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Viaggio al termine del romanticismo

Come ama uno scrittore vent’enne nel secolo digitale

Viaggio al termine del romanticismo

Sul finire della notte mi trovavo solo, sul bordo dell'asfalto. L'estate romana riempiva l'aria di un calore tiepido, la mole del monte Mario era rischiarata dalla luna. Le luci del locale all'aperto da cui mi ero dileguato si spegnevano una dopo l'altra. La musica era finita.


Guardavo pensieroso, seduto sulla sella, le ultime schiere di ragazzi che si disperdevano. Stavo per girarmi, mettere in moto, godermi il fresco della notte sul viso, quando i miei occhi, chiamati da una voce, sono andati altrove.

O signori… se potessi disegnare con le parole quel che ho visto, di certo non vi sarebbero parole più belle, di certo diventerei il massimo scrittore vivente. 

O… quale delizia e incanto, quale forma folgorante e formidabile ha invaso il mio sguardo. La osservo… accecato, imbambolato, perduto… per secondi interminabili. Mi chiedo come abbia fatto a non vederla prima, da quale universo si sia manifestata. 

C’è del movimento. Parla con l’uomo della sicurezza. Sorride. Si volge. La osservo… per secondi interminabili.


Sono incatenato in un incanto; l’unica barriera tra me e una linea di futuro in cui lei determini la mia vita dipende solo ed unicamente dalla sua volontà. Com'è possibile che eserciti già questo immenso potere su di me? Una sola visione è bastata a farmi immaginare un'intera vita con lei. Continuo a sbobinare nella fantasia un’esistenza idilliaca al fianco di quel viso mentre la vedo sorridere con labbra d'angelo, sotto gli zigomi tondi e sinuosi che valorizzano il taglio dei suoi occhi blu mare, a loro volta valorizzati da capelli mossi, lunghi, neri; lucenti sotto la luce dei lampioni.

Il mio occhio d'artista si attarda sulle linee del suo corpo. Un pantalone bianco le avvolge la vita come un velo, segue la curva perfetta delle gambe lunghe e snelle fino ai glutei, fino ai fianchi nudi con la vita stretta e scoperta. Vedo la camicetta succinta sospinta da un seno armonioso, i gioielli che arricchiscono il collo fine, le braccia affusolate dalla pelle immacolata. Sono totalmente teso verso di lei, la desidero, la bramo, la amo; non so il suo nome, non so nulla di nulla di lei, non ci ho scambiato neanche la più banale delle parole. L'istinto, l'ispirazione sono già oltre. Stracciata la patina convenevole della conversazione, della conoscenza civile, scendo in un mondo primigenio, più autentico. Mi sovvengono dei versi:



La brama a lo sguardo seguia negli eroici tempi,quando amavano i numi; il possesso, a la brama.Credi ch'abbia a lungo Venere meditato,quando nel bosco d'Ida le piacque prima Anchise?…Rea Silvia al Tevere s'avvia, la vergin regale,per attinger de l'acqua, e la ghermisce il dio…

(liberamente da J. W. Goethe, Elegie Romane)


Viaggio al termine del romanticismo.
Come ama uno scrittore vent’enne nel secolo digitale.

Mentre suonano i versi nella mia mente, lei si volta, mi guarda, sorride. Avrà visto nei miei occhi la poesia? 

Il dio alato mi ha trafitto. Vorrei che diventasse mia Musa. Ora c'è solo una cosa da fare: far comprendere alla semidea che io sono l'uomo per lei, che io sono degno del suo rispetto come del suo amore, che la migliore delle sue vite possibili è quella nella quale al suo fianco ci sono io.

La sfida è disperata. Posso dissimulare quanto voglio, darle l'impressione che la considero attraente come tante ma niente di più; ma al dunque il mio amore per la sua bellezza spaventosa mi renderebbe debole.


Il tempo, il tempo è il campo da conquistare. Le donne, in genere, hanno bisogno di tempo per amare. Mi serve un modo per guadagnarne. Inizio a malincuore ad analizzare tutto il processo di corteggiamento telematico. So gia cosa dovrei fare. Dovrei parlarle, poi chiederle un contatto, qualcosa con cui scriverle, organizzare un'uscita. Come si usa nel nostro mondo sdoppiato tra reale e digitale, potrei domandarle il nome della sua vetrina social-virtuale. Rifletto, posso facilmente figurarmi come sarà: gremita di contenuti dorati da una pioggia di apprezzamenti che me la renderebbero ancora più alta e distante. Dal canto mio invece c'è il nulla, il vuoto di immagini. Avrei solo articoli, parole che ormai pochissimi hanno l’attenzione di leggere. In un mondo dove tutto corre veloce, un rivale che si vende bene, che ha messo in scena la sua vita come un film, che dispone i propri punti di forza in una brochure ottimizzata, si mostrerebbe desiderato, risalterebbe più di me che mi presento a vetrina vuota. 


Lo schermo non ha profondità, l’immagine la fa da padrona, il pensiero e la poesia sono aboliti o resi parte di una performance visuale. In questo scenario sarei tagliato fuori. Niente opuscoli social-virtuali di vendita personale mi dico. Le chiederò il numero di telefono. Sono ormai sicuro, quando penso che proprio la mediazione virtuale ha fatto assurgere il numero telefonico a un grado più alto di intimità. Un tempo era l’unico contatto da dare, implicava un qualche impegno, ora invece è una soglia superiore.


Restando un perfetto sconosciuto so che una simile non si sforza a studiare e rispondere a un uomo di cui non sa niente, quando ha già a disposizione diversi soggetti che le ispirano una qualche fiducia. E pensare che un tempo l’unica mediazione era l’indirizzo di casa per inviare lettere... Quanto sono lontani gli eroici tempi.

Io ho un dio dentro, ma non ho una brochure virtuale del prodotto “me stesso”. Vengo dall'ignoto della realtà, so scrivere poesie, lettere, ma chi le leggerà? Non ho nome, video sul mercato, valori in vetrina. Sono solo un narratore di sogni…mi basterà?



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