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Il funerale del Woke

28 ago
Tempo di lettura: 5 min
Il funerale del Woke

È uscito un testo. A tratti confuso, in alcuni punti contraddittorio, probabilmente irresponsabile. Qualcuno ci ha visto un elogio funebre del woke, qualcun altro il suo ultimo pubblico vilipendio; uno, particolarmente volenteroso, ci ha spiegato che stavamo in realtà decostruendo la categoria stessa di woke e che proprio per questo il testo andava letto come un intervento post-woke. Lo abbiamo ringraziato e da quel momento abbiamo smesso di parlargli.


Ora, però, strappiamo il velo. Entriamo dietro le quinte dell’Idiot, dove le posizioni editoriali vengono elaborate secondo il metodo che da sempre guida la storia del pensiero occidentale: sei persone in una stanza, otto birre fredde, qualcuno che urla e nessuno che ha capito perfettamente di cosa si stia parlando.

Il problema, in fondo, era semplice. Avevamo appena scritto un addio al woke senza riuscire a stabilire fino a che punto fossimo contenti della sua dipartita. 


— A regà, ma secondo voi se capisce che a noi la deriva woke ci faceva schifo?

— Mhhh...

— Secondo me no.

— No?

— No.

— Oddio, non si può fa uscì.

NON IN MIO NOME.

— Ma che cazzo vuol dire?

— Niente, però mi sembrava il momento giusto.

— Però aspe’, leggi bene. Si capisce un po’ che lo stamo a pija per il culo.

— A parte che no, ma poi... è esattamente quello che farebbe un woke particolarmente sofisticato.

— Cioè?

— Ironizzare sul woke per decostruire l’idea stessa dell’anti-wokismo, smascherando la nostalgia reazionaria nascosta sotto la rivolta contro il woke di tutta la classe politica.

Silenzio.

— L’ho letto su Twitter...

— Ah, allora...

— Comunque ora si chiama X.

— Peggio.

— Io comunque sono woke.

Silenzio.

— Come sei woke?

— Sono woke.

— Ma ancora?

— Che significa ancora?

— Niente, pensavo fosse finito.

— Le idee non finiscono perché Elon Musk posta un meme.

— Questa però è buona.

— Segnatela.

— Io, invece, sono contento che sia morto.

— È morto? 

— Beh

— È morto davvero?

— Politicamente sì.

— Ok. Perché sono scesi dal carro, non gli conviene più. Ma culturalmente?

— Mah…

— Comunque sia, è moribondo. Non dovremmo banchettare sui resti di un quasi-cadavere. 

Nessuno risponde.

— Cioè, dico sul serio. C’è qualcosa di profondamente umano nel rispetto che si tributa al nemico sconfitto. Quando Ettore…

— Andiamo avanti.

— No, perché nell’Iliade…

Andiamo avanti.

Il funerale del Woke

— Va bene...ripeto, secondo me non si capisce 

— Che per noi il woke è stata una sbandata ideologica clamorosa?

-—Sì. Dal testo non si capisce. Aggiungerei qualcosa di non fraintendibile.

— Tipo?

— Tipo: FANCULO IL WOKE.

— Troppo esplicito.

IL WOKE CI FA SCHIFO.

— Sembra quasi un comunicato di Fratelli d’Italia.

MORTE AL WOKE, CE NE FREGHIAMO.

— Adesso è un comunicato di Vannacci.

— Eh vabbè, allora niente.

— Meglio.

— Però questo è il problema.

—Da una parte forse sì, sai

— Perché questo cambio di rotta improvviso? 

— Scusa, pensaci un attimo. Per alcuni anni la moda era essere woke.  Adesso salteranno tutti sull’altro carro. Io non voglio stare dove stanno tutti. Preferisco restare fuori, libero, coi piedi che toccano terra.

— Una concezione della coscienza sociale esaltante e incoraggiante

— Grazie 


Qualcuno riapre il testo.

— Sentite questa: “metti un asterisco alla lunə" ”.

— Meravigliosa.

— È tremenda.

— È poesia.

— È una presa per il culo.

— Ecco, vedete? Questo è woke.

— Ma cosa?

— Questa impossibilità di dire se una cosa sia vera, ironica o entrambe.

— Quello è il postmodernismo.

— Che è woke.

— No. 

— Un po’.

—No.

— Ragazzi, così moriamo prima noi del woke. Silenzio. Stac. Si apre una birra.

— Ma cos’è il woke?

— Io non sono sicuro di averlo mai capito.

— Ma come cazzo è possibile?

— Esiste un manifesto?

— Non credo.

— Un fondatore?

— No.

— Un comitato centrale?

— Magari. Almeno avremmo saputo a chi mandare le proteste.

— Va bene, facciamola semplice. Il woke stava dalla parte degli ultimi!

— Quello non è woke.

— Come no?

— Noi siamo con gli ultimi. Loro con il linguaggio.

— E gli ultimi?

— Dipende da come parlano.


— Comunque nell’epitaffio lo scriverei.

— Cosa?

Qui giace il woke. La sua guerra al vocabolario fu indispensabile allo sviluppo della civiltà occidentale.

— Non è male.

— È perfetta, non si capisce se sei serio.

— Io sono serio.

— Ah. 

— La sua morte è stata ridicola almeno quanto la sua vita. 

— È questo che dobbiamo scrivere!

— Che il woke ha torto?

— Anche. Ma soprattutto che quelli che adesso ballano sul suo cadavere non hanno ragione.

— Oddio, ma stiamo diventando centristi.

— Che mi venga un colpo! MAI. 

— Il problema della destra è che è stupida allo stesso modo, soltanto con una mitologia migliore.

—Pure questa, segnatela. 

— Fatto

—  Sentite quest’altra: la nuova destra prende le identità rigide che rimproverava al woke e le sostituisce con altre ancora più totalizzanti. Cambia il vocabolario, resta quella formidabile passione umana per ridurre il caos del mondo a quattro caselle e, possibilmente, mettersi in quella giusta.

— Minchia.

— E soprattutto ha questo vizietto insopportabile di raccontarsi come un outsider quando governa mezzo Occidente. — Niente lezioncine democratiche.

— Per carità.

— Niente “le parole sono importanti”.

— Questo però era Moretti.

— Appunto. Rispetto.

— Bene. Finalmente qualcosa su cui siamo tutti d’accordo.

Dal fondo:

— MORETTI ERA UN BOLSCEVICO DECADENTE!

— Ma stai zitto.

  •  

— Quindi si capisce?

— No...

— Però almeno non penseranno che stiamo danzando sul cadavere del woke.

— Ma se è quello che stiamo facendo!

— Sì, sì, ma non è chiarissimo... sai quanta gente sarebbe venuta a scassare la minchia? Poi, disonorare così il cadavere del nemico, non si può...

— Ricominci con Ettore?

— No.

— “Correggici il sangue” e “metti un asterisco alla lunə”: in che modo non lo stiamo prendendo per il culo?

— ...oddio, forse si capisce...

— Siamo fottuti in entrambi i casi allora.

— Maledetto woke.

Da un punto imprecisato della stanza:

VIVA LA LOTTA DI CLASSE!

— Questo non va a verbale.

Il funerale del Woke

Ora sul tavolo convivono sette versioni dello stesso testo, tutte definitive. Qualcuno ha scritto WOKE? su un foglio e qualcun altro, sotto, POST-WOKE? con una freccia che tende verso l’infinito. Una giacca è appesa a una lampada. Da circa mezz’ora nessuno sa più chi abbia iniziato la discussione, né perché. È in momenti come questo che all’Idiot prendiamo le decisioni importanti.

Poi, dal fondo:

— Ma non è che...

— Cosa?

— ...non è che siamo woke?

— Sì.

— Come sì?

— Siamo woke.

— Tutti?

— No, tu soprattutto.

— Perché io?

— Perché vuoi specificare ossessivamente che non lo siamo.

— Questa cosa non ha senso.

— È precisamente ciò che direbbe un woke in fase di negazione.

— Ma allora pure tu sei woke.

— Io sono post-woke.

— Che cazzo significa?

— Un woke che ha capito il woke.

— Quindi un woke.

— No, perché sono anche anti-woke.

— Quindi sei di destra.

— Non lo so, perché sono anti-anti-woke.


A questo punto abbiamo smesso di ragionare.

Ci siamo guardati.

Dopo qualche minuto abbiamo votato.

Da oggi siamo woke.

Non sappiamo bene cosa significhi, ma ora che tutti dicono che sia morto, ci è sembrata la posizione più incomprensibile da assumere.

Il funerale del Woke

Il verbale della redazione

Scritto da Federico Pintus e Federico Grassi

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