La Palestina non è mai esistita
- Dhu al-Qarnayn Al-Sefrahn
- 29 dic 2025
- Tempo di lettura: 10 min

Ora che vi siete turbati, vi prego di leggere. Le basi di questa tesi non si trovano nel mondo sionista, che propone una visione dove sarebbero loro, coloni legittimati da una risoluzione fasulla e da uno stato di guerra perenne, i reali residenti di quelle terre per le quali è legittimo commettere un’azione orrenda come un genocidio, ma semplicemente da una considerazione storico-politica, che purtroppo pochi hanno ormai il coraggio di fare.
Il Principio. L’Età dei Faraoni e dei Babilonesi
Quello che sappiamo di epoca molto antica risale a delle descrizioni bibliche e da ciò che si è potuto dedurre dall’esiguo patrimonio papiraceo e di iscrizioni di età egiziana e babilonese.
Sappiamo infatti che quella terra era identificata come la terra delle “tribù canaanite” le quali spesso si ribellarono contro i Faraoni;nota è la grande rivolta contro Tuthmose III, che vide il Faraone uscire dalle terre del Nilo, evento estremamente raro, per sedare l’insurrezioneuna volta per tutte. Vengono nominate poco o niente strutture giuridiche più articolate di semplici tribù, se non quelle introdotte dai Filistei, popolazione a quanto pare molto belligerante che riuscì ad imporsi nella regione. Questi arrivarono ad apportare le prime grandi influenze etniche e culturali: presero il pantheon Canaanita e apportarono qualche aggiunta, creando il culto di Baal, ad oggi particolarmente noto tra coloro che si occupano di esoterismo nero. Sappiamo poi che sotto dominio Babilonese vi furono le prime deportazioni, una pratica molto usata nell’antichità: consiste nell’assimilazione di una parte della popolazione , per poi essere rilasciata allo scopo di diffondere la cultura della realtà dominante.
Il contesto giudaico viene introdotto principalmente nell’antico testamento, il quale però è supportato da qualche ritrovamento egiziano che ne attesta già l’esistenza, non solo come popolazione, ma anche come apparente realtà statale stabilita (gli Israeliani sostengono l’esistenza del fatidico regno, nonostante a livello archeologico e storico ancora non è stato possibile sostenere questa tesi). I contesti storici e religiosi in ogni caso confermano che quella è una terra abitata da lunghissimo tempo, forse anche da prima dell’arrivo dei faraoni.
La breve ascesa dei Giudei e la dominazione Romana
Ci sono molti momenti oscuri nel percorso evolutivo storico delle popolazioni native. Nei periodi della dominazione Persiana e poi Ellenistica non si hanno descrizioni di quelle zone; bisognerà aspettare i romani per avere un quadro più completo, circa mezzo migliaio di anni dagli ultimi eventi riportati. Un tempo enorme e sul quale si potrebbe veramente dire di tutto.
Sotto Roma sappiamo che esistono principalmente quattro grandi realtà: il Regno di Galilea, il Regno di Giudea, il Regno di Samaria e la Decapoli. Insieme a queste c’era anche una quinta piccola entità, la Perea, legata al Regno di Giudea.
A queste realtà corrispondono diverse tribù, caratterizzate da origini e culture piuttosto diverse fra loro. Tra quelle identificate, le maggiori sono : Giudei, Samaritani, Farisei e Zeloti. L’ebraismo della Torah era il culto maggiormente condiviso, anche se c’erano diverse interpretazioni del testo, motivo per cui era presente grande attrito ed astio che spesso culminava in violenze tra le diverse realtà. L’etnia che però finì per prevalere sulle altre fu proprio quella Giudaica; successivamente si vendette a Roma, riuscendo così ad imporsi come interlocutore favorito con l’Impero.
L’ascendente giudeo, tuttavia, è destinato a durare molto poco: e l’astio nei confronti di Roma è talmente forte da provocare diverse ribellioni, culminanti poi in epoca Adrianea, portando alla dissoluzione del Regno di Giudea e l’annessione all’Impero.
Difatti il nome “Palestina” e la sua conformazione territoriale è frutto di un artificio burocratico romano. Dopo la vittoria nella rivolta Bar – Kokhba( o terza guerra giudaica, 132 D.C.) e dopo la distruzione del tempio e di gran parte degli edifici sacri per la popolazione Giudaica, l’Imperatore Adriano, probabilmente in gesto di disprezzo, ordinò non solo di accorpare l’amministrazione alla Provincia di Siria, ma anche di aggiungere il nome Palestina, che nella lingua ebraica si riferiva ai “Palestim”, cioè i Filistei, già i dominatori e nemici delle comunità ebraiche.
Sotto la dominazione Romana, durata in modo diretto e indiretto dal 50/60 A.C. sino al 632 D.C., la Palestina subì innumerevoli cambiamenti culturali, etnici e soprattutto religiosi, passando dall’ebraismo della Torah, al panteismo greco-romano, al Cristianesimo, che più di ogni altra cosa plasma una prima reale identità di quella terra, molto più della religione ebraica.
L’avvento dell’Islam e le Crociate
Con il VII secolo e la nascita dell’Islam le conquiste del Califfo Abu Bakr arrivarono anche nella Provincia di Palestina, la quale subì un’altra violenta e rapida ondata di cambiamenti. L’imposizione di una nuova lingua, di una nuova religione e l’arrivo di un’ulteriore gruppo fortemente identitario, con proprie pratiche culturali sconvolge ancora di più il retaggio storico-etno-culturale della regione.
L’impatto della nuova amministrazione è molto pesante, infatti l’imposizione islamica si fa sentire con grande intensità. . Le ultime riforme dell’Imperatore Eraclio avevano dilaniato la popolazione, a causa dello sforzo bellico contro i persiani.Gli abitanti della regione pertanto preferirono convertirsi che pagare le diverse tasse che gravavano sui non islamici; tra queste la jizya, tassa che permetteva di professare una religione diversa ed essere considerabili cittadini.
A livello amministrativo sappiamo che l’ex Provincia della Palestina viene abolita e accorpata alle diverse anime che andranno nel tempo a modificare il califfato, dall’Arabia, a Damasco, all’Egitto, terminando poi con la conquista crociata, che dal 1098 pone la regione sotto il controllo latino con il nome di Regno di Gerusalemme.
L’amministrazione Cristiana rafforza ancora di più la già robusta presenza cristiana, riportando anche in auge il latino e il greco. la presenza delle nuove repubbliche marinare, Genova e Venezia, e dei potenti ordini monastici, porta una grande ondata di sviluppo e militarizzazione, oltre che una nuova caratterizzazione etnico-culturale molto diversa da quella precedente. la costruzione di nuove chiese e il rafforzamento di alcune piazzeforti radicalmente Cristiane, fra le quali Antedone, Ascalona e, udite udite, Gaza (guarda caso la zona che poi è stata volutamente altamente islamizzata, dove Hamas ha messo la sua base e marginalizzato i cristiani e dove l’IDF ha depredato, sfregiato e distrutto la gran parte delle chiese, tra le più antiche al mondo) concorre al rafforzamento della presenza cristiana.
In questo frangente storico è catartica la grande vittoria di Baldovino IV, il giovane Re di Gerusalemme, che nel 1177 sconfigge il Sultano Ayyubide Saladino a Montgisard. Alla battaglia partecipa un contingente di volontari e cavalieri di Gaza guidati dal Gran Maestro Templare Oddone di San Amant.
Possa o meno piacere, le forti radici Cristiane della regione hanno caratterizzato ed influenzato molto la cultura locale, unendo le etnie arabe e mediterranee sotto un unico ombrello identificabile con il nome di “Levantino”, riferito al Levante, nome usato per riferirsi a quella zona costiera del Mediterraneo. Questa identità molto forte si è solidificata ed è rimasta anche dopo la fine del dominio Latino. questo retaggio etno-culturale si è solidificato a tal punto, e in così poco tempo, che il Saladino fu obbligato ad accettare il mantenimento di ordini religiosi e concesse pellegrinaggi e aperture con l’Europa per evitare ribellioni e rivolte.
Il passaggio dei Mongoli prima e dei Turcomanni dopo non ha cambiato gli equilibri del territorio. la regione è rimasta sotto il saldo controllo del Sultanato Egiziano, il quale per necessità ha tenuto aperti i rapporti con i Latini e Costantinopoli, dal momento che l’opera di islamizzazione del territorio, come suddetto, era stata particolarmente difficoltosa. Nonostante questo, La mescolanza etnico e culturale, fra realtà latine, greche, turche, arabe, magrebine etc. non permetteva di vivere serenamente, tanto che i Sultani, come i Latini prima di loro, rivitalizzarono i quartieri divisi per etnie e successivamente anche per religioni.
La soppressione di età Ottomana
Nella metà del XVI secolo giunsero gli ottomani. Forti delle loro recenti espansioni e del controllo sulla Regina delle Città, cioè Costantinopoli, pongono sotto il loro controllo anche tutte le terre del Sultanato egiziano dei Mamelucchi, che comprende anche questa regione. dalle documentazioni pare che la Palestina ritorni a chiamarsi “Felestin”, in quanto gli ottomani rivitalizzano il sistema amministrativo romano, e quindi anche i nomi da loro utilizzati. Questa dicitura però decadde nel corso del tempo, dal momento che in mappe settecentesche vediamo la regione divisa in più governatorati, arrivando persino ad essere inglobata nella Grande Siria durante la guerra turco-egizia del 1840.
In ogni caso, al contrario dei predecessori, gli ottomani non hanno lo stesso riguardo verso i costumi della popolazione e pongono una forte stretta culturale e religiosa, facendo grandi campagne di assimilazione: islamizzarono il territorio, molto spesso con la forza, andando ad attaccare quelli che erano i costumi e usi Levantini. La morsa ottomana ha un grande successo, anche perché l’Europa cristiana non è nelle condizioni politiche e strategiche di poter rispondere. Muore così l’unica speranza storica che questi popoli avrebbero potuto avere per unificarsi in una realtà nazionale ben definita.
Alla fine del XVIII secolo l’ormai inarrestabile declino ottomano ha il suo culmine con i moti interni di fine ‘800, in particolare con la Rivolta dei Giovani Turchi, che permette di ristabilire dei principi costituzionali. In questa occasione le forze della regione si appoggiano a realtà politiche in Siria o Egitto, al contrario dell’alquanto minoritaria comunità ebraica che fonda un suo partito, basato su principi etno-laburisti.
Con la sconfitta nella Prima Guerra Mondiale l’Impero Ottomano si sfalda e la regione passa in mano Britannica, cambiando ulteriormente conformazione e confini.
Il mandato Palestinese
La regione riacquista il nome amministrativo storico, ma viene comunque legata, per questioni anche di vicinanza, ai mandati d’Egitto e Giordania, in quanto logisticamente fondamentale. Le politiche lassiste Britanniche non favoriscono la situazione interna, già culturalmente divisa , etnicamente distinta e religiosamente troppo eterogenea . inizia dunque a prevalere il sentimento islamico anti-Britannico che si cova negli ambienti accademici, dove il Corano trova un’interpretazione forzatamente letterale e violenta. In aggiunta a questo, l’Impero Britannico implementa i principi della dichiarazione Balfour (1917), precedentemente stipulata con gli Ottomani, che prevede di facilitare l’ingresso di ebrei nordici e slavi, un’ulteriore aggiunta etnico-culturale, formata in particolare da coloro che si definiscono “figli di Zion”, che poi diventeranno i Sionisti, con idee che promuovono un etno-stato. Con quest’ultimo atto la regione ha tutte le carte in regola per diventare una polveriera.
Con l’avvento della Seconda guerra mondiale le rappresentanze Islamiche prendono la palla al balzo e si rivolgono all’Asse per richiedere il supporto contro gli Inglesi e la popolazione ebraica, sempre più numerosa e coesa intorno all’idea sionista. Vi sono diversi casi di scontri in questo periodo, ma la realtà islamica tende a non muoversi in modo proattivo in quanto aspetta il supporto europeo, che però non arriverà mai.
Con l’arrivo del ’45 i coloni europei ebraici, di matrice sionista, sono ormai a migliaia. i cristiani si trovano sempre più in minoranza e la controparte islamica si divide tra le diverse correnti, spesso sfociando in violenza reciproca. Il dado ormai è tratto e il progetto Sionista è alle porte.
Lo Stato di Israele
Con il ’48 si ha la fine di un lungo processo, probabilmente voluto, di colonizzazione della regione. con un ulteriore artefatto burocratico vengono arbitrariamente stabiliti nuovi confini, separando etnie e culture anche piuttosto simili, dando il via alla creazione dello Stato di Israele grazie alla risoluzione dell’ONU 181, voluta fortemente da tutte le potenze vincitrici, ma soprattutto dall’URSS, che vedeva nel Sionismo un’ideologia a sé vicina.
Il risultato degli scontri che ne scaturirono non poteva che essere a favore di Israele, il quale si trova in mano gli arsenali britannici e l’appoggio di tutte le maggiori potenze. L’avvento di Israele, così come quello delle realtà precedenti, è violento e assimilazionista. Espropri e distruzioni sono all’ordine del giorno, gli ebrei che non hanno sostenuto la causa e i locali non ebraici che vivono all’interno del nuovo stato vengono trattati come cittadini di seconda categoria (tutt’oggi è così) e gli altri che rimangono invece nell’altra parte sono troppo eterogenei per unirsi e creare una realtà che possa rispondere con fermezza.
Questa situazione culmina nella guerra dei 6 giorni (1967) e del Kippur (1973) dove gli Stati Arabi, soprattutto Siria ed Egitto tentano uno sforzo congiunto per fermare lo Stato Israeliano, ma questa campagna fallisce miseramente. La vittoria israeliana mette le basi non solo per la propria definitiva legittimazione, data dal diritto di conquista, ma anche per la politica collaborazionista che gli stati confinanti inizieranno ad attuare nei suoi confronti. Questa politica è ad oggi ben visibile dalle reazioni inesistenti di queste nazioni agli ultimi massacri perpetrati.
Oltretutto , da questo momento in poi, l’ingerenza del Mossad all’interno degli affari del popolo nativo sarà sempre più forte e sempre più funzionale alla propria dialettica di guerra perenne, tanto che farà si che vi sia sempre un susseguirsi di leader corrotti, incapaci e, peggio ancora, di stampo terrorista. In questo modo le già scarse possibilità che si potesse creare una Nazione (ovvero un unione di individui in una comunità che condivida una forte storia culturale e religiose) e di conseguenza uno Stato (vale a dire una realtà superiore, generalmente formato da individui di etnia e religione condivisa, per al meglio portare avanti i propri interessi e quelli della nazione che rappresentano) diventano praticamente nulle.
Con il passare dei decenni i soprusi dei dominatori non diminuiscono, anzi peggiorano, e la situazione interna, come ben progettato, non si unifica minimamente ma si separa sempre più, sino ad arrivare addirittura alla distinzione fra Striscia di Gaza e Cisgiordania. Il culmine della disperazione arriva con gli accordi di Oslo (1993), dove l’OLP compie una delle manovre suicide più grandi mai realizzate da una realtà politica (forse pari al PCI che promuove l’UE): parla a nome del popolo “Palestinese”, una realtà fondamentalmente inesistente, per accordarsi ad una soluzione a 2 Stati con le stesse nazioni che li hanno spinti a segregarsi nei monti e nei deserti. Non c’è bisogno di dire che questi accordi sono stati totalmente inutili e che hanno contribuito ad aumentare le divisioni, le disparità e la pressione Israeliana, arrivando agli eventi del 7 Ottobre, dove un gioiosissimo Israele finalmente ha potuto continuare i suoi progetti interrotti nel 1967, cioè creare il “Grande Israele”, con il tacito appoggio dei vicini e la connivenza di tutte le nazioni Europee e Occidentali.
Conclusione
Seguendo questa veloce spiegazione si possono comprendere varie cose. Per prima cosa la complicatezza del percorso storico che questa regione ha vissuto; Secondo come, soprattutto negli ultimi secoli, realtà esterne siano intervenute in maniera distruttiva sfaldando il collante storico culturale; infine, forse il punto più importante, come il termine “Palestina” sia una pura creazione amministrativa, che nel tempo non ha mai raggiunto nessun tipo di connotazione culturale e religiosa.
Analizzando dunque la situazione attuale appuriamo due importanti fattori. Da una parte abbiamo una grande differenza religiosa: ci sono diverse denominazioni di cristiani, soprattutto a Gaza, completamente emarginati, la maggioranza islamica divisa in altrettante diverse denominazioni tutte nemiche fra loro e la minoranza ebraica natia che non è capace di esprimersi in modo chiaro. Tutta questa frammentazione non rende possibile la presenza di una religione che possa regolare l’immaginario collettivo e fare da collante. Dall’altra parte la diversità culturale ed etnica non permette di ritrovare radici storiche comuni soprattutto nella tradizione, ormai da tempo perduta, Levantina (inoltre non basta neanche basarsi sulla retorica “siamo gli espropriati del ‘48”), impedendo dunque di creare una base comune per un futuro come nazione.
La conferma di tutto questo l’abbiamo semplicemente osservando le comunità all’estero e all’interno dello Stato di Israele. Queste infatti non hanno mosso un dito in aiuto dei propri conterranei, preferendo la comoda vita dell’esodato o del cittadino di seconda categoria, confermando la visione secondo la quale non esiste un sentimento nazionale; al massimo, per alcuni, esiste l’empatia verso i proprio conterranei. Con la mancanza di questi fattori fondamentali risulta impossibile, da un punto di vista geopolitico, storico e culturale parlare di Palestina e Palestinesi come realtà nazionale; la conseguenza finale è che risulta ancora meno credibile parlarne come entità statale.
Con questo ovviamente non si vuole legittimare Israele, anzi, ma si vuole far capire al generico protestante che ignora l’excursus storico che una realtà che non esiste e che non ha dei fondamenti sulla quale unirsi sarà destinata a perire contro una fortemente omogenea sul piano etnico, religioso e culturale. La Palestina non è mai esistita






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