top of page

Tuareg, Musica e Islam

Tuareg, Música e Islam

Iyad ag Ghali, musicista, tuareg, maliano e islamico.

Oggi, islamista, tuareg e maliano.


Quella di Ag Ghali è una parabola atroce che si riversa in profondità, senza nessuna reale causa psicologica né puramente politica - e dunque umana.

 Seppur non abbia mai prodotto testi e canzoni di una spaesante e oltremondana profondità poetica e filosofica e, anzi, scrivendo canzoni con un contenuto anzitutto politico e sociale, ebbene nella sua esistenza si è lasciato plasmare dal più grande, luminoso e terrificante dei demiurghi: Dio.

Il suo estremismo deve, in primis, non tanto alla demagogia di una mente spaventata e mandata in trance dalla presenza e dall’idea di Dio, bensì si deve a una radicalità intrinseca del modo in essere dell’arte: né una semplice raffigurazione realista, né tantomeno qualche tormento intimo o flebile estasi baccanale. L’arte è anzitutto lo sprigionamento dell’astratto e del metafisico nelle forme più ferine e profane della realtà mondana - e così anche un ex-chitarrista e attuale potente signore della guerra fondamentalista islamico può ascoltare in modo più chiaro e lucido le parole del Signore rispetto a un papa, un monaco o persino uno scienziato.

Per tutti questi motivi, i migliaia di morti lasciati dal gruppo di Ag Ghali per le terre del Mali e dell’Africa Occidentale sono una continuazione di un rito che cerca, nella violenza e nell’estremismo, le tracce di un divino che trascende lo stesso Dio - e che solo nelle notti musicate del deserto è possibile cercare e vivere. 


Ag Ghali nasce già con una percezione e sensibilità della vita fatta di molteplici e sgargianti colori, di ruoli, simboli e significati in cui la bellezza e il mistero non hanno toni e visioni cupi o semplici. Egli è figlio non di un tuareg, ma di quella stessa etnia per cui, negli anni ‘80 e ‘90, si è ferocemente battuto per ottenerne l’indipendenza e la libertà. I tuareg, che mai hanno avuto una reale nazione, hanno però da sempre, nella loro storia, un’idea di patria che non è mai morta. 

I membri di questa etnia vestono coloratissimi abiti di color indaco, gli uomini si coprono il volto in segno d’onore, rispetto e simbolo d’identità; hanno una società matrilineare (le donne non solo occupano le principali posizioni di potere, ma il sistema di discendenza avviene per linea materna: i figli ereditano la posizione sociale e il possesso dei beni dalla madre anziché dal padre) e come ogni popolo veramente barbaro che si rispetti, non hanno mai ceduto il loro intero spirito a un Unico dio, ma lo hanno accolto insieme ai loro spiriti divini e naturali. Insomma, un popolo che non nasce e non vive sulla preponderanza della ragione, ma su quella del senso - cosa che noi euro-occidentali abbiamo solo provato a imitare nelle società dell’abbondanza e del consumo, credendo che la pienezza materiale ci avrebbe posto a un livello tale di coscienza e vitalità da poter rinunciare a qualsiasi identità, centro di gravità e di squilibrio. Uno scimmiottamento che per questi popoli, pur essendo senza stato e senza, persino, una società stanziale, non ha nulla di significativo e reale.

Ag Ghali, in questo scenario, si ritrova fin da piccolo a vivere in una società sì nomade ma anche radicata, e ad affrontare le opposizioni e le repressioni di tutti quegli stati africani che hanno voluto e vogliono porre uno strenuo controllo sull’esistenza dei tuareg. Figlio di una famiglia nobile e molto importante fra i tuareg, Ag Ghali, all’età di nove anni, vede suo padre morire per via delle repressioni portate avanti dal governo maliano dopo una fallita rivolta di quel popolo berbero, negli anni ‘60.

Covando così un sentimento di disprezzo, di vendetta ma anche di sincera volontà di liberare il suo popolo, quando divenne più grande si unì a un esercito di volontari tuareg comandati e patrocinati dall’allora Raìs della Libia: Muammar Gheddafi.


Inizia così un tormentato e speranzoso viaggio fra l’Africa del nord, il Medio Oriente e di nuovo l’Africa occidentale, dove Ag Ghali e gli altri volontari saranno usati da Gheddafi per le proprie operazioni e obiettivi politico-strategici in Libano e Ciad.

La prima tappa per la rivelazione era compiuta: saggiare il fuoco, il sangue e l’estasi del conflitto, della crisi, così come avevano già fatto molti altri fra i nostri più grandi osservatori e profeti: da Céline e La Rochelle a Junger, Rimbaud, Nietzsche, Schnitzler, Lichtenstein, Rilke, Trakl, e via discorrendo…

Inoltre, anche il primo passo per la formazione del gruppo musicale di Ag Ghali, i Tinariwen, era stato compiuto: dopo aver ricevuto il compito, da parte di Gheddafi, di supervisionare le nuove reclute tuareg in un campo d’addestramento nei pressi di Tripoli, Ag Ghali fa la conoscenza di Ibrahim ag Alhabib.

Anche Ag Alhabib, proprio come Ag Ghali, perse il padre durante la ribellione tuareg degli anni ‘60; anche Ag Alhabib, dunque, desiderava vedere il proprio popolo libero dal giogo straniero - e non solo con le armi, ma anche con un semplice atto di libertà e di arte: suonando con una chitarra fatta con una lattina di petrolio, un bastone e un cavo del freno di una bicicletta. Imparando, imitando e andando oltre i suoi idoli e maestri Elvis Presley, James Brown, Ali Farka Touré e i musicisti pop arabi, creando un genere tutto suo e della sua banda: il desert-blues. Anche Ag Ghali aveva capito l’importanza della musica e di quel tipo di musica per poter ottenere l’indipendenza del suo popolo.

Per questo motivo ha provveduto lui stesso a procurare ad Ag Alhabib e alla sua band tutti gli strumenti necessari per portare avanti la loro opera: dalle chitarre elettriche e gli amplificatori fino a un magazzino per le prove e un palco di cemento su cui potersi esibire. Ag Ghali, in questo periodo, inizia anche a collaborare in modo più attivo iniziando a scrivere anche dei testi per i Tinariwen, come la canzone “Bismillah”, fondamentale anche per l’opera di resistenza portata avanti dai tuareg.

Nel frattempo, le relazioni fra Ag Ghali e i suoi combattenti e Gheddafi iniziarono a inasprirsi sempre di più, fino alla rottura definitiva nel giugno del 1990, quando i primi si spostarono definitivamente nel Mali per poter continuare le loro operazioni militari e propagandistiche. “Di giorno facevano irruzione nelle postazioni militari e di notte cantavano al fuoco.”1

Dopo lo spostamento di Ag Ghali in Mali, e dopo l’inizio delle prime operazioni sul campo, le vittorie iniziarono a susseguirsi sempre di più, fino a che nel 1991 lo stesso Ag Ghali firmò una pace col governo maliano che sancì una maggiore autonomia per i tuareg del Mali - e, nel medesimo periodo, iniziò anche una lunga e proficua collaborazione fra Ag Ghali e il governo di Bamako.


Questa collaborazione vide tre punti fondamentali: il primo fu un’apertura, da parte delle autorità maliane, verso Ag Ghali e i Tinariwen, che vennero invitati a vivere a Bamako proprio da lui stesso poiché aveva ricevuto poco prima in dono una villa nella capitale maliana; il secondo fu la collaborazione sempre più stretta fra Ag Ghali e il governo del Mali, con il presidente Alpha Konaré che chiese personalmente al cantante di partecipare a viaggi diplomatici e istituzionali in Algeria, Emirati Arabi Uniti e altre nazioni arabe; il terzo fu l’inizio, di un pesante consumo di alcol e sigarette insieme ad una vita sempre più lussuosa.

Infine, vi è anche un quarto punto, in tutta la vicenda, che segnerà per sempre la vita di Ag Ghali: l’arrivo a Kidal, città natale di Ag Ghali, nel 1999, di un gruppo di predicatori islamici pakistani. 

Qui è segnata la seconda tappa per la rivelazione: con quali occhi vedere Dio, e con quali azioni fare, stravolgere o annullare la sua Parola.

Per i nostri mistici, filosofi e poeti il viaggio e l’apocalisse finale sono quasi sempre stati interiori: da Plotino a Meister Eckhart e Occam, fino a Giordano Bruno, Jakob Boehme, Pascal, De Quincy, Baudelaire, Villiers de L’isle-Adam, Mallarmé, Artaud, e via via…

Ma gli orientali cercano sempre di sentire, vedere e apprezzare le cose per quello che sono, nella loro pienezza e realtà. Il mondo islamico spesso non si discosta da ciò, ponendo fra i suoi fondamenti l’assoluta razionalità e veridicità del mondo così com’è, senza alcun mistero e senza spiragli in cui si nascondono altri mondi o verità. 

Così fu anche per Ag Ghali nelle sue considerazioni su Dio e il modo in cui portare la sua Parola.


Tuareg, Música e Islam

Ag Ghali passa da leader culturale tuareg a capo jihadista. Come già detto, alla fine degli anni ’90 entra in contatto con predicatori islamici radicali, si avvicina a una forma di Islam molto rigoroso, ma inizialmente continua a sostenere la musica tuareg e il Festival nel Deserto, un insieme di concerti dei Tinariwen, che dà notorietà internazionale a quest’ultimi.

Con il tempo la radicalizzazione prevale: Ag Ghali rinnega la musica, accusa il festival di corrompere i musulmani e viene isolato dai giovani tuareg, soprattutto dopo il ritorno dei combattenti armati dalla Libia nel 2011. Messo da parte, fonda un proprio gruppo islamista.

Dal 2012 guida un’insurrezione che conquista Timbuctù, Gao e Kidal, imponendo un regime di terrore: divieto di musica, controllo totale delle donne, punizioni corporali, stupri e violenze sistematiche. Nonostante l’intervento militare francese, non viene sconfitto.

Nel 2017 unifica vari gruppi legati ad al-Qaeda in una nuova coalizione, responsabile di migliaia di attacchi e morti in Africa occidentale. Si finanzia con miniere d’oro, estorsioni e traffici, approfittando dei colpi di Stato militari e del ritiro delle forze occidentali.

Ag Ghali si presenta come garante di sicurezza e giustizia locale, ma governa attraverso la coercizione, alimentando una guerra permanente. Accusato di crimini di guerra e contro l’umanità dalla Corte penale internazionale, resta latitante, mentre la musica tuareg sopravvive lontano dal Mali, sui palchi internazionali. 


Anche la terza tappa per la rivelazione è giunta: spogliarsi di sé stessi e dell’Io per accedere al mondo del divino e sentire la voce del proprio Signore - e bagnare la terra e le mani di vino, suono e sangue.

Ancora una volta, il nostro emisfero e quello d’Oriente sono diversi, seppur paralleli, e lo possiamo vedere anche nei nostrani santi e sanguinari: da Sant’Antonio il Grande e Sant’Olga di Kiev a Gilles da Rais, De Sade, Von Masoch, Aleister Crowley, e ancor si va…

Qui, però, si conclude il solo racconto delle vicende di Ag Ghali, dei Tinariwen e dei tuareg, poiché concluso è il percorso mondano. Ora si può solo che vedere e parlare di come un tale estremismo, di come la radicalità stessa debba necessariamente essere divina, sia nella luce che nelle ombre e nelle viscere.

Al di là di quelle prime tre tappe menzionate precedentemente, se ne dovrebbe aggiungere anche una quarta: la coscienza della limitatezza del dio stesso che si venera e del suo superamento. Dio è oltrepassato nel momento in cui ci si fa portatori della Sua Parola, che non è più Parola del Signore ma una Parola assoluta, e dunque il singolo portatore, in modo più o meno consapevole, si spoglia anche di Dio, rimanendo solo con La Parola che volteggia nella sua mente e riempie il suo corpo di figli dannati (per l’assenza di un Dio esterno) e beati al contempo (per la presenza del divino interno).

La vera religione, così, non è più quella di un culto incarnato nella mondanità e nei riti, ma ritorna ad essere elemento primitivo e animalesco, la cui coscienza dell’uomo - faustiana per natura - non è altro che catalizzatore atto a strutturare e chiarire tutte le tendenze religiose nell’uomo.

Di conseguenza, tutte quante le tappe che l’uomo segue per giungere alla rivelazione, non lo porteranno mai davvero davanti al Dio che ha sempre visto, ma a quello che ha sempre cercato più intimamente, e una volta persa completamente ogni fiducia e ogni credenza nei confronti del mondo esterno, qualsiasi atto che si compia in quello non troverà più alcun limite e alcuna opposizione da parte del senso divino. Gli artisti che non vedono Dio e non rimangono colpiti da esso sono solo uomini con una grande creatività e un pizzico di fortuna. Invece quegli artisti che continuano a seguire i richiami distanti di quel lontano dio senza farsi invadere e illuminare, non saranno mai dei veggenti. 

Questo, dunque, è il nodo di Gordio che collega l’arte con l’estremismo o, per meglio dire, con la radicalità.

Come già detto poco sopra, senza la liberazione dalla parola morale del dio distante il mondo non rimarrà altro che un enorme simulacro in cui Dio sarà solo un richiamo, una presenza flebile e distorta - in poche parole, allucinatoria.


Così, la parola divina ha necessità di farsi carne, spasimo e liberarsi così da qualsiasi legge e significato - divenendo pura estetica, rappresentazione totale e atto assoluto. Un processo, questo, che porta sì alla beatitudine, ma non di una coscienza felice e di una morale solida e umana, bensì di una mistica razionale e dell'immoralità sovrana e libera. Nella realtà più contingente, ciò si traduce come abbandonare qualsiasi velleità di trovare la pace interiore nella religione, di credere che la parola divina sia aurorale e illuminante, di sperare nella buona convivenza del feroce istinto religioso con la ragione e il buonsenso; e, talvolta, in quegli uomini più spiccatamente annullati nel loro Io, ciò può portare anche a ritualizzare la violenza e la guerra (tanto interiore e tanto esteriore) come mezzo non solo di incanalamento e catalizzazione del loro desiderio del divino, ma anche come mezzo di autosoddisfazione e riproduzione del divino stesso. In poche parole, divino è l’atto in sé e per sé, e non solo più l’essere verso cui è rivolto.


Giungendo così alla conclusione, non si intende ovviamente difendere nulla, ma usare la storia di questo personaggio per affrontare il dominio di un Dio esterno, che continua solo ad assillarci e a chiamarci da lontano, senza mai palesarsi e lasciandoci peregrinare invano fra i deserti dell’esistenza e della nostra interiorità. 

Così, l’unico atto che sia veramente in grado di mettere in crisi quel lontano dio e di porre le basi per la nascita del dio interiore, è proprio quello di rinunciare a ogni confine, a ogni “altrove” e ricerca nel deserto. Anzi, è proprio trasformando il deserto stesso in vita e la vita in un deserto che si avrà la totale libertà da qualsiasi simbolo, etica, codice, virtù, disonestà - e non rimarrà altro che il caos primordiale reso stella danzante.

Il fine ultimo del veggente è, così, la semplice radicalità assoluta. 


Commenti


© 2025 L' Idiot All rights reserved

bottom of page