Peter Thiel ci ha fregati?
- Celio Murat
- 13 minuti fa
- Tempo di lettura: 6 min
Katechon, la contraddizione è chiara

1
Per apprendere, la cosa più importante è avere un metodo, seguire una regola. Solo quando si è raggiunta la piena padronanza della materia di studio si può infrangerla, modificandola o persino ignorandola. Impara l’arte e mettila da parte, si diceva un tempo, quando la sapienza era depositata nelle usanze e nei costumi del popolo. Alla base di questo principio apparentemente banale vi è la profonda consapevolezza di alcuni meccanismi fondanti dell’essere umano, uno di questi dispone che l’uomo cresca più forte sotto la costrizione esterna, che sia stimolato nella crescita dalle difficoltà. La società
moderna ha forse mitigato le avversità a cui ci sottoponeva la natura, ma ha trovato nell’imposizione delle regole sociali un flagello ugualmente efficace. Le norme sociali richiedono però una dote precipua, l’obbedienza. All’interno di una società civile bisogna che tutti obbediscano sempre a qualcuno, decisivo è capire a chi si obbedisce, ricordandoci che non si possono servire due padroni senza lasciarne insoddisfatto almeno uno. L’uomo che non ha mai dovuto obbedire a nessuno non è un eroe come certa propaganda spicciola ci ha voluto far credere, ma un buono a nulla, un uomo che non conosce il valore del sacrificio e della frustrazione e che dunque non ha potuto formarsi attraverso l’esercizio della disciplina. Quest’ultima è, nella sostanza, la chiave dell’intero dispositivo e se dovessimo descriverla diremmo che consiste in una forza contraria, che va in conflitto con i propri istinti più caotici. Una forza frenante che implica l’esercizio della volontà. La disciplina è prerogativa dell’essere umano tanto quanto il libero arbitrio, di cui, in realtà, ne è il braccio armato. La libertà senza disciplina non potrebbe esistere perché non esisterebbe un’alternativa all’istinto e finiremmo per esserne succubi.
Negli studi escatologici esiste un concetto che è di gran moda negli ultimi tempi grazie agli eccentrici interessi di alcuni magnati della Silicon Valley, ed è il concetto che fa riferimento al termine di katechon. Letteralmente “ciò che trattiene” - “to katechon”. L’espressione si trova per la prima volta nella Seconda lettera Di San Paolo ai Tessalonicesi, 2, 6-7, dove si parla di un qualcosa o qualcuno che contiene - trattiene e dunque frena il male.
Il katechon è un enigma che assilla i filosofi da generazioni e racchiude in sé un paradosso irrisolvibile. Se da un lato la sua funzione sarebbe appunto quella di frenare le forze avverse, le energie dissolutive che porterebbero il male a trionfare facendo precipitare il mondo nell’anomia, allo stesso tempo questa sua azione frenante impedisce anche il trionfo ultimo del bene, poiché questo può giungere solo come estrema conseguenza dell’imperversare incontrastato delle forze del male. Solo allora, nel punto più basso e cupo della storia dell’umanità, potrà tornare il Redentore. Sembrerebbe dunque necessaria un’apparente e momentanea sconfitta per poi arrivare ad una salvezza definitiva. E perché allora occorre frenare il trionfo (momentaneo) del male? Prodromico a quello ultimo e consequenziale del bene? Qui la questione sembra scadere nel sofismo.
Per alcuni il katechon, nella sua concezione più classica di “forza che frena”, rischia di acquisire un altro valore, paradossale, che si opporrebbe, rallentando il trionfo del male, anche alla seconda e definitiva venuta di Cristo. In quest’ottica, essa, rallentando il male, farebbe il suo stesso gioco, come un istinto di conservazione, una prudenza maligna che impedisce al male stesso di incorrere nella sconfitta finale. Obbiettivo sarebbe quello di una stasi perenne, di una melma da cui uscire diventerebbe sempre più difficile, se non impossibile.

2
Il discorso necessiterebbe di approfondimenti che non è possibile affrontare in questa sede, e di un relatore quale non sono io. Interessante è però cercare di capire come mai alcuni grandi imprenditori di oggi si riempiono la bocca di queste nozioni provando a sfruttarle a loro vantaggio. A questo riguardo forse avrete sentito parlare degli incontri che Peter Thiel, presidente dell’influentissima azienda hi-tech denominata Palantir, ha tenuto qualche mese fa a Roma a porte chiuse e che avevano come tema proprio l’Anticristo e
l’esegesi dei testi apocalittici.
Ebbene io ero lì.
Ho visto di cosa consistevano questi incontri e quali fossero le teorie del grande magnate. Non preoccupatevi, la questione è molto meno seria di quel che appare da lontano. Le conferenze sull’Anticristo sono state piuttosto deludenti, più vicine alla tesina di un liceale entusiasta che alle teorizzazioni di un vero studioso, ma il potere ottunde e banalizza, e i pensieri degli uomini che abitano i centri di potere sono sempre, e inevitabilmente, poco originali. L’originalità in fondo tende a isolare, mentre il potere esige la centralità e dunque l’ovvio. Esiste però anche il marketing, disciplina confusa che promette di vendere tutto, anche la propria immagine, soprattutto la propria immagine. Quando Musk si atteggia da genio autistico e pazzo, fa marketing, quando dice che andremo su Marte in cinque anni, fa marketing, quando Berlusconi diceva che la crisi era finita (in realtà eravamo appena affacciati sul baratro della recessione), fa marketing, e così, anche Thiel, promuovendo una campagna di incontri pseudo-segreti - in realtà accessibili a tutti, perfino a uno come me - mette in piedi un’efficacissima campagna di marketing che promuove un’idea un po’ fumettistica, romanzesca, ma pur sempre efficace, del grande magnate appassionato di esoterismo, dell’uomo di potere affascinato dall’occulto. Dell’imprevedibile e stravagante uomo che potrebbe calare chissà quale asso dalla manica. È solo marketing. Thiel ha conoscenze
piuttosto limitate del concetto di katechon e di Anticristo, per lo più derivate da Girard, suo maestro a Stanford, che gli avrà riservato qualche lezione privata a buon prezzo.
Nella sua tesi, Thiel, pretende di vedere nella stasi (economica e tecnologica) il nemico, la vera forza anticristica, mentre il katechon, la forza frenante che dovrebbe combattere l’incedere del male, sarebbe l’energia creativa, la proattività. Riportando questi termini nel contesto attuale, Thiel afferma che al di fuori dello sviluppo delle intelligenze artificiali ci sia solo stasi, e che quindi le AI rappresentino non una forza, per continuare a usare termini
escatologici, anticristica, ma bensì una katechontica, cioè di freno, di opposizione alla stasi maligna dominante.
Sostanzialmente nelle sue teorie (diremo così per semplificare) si attua un ribaltamento di significati: l’Anticristo diviene forza frenante nel senso più letterale, forza di stasi, e il katechon di energia vitale. Sinceramente la cosa lascia quantomeno perplessi e si ha la sensazione che qualcuno faccia di tutto per far tornare i calcoli a proprio piacimento. Del resto a nessuno piacerebbe ammettere di sviluppare tecnologie anticristiche, sarebbe un esempio molto concreto di pessimo marketing. Ma tornando alle scritture, la forza anticristica è descritta come energhetai, e cioè attiva, energica. È probabilmente per questo che il katechon serve a temperare, a frenare una fine che altrimenti sarebbe troppo precipitosa, troppo rapida e i cui effetti potrebbero essere eccessivamente drammatici. Credo che sia possibile offrire anche un’altra lettura, che consiste nell’intendere il katechon come una forza psicologica, come un impegno, uno sforzo di volontà. A pensarci bene, in una dimensione mentale, esso potrebbe essere rappresentato come una forma di
disciplina, una forza che frena gli istinti, gli impulsi più selvaggi. Una forza che non ha segno positivo o negativo di per sé, ma che lo assume in base alle circostanze, spingendo ora in una direzione ora in un’altra, o meglio, frenando in una o nell’altra.

3
In questa prospettiva, il katechon è di volta in volta la forza che media, che mitiga, in una parola, esso è il katà metron, il senso della misura. Come da tradizione classica il metron è un principio fondamentale, che ha permesso all’uomo di elevarsi e nobilitarsi, e non fa specie pensare che San Paolo, cresciuto in quell’ambiente culturale, potesse pensare ad un concetto similare quando parlava di katechon.
Al di là del giudizio sulla questione filologica, rimane interessante l’operazione operata da Thiel. In fondo le sue mire ci interessano ben più del suo pensiero. Thiel, sembra voler mettere le mani sul bottino più prestigioso, quello della cultura e della religione, quello che per anni abbiamo sentito nominare come un fantasma pallido e inconsistente ma che per secoli ha fatto tremare le corone e gli scettri di mezzo mondo: il potere spirituale. A prima vista il potere spirituale sembra essersi dileguato, ma in realtà è ben presente, temuto più di ogni altra cosa da coloro che detengono il potere temporale, i quali sanno che solo questo li può mettere a repentaglio. Il potere temporale lo teme, ha fatto di tutto per screditarlo fino al ridicolo, ha cercato di imbrigliarlo, di ingabbiarlo, di esorcizzarlo, ed ora, con un ultimo assalto, prova addirittura ad appropriarsene. Thiel, camuffandolo, vuole intercettare i nostalgici di quel potere, vuole sedurre coloro che sentono un vuoto, coloro che vogliono affidarsi a qualcosa di superiore, di antico. In poche parole, Thiel, come tutti i grandi tycoon di quest’epoca, ambisce a diventare Dio, e come ogni dio che si rispetti, vuole creare la sua religione.

Peter Thiel ci ha fregati?






Commenti