Conservarsi o bruciare
- Federico Pintus
- 1 giorno fa
- Tempo di lettura: 23 min
Istruzioni per vivere nella società della paura, di Georges Bataille

“ [...] death shroud existence, slave for a pittance
condemned to die before I could breathe
millions are screaming, the dead are still living
this Earth has died yet no one has seen”
Diedi un paio di esami di economia all’università. Nonostante le mie resistenze, con ottimi risultati. C’era però una cosa che non riuscivo a capire.
Lo studio economico parte da una piccola e noiosa premessa che le fa da assunto fondamentale: sul pianeta Terra esiste una quantità finita di risorse rispetto ai bisogni umani, che sono invece virtualmente illimitati. La scarsità è quindi la condizione di base della vita sul pianeta, trasformando l’economia nella scienza che analizza come gestire in maniera efficiente quelle risorse limitate per più usi possibili.
Seduto sui banchi delle aule studio - tra un caffè, una sigaretta e un corteggiamento spudorato alla ragazza di turno che illuminava quelle giornate altrimenti tristi - capitava che mi perdessi in ragionamenti, la testa fra le mani.
“Scarsità”, “risorse limitate”. Ok, ha senso, mi dicevo. Ad esempio in un dato momento sulla Terra esiste un tonnellaggio finito di oro, di magnesite, chessò, di legno. Materia dura e pura.
Ma c’era qualcosa che sfuggiva.
L’obiezione che mi assillava era questa: le “risorse” di cui i manuali di economia riempivano le loro pagine non contemplavano quella forse più importante e decisiva, ovvero l’energia vitale di cui ciascun essere umano è portatore.
Di più. Depennandola dai loro capitoli escludevano anche l’unica “risorsa” potenzialmente inesauribile e autorigenerantesi.
Mi rendo conto, e me ne rendevo conto in quegli anni, che il mio era un punto razionalmente insostenibile. Stavo pugnalando alle spalle secoli di cammino della Ragione occidentale.
Cosa cazzo è “l’energia vitale di cui ciascun essere umano è portatore”? Energia “inesauribile e autorigenerantesi”. E il primo principio della termodinamica vada a fare in culo.
Mi figuravo – era un divertimento tutto mio, forse un modo per esorcizzare lo studio universitario che detestavo con tutto me stesso – portare avanti questo punto in sede di esame. Magari con quell’assistente sulla quarantina, stempiato e frustrato, che rispondeva piccato ad ogni mia email. Gli avrei parlato in maniera esaltata, dopo l’ennesimo caffè, di questa “energia vitale” che nessun manuale citava. Un po’ per creare il caos e fargli cadere qualche capello in più; un po’ per compassione, ridestare in lui un moto di amor proprio e farlo ribellare contro quella vita che lo avrebbe visto ordinario, forse, sul letto di morte.
Non accadde nulla di tutto ciò. Portai a casa il mio trenta, l’esame si svolse nella quiete più mortifera, al mio acerrimo nemico quel giorno non fu torto un capello e probabilmente, oggi come anni fa, lotta per vedere scritto sul suo cartellino “professore ordinario”.

Il punto sull’energia vitale però mi rimase in testa.
Qualche anno più tardi, su suggerimento di un amico, lessi un libro apparentemente strambo. Era scritto da uno di quegli uomini che affiancano esistenze anonime - di giorno faceva il bibliotecario, di notte scriveva - a vite interiori folli. “La parte maledetta” di Georges Bataille.
Ebbi inizialmente l’impressione di trovarmi di fronte a un fuffarolo. Uno che parlava, tra le altre cose, di economia non dico senza padroneggiarne gli assunti più complicati ma nemmeno le basi più rudimentali (rivendicavo con orgoglio il mio 30: Cristo, a qualcosa sarà anche servito…).
Ero sul punto di abbandonare quelle pagine. L’orgoglio mi obbliga però, a costo di potentissime emicranie, a terminare tutti i libri che leggo, anche quando le parole mi respingono come l’acqua gelida sotto la doccia. Si rivela spesso una fissazione inutile e improduttiva, semplicemente perdo tempo appresso a chi non ha granché da dire. Non fu questo il caso.
Bataille fa parte di quella generazione di scrittori – perlopiù filosofi a dire il vero, vissuti a cavallo delle due Guerre Mondiali – che parlavano di un po’ di tutto, mischiando campi del sapere i più vari. Cosa pericolosissima, essendo quasi sempre garanzia di “fuffologia”.
Per me il sapere specialistico è una benedizione, magari condito da una visione d’insieme che leghi ricerche intellettuali molto settoriali in un orizzonte di senso più ampio.
Fatto sta, qua la visione d’insieme c’è. Eccome, e ha senso.
L’autore parte da una critica della società borghese del suo tempo. Il principio che la orienta, cito, è quello “dell’utilità, cioè dell’utilità materiale. […] essa viene limitata all’acquisizione e alla conservazione dei beni, da un lato; e alla riproduzione e alla conservazione delle vite umane, dall’altro”.
In parole povere: produzione di beni materiali e mantenimento in vita del numero più alto possibile di esseri umani. Questo è lo spirito guida della società borghese. Stupendo, idealmente. Nel concreto, la società il cui principio ispiratore consista nel “mantenersi in vita” somiglia in modo sinistro a un paziente in coma farmacologico, attaccato a dei macchinari in uno stato vegetale.
“La parte più apprezzabile della vita nella società borghese coincide con la condizione dell’attività sociale produttiva [...] una concezione dell’esistenza piatta e insostenibile”.
Quello che l’autore vuole mettere in discussione non è semplicemente un modello economico ma una vera e propria antropologia implicita: una visione dell’essere umano ridotto a organismo da conservare e forza produttiva da ottimizzare. In questo quadro, tutto ciò che eccede questa logica dell’utile — il gioco, il rischio, la perdita, l’ebbrezza, il sacrificio — appare come uno scandalo, qualcosa da contenere o eliminare.
Questa, dice Bataille, è la visione della vita e dell’uomo che la società borghese prova ad imporre.
Ma non è l’unica possibile. La oppone infatti a quelli che definisce “i bisogni reali della società”.
In una bella metafora immagina un padre e un figlio, ovvero la società borghese e noi, con i nostri desideri profondi.
“La contraddizione tra le concezioni sociali correnti e i bisogni reali della società ricorda la ristrettezza di giudizio che fa sì che il padre si opponga alla soddisfazione dei bisogni del figlio che è a suo carico. Questa ristrettezza è tale da rendere impossibile al figlio esprimere la propria volontà. Le pressioni costanti del padre riguardano l’alloggio, il vestiario, gli alimenti. Ma il ragazzo non ha nemmeno il diritto di parlare di ciò che gli dà la febbre (n.d.r. ciò che lo anima nel suo desiderio vitale)”.
E chiude - “[…] è triste affermare che l’umanità cosciente è rimasta minorenne. Essa si riconosce il diritto di acquistare, conservare e consumare razionalmente, ma esclude per principio la dépense improduttiva”.
Ognuno di noi, in un punto della propria vita, è stato quel ragazzo. Forse in parte lo si rimane per sempre.

Perché quella voce che “non ha il diritto di parlare” non scompare: viene interiorizzata. La società borghese non impone soltanto un modello dall’esterno, lo installa in noi sotto forma di autocontrollo, prudenza e calcolo. Diventiamo i guardiani dei nostri stessi eccessi.
E se un figlio, per essere autenticamente tale e non solo un prolungamento del padre, dovesse precisamente tradirlo? Rivelare a entrambi, vivendo con coraggio, esattamente quel tipo di vita che l’altro non è riuscito a incarnare. Il figlio degno di essere chiamato tale non è l’ombra del genitore ma l’eresia necessaria di tutti i dogmi che questo prova ad imporre. Forse.
Ritorniamo sul ragionamento di Bataille.
“Dépense improduttiva”. Dépense, dal francese: dispendio, spesa, consumo, costo.
Bisogna però essere precisi: non ogni “spesa” è dépense.
Il consumo di beni, per esempio, resta interno alla logica dell’utilità. Una spesa per un ritorno di qualche tipo. Che sia un Labubu o la momentanea illusione di aver dato un senso alla propria domenica pomeriggio, al centro commerciale. Magari tenendo tra le mani il proprio nuovo amico pelosetto.
La “spesa” della dépense bataillana invece è ciò che rompe questa logica: è perdita senza ritorno e senza giustificazione. È ciò che non serve a nulla e proprio per questo apre uno spazio diverso dell’esperienza.
Bataille ci ricorda cioè che la vita non è fatta solo per conservarsi. Cresce, eccede e trabocca. Produce più energia di quanta ne serva alla semplice sopravvivenza. Questo, sostiene, si vede già da come funziona la natura.
“La fonte e l’essenza della nostra ricchezza sono date dall’irradiazione del Sole che dispensa l’energia, la sua ricchezza, senza contropartita. Il Sole dà senza mai ricevere: gli uomini ne ebbero la sensazione molto tempo prima che l’astrofisica avesse misurato questa incessante prodigalità; lo vedevano far maturare le messi e legavano lo splendore che gli è proprio al gesto di chi dà senza ricevere. […] L’irradiazione solare ha per effetto la sovrabbondanza di energia sulla superficie del globo. Per prima cosa la materia vivente riceve questa energia e l’accumula nei limiti dati dallo spazio che le è accessibile.”
Questa immagine è decisiva: per Bataille la ricchezza originaria non nasce dallo scambio ma da un dono unilaterale, da un eccesso gratuito.
E continua - “Il Sole dilapida generosamente la sua energia solo in un secondo momento, prima di tutto infatti la utilizza al massimo per la crescita. Solo l’impossibilità di continuare la crescita apre la via alla dilapidazione”
Questo passaggio è cruciale. Finché c’è spazio per crescere l’energia viene reinvestita. È solo quando la crescita incontra un limite che ciò che eccede non può più essere accumulato e deve essere speso in qualche maniera. Facciamo un esempio semplice e concreto, rimanendo nell’ambito dell’esempio solare.
Un punto qualsiasi della Terra in cui la natura non riuscisse, per le condizioni particolari del suo habitat, a crescere in biomassa non fermerebbe comunque l’energia solare dal suo fluire. Questa non potrebbe più essere convertita interamente in nuova crescita, essendo arrivata al limite in quel punto specifico del pianeta.
Che succederebbe all’energia solare, allora? Continuerebbe comunque a irradiarsi: disperdendosi in calore, evaporazione, decomposizione, movimento “inutile” della materia vivente.
Per dire: foglie che cadono senza “scopo produttivo”, animali che consumano più di quanto serva alla stretta sopravvivenza, processi di “lusso biologico” come la fioritura o il canto.
È qui che appare la dépense. Nel momento in cui l’eccesso di energia non può più tradursi in crescita, risolvendosi invece in un dispendio che non produce nessuna “utilità” in senso stretto, generando invece complessità e proliferazione di forme vitali.
Allarghiamo il campo, per toccare con mano come il ragionamento del filosofo francese trovi un riscontro nelle strutture prime della realtà.
Secondo la Relatività generale lo spazio-tempo non è un contenitore immobile, al cui interno semplicemente accadono le cose. Non è uno sfondo passivo: è dinamico e si espande. L’universo quindi non sta correndo “dentro” uno spazio-tempo già dato, perché questo cresce in continuazione.
Le equazioni di Friedmann ci confermano che le galassie non viaggiano allontanandosi per inerzia in uno spazio-tempo già esistente, passivo rispetto al loro moto. È lo spazio-tempo stesso che si dilata, aumentando continuamente la propria estensione e portando con sé le galassie. Come una squadra di calcio che giocasse all’interno di un campo le cui dimensioni aumentano mano a mano che la partita va avanti. In cui i calciatori rincorressero non solo il pallone ma anche i limiti del terreno di gioco.
Oggi sappiamo anche che l’espansione dello spazio-tempo di cui parliamo non sta rallentando. Sta accelerando!
Non è importante, ai fini di questo ragionamento, soffermarsi sull’eventuale spiegazione del perché tutto questo avvenga. Bisognerebbe parlare della cosiddetta “energia oscura”: una componente fisica che accelera l’espansione opponendosi alla gravità, che invece la trattiene.
Concentriamoci piuttosto su ciò che l’universo sembra dirci attraverso la sua continua e accelerata espansione.
Ci grida, ogni secondo che passa, che il suo non è il passo stanco di chi si fa trascinare dagli eventi.
Si trasforma, si ridisegna. Si apre e accelera. Non è mai rimasto inerte, con le mani in mano.

Fin dagli istanti iniziali del Big Bang — che non fu un'esplosione in uno spazio preesistente, ma l'emergere stesso dello spazio e del tempo — la materia ha seguito traiettorie di organizzazione sempre più complesse.
Dalle particelle alle stelle, dalle stelle agli elementi chimici, da questi alle molecole, fino alla vita.
In questo racconto cosmologico c’è qualcosa che ricorda l'intuizione bataillana dell'eccesso.
L'universo infatti non sembra limitarsi a mantenere ciò che esiste: utilizza incessantemente l'energia di cui dispone per crescere, generare nuove strutture e possibilità. E l'essere umano non rappresenta una rottura di questo processo ma una delle sue espressioni più complesse. Anche la coscienza, in quest’ottica, può essere letta come il prodotto di quella sovrabbondanza creatrice che attraversa il cosmo.
L’umanità non è un evento separato, né un secondo inizio: è una specie di configurazione locale del processo di espansione e articolazione complessa dell’universo. Una variazione sul tema della sua antica sinfonia, bellissima e commovente. È la soglia oltre la quale l’universo, organizzandosi, diventa capace di percepirsi e rappresentarsi.
Come esseri umani siamo il modo in cui rinasce come esperienza di se stesso. Siamo spazio-tempo organizzato, per un tratto capace di coscienza.
Bene.
Cerchiamo di leggere questi fenomeni con gli occhiali di Bataille.
Quello dell’universo non è un trascinarsi ad esistere ma il dispiegarsi di una necessità che coincide con il possibile. La sua espansione e la sua complessificazione non sono accidenti ma l’esito del fatto che il possibile -inteso come l’insieme delle leggi che lo governano e delle sue condizioni materiali - in quanto tale si impone già come necessità.
Un umano che lo vedesse dall’esterno dispiegarsi in questa maniera, aumentando le sue dimensioni e la sua complessità, non potrebbe che pensare alla forma più potente e inarrestabile di volontà.
La verità è che tutto ciò non avviene né per inerzia né per qualche forma di “volontà”, per come la intendiamo noi.
Questi processi avvengono semplicemente perché le condizioni e le leggi dell’universo rendono possibile, e quindi necessaria, una dinamica di espansione e complessificazione continua.
Nella realtà che ci circonda il potere coincide con l’accadere: ciò che può essere, in determinate condizioni, semplicemente accade.
L’espansione e l’emergere di strutture complesse non sono quindi un’anomalia ma la modalità fondamentale attraverso cui l’energia eccedente trasforma la realtà. Il possibile non è un calcolo, ma un’eccedenza di energia vitale così violenta che esige sempre di accadere.
Anche noi apparteniamo a questa storia. Un essere umano non è soltanto un organismo che consuma energia per sopravvivere: è una forma attraverso cui l'universo investe il proprio surplus nella produzione di complessità. Siamo una delle sue dépense più sorprendenti.
Facciamo parte del quadro complessivo e abbiamo in esso un ruolo imprescindibile così come la fioritura, il canto e tutte le manifestazioni di “lusso biologico” nelle foreste sono parte integrante delle stesse.
La dépense bataillana è presente nelle strutture profonde e nelle leggi fondamentali della realtà: offre un’immagine della sua potenza debordante. Non si limita a conservare ma disperde e trasforma oltre ogni finalità strettamente utilitaria.
La realtà non è parsimoniosa né costruita per il minimo indispensabile, ma per il possibile.
È qui che emerge la legge fondamentale della dépense. Con l’esempio biologico Bataille ci sta dicendo che non si sta parlando di una scelta morale o culturale ma di una necessità strutturale. L’eccesso non è un’opzione. È inevitabile.
“L’energia eccedente non può che essere perduta senza profitto”. Punto.
Questo eccesso di energia non può essere trattenuto indefinitamente. Deve essere speso, in qualche modo. Ciò che eccede non può essere semplicemente conservato e represso senza conseguenze.
Fin qui abbiamo osservato l'eccesso creativo della dépense nelle foreste e perfino nell'espansione dell'universo. Bataille però non stava scrivendo un trattato di cosmologia, stava parlando di noi.
Come si manifesta la dépense nelle società umane?
Per Bataille può assumere forme alte come l’arte, il lusso, la festa, il gesto improduttivo. Oppure tornare in forme devastanti: la guerra, il consumo compulsivo, la violenza cieca, la dipendenza e l’autodistruzione del proprio corpo.
Se una società dimentica come dissipare simbolicamente il proprio eccesso, sublimandolo, finirà per farlo catastroficamente.
Qui sta il punto decisivo del suo pensiero: la differenza non è tra dissipare e non dissipare, ma tra forme di dissipazione. Tra una perdita che viene riconosciuta e ritualizzata — e una perdita che ritorna come crisi e distruzione.
Quando una società dimentica i suoi riti simbolici e socialmente codificati di dépense non elimina l’eccesso, lo rimuove. E ciò che viene rimosso non scompare. Si accumula.
Più si organizza attorno all’ideale della conservazione, della sicurezza e della riduzione del rischio, più questa accumulazione di energia vitale diventa instabile. L’eccesso, privato di vie di espressione, non si annulla. Si radicalizza.
Fino a quando non trova una via di uscita.
Allora la dépense ritorna ma in forma degradata. Non più festa, ma crisi. Non più sacrificio, ma distruzione. Non più perdita scelta, ma perdita subita.
Una società che fa della conservazione il proprio principio assoluto non elimina la dépense, semplicemente ne perde il controllo.
Quelle di Bataille sono pagine potenti. Hanno quel vitalismo contagioso che ci anima solo in alcuni momenti della nostra vita, di solito i più fecondi. Libri come questo spingono chi li legge a rendersi conto di quanto non onoriamo le giornate che ci è concesso di vivere come dovremmo.
Non è uno di quei testi che si propongono, fin dall’inizio, di avanzare visioni ottimiste e rosee della realtà. Finendo poi per vendere fuffa e bugie a buon mercato a chi li legge.
È un libro – tolte le parti in cui l’autore si avventura in analisi economiche discutibili – al contempo spirituale e pragmatico: riesce a parlare di qualcosa che non si può misurare né toccare con mano, l’energia vitale, ma di cui tutti in modo più o meno cosciente facciamo esperienza diretta.
Fu una lettura elettrizzante, per giorni mi sentii inebriato da quella visione generosa e creativa della vita. Ancora oggi, tolta forse una febbre iniziale che tendeva ad amplificarne gli effetti, il fuoco sprigionato da quelle righe brucia in tutto quello che faccio.
Mi sentivo forte e aperto. Dinamite. Trasformavo le più avvilenti giornate in ufficio, che fino a poche settimane prima mi abbattevano, in un’occasione per manifestare quell’eccesso di vitalismo. Lo ritrovavo in tutto, veramente in tutto: nei pasti che facevo, avevo più appetito e mangiavo di più; nell’allenamento serale che, nonostante la fatica della giornata di lavoro, sentivo di non voler rimandare; nei propositi per i giorni, settimane a venire che fiorivano naturalmente nella mia mente.
Una disposizione di serenità interiore e apertura al mondo che avevo provato solo in alcuni momenti della mia vita. Di solito, quando una serie di circostanze esterne si incastravano positivamente dandomi un pretesto per essere felice. Qui, però, partiva tutto da dentro. Da una nuova convinzione…
“Sulla superficie del globo si verifica un movimento che risulta dal percorso dell’energia in questo punto dell’universo […] Ma questo movimento ha una figura e delle leggi in linea di massima ignorate da chi le utilizza e ne dipende. […] L’umanità sfrutta determinate risorse materiali, ma se effettivamente ne limita l’impiego alla risoluzione delle difficoltà immediate che incontra, assegna alle forze che ha messo in opera un fine che queste non possono avere. Al di là dei nostri fini immediati la sua opera, in effetti, persegue l’inutile e infinito compimento dell’universo […] l’organismo vivente riceve in teoria più energia di quanta sia necessaria al mantenimento della vita: l’energia (la ricchezza) eccedente può essere utilizzata per la crescita di un sistema; se il sistema non può più crescere, se l’eccedenza di energia non può per intero essere assorbita nella sua crescita, bisogna necessariamente perderla senza profitto, spenderla, volentieri o meno, gloriosamente o in modo catastrofico”.
Ci siamo noi, e il “sistema”. In cui siamo inseriti, che ci piaccia o meno. Il mondo in cui viviamo, che ci piaccia o meno. Che si muove o è fermo, che ci piaccia o meno.
Quella lettura mi aveva fatto dinamite, sì, ma il mondo che mi circondava era fermo. Non in senso stretto: le “cose” accadevano, i corpi si muovevano, le giornate scorrevano — ma come se tutto fosse già stato deciso in anticipo. Come se ogni gesto fosse ampiamente calcolato, ogni slancio preventivamente corretto e incanalato fino a diventare innocuo.Quella stessa energia che avevo sentito vibrare tra le pagine del libro sembrava - nel mondo - trattenuta e resa sospetta.
Mi accorsi allora che non era solo una differenza di intensità, c’era una divergenza di principio.
Là dove avevo intravisto una vita che trabocca ed eccede, che si spreca senza giustificazione, qui ne trovavo una che si conserva, si protegge, si gestisce al ribasso.
Non si trattava cioè semplicemente di non vivere o di vivere meno ma di vivere contro qualcosa: contro il rischio, la perdita e l’imprevisto.
Di nuovo, non diverse intensità. Diversi principi, le basi fondamentali di come intendiamo il consumarsi della vita.
Il disagio prese via via forma più chiara. Non era causato da una nostalgia per un’intensità perduta ma dalla percezione dello scarto tra una visione della vita come espansione e un mondo che sembrava organizzarsi interamente attorno alla propria riduzione, al farsi piccolo e innocuo.
Finivo con un cortocircuito folle ad abbracciare la visione di chi, in questi anni di caos e sofferenza, si è fatto alfiere - questo pensavo in fondo, sì, e un po’ me ne vergogno - del movimento dell’energia vitale. A qualsiasi costo, anche di abbracciare il Male.
Le guerre e le politiche muscolari che proiettano la propria forza nel mondo. Il respiro mistico-religioso che giustifica il diritto a schiacciare chi si frapponga lungo il proprio cammino di grandezza. Ma anche quel vitalismo distruttivo e “domestico” che nelle relazioni saccheggia le vite altrui, conquista non terre ma gli altri, per usarli e piegarli ai propri fini. Di solito non vedere le proprie devastazioni interiori.
Finivo cioè per abbracciare la dépense nella sua versione distruttiva e catastrofica. Quell’energia che, negata, da qualche parte deve uscire e realizzarsi.
In fondo però ero consapevole la mia fosse più una posa teatrale dell’eccesso che non un convincimento profondo. Ero incapace di accettare un mondo che vivesse il futuro come minaccia e non come promessa, facendosi piccolo piccolo. Mi chiedevo se ad essere sbagliato non fossi io ma quei profeti della disgrazia e delle decrescite felici, di chi ha ingabbiato il mondo in una quiete mortifera, nella finta calma piatta che sempre precede le tempeste più devastanti.
Ci sono epoche che si organizzano attorno a un ideale positivo, altre che imparano a sopravvivere solo evitando il peggio.
La nostra, mi dicevo e mi dico, appartiene a questa seconda specie. Non promette grandezza, libertà né espansione: solo protezione. Ridurre il danno, contenere l’urto, anticipare il rischio, governare l’incertezza. La sicurezza è diventata il principio morale del nostro tempo. Un tempo piccolo, per uomini e donne piccoli.
Riflettere su Bataille e sul mondo in cui viviamo in questi termini mi fece venire in mente un altro grande libro, letto anni prima.
L’autore, come il filosofo francese, era un mezzo emarginato. Uno che aveva demolito, con la forza del ragionamento, gli eccessi del nostro desiderio ossessivo di ospedalizzare e psicanalizzare a tutti i costi la società.
In How Fear Works, Frank Furedi descrive con precisione uno slittamento di significato che ha colpito le nostre società a cavallo degli anni ’80.
“In quel tempo (n.d.r.: dagli anni ’80 in poi) le risposte allarmiste e disorientate a tutta una serie di preoccupazioni - l'epidemia di AIDS, l'inquinamento globale, la criminalità urbana - indicavano che la società era diventata maniacalmente ossessionata nel promuovere un clima di paura e nel coltivare una predisposizione al panico”.
Ovvero, non contavano più i pericoli concreti ma il clima di paura. Questa smise di essere una reazione circoscritta davanti a una minaccia concreta diventando piuttosto un’atmosfera culturale.
Qualcuno potrebbe muovere un’obiezione. Dagli anni ’80 in poi il mondo è effettivamente e concretamente diventato meno sicuro per chi vuole vivere una vita serena. I rischi si sono moltiplicati e sono sempre dietro l’angolo.
Poniamo il caso - non è rilevante stabilirlo con certezza e ora vedremo perché - tutto ciò sia vero.
Nell’interpretazione di Furedi questo non cambia il fatto che si è instaurato un clima culturale votato alla paura che oggi esiste a prescindere dalla realtà, nella percezione delle persone. La realtà esiste di per sé, certo. Ma esiste anche la sua percezione e quest’ultima, a sua volta, retroagisce sulla realtà stessa, orientando aspettative e scelte.
La società contemporanea non si limita a registrare la realtà e i suoi rischi: li amplifica, poi diffonde e infine interiorizza. Viviamo immersi in una grammatica della vulnerabilità che ingigantisce le nostre paure rispetto al mondo. L’infanzia, la salute, l’educazione, il linguaggio, le relazioni, lo spazio pubblico: ogni ambito viene ricodificato come luogo potenziale di danno.
L’incertezza non è più una condizione da attraversare, la premessa necessaria per esercitare la nostra volontà prendendo le decisioni con cui cerchiamo di dare forma alla nostra vita. L’incertezza oggi è un male da neutralizzare. La prudenza – che fatico a non chiamare col suo vero nome, ovvero viltà - cessa di essere una virtù tra le altre e si trasforma nel criterio supremo di legittimazione.
Furedi insiste sul fatto che questa sensibilità non si limita più alle minacce eccezionali ma colonizza la vita ordinaria.
“La preoccupazione per minacce di alto profilo si accompagna a un regime di ansia costante riguardo a rischi più banali e ordinari, della vita di tutti i giorni. La dieta, lo stile di vita e le pratiche di educazione infantile, assieme a dozzine di altre problematiche della vita di tutti i giorni, oggi sono ossessivamente sottoposte al controllo per il rischio che avanzano nei confronti delle persone”.
È il segno di una civiltà che ha smesso di abitare il mondo come campo di prova e ha cominciato a viverlo come ambiente ostile da disinfettare.

Era in questi ragionamenti che associavo le riflessioni del sociologo inglese a quelle di Bataille. Si illuminavano a vicenda dando vita a una luce più chiara e potente.
Perché ciò che in Furedi appare soprattutto come una diagnosi morale e politica — l’avanzata della pulsione securitaria, della precauzione a tutti i costi, del sospetto supremo verso il rischio e chi promuove un atteggiamento volontarista e propositivo — in Bataille trovava un contrappunto più profondo, antropologico.
Il filosofo francese ci ricorda – lo abbiamo visto - che la vita non è fatta solo per conservarsi ma cresce, eccede, trabocca. Produce più energia di quanta ne serva alla semplice sopravvivenza. E questo eccesso non può essere trattenuto indefinitamente. Deve essere speso, nella dépense.
Il mondo non può essere semplicemente amministrato in maniera conservativa, non senza che questo abbia conseguenze negative. La pulsione securitaria, la precauzione a tutti i costi, il sospetto supremo verso il rischio e l’immobilismo mortifero che ne consegue. Tutto questo ha un costo enorme.
Se una società dimentica come dissipare simbolicamente il proprio eccesso di energia vitale finirà per farlo comunque, ma catastroficamente.
Bataille e Furedi qua si incrociano pericolosamente, l’incontro tra le loro teorie diventa decisivo.
Cos’è la “cultura della paura” se non, in fondo, il tentativo sistematico di bloccare la dépense bataillana?
Evitare il rischio significa evitare la perdita. Evitare la perdita significa subordinare ogni cosa all’utile e alla conservazione, alla continuità senza scosse. Cercare di portare il mondo e gli esseri umani che lo abitano su un letto d’ospedale, costretti in uno stato vegetativo indotto. Ma la vita che si vuole rendere integralmente prudente non smette per questo di eccedere. L’energia che non può esprimersi come slancio, azzardo e sfida viene semplicemente costretta a cambiare forma. Non scompare: si accumula come pressione.
La nostra è una civiltà che ha fatto dell’utilità e della rimozione del dolore la propria metafisica implicita. Ogni gesto deve giustificarsi, ogni attività produrre un ritorno, ogni esperienza dimostrare la propria funzionalità.
Il fine ultimo, come in una matrioska, è quello di disinnescare la portata catastrofica del futuro, attraverso la sterilizzazione del presente.
Perfino ciò che un tempo apparteneva alla sfera del piacere viene ormai recuperato in termini terapeutici e performativi. Ci si riposa per lavorare meglio, si fa sport per scaricare lo stress dell’ufficio, si medita per regolare la produttività. Si arriva ad amare solo sotto il segno della compatibilità e della gestione emotiva: finché ci serve per amare noi stessi, lo tolleriamo; quando smette di confermarci, di esistere entro la funzione che gli abbiamo assegnato, lo bolliamo come tossico.
In un simile regime simbolico ogni perdita gratuita e priva di giustificazioni immediate non può venire interpretata se non come incomprensibile follia.
Chi sceglie consapevolmente il rischio viene etichettato come irresponsabile per aver violato l’imperativo della sicurezza, diventato la regola sociale non scritta ma da tutti riconosciuta e osservata.
Il conflitto viene patologizzato a prescindere, col risultato che non riusciamo più ad abitare il dissenso ma solo a viverlo come una battaglia per l’affermazione di sé. Cosa succederebbe infatti se solo accettassimo l’idea di dover rivalutare cose che davamo per scontate? Affrontare il disagio che nasce da questa prospettiva. Non vogliamo più saperlo. Preferiamo andare dal terapeuta di turno, uscire dal portone dello studio con la prescrizione in mano, dritti in farmacia e poi a casa a calarci le goccine.
Furedi mostra bene questo processo quando insiste sulla trasformazione della vulnerabilità in tratto distintivo della persona contemporanea.
“La nostra cultura della paura è fondata su - e rinforza - una visione fatalistica dell’umanità [...] Dobbiamo essere definiti dalla nostra vulnerabilità? Dobbiamo avere paura? Nel momento in cui poniamo queste domande, siamo sulla buona strada per intuire che esiste sempre un'alternativa... Se adottiamo la filosofia della precauzione o abbracciamo un approccio più coraggioso nell'assunzione di rischi, dipende da come percepiamo cosa significa essere umani.”
Una società che non fa che parlare di fragilità finisce per produrre soggetti che si percepiscono innanzitutto come esposti e lesionabili, quindi bisognosi di protezione. La libertà stessa in questo quadro smette di essere un valore originario e diventa un bene negoziabile. Si è disposti a cederne parti crescenti in cambio di sicurezza e immunizzazione dal danno.
Non solo in politica, dove il compromesso tra libertà e sorveglianza è ormai un dato stabile, ma anche nella vita ordinaria. Nelle nostre scuole e università, nel linguaggio che utilizziamo, nelle relazioni che viviamo e negli spazi simbolici. Chiediamo continuamente di essere protetti dal giudizio e dal dissenso, dalla parola scomoda che apre l’esperienza aspra dell’esposizione. L’insicurezza non è più una prova da affrontare ma una minaccia potenzialmente letale da prevenire.
In questo senso la cultura della paura non è semplicemente un sistema di gestione del rischio ma una vera e propria pedagogia della rinuncia. Abbiamo imparato a non osare e non esporci. A non forzare i limiti per attraversarli.
Eppure è proprio questo movimento a produrre il suo contrario. Una società che restringe ogni spazio di perdita volontaria non elimina la negatività: la rinvia e la concentra, facendola poi esplodere in un unico momento. Là dove non è più possibile perdere in modo condiviso, simbolico e rituale, si finisce per perdere male. Senza una forma condivisa che permetta di connettersi agli altri e senza senso della misura.

La dépense - rimossa - ritorna allora sotto figure che conosciamo bene.
Ritorna nelle crisi economiche, dove l’accumulazione apparentemente razionale sfocia nel crollo improvviso. Per anni il sistema trattiene, espande, monetizza; poi la pressione si scarica in una distruzione massiccia di capitale, cioè di vite e di futuro. La folle ideologia clintoniana sul social housing negli anni ’90, madre della crisi dei mutui sub-prime del 2008, per citare due esempi su tutti.
Ritorna nella violenza sociale improvvisa e nella polarizzazione che incendia lo spazio pubblico. L’odio si diffonde e non si lascia più contenere nei dispositivi ordinari del confronto.
Ritorna nelle guerre che oggi, dopo decenni di calma relativa, hanno ripreso piede in tutto il mondo. La guerra è la forma per eccellenza – dice Bataille - di dépense catastrofica, in cui ciò che non ha trovato altra via di dissipazione viene consumato nella distruzione reale.
Ritorna nei nostri corpi: nei suoi burnout, nelle sue dipendenze e condotte compulsive. In tutte quelle forme in cui l’impossibilità di rischiare fuori si converte in una perdita subita dentro di sé, che ci svuota dentro.
Questo è forse il paradosso più feroce del nostro tempo. La società che pretende di mettere al riparo la vita da ogni scossa finisce per produrre esplosioni più violente, perché ha perduto le forme attraverso cui l’eccesso può essere vissuto senza trasformarsi in rovina. Non è diventata una società meno distruttiva. È diventata una società che distrugge, ma peggio.
Alla base di questa deriva anti vitalista e securitaria che fa da base alla cultura della paura, scrive Furedi, c’è una visione fatalistica e antiumanista dell’essere umano.
Questa non si limita a rendere le persone più apprensive e timorose: ne svaluta il potenziale. Le educa a diffidare di sé, degli altri e del mondo. Alimenta la misantropia e la sfiducia nella nostra capacità di ragionare e agire di conseguenza.
Su questo punto è esplicito: “Il modo più efficace per contrastare la prospettiva della paura e la visione anti umanista e fatalista dell’essere umano che ne consegue è quello di far conoscere alla società valori che offrano alle persone la speranza e la fiducia di cui hanno bisogno per affrontare efficacemente l'incertezza.”
La persona, oggi, si definisce in base alle proprie vulnerabilità e ai propri problemi. La società ripensa le ragioni del suo vivere assieme intorno alla sua funzione protettiva dei suoi membri, considerati fragili ed esposti. Il futuro ha l’unico compito di prevenire il peggio, già dato per assodato: non di immaginare e costruire il nuovo.
Le pagine finali di “How fear works?” sul coraggio e sull’Illuminismo possono essere lette anche come una risposta indirettamente batailliana, pur venendo da un’altra tradizione.
Dove la cultura della paura costruisce individui da preservare, l’Illuminismo evocato da Furedi rimette al centro esseri umani capaci di giudizio, rischio e autonomia. Dove il nostro tempo invoca spazi sicuri e immunizzazioni dal dolore, Furedi ricorda che la libertà esiste solo là dove si accetta l’incertezza. Dove si sceglie di correre il rischio del mondo invece di ritrarsi nell’ossessione della tutela.
Scrive - “Hannah Arendt si è spinta fino ad affermare che il coraggio non solo infonde speranza alla società, ma ne garantisce anche la capacità di esercitare la libertà. Aiuta gli individui e la società a non essere sopraffatti dalle proprie paure.”
È un punto fondamentale, perché mostra che il contrario della paura non è l’incoscienza, ma una più alta idea dell’umano. Il coraggio di esporsi.
La sottile differenza tra la libertà e la passività che somiglia alla schiavitù, quindi, è una questione di atteggiamento. Di visione che abbiamo di noi stessi, come esseri umani.
La partita si gioca quindi su un confine sottile, sottilissimo. Ecco perché è stato facile, per i profeti della sventura e delle decrescite mortifere, convincere miliardi di persone della bontà della propria visione antiumanista e fatalista dell’essere umano.
Bataille in realtà si spinge oltre. Per lui una società che voglia essere libera non deve semplicemente reimparare il valore del coraggio. Deve reimparare a perdere. Riconoscere che una vita integralmente organizzata attorno alla conservazione è una vita mutilata e che l’eccesso non è una patologia da disciplinare, ma una verità non ignorabile della condizione umana. Che non tutto ciò che conta può essere giustificato dall’utile e che esistono sprechi necessari e improduttività fertili, gesti che valgono mille volte tanto proprio perché non proteggono nulla.
Il problema, allora, non è semplicemente che viviamo in una civiltà troppo impaurita. Il problema è che viviamo in una civiltà che ha smarrito il senso umano della perdita. Vede il sacrificio e lo chiama scandalo, vede il conflitto e lo chiama difetto, vede il rischio e ci vede già la distruzione, vede l’eccesso e vede solo una forma di devianza. Arrivo a dire, vede la violenza e attacca a ripetere frasette come “passare dalla parte del torto”. A chiamarla abuso, sempre e comunque, a prescindere. Così facendo il surplus di energia vitale che il nostro universo produce cerca altri sbocchi e la vita diventa opaca e devastante.
Da questo punto di vista la trasformazione della paura nel faro ideale che guida la società (e che dovrebbe proteggerla dal dolore) non è affatto l’antidoto alla catastrofe: è uno dei modi con cui la catastrofe viene preparata. Una società che fa della sicurezza il bene supremo finisce infatti per subordinare tutto il resto — libertà, verità, coraggio, giudizio — alla necessità di prevenire il danno. Ma una comunità che non sa più rischiare non sa nemmeno più vivere. E ciò che non vive - quando invece dovrebbe - non muore semplicemente ma prima o poi esplode.
La nostra epoca non ha abolito la dépense. Ha soltanto distrutto le forme in cui poteva ancora apparire come festa, coraggio e dispendio vitale. Per questo la ritrova come collasso.
Bataille scrive, con una potenza che non può lasciare indifferenti - “La vita umana, distinta dalla sua esistenza giuridica (n.d.r. nella sua versione “istituzionale”, in società) e considerata come vita nuda che si svolge su un globo isolato nello spazio celeste, dal giorno alla notte, da una contrada all'altra; la vita umana non può in alcun caso venir limitata ai sistemi chiusi che le vengono attribuiti in talune concezioni ragionevoli. L'immenso travaglio di abbandono, di scorrimento e di tempesta che la costituisce potrebbe essere espresso dicendo ch'essa comincia solo con il deficit di tali sistemi; quantomeno, la dose di ordine e di moderazione ch'essa ammette non ha senso se non a partire dal momento in cui le forze ordinate e tenute in serbo con moderazione si liberano e si perdono per fini che non possono venir assoggettati a niente di cui sia possibile render conto. E soltanto con una tale insubordinazione, anche miserabile, che la specie umana cessa di essere isolata nello splendore incondizionato delle cose materiali.
Di fatto, nel modo più universale, isolati o in gruppo, gli uomini si trovano costantemente impegnati in processi di dépense. La variazione delle forme non comporta alcuna alterazione dei caratteri fondamentali di questi processi, il principio dei quali è la perdita.
Una certa eccitazione, la cui somma viene mantenuta nel corso delle alternative a un livello sensibilmente costante, anima le collettività”
Vogliamo avere il coraggio tornare a vivere? O preferiamo essere cullati e protetti mentre tutto, intorno a noi, collassa?
Conservarsi o bruciare
Istruzioni per vivere nella società della paura, di Georges Bataille






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