La cultura della prossimità come cura e come sveglia
- Riccardo Gardi
- 17 dic 2025
- Tempo di lettura: 3 min

Di anestesia e polarizzazione tratta l’articolo dell’Idiot digital
“Restituire Dignità al Conflitto”, uscito il 3 novembre.
Dal mio punto di vista, questa dicotomia è corretta se si considera che la polarizzazione dell’oggi non è che una costruzione borghese artificiosa e apparente, operata dalla società dei consumi e dalla sua industria culturale che ingloba tutto. Questa polarizzazione apparente copre così il reale problema della nostra società, l’anestesia. Il tema è molto dibattuto, in realtà: ne scrive Byung-Chul Han né “La società della stanchezza” (2010, Nottetempo), Marracash gli ha in qualche modo dedicato un album a fine 2024, “È finita la pace”. L’artista introduce anche un concetto molto importante e sottovalutato, quello di bolla.
Viviamo tutti nelle nostre bolle, in una società divisa in classi e stereotipi. Illusi dall’internet di essere interconnessi l’uno con l’altro, siamo in realtà isolati. Per giunta, abitiamo ciò che ci propone l’algoritmo, ignorando completamente quanto ci succede sotto casa (o, addirittura, in casa). Ognuno di noi sta in una comfort zone sempre più oppressiva che rende intolleranti, ciechi e invisibili. Scrittori e intellettuali di vario genere si trovano all’interno di queste bolle: il loro pensiero è irrilevante perché non esce dalla bolla, arriva soltanto a un pubblico fidelizzato altrettanto intollerante e cieco. È la cultura in generale ad aver perso la propria universalità: la maggior parte degli italiani non legge, neanche il cinema se la passa molto bene. L’unica forma culturale che mantiene una sua trasversalità è la musica: vedi Marracash, per l’appunto. Delineata approssimativamente la situazione della società italiana, quindi, quali soluzioni possiamo trovare? Riportare nel mondo reale un essere umano che vive un mondo virtuale significa tornare alla prossimità. In questo senso, fa più la differenza una riunione condominiale che una qualsiasi rivista. È necessario che sia la politica che la letteratura, come anche qualsiasi forma d’arte, facciano questo passo.

Gli italiani (restringo il campo all’Italia per circoscrivere il problema, in base alle nostre possibilità di cambiare le cose) devono tornare a dialogare, conoscersi di nuovo per quello che sono adesso, eliminando i feticci e le apparenze imposti dalla società dei consumi e dalla sua industria culturale. Leggendo una breve raccolta di articoli di Sciascia, ci si può rendere conto di come la letteratura non sia solo fine a sé stessa, ma possa essere un ottimo strumento per leggere la società in cui si vive. Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Verga, Pirandello hanno raccontato la società siciliana contribuendo non solo a una storia della letteratura, ma anche a una storia della popolazione italiana. A questo bisogna tornare, mettendo in secondo piano la pur bella autofiction, esercizio autoreferenziale in cui uno scrittore (quasi esclusivamente di estrazione borghese, o divenuto borghese, il che non cambia) racconta la sua stessa vita.
Gli intellettuali devono inoltre essere i primi a uscire dalla loro bolla e comfort zone: contraddire il proprio pubblico, andare alla ricerca di chi non vuole ascoltarli e non li conosce. Per arrivare a chi non legge dovrebbero scrivere i testi delle canzoni popolari, proprio come fece Pasolini in “Cosa sono le nuvole” di Modugno. E poi, certo, serve qualcuno che analizzi tutto questo, come Sciascia era in grado di fare. Bisogna quindi proporre ai sociologi e filosofi di analizzare amoralisticamente ciò che fa cultura in Italia. Ridare vita a una cultura della prossimità, genuinamente popolare e trasversale, contro gli stereotipi e i falsi miti dell’industria culturale della società dei consumi capitalistica: solo così usciremo dall’isolamento, solo così potremmo chiamarci di nuovo popolo, solo così potremmo vivere meglio.

L’Idiot digital sembra volersi sporcare le mani, non sprechi questa occasione. Mi sia concesso di dare un consiglio disinteressato: utilizzi il virtuale per uscire dal virtuale (forse lo sta già facendo). La cultura della prossimità come cura e come sveglia - Riccardo Gardi






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