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Quegli che tutto rimpicciolisce

Quegli che tutto rimpicciolisce

Mi trovavo a Parigi sotto la grande cupola dorata di Les Invalides. All’ingresso della cripta dove si trova il sarcofago con le spoglie mortali di Napoleone, leggevo sopra il grande portale di accesso in marmo scuro, queste sue parole che campeggiano in lettere d’oro: Desidero che le mie ceneri riposino sulle rive della Senna, in mezzo a questo popolo francese che ho tanto amato.

In quel momento una bella ragazza bionda usciva dalla porta con un amico; diceva in italiano: «…praticamente Napoleone ha vissuto la versione europea del sogno americano»


Se ne andò leggera, lasciandosi dietro un profumo e quella sentenza. La frase mi rimase addosso assieme all’epitaffio che leggevo. Stretto in immense contraddizioni, trasognato mi sorse un pensiero: dove proietterebbero la loro ambizione le grandi figure del passato, condottieri, artisti, vati, se fossero nate ai nostri giorni? Cosa diventerebbero? Finanzieri? Imprenditori? Influencer?

Questi quesiti aprono una riflessione sul tramonto delle missioni collettive, offrendo una chiave per leggere il nostro secolo: un tempo in cui l'unica narrazione superstite è che ognuno possiede soltanto la propria.

Un rapido esame del passato rivela che lungo la parabola delle società umane le élite tendevano ad occupare prevalentemente ruoli nella sfera politica, militare, religiosa, accademico-intellettuale. In questi ambiti, l'esercizio della potenza individuale (in senso nietzschiano) si intrecciava con funzioni di legittimazione collettiva, inscritta in narrazioni condivise di destino comune.

Una combinazione di fattori materiali e culturali che non approfondiremo in questa sede (rivoluzione tecnologica, egemonia americana, paradigma economico neoliberista) ha progressivamente spostato il baricentro verso forme di accumulazione e legittimazione individuali, slegate da progetti collettivi.


Quegli che tutto rimpicciolisce

La sfera pubblica conserva formalmente le proprie architetture istituzionali, ma tende a ridursi a mero apparato regolatore di flussi economici, smarrendo ogni centralità e capacità di mobilitazione collettiva. Il campo dell’agire politico appare oggi farraginoso, asfissiato dalla burocrazia, privo di attrattiva e di sbocchi concreti; un’eclissi che favorisce l’ascesa nel mercato come migliore piano d’azione possibile.

Quest'ultimo si presenta infatti come un’arena dinamica, efficiente e scalabile: un teatro di competizione individuale, generalizzata e permanente, dove il singolo è spinto a una logica di auto-ottimizzazione e accumulazione incessante. Il profitto diviene l’unico metro dello status e della riuscita, l'ultima forma degradata di quella volontà di potenza che non crea più mondi, ma accumula cose. È in questo scenario che si compie la mercificazione integrale dell’esistenza: una tirannia ontologica che comprime l’orizzonte della visione umana in un unico, soffocante punto: dentro se stessi.



“Cos’è Amore? Cos’è Creazione? Cos’è Sehnsucht? Cos’è Stella?» – Così domanda l’ultimo uomo… e strizza l’occhio. La terra allora è divenuta piccola e su di essa saltella l’ultimo uomo, quegli che tutto rimpicciolisce.”

(F. Nietszsche, Così parlò Zarathustra)



L’ultimo uomo non crede alla creazione come poiesis, a una stella più alta, all’Amore come opposto dell’utile e del tornaconto; egli si limita ad ammiccare cinico, tronfio del pragmatismo di chi persegue sicuro il suo benessere individuale, la sua “felicità”, nel deserto del nulla. Le grandi narrazioni (nazionali, religiose, ideologiche), hanno perduto la loro forza, e con esse l’autorità morale dei vertici di lunga data; ciò che ne che consegue è lo sviluppo recente di nuove élite, intorno due poli complementari e dominanti:

Da una parte un oligarchia dell’immagine, visibile, affamata di attenzione e influenza; dall’altra una plutocrazia invisibile, forte di possesso patrimoniale e controllo finanziario.

La prima si rifrange nella cristallizzazione frammentata del sempre-in-onda spettacolo virtuale. I meccanismi ego-centrici delle piattaforme sociali (quantificazione di popolarità, desiderio, interazioni, status), sviluppati non a caso in seno alla “cultura” americana, hanno amplificato e promosso tendenze individualistiche, creando micro-bolle narcisistiche che sgomitano a colpi di contenuti per gonfiarsi sulla loro piccola vetrina individuale. 

Qui il potere non si misura in controllo ma in attenzione. Non si possiede, ma si appare e si pubblicizza. La visibilità troneggia sulla virtù, tutto si appiattisce sulla superficie dello schermo. Ruoli un tempo distinti: artista, politico, imprenditore, giornalista… vengono diluiti in un unica figura di esibizione permanente, mutati in merci umane caratterizzate da un personal branding, sottoposti all’imperativo della trasparenza espositiva.

Specularmente, nel vertice opaco della piramide globale si concentra un'élite che rifugge deliberatamente la visibilità pubblica, operando in modo discreto e strutturale. Sono i veri custodi della ricchezza, degli immensi flussi di denaro che scorrono a iosa nei corridoi dell’alta finanza, dove opera una pseudo-aristocrazia esclusiva e silenziosa: investment banking, private equity, family office, fondi e holding globali. Qui il potere rifugge la pubblicità: non ha bisogno di seguito né di consenso, possiede  un controllo effettivo che ha tutto l’interesse a mantenere con basso profilo. Agisce dietro vetri opachi, in uno spazio liquido e transnazionale in cui popoli, leggi e confini sono sorpassati e subordinati. In questo contesto il potere è esercitato attraverso leve tecniche e manageriali (valutazioni di asset, leverage finanziario, compravendita di aziende) da un elite di possidenti che non richiede consenso pubblico né legittimazione morale, svincolata da qualsiasi radicamento storico-nazionale. In tal modo si impone grazie a un potere superiore a quello delle logore istituzioni politiche democratiche.

Se la massa compete alla luce dei riflettori virtuali contendendosi lo sguardo, la pseudo-aristocrazia finanziaria possiede le leve. In nessuna di queste due categorie la riuscita personale può dirsi in qualche modo legata a quella di un gruppo sociale, di un bene collettivo; di un idea, valore, che trascenda l’individuo e sia radicato in una storia.

A coronamento di tale deriva di vuoti comunitari e riduzioni all’ economico le grandi aziende si ergono a surrogati di “corpi intermedi”. Prive di fondamenta simboliche, cercano di colmare l’assenza di radici mitopoietiche dotandosi di un apparato di artifici comunicativi: brand identity, corporate storytelling, mission statements, purpose-driven narratives… un’intera gamma di anglicismi che descrive dispositivi di marketing atti a imitare, parodiandolo, il contenuto narrativo e simbolico un tempo proprio delle comunità storiche, delle istituzioni religiose, delle grandi narrazioni ideologiche e nazionali. Nel mercato elevato ad unico piano d’azione del polemos, l’impresa tenta goffamente di vestirsi di un’ “anima” per generare appartenenza e carica emotiva, sopperire alla mancanza di senso intrinseca alla sua unica e scarna ragion d’essere: il profitto.


Quegli che tutto rimpicciolisce

In mancanza di fini superiori condivisi, di battaglie ideali e politiche, il mercato è il luogo in cui il potere sostituisce la potenza: ovvero il progetto individuale prende il posto della capacità di incarnare un destino collettivo. È in questa configurazione esistenziale che trionfano i tratti caratteriali più funzionali alla competizione permanente tra monadi atomizzate: performatività incessante, narcisismo virtuale, calcolo strumentale. Etica, principi morali, virtù civili, tutto ciò che eccede la pura razionalità economica tende a perdere di status, non diventando che ostacolo lungo il cammino del successo personale. In questa progressiva riduzione del senso al rendimento le due facce eminenti della razionalizzazione contemporanea, digitalizzazione e finanziarizzazione, fungono da metro fedele per sondare l'entità del nulla; il nostro tempo apparendo come culmine d’una montagna rovesciata lungo l’asse del significato.



“Una generazione consacrata, più di quella precedente, al timore della povertà e all’adorazione del successo, divenuta adulta per scoprire che tutti gli dei erano morti, tutte le guerre combattute e tutte le fedi nell’uomo ormai vacillanti…”

( F. S. Fitzgerald, Di qua dal Paradiso)



L’artista, quale antenna più sensibile al vento del tempo, aveva già colto nell’America di un secolo fa l’ambizione scaduta in mera avidità, l’atomizzazione elevata a destino, il valore individuale eretto a misura di tutto. È il Sogno Americano; lì tra le sue nuvole le fedi si sono estinte,  tutto  si è rimpicciolito, restando  l’individuo prigioniero di se; monade merce che non trova più espressione sul ponte di una nave, ma che si aggrappa alla zattera del proprio io per orientarsi nel mare del nulla, senza una stella che lo trascenda, indicandogli una via. L’unica ancora residua è il culto di sé: un simulacro piccolo e fragile, privo di colore, fuori dalla storia e impermeabile all’amore.


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