Il Labirinto di Dedalo
- Maya Cavarra
- 1 giorno fa
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La noia contemporanea non è più la sorella minore del vuoto, è la figlia primogenita dell’eccesso: è una noia piena, compressa, che non lascia spazio. Se il dibattito attuale lamenta spesso la scomparsa della noia come "vuoto fertile" necessario all'invenzione, qui ci troviamo di fronte a un fenomeno opposto e più insidioso: una noia politica. È come il tempo divorato da Crono, che nei miti inghiotte tutto ciò che genera. Oggi ogni esperienza ci arriva già masticata e suggerita; il nuovo muore ancora prima di nascere perché l'ambiente in cui viviamo è costruito per anticipare ogni mossa. Non stiamo davvero esplorando il mondo, ci limitiamo a selezionare opzioni su uno schermo. La vita è diventata una dashboard, un'interfaccia dove la realtà viene impacchettata e spedita sotto forma di trend o stimoli a bassa intensità. Non c'è più spazio per lo shock del nuovo, solo per piccoli aggiornamenti di sistema. La noia degli eccessi segnala un collasso della conoscenza anteriore al suo stesso esercizio.
Politicamente, questo iper-labirinto luminoso genera disorientamento attraverso l’accumulo dei segnali, superando la logica della loro assenza. Oggi la saturazione è diventata una vera e propria strategia di dominio: governare non significa più gestire la scarsità, ma sommergerci di offerte e stimoli continui. È una forma di controllo che trova la sua forza nell’abbondanza programmata, molto più efficace dei vecchi regimi che proibivano o nascondevano le cose. Sia chiaro: non sto dicendo che il proibizionismo sia morto o che i governi abbiano smesso di nasconderci la verità; siamo ancora privati, fin troppo spesso, dei nostri diritti e delle nostre libertà più elementari. Ma ciò che intendo sottolineare — e che spesso sottovalutiamo — è come oggi la saturazione sia diventata una strategia di dominio parallela e silenziosa. È una forma di controllo che trova la sua forza nell’abbondanza programmata. In un sistema del genere, la libertà non viene sempre negata in modo violento, ma viene resa inerte: un muscolo che non risponde più, neutralizzato da un eccesso che ci trasforma in spettatori invece che in cittadini.
Ma facciamo un passo indietro. Sono convinta che questa paralisi del cittadino sia il riflesso di una crisi più profonda che investe la natura stessa della nostra esistenza. Ancor prima di essere una strategia di dominio questa saturazione, è la condizione dell’essere che soffoca il respiro della vita. Ci ritroviamo, infatti, chiusi in un’esistenza completata troppo presto e ciò che è già completo, inevitabilmente, non respira. La noia contemporanea germina proprio in questa sovrapposizione, in un punto dove l’orizzonte delle possibilità si allarga a dismisura mentre il campo dell'esperienza reale, al contrario, si restringe fino a soffocare. È la logica perversa della sovrabbondanza: il vissuto non sbiadisce per mancanza di stimoli, ma annega nella loro proliferazione incontrollata. Le narrazioni antiche avevano già sfiorato questa verità. Ulisse, pur di strappare alle Sirene un sapere proibito, accetta l'immobilità; legato all'albero della nave, incarna il paradosso di una conoscenza che apre mondi ma, nello stesso istante, paralizza il corpo. Anche Epicuro, muovendosi in un contesto saturo, suggeriva che moltiplicare i desideri non serve a intensificare la vita, ma solo a disperderla. È il limite, paradossalmente, del restituire peso e densità al piacere. La moltiplicazione dei desideri innesca una sorta di forza centrifuga che minaccia di svuotare l’io, riducendolo a un semplice punto di transito per flussi che arrivano dall'esterno. Contro questa deriva, Epicuro non propone una fuga, ma una forma di resistenza basata sulla concentrazione: àncora il piacere alla stabilità del corpo e alla certezza che l’assenza di dolore sia già, di per sé, un vertice. Qui la misura smette di essere un limite punitivo e diventa lo strumento per restituire peso a ciò che viviamo. L’istante torna a essere un evento unico, reale proprio perché non ha bisogno di essere ecceduto o aumentato per esistere. È un filo rosso che annoda la filosofia moderna a quella di oggi. Heidegger aveva già intravisto nella disponibilità tecnica totale del mondo l'origine di una nuova, paradossale indigenza dell'esperienza. È la stessa aridità affettiva che Simmel rintraccia nell’indifferenza del blasé, stordito dalla saturazione della metropoli. Con Baudrillard la questione si sposta sui segni: la loro proliferazione è tale da far evaporare la realtà nell’iper-reale, mentre Byung-Chul Han ci descrive come l'ossessione per una potenzialità infinita del sé finisca per generare una stanchezza che paralizza. La via d'uscita, la salvezza del vissuto, sta nella scelta come atto che dà forma e densità al mondo. Quello che resta è una stanchezza ontologica: un esaurimento che non nasce dal fare, ma dallo sforzo immane di filtrare una piena di dati che ci travolge. Qui il problema non è più cosa viviamo; il problema è che il fatto che stiamo perdendo la capacità stessa di esperire qualcosa.

Sono convinta che tutto questo stia producendo una vera e propria mutazione della psiche. Ho l'impressione che l’interiorità stia smettendo di essere quel luogo profondo dove le pulsioni si trasformano o dove i simboli prendono forma; la vedo scivolare verso una funzione puramente selettiva, quasi algoritmica. La sensazione è che la mente non metabolizzi più il mondo, ma si limiti a smistarlo. Mi pare evidente che il sogno e la sublimazione abbiano ceduto il passo a un'asettica attività di catalogazione: è la metamorfosi dell’inconscio che, da teatro, si fa interfaccia. In questo nuovo assetto, lo spazio interno lavora come un dispositivo di filtraggio ossessionato dall'esclusione, teso solo a evitare il collasso sotto il peso dei dati. Abbiamo dimenticato come si accoglie un'esperienza per farla fiorire: Il nostro labirinto è vittima di un’illuminazione accecante, una sovraesposizione che dissolve ogni zona d’ombra — proprio quelle ombre dove il desiderio avrebbe bisogno di tempo per depositarsi. Se per la psicoanalisi l'ombra è lo spazio vitale che permette al desiderio di esistere, l’immediata disponibilità di ogni cosa oggi ne decreta il fallimento. Siamo bloccati in quello che definirei un eterno presente infantile: un mondo senza interdizioni o attese, dove però, proprio per questo, svanisce la possibilità stessa di diventare soggetti.
Il cuore del paradosso è tutto qui: nella distanza incolmabile tra ciò che potremmo fare e ciò che viviamo davvero. Espandere all'infinito lo spettro delle possibilità finisce, quasi sempre, per sacrificare la profondità del vissuto. È come se l’infinità delle opzioni finisse per congelare la nostra volontà; mi viene in mente l'immagine di una mappa così totale da sovrapporsi al territorio fino a farlo sparire. Se tutto è disponibile, la sorpresa si dissolve e con lei svanisce la condizione essenziale per incontrare davvero il mondo. L’orizzonte contemporaneo dovrebbe essere ripensato da zero, attraverso quella che definirei la categoria della curvatura. Non abbiamo bisogno di un cerchio che si allarga all'infinito, ma di un campo di risonanza capace di farsi profondo. La libertà, allora, non è più la vertigine di poter fare tutto, ma la qualità della nostra presenza in quello che facciamo. È solo con questa torsione verso ciò che è situato e risonante che possiamo immaginare un modo nuovo, e finalmente autentico, di abitare l’esistenza.
La saturazione si fa disidratazione: l’umano non muore di mancanza, ma si secca per sovraesposizione. È quello che chiamo il paradosso dell'abbondanza: più l'offerta di possibilità si allarga, più la nostra forza reale come individui si prosciuga. L'evento smette di essere un urto e si riduce a un'informazione da catalogare; in questo modo, la soglia dell’ignoto finisce per ripiegarsi su se stessa, chiudendosi ad anello. In questa modernità ultra-mediata, l'esperienza paradossalmente trionfa e muore allo stesso tempo: è un’eccedenza di forma che ne congela ogni movimento vitale. Una psiche così svuotata diventa, quasi per inerzia, politicamente docile. La nostra arrendevolezza non nasce quindi più dalla paura di essere puniti o repressi. È una resistenza che svanisce semplicemente perché mancano le forze per sostenerla. Ci ritroviamo incapaci di distinguere quello che merita davvero un’opposizione da ciò che è solo rumore, un costante fattore di diluizione. Al posto del timore resta solo una fatica mentale che ci blocca: il conflitto sparisce, nascosto dietro un ronzio di fondo che non smette mai.
Se riavvolgiamo il nastro e torniamo alla logica del dominio da cui siamo partiti prima, è possibile comprendere allora perché la politica odierna abbia rinunciato alla sua funzione normativa per farsi puro intrattenimento frenetico.
La promessa moderna era semplice: la politica come tecnica del reale. Oggi, quella promessa è letteralmente evaporata. I leader non si occupano più delle cose, ma del "feed". La politica ha smesso di decidere; ora si limita a emergere come un banale fenomeno di attenzione. Gli esempi non mancano: lo abbiamo visto bene in Italia durante la pandemia: la priorità di molti governi non è stata soltanto la gestione di un'emergenza sanitaria, ma la gestione narrativa. Chi parlava per primo? Su quale piattaforma? Quale frase sarebbe diventata un meme entro sera? La politica si è ridotta a produrre un segnale ogni dodici ore, ossessionata dall'occupare il tempo breve e sacrificando qualsiasi visione a lungo termine. È un susseguirsi frenetico di conferenze lampo e micro-annunci che servivano solo a saturare lo schermo, a non lasciare buchi agli avversari. La narrazione ha sostituito la norma, e l’obiettivo politico non era più definire una strategia, ma semplicemente non scomparire dai radar dell'opinione pubblica.
Questa politica del feed ha accelerato la polarizzazione, non tanto sui fatti, quanto sulla narrazione che li accompagna: ci si ritrova a essere "pro" o "contro" uno slogan, prima ancora che su una misura. La complessità dei problemi (che siano sanitari o economici) è stata, e viene tuttora, sacrificata sull'altare di un messaggio che deve essere per forza semplice, immediato, masticabile. Vedo con preoccupazione come il ruolo del Parlamento e delle commissioni stia sbiadendo, messo in ombra da annunci-flash e dirette social che scavalcano ogni confronto reale. Si è instaurato un meccanismo perverso dove l'apparire non si limita a precedere il fare, ma finisce per oscurarlo del tutto. La politica italiana post-pandemia sembra ormai un ecosistema che si nutre di saturazione mediatica: non conta se l'azione sia coerente, conta che il segnale sia forte abbastanza da coprire il silenzio.
Il Piano Mattei per l’Africa, ad esempio, è diventato un caso emblematico di leadership annunciata prima che implementata. È stato presentato tra mappe, summit e slogan solenni, ma la cui reale efficacia operativa resta del tutto opaca se confrontata con la sua martellante visibilità retorica. Questa dinamica si ripete identica ovunque, che si parli di crisi energetiche o di emergenza migranti: assistiamo a un rituale di conferenze lampo e informative urgenti che non sono semplici aggiornamenti. Persino i recenti cicli referendari si sono trasformati in quello che definirei un teatro semiotico: gesti simbolici e immagini progettati per diventare clip o meme, dove la democrazia finisce sullo sfondo. La regola è diventata ferrea: l’annuncio divora la norma e l’immagine sostituisce il processo. La narrazione finisce per rimpiazzare il giudizio sui fatti. Se siamo sommersi da aggiornamenti continui ma privi di contesto, perdiamo la bussola. Non sappiamo più cosa sia stato fatto davvero, perché il surplus di informazione non crea consapevolezza.
Lo schema è globale. Negli Stati Uniti, la logica è ancora più esplicita: gli indici di gradimento dei presidenti smettono di oscillare in funzione delle politiche pubbliche e agiscono in funzione dei picchi di visibilità, positivi o negativi. Per emergere in un mondo saturo serve un'esplosione che catturi lo sguardo. Da qui la nascita dei leader-evento e delle posizioni-absolutiste. Trovo che il tono apocalittico delle ultime campagne americane, quel gridare che “il sistema sta crollando”, vada letto come una strategia attentiva cinica e razionale, ben lontana dall'essere un semplice delirio patologico. Anche in Europa il gioco segue le stesse regole: i movimenti identitari e gli estremismi digitali hanno capito che interrompere i processi è molto più efficace che governarli. Basta un video virale o un gesto simbolico per produrre quel picco di adrenalina collettiva: la radicalizzazione è diventata, a tutti gli effetti, la forma politica della dopamina. Il problema a parer mio è che la democrazia richiede lentezza, pause per il compromesso e tempi morti per la riflessione; l'ecosistema tecnico attuale, invece, detesta il ritardo. Da Bukele in El Salvador, con le sue dashboard in tempo reale, fino alle promesse di scorciatoie istituzionali in Francia o nel Regno Unito, l'elettore oggi punisce la pazienza. Se una decisione non arriva entro ventiquattr'ore, il sistema la liquida immediatamente come un fallimento.

Ho spesso l'impressione che la democrazia sia diventata un software con troppo ping, troppo lento per i tempi della rete. Molti governi hanno ormai elevato la misurazione a imperativo morale, convinti che tutto ciò che è quantificabile sia, per definizione, governabile. Eppure il dato è solo superficie. Pensiamo alle smart cities asiatiche: usano modelli predittivi per anticipare tutto, dal traffico ai crimini, fino ai flussi sociali. Il problema è che questo funzionare troppo bene finisce per sigillare quegli interstizi dove il dissenso potrebbe ancora respirare o prendere forma. Anche l'Unione Europea sta scivolando in questa direzione, delegando la gestione dei migranti o del clima a modelli tecnici e algoritmi di valutazione del rischio. In questo modo, la politica smette di essere lo spazio del conflitto e si riduce a una banale operazione di ottimizzazione. Mi spaventano onestamente i sistemi di welfare automatizzati che abbiamo visto in azione nel Nord Europa o nel Regno Unito: la fede cieca nell'algoritmo non ha eliminato le disuguaglianze, le ha semplicemente rese più efficienti, razionalizzando l'ingiustizia sotto una patina di neutralità tecnica.
Questa è la tecnopolitica: l’illusione di gestire un mondo come se fosse già perfetto. L’elettore oggi ha smesso di elaborare i programmi, preferisce scorrerli, e questo cambia completamente la natura stessa del consenso. Le micro-identità politiche che esplodono e spariscono sui social nel giro di qualche settimana sono ormai semplici fenomeni di attenzione, privi di una reale radice politica.
Basta guardare alle elezioni italiane dal 2013 a oggi: quella volatilità assurda, con partiti che saltano dal 2% al 30% per poi crollare di nuovo, mi suggerisce che il problema sia la fragilità della nostra attenzione più che un reale cambiamento di ideologia. Persino la guerra in Ucraina è stata consumata a ondate emotive, con picchi di angoscia seguiti da silenzi siderali. Eppure la guerra non è cambiata; è cambiato il feed. La cultura politica non ha più il tempo di sedimentare, si limita ad aggiornarsi come il software di una app, mentre la politica smette di progettare il futuro per ridursi a una manutenzione dell'esistente. I programmi elettorali europei sono diventati freddi manuali tecnici, privi di visione e ossessionati dai parametri misurabili. In questo vuoto di futuro, la destra globale ha gioco facile a rifugiarsi nel passato, tra miti identitari e nostalgie nazionali e a quelle retoriche del ritorno che oggi vanno per la maggiore, come il celebre "Make America Great Again". È amaro ammetterlo, ma è un segnale inequivocabile del nostro tempo: l’unica utopia che ci è rimasta, paradossalmente, è proprio il ritorno. In un mondo che non sa più progettare il domani, l'unica fuga possibile diventa il rifugio in un ieri idealizzato.
In un mondo dove tutto è iper-trasparente, il complotto diventa una risorsa antropologica, l’ombra necessaria per respirare. Se guardiamo a fenomeni come QAnon negli Stati Uniti, mi pare evidente che non ci troviamo di fronte a una semplice patologia politica; è piuttosto il sintomo di un ambiente talmente illuminato da risultare accecante. È la stessa logica che spinge parte dell’elettorato di estrema destra in Germania: il fascino non sta in una proposta politica reale, ma nella promessa di un retroscena, in quel "ci nascondono qualcosa" ripetuto come un mantra. In fondo, non importa nemmeno sapere cosa ci stiano nascondendo. Ciò che conta davvero è l'idea che esista ancora un altrove, un luogo invisibile che l'algoritmo non è ancora riuscito a mappare.
Il complotto diventa quindi l’unica forma residua di trascendenza. Il segno di una crisi che, prima ancora di essere ideologica, mi sembra quasi endocrina. In questo senso, la stanchezza ontologica è la vera cifra del nostro tempo: un affaticamento profondo che nasce non tanto dal produrre, quanto dallo sforzo di dover scegliere continuamente tra scarti prodotti da altri. Viviamo in un mondo dove l’eccesso ha smesso di essere una promessa ed è diventato un protocollo rigido. Mi sembra chiaro che la società tardo-connettiva abbia compiuto una sorta di operazione chirurgica sul reale, sterilizzando ogni dimensione opaca per massimizzare l'efficienza e la leggibilità di tutto. Se accettiamo l'idea che l’emozione sia una forma di conoscenza incarnata, il modo in cui il nostro corpo interpreta il mondo, allora questa noia degli eccessi non è un semplice capriccio. È un sintomo cognitivo vero e proprio: la reazione collettiva a un mondo talmente pieno da risultare piatto, dove non c'è più spazio per l'urto dell'imprevisto.
Vedo sparire il desiderio in questo scenario, proprio perché è stato privato di ogni sua forma. Quella che un tempo era una forza trasformatrice oggi sembra esaurita. La noia, allora, emerge come un paradosso vitale: è il dolore sottile di un mondo diventato troppo chiaro per poter essere ancora fertile. La considero la diagnosi di una vitalità impedita, il segno di un'energia che continua a spingere ma resta bloccata. Più che un semplice stato d'animo, la noia agisce come un affetto-spia: ci segnala che le nostre società sono diventate ambienti di manutenzione permanente. Il monitoraggio ha preso il posto dell’esplorazione e la previsione algoritmica ha saturato ogni spazio. Quella che sentiamo è un’emozione geologica: un deposito pesante generato dallo strato compatto dell’ovvio, una crosta di prevedibilità che la tecnologia ha sedimentato sopra le nostre vite.
La questione è tutta qui: nel fatto che abbiamo confuso la riduzione dell’incertezza con l'aumento della felicità. La noia che ci portiamo addosso è proprio la sua impossibilità strutturale all'interno di un'architettura del mondo che, pur di eliminare la fatica dell'imprevisto, ha finito per soffocare l'energia del possibile. La via d’uscita, però, non può essere un ritorno nostalgico all'indeterminato, né un elogio ingenuo e romantico del vuoto. Credo serva qualcosa di più profondo: restituire all'esperienza il suo rischio reale. Quello spazio dove invece di anticipare i risultati, accettiamo di essere trasformati dall'urto con le cose. Contro questa geometria della previsione serve una ri-alfabetizzazione dell'imprevisto, inteso come condizione minima e necessaria del vivere. Il Labirinto non va abbattuto, va bucato. Ci serve l’incertezza per ridare spessore a quello che viviamo, per far tornare il possibile a essere qualcosa di vivo e non solo un’opzione su uno schermo. È l’unico modo per restituire al desiderio la sua forza, quella che non si accontenta di un clic ma pretende un urto. Forse una nuova filosofia dell’umano inizia qui: dalla noia come sintomo di un ambiente saturo, dal desiderio come resistenza all’automatismo, dal senso come evento che accade — finalmente — fuori dal già previsto.
Il Labirinto di Dedalo






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