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Umani domestici

Abituami a disabituarmi

reprimimi gli istinti

impotente

sterilizzato

mentre cerco di scappare:

sono troppo carino.

Umani domestici

“Per me il solito, Maurice…e per te amore mio? Cosa posso offrirti stamattina?”

Da quando ci eravamo conosciuti cinque/sei anni fa in un cottage in pietra nelle brughiere dello Yorkshire, ripetevamo lo stesso rituale. Ci svegliavamo presto, ma senza alzarci, restavamo a letto, tra un bacio e l’altro, a raccontarci le nostre vite che si erano incontrate quasi per caso. Tu all’inizio volevi un altro, o meglio, un’altra, ma per uno strano gioco del destino (per chi ci crede) o per qualche eccentrica volontà di Dio (per chi ci crede) al suo posto avevi trovato me. In effetti non mi aveva scelto nessuno dal sito d’incontri, ma quel pomeriggio al cottage in pietra era venuta tanta gente a prendere il tè, e probabilmente lei, l’altra, ti aveva confusa, si era avvicinata a un tavolo diverso o forse, sei stata proprio tu a cambiare idea all’ultimo vedendomi solo e indifeso, ad aspettare nessuno. Tutti si erano accomodati, io ero l’unico ad essere rimasto in piedi.


Per carità, non si stava male nel cottage in pietra, è vero, pioveva un po’ troppo spesso e si usciva poco, in camera c’era molta umidità, il ferro della porta rigettava rugiade di ruggine dai lucchetti, fuori l’erba in compenso era verdissima e il cibo non mancava. Ero lì da quando ero nato e ormai tutti i miei amici avevano trovato l’amore che se li era portati via, adesso avevano una famiglia, una famiglia che desideravo davvero con tutto me stesso. Quando ti sedesti in ginocchio di fronte a me offrendomi dei biscotti, capii che finalmente era arrivato anche il mio momento. Bastarono pochi sguardi, poche parole, usavi molti vezzeggiativi e mi facesti una carezza, che non dimenticherò mai. Ti osservai pagare il conto, il tè sapevo che veniva offerto dai padroni del cottage in pietra in quelle occasioni, ma comunque tu pagasti con parecchie banconote, ti diedero anche qualche accessorio e una borsetta con il logo del posto: c’era disegnato un mio vecchio compagno di stanza che sorrideva. Non eri proprio il mio tipo, i tuoi capelli grigi e sfibrati, ricoperti di rosso mi lasciavano una strana sensazione, così come il trucco, troppo e pesante, che andava a creare una maschera fatta di solchi aderenti le rughe. Avrei preferito una ragazza più giovane, magari una coppia senza figli. Ma in fondo ero stato cresciuto per dare amore e, possibilmente, per riceverne: una signora di sessantotto anni sola come te era perfetta. Prendemmo un treno quel primo giorno insieme, e nella notte un volo diretto per Nizza.


Ci trasferimmo subito in un minuscolo paesino della Costa Azzurra, nella tua casa al mare che avevi comperato per trascorrere la pensione (a Parigi non riuscivi più a starci, il lavoro all’Agenzia delle Entrate non ti aveva sfiancata più di tanto, ma la città sì, non sopportavi la gente, il casino, sentire i movimenti urbani della vita, e della morte). In quel paesino c’era solo un bar aperto d’inverno e c’era Maurice, il barista che preparava dei cappuccini sublimi, per te lo faceva con doppia schiuma, caldo ma non eccessivamente. M’innamorai delle tue labbra che baciavano il latte, sulla tazza l’impronta della bocca, tra le piume dei cappotti colorati, il tuo guardaroba straripava di scarpe, di tacchi a spillo, lingerie leopardata. Avevo il presentimento, un forte presentimento, che quelle labbra fossero un po’ rifatte, giusto una gonfiatina leggera, così come il seno, tosto e pungente, quasi fantascientifico per l’età avanzata. C’è da dire che ti tenevi in forma, tutte le mattine una o due sessioni di Asana, e anche l’arte faceva il suo. Stando in quel paesino, lontana da tutto, ti eri potuta concentrare su te stessa e iniziare a dipingere, quadri abbastanza banali di paesaggi, qualche momentaneo exploit surrealista. Forse il dipinto più bello fu proprio quello che facesti ritraendo me, mi dipingesti tale e quale, con un volto però meno cupo di quanto è per davvero. E dopo aver finito il quadro mi confessasti che il tuo ex marito ti aveva lasciata appena aveva scoperto che eri incinta del tuo primo e unico figlio. Quando ti chiesi dove fosse questo figlio, scoppiasti in lacrime e mi rivelasti il tuo segreto più disperato: alla quattordicesima settimana avevi deciso di abortire. Non eri mai riuscita a perdonarti per questo.


A venticinque anni ti eri trovata sola, per certi versi anche vedova, di tuo marito, di tuo figlio, di te stessa. I tuoi genitori ti avevano lasciata senza un soldo, volevano che ti laureassi prima di diventare moglie, madre, la porta di casa ti era stata chiusa in faccia, con la tua pancia. Se non altro quegli stronzi ti avevano avvisata che quello non era l’uomo giusto da sposare. Un artista di strada mezzo spiantato conosciuto a Montmartre, una specie di mimo ballerino originario dell’Alsazia, che a quanto pare sapeva usare bene le parole fuori dalla mutezza dei suoi spettacolini per i turisti, e sapeva usare anche il cazzo. Non l’avevi più rivisto, l’unica notizia che in qualche modo ti aveva fatto collegare a lui era stata su uno stralcio di giornale, un titoletto che leggesti: “trovato il cadavere di un mimo alsaziano sulle sponde della Senna”. Ma del mimo morto poco importava, il problema era la voragine totale e incolmabile che dopo quel periodo orribile ti si era creata dentro. Un vuoto che per tutta la vita avevi tentato di riempire. E che solo ora, con me, davi l’impressione di aver definitivamente colmato.


Umani domestici

Anche se non comprendevo i tuoi metodi. A volte stringevi troppo forte, mi tenevi chiuso, accanto a te, per ore. Decidevi quando e come potevo uscire, quando e come potevo bere, mangiare, respirare.

Pensavo che l’amore si dimostrasse in maniera più dolce, ma d’altro canto, l’amore non l’avevo mai conosciuto prima di te, ero stato soltanto cresciuto, accudito, mi ero basato solo sui racconti degli altri, magari mi avevano mentito. Sta di fatto che, dopo i primi tempi splendidi, avevo cominciato a sentirmi strano, quasi prigioniero di questo tuo amore.

E anche il barista Maurice quella mattina a colazione si era accorto che in me c’era qualcosa che non andava.

“Che è successo? Ti fanno male i denti?”

Non avevo accettato la sua lingua di gatto senza zucchero, di solito non aspettavo altro, la preparava apposta per me il pasticcere in persona, ma in effetti i denti mi facevano davvero male, o meglio, tutta la bocca mi doleva. La sera prima mi era stata serrata, tappata con una museruola per farmi stare zitto dalla signora, mentre stavo chiuso in uno dei suoi armadi a guardarla farsi sodomizzare da un altro. Dentro quell’armadio, c’era un forte odore di cimice morta ricoperto da del pessimo profumo di alta moda comperato a prezzo di saldo in qualche duty free.

E tra il legno logoro di salsedine c’era una fessura. Potevo osservare ogni passaggio. Potevo vedere lui, l’altro (mi pare si chiamasse Antoine, o una roba del genere) che ti montava da dietro aggrappandosi ai tuoi fianchi, alla tua pelle tirata ma al contempo flaccida, fino quasi a strappartela, il trucco sgualcito, ti teneva la bocca semi-aperta con le mani, le sue dita tra i denti che stringevi, ogni volta che lui, l’altro, si spingeva sempre più dentro e con la sua lingua si avvicinava alla tua, ma senza toccarla. Non ti baciava, a differenza mia. A differenza della mia bocca soffocata che mordeva le maglie metalliche, strette, che mi imprigionavano il muso, mentre fremevo per sentire almeno una particella del tuo respiro e aspettavo il mio turno, lì nascosto, senza voce tra gli abiti da sera, sapevo che il mio momento sarebbe arrivato, subito dopo che Antoine se ne fosse andato, sarebbero arrivate le nostre coccole: tu dormivi solo con me, baciavi solo me, amavi solo me. C’è da dire che per parecchio tempo, da quando ti ho conosciuta, ho pensato che avessimo una sorta di esclusiva. Io non sono mai riuscito nemmeno lontanamente ad immaginare di andare a letto con un’altra signora.


La totale fedeltà è nella mia indole, e con la gelosia, piano piano, ci ho fatto i conti. All’inizio non ti facevi vedere, mi lasciavi a casa, solo, per fare le tue “serate libere”. Mi fidavo, per me eri come un dogma, e continuai a credere in te anche quando mi trovai davanti al tuo telefono aperto sul sito di incontri, sezione “cerco giovani maschi”. Feci un grosso sforzo, evitai domande imbarazzanti, litigi inutili, non ti giudicai ma ti compresi. Misi da parte tutti i miei istinti. A me bastava averti accanto, sapere che almeno due volte al giorno mi portavi a passeggiare sul lungomare. A me bastava non vedere, non sentire, fare finta di non sapere. Ma con Antoine non eri riuscita a resistere. Lui era bello, ne ero consapevole, i suoi muscoli abbronzati da bagnino, era di certo molto più giovane di te e soddisfaceva in ogni modo le tue ricerche nelle app.

Lo incontrammo anche quella mattina, poco dopo la colazione al bar, a quanto pare, lavorava in uno stabilimento non lontano da lì, l’estate era ormai agli sgoccioli e la stagione non era andata un granché, quasi tutti i ristoratori si lamentavano della poca affluenza, così come gli altri esercenti, quel piccolo paesino di mare aveva conosciuto grandi fasti negli anni ’80, ma ora rispecchiava in tutto e per tutto la decadenza di quella stessa società che l’aveva reso in qualche modo vivo in passato.


Umani domestici

Lo si capiva dai cartelli “AFFITTASI” davanti alle seconde case, dalle vetrate dei boutique hotel mezze impolverate, dal cinema all’aperto semi-abbandonato, rassettato dal Comune alla bell’e meglio per la stagione, proiettava solo film di merda. E lo si capiva dalle coppie, vestite sempre come se la media borghesia ancora esistesse, la sera si legavano i pullover attorno al collo, mentre i ricchi, quelli veri, passavano a largo negli yacht. S’intravedevano le loro luci, i loro scarichi arrivare a riva, dove ancora, prima del ritorno a scuola, qualche raro adolescente resisteva in qualche raro amore temporaneo ma definitivo, da dimora estiva, stile film di Guadagnino ma versione etero, o comunque un po’ meno gay. Era nascosto tra gli ombrelloni, il buon Antoine, che oltre ad essere un bagnino aveva un paio di quote dello stabilimento. La concessione gli era stata prorogata per altri dieci anni, così si era potuto assicurare un lavoro stagionale che, nonostante i tempi di magra, gli consentiva più o meno di non fare un cazzo dall’autunno alla primavera (probabilmente il resto dell’anno lo passava in palestra adescando donne depresse). Fece un fischio, un fischio da macho per farsi notare, ma tu già te ne eri accorta che si aggirava tra le sdraio e le creme solari come un barracuda. La sola sua presenza ti faceva tremare le mani, bagnare la fica.


Lo percepivo con il mio fiuto infallibile dall’odore umido che proveniva dal tuo pareo color ghepardo, quella mattina non avevi intenzione di fare il bagno, il cielo velato non lasciava spazio a grandi spiragli di sole, perciò non avevi indossato il costume, sotto eri nuda e i tuoi capezzoli duri, plastificati, premevano contro il tessuto che li copriva, almeno parzialmente. “Signora! Buongiorno! Si è ripresa da ieri sera?” Si davano del lei, forse per una forma di rispetto, vista la differenza di età, guardandolo meglio, lui avrà avuto sì e no una quarantina di anni, ma forse era più un semplice gioco perverso tra amanti, anche con me a volte lo facevi, mi chiamavi con il nome di altra gente, o con nomignoli che inventavi al momento, mentre ti spogliavi per venire a letto. “Antoine…ma cosa dice? Come si permette?!” Faceva la stupida, la signora, eppure quando eravamo solo noi due non mi era mai parsa così sciocca, le ero simpatico con i miei baffetti, spesso rideva solo a guardarmi, ma non l’avevo mai vista comportarsi così da imbecille. “Vi posso offrire un caffè?” Erano passati pochi minuti dal cappuccino di Maurice, e sperai davvero, con tutto il cuore, che rifiutasse quell’invito, sentivo crescere dentro me qualcosa di represso, di estirpato, un sentimento che sapevo di avere da quando ero nato, ma che per qualche ragione avevo dimenticato, o almeno pensavo di averlo fatto. I miei denti indolenziti stringevano. Una bava amara mi correva tra le gengive. Ci sedemmo al tavolino del chiosco, in quello stabilimento spesso si fermavano i ricchi che con gli yacht attraccavano per il rifornimento, perciò era un chiosco lounge, con una insopportabile musica da aperitivo di gran classe accesa tutto il giorno. Mi concentrai sul tavolo accanto, dovevano essere stati proprio due di quei ricchi che attraccavano, o meglio, uno lo era di sicuro, un vecchio obeso con la polo, la tipa con lui era giovanissima, biondissima, con lunghe gambe accavallate da escort, sorseggiava un caffè shakerato mentre scrollava a ripetizione con il telefono video ridicoli di TikTok, e con un tacco accarezzava le ginocchia del vecchio ricco obeso, saliva su, sotto al tavolino, fino a raggiungergli le palle (o quello che rimaneva dei suoi testicoli incancreniti): il vecchio obeso con un’aria assorta osservava l’orizzonte annegare nel Mediterraneo.


“Signora, ha programmi per stasera? La vorrei rivedere…un secondo round me lo deve concedere, non ha ancora avuto l’onore di sentire tutto il mio repertorio!” La guardai, la signora, la guardai con la mia espressione più triste e disprezzata che conoscevo, ma la mia faccia era sempre uguale, tutte le mie emozioni restavano inespresse all’esterno, rimanevano cristallizzate nel mio cervello, nel mio cuore in sofferenza che batteva all’impazzata, la sabbia sotto di me cominciava a scottare. Lei si girò solo per attimo verso di me, poi mi poggiò una mano sulla testa, e riprese la conversazione con il bagnino abbronzato. “Pensavo fosse solo per una notte, non ti vanti con tutte che non concedi mai repliche a nessuna?” Avrei voluto fermare ogni singola parola che usciva dalle sue labbra gonfie, ma non potevo, non sapevo come fare, riuscivo solo ad emettere qualche verso, qualche gemito incomprensibile. “Beh, signora, dopo ieri sera mi sono dovuto ricredere…in via del tutto eccezionale sono pronto a suonarle il bis!”


La signora, tra i suoi hobby pre-mortem, oltre alla pittura e allo yoga si era appassionata anche all’Opera, e Antoine, da attento latin lover, aveva memorizzato certi dettagli, i dischi e i dvd della Bohème, il Barbiere di Siviglia: si era fatto una cultura mentre la inculava con me tappato nell’armadio. Evitarono di baciarsi di fronte a me, pregai ogni Dio possibile che Antoine sparisse, che morisse quel giorno, magari che scoppiasse una tempesta e un ombrellone lo trafiggesse, possibilmente nel cuore, o nel suo ego, o nella sua bellezza, o nei suoi genitali: dove gli avrebbe fatto più male. Tornò al lavoro con la promessa che si sarebbe fatto vivo lui a una certa ora, quando staccava. Passai il resto della mattina a camminare con la signora, a sorpresa cambiammo il solito percorso, deviando per la via dello shopping. Ne fui contento lì per lì, avevo modo di annusare nuove situazioni, ma poco dopo mi resi conto che non era per me che aveva deciso di cambiare strada, era per lei, come sempre.


Entrammo in un negozio di abbigliamento, la signora con aria sognante si provò una serie di vestiti, ne scelse un paio, solo in serata avrebbe capito quale indossare, acquistò anche un perizoma nero, su quello non c’erano dubbi, se lo sarebbe messo nell’attesa che Antoine suonasse il campanello, entrasse in soggiorno e glielo strappasse di dosso. Dovetti assisterla, mi chiese diversi consigli (“secondo te sono abbastanza sexy?”) intanto che la commessa mi offriva dell’acqua per refrigerarmi. Rincasammo verso l’ora di pranzo, mangiammo insieme lo stesso riso basmati e lo stesso tonno sott’olio, nel mio piatto aggiunse alcune gocce di vitamine e una mezza compressa di antibiotico che mi prescrivevano solo per l’estate, per le punture di zanzare, ci teneva molto alla mia salute. Poi ci sdraiammo sul divano, io cercai di riposare, ma il rumore dei peli della signora strappati dalla ceretta non mi permetteva di chiudere gli occhi. “Sai, amore mio, volevo chiederti scusa per ieri sera…non volevo chiuderti nell’armadio, né metterti la museruola, ma sai…facevi troppo casino…ci sono i vicini, gente in vacanza che, come sente il minimo rumore, rompe le scatole…mi dispiace davvero…è che non ti ho mai visto così agitato, hai addirittura fatto la pipì sul tappeto…è per Antoine? Non preoccuparti di lui, d’altronde sono una donna vecchia, sola…ma l’amore è un’altra cosa…io amo solo te, se non fosse stato per te sarei già morta e sepolta, sei il figlio, sei il marito, sei tutto quello che non ho avuto” Mi strinse forte a lei. “Stasera ti lascio in pace, promesso, però tu promettimi che farai il bravo” Avrei voluto domandarle perché, perché farmi tutto questo? Ma anche questa volta restai zitto, mi lasciai limare le unghie e pettinare, la mia indole era troppo buona e anche i padroni del cottage in pietra in Inghilterra mi avevano detto che i miei genitori, a loro volta, erano di indole troppo buona come me: “si lasciavano fare di tutto”.


Umani domestici

L’attesa si stava facendo sentire, e già nel primo pomeriggio cominciai ad essere irrequieto e a fare avanti e indietro per tutto l’appartamento (entravo e uscivo dal terrazzo, delle zanzare che mi pungevano non me ne fregava niente, dal cielo velato il sole era filtrato e i raggi di luce bruciavano sul pavimento, mentre guardavo di sotto, tra la ringhiera, il mare si nascondeva tra i tetti, pensai a quanto avrei sofferto se mi fossi buttato da quel terzo piano, probabilmente non sarei morto sul colpo, ma di sicuro avrei patito meno di quanto stavo patendo in quel momento aspettando Antoine). Verso sera la signora era finalmente pronta, alla fine aveva optato per l’abito lungo verde smeraldo, rispetto all’altro corto giallo acceso, era molto più elegante, forse un po’ meno sexy, una scelta tutto sommato insolita per una serata di sesso anale. Mi preparò una scodella di carne e verdura, lei stappò una bottiglia di bianco, le arrivò un messaggio, era lui, cinque minuti ed era lì. Guardai la scodella, la carne con la verdura della signora era il mio piatto preferito, ma ora riuscivo solo a sentire il sapore acido della mia bava che corrodeva i denti, le pupille dei miei occhi dilatate, iniettate di viola, i miei peli rigidi. Diedi una botta alla scodella facendola cadere a terra. “Amore mio, che fai? Non ti piace la cena? È il tuo piatto preferito?”


Mi spostò, di forza, sul divano, vicino alla sua borsetta. Si mise a pulire il mio cibo in fretta maledicendomi e perdonandomi allo stesso tempo: “guarda che macello, bastardo, ora stai lì, amore mio, stai lì tranquillo, mi raccomando, me l’hai promesso”. E ci stetti lì, per un bel pezzo, ma non ero tranquillo per un cazzo. Li fissavo leccarsi tra un bicchiere e l’altro, la bottiglia era vuota e la signora si era già tolta il vestito lungo verde smeraldo, appoggiata al tavolo si stava facendo toccare da Antoine, con le dita le aveva spostato il perizoma. Non m’importava molto se la signora si faceva scopare come una cagna, quello che m’importava erano i sentimenti, e loro mi pareva che ne avessero, o se non altro che qualcosa stesse nascendo. Le mie unghie limate erano conficcate nel divano, stridevano, per trattenermi mi nascosi nella borsetta della mia signora, dentro quella borsetta mi sentivo più al sicuro, e se solo fossi stato in grado di chiudere la zip forse ce l’avrei fatta a sopportare, ma continuavo a vedere e sentire tutto, ad annusare l’odore di coito, di tradimento. Compresso tra il mascara, le chiavi e le sigarette cominciai a capirmi, a ricordare quello che mi avevano fatto dimenticare. “Guarda il tuo Yorkshire nella borsetta, è troppo carino, mettiamoci davanti a lui, facciamogli vedere come si scopa!”


La signora rideva mentre Antoine avvinghiato a lei la spostava di peso davanti a me, sul tappeto sotto al divano, la stese restandole dentro, iniziò a montarla. Avevo il culo di quello stronzo di fronte a me, cercavo di districarmi tra le cerniere della borsetta, di coprire il mio sguardo, la mia umiliazione, ma ovunque mi girassi tornavo con gli occhi sulle sue palle, che ballonzolavano a ogni spinta dentro la mia signora, alla sua faccia che si girava per vedere se vedevo. Iniziai ad urlare con tutta la voce che avevo in corpo, a sputare la bava, a squarciare con le unghie. “Sta zitto, testa di cazzo!” Mi fece lui cercando di colpirmi con una manata. “Continua, non lo ascoltare, ci sono quasi!” La signora stava per venire e Antoine era così soddisfatto, insisteva, sudato, e si voltava verso di me, con il suo ghigno, i suoi testicoli sui quali mi andai ad avventare, mordendoli, forte, fino a strapparglieli, fino a sentire il suo sangue miserabile fuoriuscire, e la signora gridare “FERMATI! FERMATI! TI PREGO!”, ma non potevo.


A volte troppo amore genera odio.


E vedendo Antoine scappare di corsa cercando di trattenere con le mani i suoi testicoli mi resi conto che anche io, come loro, ero una bestia. Ma ora la signora era di nuovo con me, era di nuovo mia e oltre ad essere il suo cane, adesso, ero di nuovo anche il suo uomo.


Umani domestici

© Alessio Clinker 2026. All rights reserved

Fotografia di Mirko Ostuni

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