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Campare di rendita per fare i terroristi

4 set
Tempo di lettura: 7 min
Campare di rendita per fare i terroristi

Quanto privilegio serve per potersi permettere la rivoluzione?


La piramide di Maslow è un modello psicologico elaborato dallo psicologo americano Abraham Maslow nel 1943, che rappresenta i bisogni umani organizzati in una gerarchia a cinque livelli progressivi.

Al livello più basso troviamo i bisogni fisiologici: fame, sete, sonno, riparo. Salendo di un gradino incontriamo i bisogni di sicurezza: stabilità economica, protezione dai pericoli. Il terzo livello comprende i bisogni di appartenenza e riconoscimento sociale: affetto, amicizia, sentirsi parte di una comunità, essere accettati dal proprio gruppo. Ancora più in alto troviamo i bisogni di stima: reputazione, status, insomma, il riconoscimento degli altri per i propri risultati e capacità. È il desiderio di sentirsi competenti, apprezzati, di avere un ruolo riconosciuto, di essere famosi per qualcosa. Al vertice della piramide, invece, troviamo l'autorealizzazione del sé: la realizzazione piena del proprio potenziale, la ricerca di significato, la creatività, la possibilità di perseguire ideali e progetti che vadano oltre la mera sopravvivenza o il riconoscimento sociale. È qui che nascono l'arte, la filosofia, quel desiderio proprio dell’uomo di autoeliminazione per far vivere un’idea, e cosa può rappresentare maggiormente questo estro se non il terrorismo?


Secondo Maslow, l'individuo può dedicarsi ai livelli superiori solo dopo aver soddisfatto quelli inferiori. Chi è ossessionato dalla ricerca del pane quotidiano non ha energie psichiche da investire nell'autorealizzazione. Ed effettivamente, analizzando i dati storici, i conti tornano.

Prendiamo in esame le Brigate Rosse, l’organizzazione che nell’immaginario collettivo italico incarna per antonomasia il fenomeno del terrorismo di sinistra. Un’analisi dei fondatori storici del 1970 rivela dati inequivocabili sulla composizione di classe di questo gruppo che si proclamava rivoluzionario e proletario.

Il nucleo fondatore delle BR era composto da circa 10-15 persone. Di queste, un’analisi dettagliata delle origini familiari mostra che la maggior parte avevano un’estrazione borghese e piccolo-borghese: Margherita “Mara” Cagol era figlia di una farmacista e di un commerciante benestante, proprietario di una profumeria a Trento. Ottima studentessa, si laureò in Sociologia con 110 e lode, discutendo una tesi sui Grundrisse di Marx, e le venne offerta una borsa di studio per insegnare all’Umanitaria di Milano. Il suo compagno e marito Renato Curcio proveniva da origini più modeste, ma aveva ottenuto una borsa di studio per l’innovativo Istituto di Sociologia dell’Università di Trento, dove si immerse nella filosofia esistenzialista prima di abbracciare il marxismo rivoluzionario.


Alberto Franceschini nacque in un ambiente fieramente comunista di Reggio Emilia: il padre Carlo era stato in prigione durante il fascismo per attività antifascista, il nonno era tra i fondatori del PCI nel 1921. Anche in questo caso, non si trattava di una famiglia proletaria che lottava per la sussistenza, ma di militanti politici con una tradizione consolidata e una posizione economica e culturale che consentiva loro di dedicarsi all’impegno ideologico generazione dopo generazione.

La maggioranza del gruppo trentino originario e del Collettivo Politico Metropolitano milanese proveniva da contesti universitari o di formazione superiore, con nuclei familiari in grado di mantenere i figli agli studi.

Mario Moretti è un caso emblematico di come la mitologia del “brigatista operaio” si scontri con i fatti documentati. Moretti lavorava effettivamente come tecnico alla SIT-Siemens e nella sua autobiografia costruì un’immagine di sé come figlio di poveri. Tuttavia, lo storico Sergio Flamigni ha documentato una realtà differente: il padre era mediatore di bestiame, la madre insegnante di musica, insomma una condizione piccolo-borghese. Soprattutto, Moretti poté diplomarsi come perito industriale e iscriversi all’università grazie alle raccomandazioni della marchesa Casati Stampa, una possibilità assolutamente impensabile per un autentico proletario dell’epoca.

Prospero Gallinari, invece, è l’unico fondatore delle BR che proveniva genuinamente da una famiglia schiacciata nei livelli più bassi della gerarchia di Maslow. Nato in una famiglia contadina povera di Reggio Emilia, iniziò a lavorare giovanissimo nei campi. Nel suo libro autobiografico si definisce “un contadino nella metropoli” e la sua biografia conferma questa narrazione, infatti  prima di politicizzarsi fu davvero costretto a dedicare la giovinezza alla sopravvivenza materiale. 


Campare di rendita per fare i terroristi

Gallinari costituisce circa il 6-10% dei fondatori storici delle BR. È l’eccezione quantitativamente marginale in un’organizzazione composta per oltre il 70% da figli della borghesia e della piccola borghesia intellettuale.

E i NAR?

Sul versante opposto dello spettro politico rispetto alle BR, i Nuclei Armati Rivoluzionari presentano un profilo ancora più clamorosamente borghese. Giuseppe Valerio Fioravanti, leader carismatico dei NAR, era figlio di un conduttore televisivo e aveva trascorso l’infanzia come attore bambino della RAI, protagonista negli anni ’60 della popolare serie “La famiglia Benvenuti”, simbolo dell’Italia piccolo-borghese del boom economico. Prima di diventare terrorista, Fioravanti era il bambino più famoso d’Italia.

Alessandro Alibrandi, cofondatore dei NAR, proveniva da un ambiente facoltoso di possidenti terrieri di Civitavecchia. Suo padre, Antonio Alibrandi, era giudice istruttore presso il Tribunale di Roma, una posizione di prestigio e potere. Francesca Mambro, compagna di Fioravanti e leader operativa dei NAR, era figlia di un maresciallo della Pubblica Sicurezza.

Questa omogeneità sociale attraversa trasversalmente entrambi gli estremi dello spettro politico. Né le BR né i NAR reclutarono significativamente tra gli operai o i disoccupati che dichiaravano di voler rappresentare o vendicare. Erano studenti universitari, figli di professionisti, giovani della media e alta borghesia che avevano la possibilità di concedersi il lusso del terrorismo. Possiamo tranquillamente immaginare che il vantaggio ricevuto alla nascita diventi così un debito morale da saldare per alcuni. Per altri, quella stessa posizione porta all’autodeterminazione del sé e quindi anche alla violenza politica.

Il terrorista vive un paradosso esistenziale: usa il privilegio per combattere il privilegio, trasformando la propria fortuna di nascita in un mandato rivoluzionario. Oppure si annoiava e basta.

Ma questo fenomeno solleva una domanda più profonda che esula dalla nostra analisi: perché alcune linee familiari accumulano ricchezza e possibilità nel corso del tempo, creando le condizioni materiali per l’estremismo ideologico dei loro discendenti, mentre altre rimangono intrappolate nei bisogni primari?


I Franceschini avevano costruito nei decenni una tradizione di militanza comunista che attraversava tre generazioni, con il capitale culturale e le reti sociali per sostenere questo impegno. I Cagol gestivano attività commerciali prospere che garantivano alla figlia non solo l’università, ma anche la possibilità di rinunciare a una carriera accademica brillante per la clandestinità. Gli Alibrandi possedevano terre a Civitavecchia e avevano prodotto un magistrato di carriera. I Fioravanti si muovevano negli ambienti televisivi e dello spettacolo dell’Italia del boom. Persino nel caso di Moretti, pur nella sua narrativa di povertà, esistevano connessioni aristocratiche sufficienti per garantirgli raccomandazioni presso la marchesa Casati Stampa.

Non si trattava necessariamente di ricchezze stratosferiche, ma di quella solida posizione medio-alta che libera dalla preoccupazione quotidiana per il pane, l’affitto, la sanità. Una sicurezza materiale che, nella gerarchia di Maslow, permette di superare i gradini inferiori e dedicarsi all'autorealizzazione, fosse questa una carriera accademica o un’impresa commerciale, per poi sbocciare nella rivoluzione armata.

La risposta potrebbe risiedere in una particolare disposizione caratteriale che si tramanda o si coltiva. Risulta ovvio che, nonostante Maslow spieghi l’autodeterminazione del sé come ultimo stadio, c’è chi comunque è talmente intelligente, ambizioso, fortunato o scaltro da riuscire a scavalcare tutti gli ostacoli nell’arco di una sola generazione, come Prospero Gallinari, e arrivare comunque a concedersi lo stesso lusso del terrorismo dei suoi compagni che campavano di rendita.

Poi, chissà se Franceschini sentiva di dover completare la rivoluzione incompiuta di suo padre e di suo nonno partigiani. Fioravanti, il bambino dorato della televisione, forse cercava un’identità autentica al di là dell’immagine costruita. Mara Cagol magari trasformò la sua eccellenza accademica in strategia per la militanza armata. È ovvio che, anche se Maslow sembra non spiegare sempre tutte le dinamiche umane possibili, ciascuno di loro cercava un senso che trascendesse la vita borghese garantita dalle proprie famiglie.

Magari è proprio questa intensità esistenziale che, paradossalmente, magnetizza ricchezza e relazioni nel corso del tempo. Chi vive con questa passione totale, che sia per l’accumulo economico, per un ideale politico o per una causa assoluta, attrae risorse, costruisce reti, consolida capitale. Non necessariamente per avidità, ma come conseguenza della propria ostinazione di fronte a fattori potenzialmente discordanti e contrari alla volontà di autodeterminarsi. Al contrario, chi non adotta questo atteggiamento tende a non costruire le stesse risorse, condannando le proprie linee di discendenza a rimanere nei livelli inferiori della gerarchia.


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I discendenti non avranno quindi la possibilità materiale di “sbocciare” in terroristi, perché resteranno troppo occupati a soddisfare bisogni primari. Si perpetua così una divisione fondamentale: da un lato i coraggiosi, disposti a tutto, che magari non riusciranno a essere terroristi, ma potrebbero garantire ai propri nipoti quelle possibilità e quella libertà di cui loro non hanno goduto; dall’altro chi desidera una vita più tranquilla e sicura condannerà la propria linea di sangue a dover fare molto più lavoro, se mai vorrà far parte della rivoluzione armata, che sia proletaria o reazionaria.

Ma ecco che emerge una frattura più profonda, non tra proletari e aristocratici, ma tra chi punta all’autodeterminazione e chi rimane confinato agli strati fondamentali della piramide di Maslow. Si genera così un inosservato conflitto sociale tra chi osa, chi può permettersi di farlo e chi quel coraggio non ce l’ha. L’uomo comodo potrebbe essere un invidioso nei confronti di chi punta alla realizzazione piena di sé? Anche attraverso l’uso dell’uccisione politica? Il risentimento non nasce unicamente dalla privazione, ma anche dal confronto con chi, libero dai vincoli della sopravvivenza, può perseguire ideali assoluti.

Il terrorista, di destra o di sinistra, diventa così una figura inquietante non solo per la violenza dei suoi metodi, ma perché incarna una libertà esistenziale che la maggioranza non può o non vuole concedersi.

Alla fine, la grande dicotomia non avviene nemmeno tra chi detiene il denaro e chi non lo detiene, tra chi ha la rete di sicurezza e chi non ce l’ha, perché esistono ricchi che vivono da morti e poveri che vivono da morti, senza voler cambiare l’ordine costituito, senza apportare alcun tentativo di modifica al pianeta, ma accodandosi e accettando passivamente di ricoprire un posto ritagliato per loro da qualcun altro.

Quello che divide veramente gli umani sono gli annoiati che preferiscono morire piuttosto che accontentarsi, e generalmente questo avviene più spesso in chi è libero dalla necessità di pensare continuamente ai bisogni primari. Ma questo articolo, per quanto riconosca un trend, vuole ricordare che i “Prospero Gallinari”, per quanto gemme rare, sono esistiti. E non solo, per tutti gli altri figli di papà, nella linea familiare c’è sempre stato un “Prospero Gallinari” che ha dato inizio alle danze.


C’è chi non ci ha mai provato, c’è chi ci ha provato e ha fallito, c’è chi ci è riuscito ma non per sé, e c’è chi si è fatto tutto da solo. Ma sto dimenticando una categoria, la più dignitosa, la più sconosciuta…

Esiste una percentuale inesistente, incalcolabile, di coloro che hanno combattuto per fare in modo che non vi fosse più un sopraffatto e un sopraffattore; coloro che, invece di perdere o arrendersi, sono arrivati alla vetta e, osservando dall’alto il traguardo raggiunto, si sono resi conto che sarebbe toccato ora a loro diventare i sopraffattori. Resisi conto che questo non era l’ideale che li aveva mossi all’inizio e per cui si erano imbarcati nell’avventura, hanno scelto di abbandonare tutto, per ritornare all’oblio.

Nei nostri libri di storia non appariranno mai i loro nomi. Appare solo chi ha scelto di prendere in mano le redini del mondo e fare esattamente, o quasi, quello che fecero i propri predecessori.

Chissà.

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