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Invettiva contro la geopolitica.

  • Sombrero
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Troppi analisti e pochi terroristi


Invettiva contro la geopolitica.

Dopo la solita ordinaria giornata di lavoro arrivava finalmente l’ora di cena.  

L’avrei passata da solo davanti alla televisione, come sempre ormai, vista la fine della relazione con la mia fidanzata. 

Questa cena da qualche tempo però aveva un sapore diverso, un sapore di consolazione, che mi distraeva dalle monotone giornate lavorative e dalla mia solitudine. Per questo sollievo devo ringraziare loro, i miei salvatori: gli analisti geopolitici. 


Dopo il telegiornale ogni sera attendevo l’inizio talk show televisivi, per vedere la loro sfilata intellettuale. Ce n'è uno però che mi fa luccicare gli occhi e battere il cuore più di tutti: il signor Metalli. Con la sua calvizia magnetica sorretta da quel corpo minuto ma dalle spalle larghe, quadrate, pronte a sorreggere la sua enorme massa di lettori, quell'uomo mi ha cambiato la vita. Non solo la mia ma quella di molti esseri umani: modelli, fighter di MMA, studentesse e accademiche importanti. 

Donne e uomini di ogni professione e ceto sociale, tutti leggono i suoi libri. 

Ovviamente anche io. 

Questa mia ossessione mi ha fatto diventare una specie di misantropo, felice nella sua solitudine è vero, ma pur sempre solo come un cane. È un dato di fatto. 

La mia fidanzata se ne andò un bel giorno di primavera con il sole, lanciando le sue valigie piene giù per le scale, inveendo e sbraitando contro di me. 

Poveretta. 


Ora che ci penso aveva ragione, era diventato tutto troppo. 

Ogni suo programma finiva per essere sabotato dalle mie velleità geopolitiche, lei all’inizio si mostrava comprensiva e incuriosita, poi capì che il problema era reale. 

«Amore questa estate mi piacerebbe prendere più giorni di ferie per fare un bel viaggio.»

«Brava amore hai detto una cosa saggia, ma soprattutto hai usato la parola giusta. Viaggio. Ben diversa dalla parola “Turismo”, che è probabilmente tra le attività legali la peggiore che l’essere umano possa compiere. Il viaggio invece è la più alta attività di conoscenza, ci impone di guardare le cose con gli occhi degli altri.»

«Io come meta avevo pensato a due opzioni: potremmo fare un giro in caicco sulla costa turca, oppure fare un bel road trip per tutta la California, che ne pensi?»

«Negativo. Assolutamente no. Non se ne parla.»


Lei provò a ribattere, ma io partii subito con il contrattacco. 

«Vedi cara, se facessimo questo cadremmo inevitabilmente nell’attività del turismo, ignorando tutto ciò che comporta il viaggio. Quando ci si reca in Turchia bisogna visitare le masse anatoliche nell’Anatolia centrale, e quando si viaggia negli Stati Uniti l’unica meta possibile è la cosiddetta America profonda, l’unica porzione d’Occidente ancora massimalista, la quale non conosce pentimenti.»


Invettiva contro la geopolitica.

 Inutile dire che passai quell’estate da single, lei andò in vacanza con le sue amiche sul caicco, e con estrema probabilità, ebbe una tresca amorosa con lo skipper, un marinaio inglese dagli occhi azzurri, in grado di farle vivere finalmente le notti bianche d’amore che giustamente desiderava tanto trascorrere. La vita di coppia infatti anche dal punto di vista sessuale era ormai prossima allo zero. La mia disfunzione erettile sembrava incurabile. Non solo perché non provavo più alcuna attrazione per il genere femminile (sostituito dalla geopolitica), ma anche perché persino la mia psicologa leggeva il signor Metalli e scelse di usarmi come cavia per sperimentare la terapia da lei inventata.

La Cura Domino consisteva nel farmi vedere una raccolta dei discorsi più celebri in loop per due ore del signor Metalli, in silenzio e legato ad una sedia. Questo avrebbe fatto in modo di risvegliare in me la virilità perduta. Ovviamente questa terapia non fece altro che peggiorare la mia condizione, facendomi abbandonare anche dagli amici. Non venni più invitato a compleanni, cene, ma soprattutto aperitivi, poiché disdegnavo ormai anche solo di pronunciare quella parola, simbolo dell’occidentalismo. Le grandi potenze non hanno il tempo di fare l’aperitivo, è risaputo, ma soprattutto gli altri popoli lo disprezzano. 


Così proseguiva la mia misantropia, sempre più profonda, sempre più isolata, l’unica figura rimasta con la quale potevo conversare era il mio barbiere, figura spirituale fondamentale per ogni uomo. 

Il suo nome, quello di Remo, emanava un’aura di pedagogia nazionale della quale il signor Metalli sarebbe stato fiero. Dopo aver fatto il solito taglio lineare e preciso, continuò con la barba e mentre la lama affilata scorreva sulle mie basette, il telegiornale per radio annunciava l’ennesimo Consiglio europeo rivelatosi fallimentare per non aver raggiunto il voto all’unanimità degli stati membri. 

Remo non aspettò un secondo per pronunciare quella frase. 

«Eh ma certo, tanto è sempre così. Ma che vogliono fa questi? L'Unione europea è un soggetto economico che si finge geopolitico. Alla fine gli europei si trovano più a loro agio a discutere di questioni commerciali ed economiche inevitabilmente.»

In un primo momento assaporai questa frase in modo compiaciuto, dopotutto aveva ragione, il racconto dominante nel continente europeo è minimalista, post-storico, economicista, dunque incapace di trasformarsi in una missione collettiva. 


Invettiva contro la geopolitica.

Ma proprio mentre assaporavo quel pensiero, qualcosa si sbloccò. Non nella frase di Remo, che anzi era corretta, ma nel mio cervello, come se una vite tenuta troppo stretta da mesi avesse deciso di cedere di colpo. Rimasi immobile, con la schiuma ancora addosso e la lama che scivolava lenta sulla mia faccia, ricordando a me stesso dove mi trovavo in quel momento. Per secoli, il barbiere era stato il luogo in cui l’uomo si alleggeriva. Ci andava per narrare le sue gesta e le sue disfatte, per parlare di donne, di partite, di scommesse finite male e di soldi che non bastano mai. In quella quotidianità c’era una vitalità semplice ma pulsante.

Remo continuava a radermi con concentrazione mentre farneticava, ma le sue parole mi risuonavano ormai lontane, ma soprattutto tutte uguali, perdendo il valore di verità assoluta che le avevo attribuito in quel momento. Le cominciai a percepire come semplici spiegazioni prefabbricate, adatte ad ogni contesto; quel gioco di ipnosi era molto semplice in fin dei conti, bastava il tono, la sua fermezza, perché ogni frase smettesse di sembrare un’opinione e prendesse la forma di un fatto oggettivo. Capii che nessuno ascoltava il signor Metalli come un esperto in qualche materia, ma come se fosse una sorta di guru, dunque ogni ipotesi diversa, ogni dubbio, ogni esitazione venivano fatti apparire ridicoli, una roba da ingenui, insomma. Non so dire esattamente perchè, ma mi sentii raggirato, quasi truffato addirittura. 

Fu in quel momento che mi girai di scatto.


La lama mi prese male vicino alla mandibola e sentii subito il bruciore secco, sottile. Remo fece un mezzo verso, io portai la mano alla guancia e vidi il sangue sulle dita. 

Poco, ma vivo. Rosso vero. Quel pizzico mi risvegliò. 

Mi tornò in mente lei.

Mi tornò addosso con una violenza che non credevo più possibile. Il suo collo, il modo in cui rideva quando mi vedeva finalmente leggero, le mani intrecciate alle mie tornando a casa, il suo corpo nel letto, le notti in cui fare l’amore mi riempiva il cuore. 

Ripensai a quanto ero vivo allora. 

Semplicemente vivo, e basta. 

 Mi tornarono in mente gli aperitivi.


Mi vidi seduto a un tavolino con un Campari in mano e due amici che adesso non mi chiamavano più, il ghiaccio che tintinnava, con il sole che scendeva piano accompagnando brindisi per le nostre future grandi imprese, che seppur erano destinate a fallire, possedevano una potenza. Anche l’effimero dopotutto, se condiviso, può essere feroce.

Allora compresi la trappola in cui ero caduto. Il signor Metalli, pensai, forse ha ragione su di noi. Forse siamo davvero molli, davvero post-storici, davvero incapaci di ricercare la gloria. Ci siamo ritirati nei consumi, nelle serie televisive, nelle nostre velleità che ci aiutano a dormire più sereni. Ma proprio mentre egli ci svela questa nostra miseria, ci trasforma anche in qualcos’altro. In semplici analisti. Uomini cinici che si diagnosticano la propria impotenza, completamente incapaci di uno slancio. Immobili. Sterili. Anziani come direbbe sempre il signor Metalli. 


E io ero diventato il migliore di tutti loro.

Remo mi tamponò la ferita con l’allume. Bruciò. Stavolta sorrisi.

Recitai nella mia mente gli ultimi insegnamenti del mio vecchio maestro:

« I giovani dove sono giovani per davvero, sparano, alzano le mani, vogliono il potere adesso, non si mettono in fila, litigano profondamente con i genitori, perché i genitori hanno già il potere, loro lo vogliono per sé.»

Mi resi dunque conto che in questa Europa esistono troppi analisti e pochi terroristi.

Pagai e uscii, sapendo già dove andare.


Invettiva contro la geopolitica.

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