Bubba Gump Gamberi Corporation
- Elena Cisco
- 5 giorni fa
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Nel 1994, quando usciva l’iconico film “Forrest Gump”, io nascevo.
Da che ho memoria, in casa mia, la videocassetta di Forrest Gump veniva inserita nel VHS spesso e volentieri, ma pur guardandola svariate volte, ci capivo poco e niente.
Quando ero abbastanza grande da comprendere vagamente la complessità del mondo e della società, cominciai a coglierne i significati profondi, palesi e/o nascosti, e capii che Forrest Gump era riuscito a fare un ottimo lavoro ad elencare i fatti storici e le references pop culturali più importanti fino ad allora, il tutto in una maniera leggera, semplice, e ironica, senza mai comprometterne l’importanza.
Verso la fine del 2025, quando mi sono sottratta dal mondo del lavoro come dipendente d’azienda mettendomi in proprio, ho cominciato a pensare che forse non in tanti si erano accorti che il film Forrest Gump non solo aveva fatto un ottimo recap pop storico culturale, ma conteneva anche un’inquietante previsione sul futuro, un po’ come hanno fatto i Simpsons su tanti eventi oggi veri e attuali, come l’elezione a presidente degli Stati Uniti d’America del pazzo culone dai capelli ossigenati, e tante altre disgrazie moderne.
Nello specifico mi riferisco alla Bubba Gump Gamberi, l’azienda di gamberi che Forrest, tornato dalla guerra in Vietnam, fondò, e portò al successo, mantenendo la promessa a Bubba, il suo migliore amico morto in battaglia al suo fianco.
La Bubba Gump Gamberi Corporations in realtà costituiva un pronostico di come sarebbe finito il mondo aziendale moderno. O peggio ancora, un pronostico di come in realtà saremmo finiti a lavorarci tutti.
Non nel senso che vendiamo gamberi, ma nel senso che lo siamo diventati noi, i gamberi.
Chiusi in gabbie che chiamiamo uffici, tra spazi di finto gioco e presunta ispirazione, sale da riunione in vetro volte a trasmettere un senso della tanto millantata trasparenza, che è in realtà l’antitesi dell’era in cui viviamo, e postazioni composte da scrivania e sedia ergonomica dove ci viene chiesto di sederci e partorire idee e soluzioni per la sola durata di 8 ore, 5 giorni alla settimana.

Nel frattempo i nostri corpi si conformano, si adattano e trasformano a tali sedie, assumendo le sembianze di gamberi, col culo sempre più piatto, e il collo che pende ogni giorno un pò di più in avanti, spinto tra la dipendenza da smartphone e la competizione a far fare più fatturato a delle multinazionali in cambio di un salario mensile, che ricorda vagamente la veloce carezza che dai al cane quando chiede attenzione mentre la sera guardi la tua serie tv preferita.
Ti riempiono di parole, caricandoti di un senso di appartenenza, responsabilità e importanza che si tramuta in totale sostituibilità nel momento esatto in cui decidi di andartene o, peggio ancora, quando ti licenziano da un giorno all’altro.
La triste verità è che probabilmente ci piace essere trattati da gamberetti, e sicuramente è da talmente tanto che questo tipo di allevamento intensivo va avanti, che la narrativa ci ha inebriati tutti a tal punto, che se decidi di tornare ad essere umano, vieni immediatamente giudicato dagli altri gamberi e accusato di non voler lavorare.
In effetti il lavoro, come poi noi stessi e tutto ciò che ci circonda, è diventato talmente standardizzato che quando scendi dalla sedia, ti pare pure di non riuscire neanche più a camminare.
Infatti sopravvivere là fuori con le proprie forze, e con la propria intelligenza, creatività e strategia è una sfida difficile, e dopo anni di indottrinamento alla bisque, nessuno, neanche il più coraggioso, è libero dal senso di inadeguatezza, di impotenza e solitudine che ti entra dentro quando decidi di non essere più un gambero.
E quindi ci abituiamo ad una condizione di infelicità standard, dotata di scarso valore effettivo, fingendo di non aver capito di essere tutti dei gamberetti nella media che, messi insieme, tessono l’immensa rete di potenza lavoro sulla quale, in cima, si ergono le grandi holding, i grandi fondi e i grandi investitori che, mentre noi lavoriamo duramente per l’amata azienda che ci paga uno stipendio mensile ridicolo ma stabile, si godono la vera ricchezza di oggi: il tempo.

Questo articolo NON è un manifesto contro il lavoro, ma un’ode alla libertà e all’unicità del singolo in uno dei pilastri più importanti per la società e per l’individuo stesso: il lavoro.
Il quale, vogliate ammetterlo o no, non ha nulla a che vedere con l’opera diabolica, ripetitiva, standardizzata e anestetizzante dell'attualissimo management della Bubba Gump Gamberi Corporation.
E mentre scrivo questo articolo compiacendomi della libertà di farlo durante un pomeriggio in cui nella Bubba Gump Gamberi mi sarebbe stato impedito prendere questo spazio di libertà creativa e ispirante, sogno di cenare con gamberi crudi di Mazara davanti al mare mentre scrivo il prossimo articolo, e mi chiedo:
allora potrebbe forse essere, la fuga dalla bisque, una delle prime vere forme di resistenza alla standardizzazione e conformità del mondo moderno?
E, soprattutto di chi è il nostro tempo?






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