Domande scomode
- Laura Rifiuti
- 13 minuti fa
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Un racconto sul vuoto lasciato dalla cultura

La conferenza è al primo piano di un palazzo storico del centro, uno di quelli che hanno ristrutturato e ammodernato per convertirlo a polo universitario. Lo tengono piuttosto bene, c’è da dirlo. Sento spesso commentare dalla voce popolare che «con tutto quello che paghiamo di tasse» le sedie non dovrebbero scricchiolare e cedere e i proiettori dovrebbero funzionare a schiocco di dita, ma a me va bene anche così. C’è un’innata spinta collaborativa che sprona studenti, portinai e inservienti a dare il meglio di sé per garantire quel livello di squallore medio che hanno tutte le cose italiane frequentate e praticate. E questo, devo dirlo, mi piace, cioè mi rassicura. Alla peggio affina il gusto e alla meglio ti ridimensiona, non ti mette in soggezione.
Comunque, il palazzo è storico, l’ho già detto – in un pomeriggio di marzo l’illusione che restituisce è quella di una continuità tra te e chi cento anni prima ha studiato proprio qui, che forse è l’unica forma implicita di marketing su cui l’università può investire ora. Ma io, mi dispiace, non ci credo. La mia malafede è costitutiva: l’irradicalità dell’oggi mi terrorizza; è la mancanza di volontà di chi, come me, non ha padri (né madri): né culturali, né intellettuali, né metafisici. Mi dispiaccio e mi deprimo quando la scorgo in me, la riconosco come ragione della mia (nostra?) insufficienza, è un tratto generazionale che non potrà essere cancellato dalla forzatura di una buona educazione – quando saremo adulti, rovineremo il mondo?
Ma tutto questo non c’entra. L’incontro con la scrittrice è al primo piano, dicevo, in una sala che conosco molto bene, adibita ad aula magna nonostante ci siano sale ben più grandi, anche se meno sontuose. La stanza è gremita, non me lo aspettavo; l’unico posto, fila centrale, è di fianco a un ragazzo con l’iPad che gioca a Block Blast e fa una faccia istupidita quando gli chiedo «posso?».
Naturalmente qui sono stata molte volte, e non ce n’è una in cui non mi sia meravigliata – non ho mezzi termini – della bruttezza. Non c’entra niente con l’aria dimessa dei corridoi, con la sobrietà delle aule che, colpite dal sole a un certa angolatura, attraverso l’accumulazione (batterica) delle finestre (anche luride), diventano perfino belle. Infatti il resto degli ambienti, quelli più esposti alle folle quotidiane, dipendono dal fuori, ne prendono l’aria e ne sono del resto una parte, perché funzionano (è così) in base alle stesse leggi: se il cielo è di un azzurro perfetto (senza veli, marino e clorurato allo stesso tempo) lo squallore è capace di redimersi, si trasfigura. Qua dentro, invece, la luce diretta non penetra. Non pensate che sia per via del cemento, che si arriccia ritmicamente in un lavoro complicato di stucchi, o degli spessi portali in legno o la congerie di elementi architettonici (una sorta di pulpito neoclassico aggetta sulla stanza, come fossimo in chiesa). È per via delle finestre, come se non ci fossero (dalle «tende d’annunzianamente pesanti» divino un decadentismo anni ’80): una luce tenue e rossigna si riverbera dappertutto senza che di preciso si individui un punto, come se le pareti fossero di cuoio – sì, proprio pelle bovina dura, ma rosa sorbetto, di cui si legge la trama controluce. Tocca accendere le lampade artificiali, due plafoniere (mi pare) e un faretto; solo i barbari mischiano luce gialla e luce bianca e qui saremmo al pinnacolo della civiltà, seh vabbè. Invasata dal dio mi ispirano alti e pii pensieri, da crepuscolo. Solo lei, la scatola, esiste, e noi che ci stiamo dentro, e recuperiamo come per magia – meno l’emicrania – la vista intrauterina: addosso alle pareti muschiate della placenta, anche lei una roba dura e molle allo stesso tempo, che concede la clemenza della luce esigua. Come la placenta, del resto, questa stanza è costruita per due ragioni contemporanee e inconciliabili (e, dunque, tragiche): ferire e non ferire, tardare in eterno l’ammissione all’azzurro, espellerti inerme, quando l’eterno finisce, alla sua pienezza.
Tutto è iniziato con un ritardo amichevole, la scrittrice ora dialoga con il professore e legge qualche brano di poesia. L’ospite, che non è un’accademica, è molto autoironica. Puntella il discorso di segnali di umiltà, si dice quasi imbarazzata a dover parlare di Dante di fronte a tanti esimi studiosi; in realtà è molto colta, forse l’ultima propaggine di una vecchia scuola che, per formazione, leggeva davvero «tout le livres». Ma no non mi abbatto, cerco di essere positiva – a volte, quando penso alla morte dichiarata del nostro mondo culturale, quando mi raccontano il glorioso umanesimo passato che non ho conosciuto e che non si reincarna, mi sento in colpa e mi vergogno. Colpa e vergogna: il sentimento dell’assassino e di chi dalla distruzione è uscito redivivo, contro la volontà.
Dover leggere, dover formarsi è doloroso, è l’esperienza di una lacerazione. Ti costringe sempre, inevitabilmente, di fronte al non essere: a ciò che non sai, a ciò che non sei – a ciò che non sei ancora e forse non sarai mai. È quando l’altro è, e io devo scoprire in me una carenza d’essere, che soffro. È l’unico dolore che sono in grado di provare fino in fondo.

A conferenza terminata, a casa, ripenso all’intervento abrupto e fuori contesto di un ragazzo che incontro spesso a lezione. Riguardava la storia, tragica, della madre, che non conoscevo: ha tentato il suicidio più di una volta, molti TSO, ora vorrebbe morire con l’eutanasia. Il getto di condivisione aveva ammutolito tutti, compresa la scrittrice, che tra l’altro è una nota addolorata. È naturale, quando il proprio assoluto si scopre relativo si va in tilt, bisogna correre ai ripari e ammettere che siamo come tutti. Il mio dolore più grande è fare i conti con l’altro – eppure anche l’altro avrà un bel da fare con me. Ahi noi, quando il dolore degli altri si para in fronte al tuo e, mentre ti sconvolge, ti protegge, ti risarcisce come vittima in un modo forse insufficiente ma inappellabile: ti dona per una volta il ruolo del giudice.
La riposta uscita costretta non la ricordo, era qualcosa di raffazzonato sulla preziosità della vita, che a mente fredda forse neppure lei sottoscriverebbe. Ma questo non è importante. Ciò che conta è un’altra cosa, ed è che in quel momento mi sembrava di aver assistito a un fenomeno nuovo. Era la prima volta, non credo in assoluto, che mi ero trovata vicino a un dolore così, non saprei nemmeno dire come. Userò termini imprecisi – schizoide, puramente estroverso e barbaro, diverso assai da quello modulato e controllato che mi impegno a far quadrare dentro la scrittura. In quella stanza non ci faceva niente, era evidente. In quel momento soffrire davvero – si vedeva bene – voleva dire più che altro non rendersene conto, in mezzo a persone che invece, più o meno, se ne accorgono tutte, per mestiere o per inclinazione. Anch’io del resto me ne accorgevo sempre, non facevo altro che accorgermene. E lì per lì valutavo, se sgattaiolarmene fuori o provare a restare, e comicamente scivolarmene sotto la sedia avanti alla mia.
Ecco, una pulsione forse infantilistica ma di cui non riesco a vergognarmi è che, mentre ero lì, avevo provato un forte desiderio di ridere. Ammiro chi sembra dotato di infinitamente maggiore autocontrollo: io per sedarmi devo redarguirmi con parole brusche e velenose, devo pensare a ciò che mi fa deprimere di più, punto a sabotarmi l’orgoglio. Forse non sarò nient’altro che una ragazzina, ma sono peggiore degli altri? Non lo escludo: e neppure escludo che anche gli altri non siano migliori di me. Mi chiamo col mio nome e sono come tutti. Sono stupida, ma non abbastanza per non accorgermi di esserlo. Soffro, ma soffrirne è amorale? Accantono, non ho simpatia neppure per chi se lo chiede.
Io lo so che non dovrei trovarmi mai in queste situazioni, perché alla meglio finisco per sembrare insensibile, alla peggio una bulla. Giuro su dio che non sono così – è stato uno strappo collaterale, uno scontro improvviso con una materia così franca e sconosciuta che ne ho sentito l’attrito e d’istinto mi ha fatto ritrarre. Però più ci provo e meno riesco a sentirmi in colpa. Forse se la tragedia è troppo evidente anche il comico risalta di più. O forse è stato il fatto che tutti dal primo all’ultimo hanno fatto segno di non accorgersene, ma eccome se se n’erano accorti. Qualcuno stava rigido rigido, tutto ingelonito, sembrava (o era?) stizzito. Questi, se non volevi sbellicarti pubblicamente, erano i peggio. Come uno che, per partito preso, si sforza così tanto di non ridere che alla fine si arrabbia per davvero, e allora vorrebbe fare a pezzi ogni cosa, far crollare le tende, spargere benzina e dare fuoco al teatro.

Aggirato l’imbarazzo, l’emergenza è rientrata. Ma poco dopo al primo intervento ne segue un altro. Questa volta il ragazzo si alza in piedi e dichiara di aver scritto due poesie, con annesso racconto delle circostanze di composizione. Di nuovo da stringersi il cuore: ancora morte, bambini malati, cose irripetibili. Sembrava, a dirla tutta, un dramma pietoso da fiction o da talk pomeridiano – eppure non c’era la scusa della finzione, né mediazioni ottundenti da irrealtà televisiva. Qui, al contrario, era tutto reale, tutto di una pasta oscena e collosa, senza le trame e i ritocchi per propinarcela intinta nel miele. Ma noi che malvolentieri ascoltavamo, quel racconto stonato potevamo accoglierlo altrimenti che così? Come ci trovassimo di fronte a uno schermo, come se quelle cose brutte lui fosse andato a raccontarle in un salotto della televisione, dalla Balivo o dalla Toffanin. Forse se avessimo chiamato l’applauso avremmo medicato un po’ d’imbarazzo.
Ma no, vedi, mi sto sbagliando. Lui è un puro, non ha niente che lo contiene, non sa niente del nostro ordine di realtà e quando ci si scontra gli fa male ma poi se lo dimentica, e come la chiami questa se non subalternità, innocenza, totale innocenza? È passata un po’ la frizione dell’inaspettato e trattenere le risate ora mi è più facile. Non posso ridere? Si ride di fronte al peccato quando si sa cos’è l’incorrotto, si ride nervosamente perché si sa che non lo si sfiorerà mai. Il ragazzo declama le sue poesie, le conosce a memoria e mi sorprendo abbastanza – io non sarei in grado di recitare a mente niente di ciò che ho scritto. Vorrebbe un parere dalla scrittrice, lei che come lui ha conosciuto il Dolore, e ne risulta una risposta conciliante, un poco sbrigativa. Non so se lui ne sia uscito soddisfatto o deluso, ma forse sono categorie che non ha senso mobilitare. Lui è come il culturista di Siti oppure – non so decidere – come Francesco Chiofalo, quel personaggio mezzo borghese mezzo borgataro che è andato dalla Fagnani un martedì sera, che mi ricordo di aver pensato assomigliasse eccezionalmente a Marcello. Ma sto bene anche così, senza conoscerli davvero. Loro indisturbati trascendono i corpi, qualunque corpo, mentre noi stiamo lì a guardarli. Non è la stessa cosa.
Lui parlava per vero altruismo, ha esordito con «se la può consolare, anch’io…» e ha concluso «per ricordare che anche i giovani soffrono» (ma la chiusa non c’entrava poi molto col resto del discorso, né con le sue poesie). La scrittrice, penso quando sono a casa, è davvero ossessionata dal suo trauma. Come se una volta scampata la rimozione non volesse far altro che raccontarlo e fosse presa da un’euforia del ricordare. Capite a che risultati ha portato la medicalizzazione della psicanalisi. In testa, un po’ indebitamente, solo Liliana Cavani su Levi: «Ebbi l’impressione che Levi potesse, o meglio, riuscisse, a parlare solo di quel periodo della sua vita, come se fosse sempre rimasto là nonostante tutto».
Non credo che la linearità sia valida, penso sia un inganno e vorrei che saltasse, ovunque. Mi sono esercitata a stanarla sempre, soprattutto quando scrivo e quando penso, e se la trovo la cancello immediatamente. Penso che l’ambiguità sia un parametro più giusto, più realistico, e paradossalmente mi conforta – quando c’è da prendere posizione netta per qualcosa mi sento scomoda, non riesco a credere a niente fino in fondo, neppure a me stessa. L’ambiguo per me è una poetica e un alibi, l’ipocrisia una forma esibita – un bugiardo che dichiara platealmente di mentire dice la verità o mente? La linearità e la verità vanno in direzioni opposte.
Eppure a volte qualcosa non torna, anche lì. Anche l’ambiguo è troppo lineare, scivola al suo posto macchinalmente, diventa stucchevole. È così che tutto salta di nuovo. A volte, mi è capitato, ti trovi di fronte a un’esistenza davvero incorrotta e non sai come fare. Non sai se sei tu che proprio non la sai raccontare, e per quanto ti eserciti non ci riuscirai mai, oppure se in fondo, come tutto il resto, anche quella non è vera, non esiste. Anche quella forse è un’escrescenza dell’immaginazione, un simulacro, e l’altro maiuscolo a cui credo di aver accesso non è che un sogno, una proiezione come, per quelli come me, lo è tutto sempre.
Ne sono certa, quel soggetto inclassificabile che vedevamo muoversi liberamente nel mondo non era una vittima – e le sue poesie erano troppo immediate, troppo vergini o inconsapevoli per essere letteratura. Ma se per caso accade che la vittima riesca ad auto-costituirsi, nobilitarsi, piaccia o non piaccia ciò che scrive, certo non diventa santa e di fronte al dolore si rivela una perfetta inadeguata, come tutti. Il meccanismo mi si spalanca in fronte elementare, forse troppo; l’ovvio era una caramella pastosa, una di quelle che cresce sugli alberi, a un gusto naturale. Anche noi, imbevuti di cultura umanistica, già formati o in via di formazione, eravamo all’atto pratico esattamente come tutti, soggetti a rimuovere. La cultura non è morale, l’umanesimo non riscatta i valori civili, neppure nelle “vittime” – al contrario, ci forza alla rimozione o all’invenzione sublimante: e la cattiva letteratura (ma per me non è facile decidere), così come il sentimentalismo patetico della televisione o le immagini dai fronti di guerra, non sono altro che un prodotto incolto, subculturale, della macchina estetica del trauma. Anche quella, in fondo, è una nostra escrescenza.
Sulle analogie però devo ricredermi, se ti sfuggono di mano diventano insidiose. Di qui alla laurea, e dovrebbe essere liberatorio, la mia unica preoccupazione deve riguardare la mia formazione culturale, la più ampia e profonda possibile. Per l’etica e la politica chissà, non c’ho colpa io e neppure Pasolini, men che meno Dostoevskij, tutti e due morti e stramorti. Appunto: l’ho detto che non abbiamo padri, siamo sradicati. La letteratura non c’azzecca con la morale, è un campo che devasta di notte quand’è sonnambula, lo fa perché lo vuol fare ma non risponde delle proprie azioni. È vero che è liberatorio, e no, non è un alibi: sarà pure un vecchio refrain ma io ci credo ancora, ci devo credere.
Però lasciamola da parte. Torniamo alle analogie, davvero valgono sempre? Mi astengo ancora, anche alla fine, dal fare il nome di quel ragazzo (la schivo l’autofiction, troppo pudore). Eppure un nome deve avercelo, sia pure simbolico, sia pure provvisorio e malcerto: se un nome vuol dire installare un significato, deve avercelo, anche se so che durerà poco. Prima non ci credevo, ma è l’incontro con lui, avvenuto a dire il vero piuttosto alla lontana, a impormi per questa volta la necessità di dare un senso. Ecco perché scrivo queste paginette, per capire se è davvero possibile oggi un ritorno all’esperienza, un ritorno all’altro e all’io. Se la realtà è sparita, se davvero non c’è realtà al di fuori dell’immagine, e io ci credo che è così, allora io, in quel tempo stracciato e dilaniato, in quell’aula che si stava squagliando, devo aver avuto un’epifania. La realtà brutale e terribile da una parte, lo spettacolo dall’altra. La storia di quel ragazzo, il suo aspetto e la sua parlata tartagliante sono più simili alle fotografie da Gaza e da Abu Ghraib, che ci ricordano che la realtà prolifera lo stesso, al di là delle mediazioni in cui siamo forzati a recepirla. E le fotografie dal Vietnam e i video della guerra del Golfo e forse, oggi, anche le immagini dei campi di concentramento, non sono la stessa cosa.
Devo fare ammenda. Ho attribuito una qualità generazionale a una disposizione che in realtà, lo scopro ora, è sempre stata solo mia – sono rimasta indietro, non è una novità. Ma prendo la realtà (quel ragazzo) a simbolo: in lui c’è il comico e il tragico, il nitore dello spettacolo mediatico e il puzzo dolciastro, insopportabile della morte.
Quando tutto è finito mi sento intorpidita e le tempie mi pulsano già da mezz’ora. Avrei fame e sete, ma prima mi faccio forza e mi alzo, vado a salutare cordialmente qualche professore. Non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello di accennare a ciò che è accaduto, e spero vivamente che nessuno abbia notato i miei conati di risa. Comunque, va detto, non era successo proprio niente. Niente, assolutamente niente che sarei capace di raccontare così, proprio com’era successo.
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