto così? Non è già questo l’equilibrato contrappasso? Anche senza scomodare l’aldilà, se non ci crediamo: l’umiliazione di essere denudati, e la punizione di scoprirsi stupidi. Capita a tutti, capiterà anche a loro.
Ci siamo abituati a guardare alla cultura e agli intellettuali in maniera infantile: o li ignoriamo, perché al mercato non conviene e poi siamo stanchi la sera e abbiamo bisogno di distrarci, oppure li osanniamo mummificandoli e trattandoli come fossero già morti – se invece morti lo sono davvero tanto meglio, perché ci si può sentire cavalieri di un’impresa santa nel redimerci per non averli considerati da vivi. Questo quando va bene: ma quando va male, e ultimamente va male spesso, li vorremmo integerrimi pedagoghi, docenti di virtù morali (se queste siano ipocrite o piccoloborghesi, non è il luogo per discuterlo) prima che di nozioni e sapienza. Ma si rimuove troppo in fretta che, nelle nostre radici culturali, da pedagogia a pederastia il passo, almeno un tempo, era breve: devo credere che o si considera morale un’educazione che concepisca il sesso con i minorenni una buona pratica iniziatica, e di questi tempi non penso proprio, oppure c’è un grande contenuto sessuale che nascondete sotto al tappeto insieme alla polvere.
Al di là delle battute, mi pare che da tutta questa storia si possa misurare il polso di come sia cambiata la percezione della cultura, e cioè come siamo mutate le nostre pretese nei suoi confronti. Le richieste che più imperiosamente avanziamo si possono in sostanza riassumere come: storie edificanti, messaggi buoni, eticamente spendibili; e quindi: granitica coerenza personale, limpidezza morale, kalokagathia a buon mercato. Lontani, lontanissimi dallo «scandalo del contraddirmi», per due motivi: perché siamo sempre più lontani dalla capacità di distinguere e integrare (parlo di una fetta ampia del pubblico) significati complessi e stratificati, in letteratura e fuori, e perché, a dircela tutta, i termini del dibattito su Mari non hanno esattamente la stessa serietà della riflessione sul ruolo dell’intellettuale nella mutazione antropologica (e comunque, Pasolini era imbronciato anche quando andava in televisione).
A ben vedere, però, anche da questa polemica qualcosa di (semi)serio si potrebbe trarne. Dico che sarebbe bello se lo Strega, o qualsiasi altra istituzione culturale, potesse permettersi di ignorare beatamente le gogne mediatiche: e invece non può, ed è inevitabile che non possa, non solo perché non vuole (comprensibilmente) pestare merde. Non può perché, in effetti, ha il compito di non ignorare ciò che accade a largo raggio nel pubblico dei lettori, che oggi, nella scrittura oltre che nell’ethos dei comportamenti, cercano soddisfazione a un bisogno morale e civile di realtà che fino a trent’anni fa non si dava, o non si dava più. È un segno importante di un cambiamento che non è derogabile. Che poi il mercato s’affanni a sopperire dandoci in pasto fin troppi libri mediocri e brutalmente scritti, è un altro discorso: ma che a contare, oggi, sia anche la persona pubblica di uno scrittore, chiamato a esprimersi e a rendere conto non solo della propria opera, ma anche del proprio grado d’impegno, non è affatto un altro discorso.

In questi giorni però c’è un principio che sembra invalso e subito degenerato: la pubblicità del privato. Alcuni potranno non volersi arrendere all’idea di vivere in un regime panottico, in una scopìa ineludibile e incessante, di fatto ingiusta; ma io voglio o debbo accettarlo, con buona pace della mia parte d’anima “reazionaria”, che non riesce a condividerne il principio. Però, proprio perché deroghiamo ai nostri principi – sì, anche morali –, dobbiamo, credo, essere all’altezza di queste deroghe. Se accettiamo che ciò che una persona pubblica fa e dice in privato conta anche di più del contegno che tiene in pubblico, anche di più perché tradisce di sguincio la Verità, la vera Realtà della Persona (altro fantasma che ci affatichiamo, un poco invano, a voler acchiappare); se accettiamo la Verità come valore supremo, una (mitica) Verità spontanea e immediata piuttosto che quella faticosamente elaborata e raffinata – per sua natura artificiosa, e dunque falsa, e dunque Male – dallo scrittore-archeologo, che scava nel fondo del linguaggio; se accettiamo tutto questo, e accettiamo che la privacy è un diritto derogabile, è anche doveroso nel frattempo che cresciamo e ci assumiamo una buona dose di responsabilità per ciò che ne viene fuori. Non ci scandalizziamo dunque se Mari ha un’uscita infelice, giacché gli scrittori non sono sotto giuramento, non sono nell’esercito e non possiamo punirli con un ritardo nella carriera; come allora non potremmo più né ridere né piangere – dovremmo anzi riconoscerglielo con il massimo dell’onestà e del rigore – se trapelasse che Salvini, di fronte a una pasta al bar di Montecitorio, abbia riscritto Simulacri e simulazioni, formulando la geniale (se un po’ passata) diagnosi sulla contemporaneità.
In definitiva, se davvero Mari ha parlato non sapendo di essere ascoltato (il verbo sarebbe sputtanato), è ovvio che la responsabilità delle sue parole pubbliche non cade solo su di lui: perché, banalmente, non è sul piano pubblico che lui ab origine, con l’atto di pronunciarle, se ne è assunto la responsabilità. Quando si opera uno spostamento (consapevole!) della verità dal pubblico al privato, perché crediamo che solo sul secondo piano essa possa essere recepita autenticamente, i soggetti che intervengono in questo spostamento sono plurimi, e plurima deve essere la responsabilità. Si parla spesso di tempi di moralismo e io stessa ne ho invocato la categoria: se la Verità è il Bene, e resta il bene anche a costo che emerga da un tradimento (anzi! Il tradimento perde ogni connotazione negativa), sarà ben giusto, secondo questo sistema, di rivelarla. Lasciamo perdere che è una maniera piuttosto poliziesca e dunque per sua natura contestabile; nei suoi termini, però, tenterebbe di essere coerente, perché un sistema che elegga a massimo valore la Verità deve infischiarsene di ipocrisie bon ton e rivelarla anche quando scomoda o iniqua o discriminatoria, insomma quando è vicina al Male o ne assume le vesti. Nella speranza, credo, che qualche utile ne sortisca. Se la verità è il bene, parte dal bene e nel bene finisce, essa neutralizza in sé anche il male, cioè riesce a contenerlo. È un sistema moralistico, sì, perché elegge un valore che considera prioritario a tutto il resto; ma non è vittoriano, o cercherebbe disperatamente di non esserlo, perché la pretesa della Coerenza e della Limpidezza, correlati della Verità, è rivolta anzitutto a sé stesso, e per rifuggire l’ipocrisia finisce che entra nella nevrosi. Ma attenzione, l’ipocrisia si annida dappertutto, se non altro perché è impossibile conoscersi interi e ci sarà sempre qualcosa di sé che sfugge, o si sgretola.

Ho il sospetto appunto che si fatichi a prendersi la responsabilità perché si ha grande paura che tutto crolli. Infatti, se qualcuno rivendicasse personalmente di aver divulgato la verità, come si potrebbe pensare di squalificare Mari? Voglio dire che se a un tratto si smettesse di considerare la Verità come una volontà disincarnata, e invece qualcuno volesse rivendicarne l'immanenza nel proprio volto e nel proprio corpo (ammettere: sono io che l’ho svelata), non ci sarebbe bisogno di trovare soluzioni “politiche” che aggiustino le cose, che le indirizzino al bene. Perché il Bene sarebbe bell’e sceso a farsi carne – che è l’aspirazione inconscia del nostro laicismo bigotto – e per un capro espiatorio avremmo il suo santo giustiziere. Così, squalificare Mari risulterebbe un di più. Perché se qualcuno si assumesse in toto la responsabilità pubblica dell'azione, non solo la parte di responsabilità propria di Mari ne uscirebbe relativizzata, ma anche la soddisfazione dell’errore sarebbe in qualche modo esaurita nella stessa Verità: la squalifica sarebbe una misura extra, ma la sua faticosa presenza in gara prolungherebbe la gogna e permetterebbe di conservare più a lungo il senso della giustizia ristabilita.
Inoltre, credo sia superfluo ricordare che, intercettato dall’FBI, di Martin Luther King non è proprio emersa l’immagine del casto reverendo: ma forse, se malgrado tutto continuiamo a celebrarlo (e menomale!) come un grande leader di un movimento morale, è anche perché a un certo punto la responsabilità si è potuta ripartire e anche l’onere della divulgazione, oltre che quello delle parole, è ricaduto su un soggetto individuato.
Invece, la vicenda di Mari è insidiata dallo squilibrio, e una presa di responsabilità in questo senso non ci si può aspettare, né a breve né mai. Dubito che Mari non riconosca che ciò che ha detto abbia un peso nel perpetuare il patriarcato, com’è stato scritto: altrimenti non avrebbe smentito come ha fatto. Ma credo anche che, se davvero ha detto quel che ha detto, in quel momento non gli interessasse molto il patriarcato, come non gli interessava né il senso comune (giusto) né quello dell’opportuno (soggettivo). E non credo affatto che se quelle parole fossero rimaste nel van, avrebbero avuto lo stesso effetto di regalare al patriarcato più alfieri di quanti già ne esistono. Anzi. Non è tanto che non credo utile concentrare proprio in mano di Mari le molteplici sorti del patriarcato – cioè non mi fido dell’estremizzazione del dibattito, e non credo che lui sia un agente determinante. A ogni modo, penso che chi ha divulgato la notizia l’abbia fatto anche con un preciso intento politico ed etico che non si può ignorare e anzi deve essere discusso: al di là di ogni possibile ragione personale, la cui esistenza è incommensurabile.
Chi l’ha fatto deve aver agito per ragioni in senso lato politiche, cioè col preciso intento dell’esposizione pubblica, al di là di ogni considerazione “umanitaria” di rischio sociale (il pericolo che i modelli misogini e patriarcali si rafforzino). Indubbiamente, chi difende la scelta della pubblicità pensa anche che le parole vengano prima delle cose e che abbiano un effetto sulle cose stesse: ma è proprio per questo che, se il ragionamento fosse stato fatto unicamente in termini di effetto sociale, sarebbe stato forse più conveniente mantenere la notizia privata. È chiaro infatti che se si fosse creduto molto o soltanto nel rischio sociale che quelle parole contengono in sé, si sarebbe anche potuto scegliere di non renderle pubbliche, proprio a salvaguardia di un messaggio sociale benefico di cui si chiede che gli intellettuali siano esempio. Dall’altra parte, è evidente che l’“efficacia del messaggio” si nutre anche di controesempi e ha bisogno, per stare in piedi, di esibire pubblicamente la loro repressione. Tuttavia, parleremmo in falsa coscienza se dimenticassimo che chi è padrone di una notizia sensibile ha avuto per primo il potere di farla diventare – appunto – sensibile e rilevante: ha cioè compiuto una scelta con la quale ha esercitato un potere. Chi ha scelto di divulgare la notizia di Mari, insomma, ha avuto il potere e l’opportunità di trasformare la sua frase in una frase grave, o più grave: semplicemente perché è innegabile che è anche e soprattutto per il fatto che è pubblica che l’offesa risulta, appunto, più grave. Che pubblica, a rigore, sia stata resa dopo, ormai non conta più: finita sulle pagine di Repubblica, non cambierebbe molto – a livello d’opinione pubblica, almeno – se invece quella frase fosse saltata fuori in un consiglio di facoltà, ad esempio, oppure in un’intervista.
Peccato che, se si vuole riflettere su tutti gli elementi in modo onesto, valutare il contesto è d’obbligo: oggettivamente, Mari si è espresso in un contesto non sorvegliato; è altrettanto oggettivo che se invece avesse parlato in una veste pubblica, immaginiamo sempre un consiglio di facoltà, il comportamento sarebbe stato meritevole di sanzione disciplinare e la mancata punizione sarebbe un’ingiustizia ignobile; del resto, però, non abbiamo gli elementi per essere sicuri che Mari si sarebbe espresso così anche in un consiglio di facoltà, magari contro una collega. Non posso indovinare se Mari abbia o non abbia il senso del contesto, perché non lo conosco; posso però ipotizzare che, almeno a posteriori, ne abbia avuto qualche idea e rispetto: e non solo perché ha lui stesso sottolineato che si trattava di una conversazione privata (il che è stato interpretato come viatico per non credere alla smentita), ma anche perché ha costruito la sua difesa rinnegando il contenuto misogino del commento, e dunque ha capito che assumersene la piena responsabilità avrebbe implicato ammettersi disinteressato a ogni distinzione tra pubblico e privato, o tra bene e male, giusto e sbagliato: che è un’immoralità ben peggiore. Perciò non credo che concentrarsi solo sul sessismo sia necessariamente un punto di vista produttivo, perché ritengo che la linea della condanna, sebbene si rivesta di ottime ragioni, possa essere giocata su elementi parziali o, per com’è stata condotta, risultare fuori fuoco. Come accade spesso, siamo costretti a leggere un discorso che si muove a due velocità, ottuse e non comunicanti: verrebbe da sbattere la testa contro il muro, e invece stiamo provando a scioglierle.

Fatto sta che ora siamo davvero a un doppio vincolo. Se Mari vincesse lo Strega, si scatenerebbe il putiferio e, a torto o a ragione, ci si attorciglierebbe sul domandarsi se non andava piuttosto squalificato; se Mari perdesse, invece, un contro-putiferio indurrebbe alla paranoia del complotto femminista, cioè che Mari l’abbiano fatto perdere apposta perché, come si ama ripetere, non si può più dire niente: se in questo caso fosse una donna a vincere al posto suo, si parlerebbe di vittoria politica e, che si pensi o no meritata, ne verrebbe il risultato non troppo implicito, ma inevitabile, di svilire il merito intellettuale delle candidate. Ci sarà un motivo, che mi spingerei a dire calcolato con ragionevolezza, se, a quanto dice Mari (e non possiamo inferire che menta), la volontà di Ciabatti era quella di non dar seguito all’episodio. Non solo, forse, – ma anche per quello – perché anche lei riteneva di doverlo limitare a quello che è: una banale, mediocre, stupida, infida conversazione da van.
La pubblicazione di una verità è essa stessa un atto morale e politico, senz’altro più politico della posizione di Mari. Mari è poco una vittima tanto quanto è poco un carnefice: vittima di una fuga di notizie, autore di una frase misogina, con l’aggravante, semmai, di averla pronunciata beffardamente, per il gusto intellettuale di andare contro al senso comune. Ma è chiaro che, mettendo a fuoco lo schema di forze, Mari esercita un potere piuttosto debole. Dopo la fuga, ha molto più potere, invece, chi la fuga l’ha provocata: tanto più potere quanto la frase di Mari è in fondo innocua, tanto meno potere quanto più la frase di Mari è invece grave, ma comunque un innegabile potere. A ogni modo, è comprensibile perché Mari abbia rinnegato (grave o innocuo, resta il cattivo gusto); ma c’è un discorso più ampio sul potere che emerge inquietantemente da questa storiella, un discorso che meriterebbe di essere fatto e che ancora, temo, non è stato fatto. Tentiamo, per una volta almeno, di uscire dal binarismo asfissiante: siamo adulti, e non dobbiamo sclerotizzarci attorno al solito rogo rituale.
Se non è completamente indebito, vorrei concludere su una nota ironica. Forse l’unico modo per capire davvero questa favoletta sul potere, cioè per immedesimarcisi, sarebbe recuperare un po’ di buon vecchio senso del tragico. Cosa voglio dire? Non proprio che bisogna gonfiare titanicamente la statura di questi personaggi e bearci di un inganno: tutto al contrario! Piuttosto, che mi sa che ci sbagliamo, e s’inscenano reazioni da melodramma quando stiamo di fronte a un recital da tragedia. In tutta la vicenda, infatti, il concetto di responsabilità che ho evocato ha un che di quel che Kierkegaard chiamava l’«ambiguità estetica» della tragedia antica: la correità di colpa (individuale) e fatalità (il disegno inesorabile imposto da altri, dunque l’innocenza). È vero che la fatalità è indeterminata, ma da che mondo è mondo l’indeterminatezza spaventa e perciò ci siamo inventati gli dèi, per fare da prestanome all’ineffabile. Comodo! Ora sostituite gli dèi col nome (che pure esisterà) di chi ha mandato il messaggio alla redazione di Repubblica, e bell’e fatto. Qualcuno potrà chiosare che anche Mari, vero tragikòs, c’ha messo del suo.
Mari non si è ritirato dal Premio Strega
di Laura Rifiuti






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