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No Dada No Dada No Dada

No Dada No Dada No Dada


Come la Contemporaneità ha Istituzionalizzato Dada e

Riaddormentato il Caos


Il concettualismo astratto, l’utilizzo della parola, un gesto ed i simboli del dissenso e della contestazione; o ancora la rappresentazione dei drammi, delle gioie e delle incomprensioni umane. Questi, in generale, sono i caratteri dell’arte della nostra contemporaneità.

Un’arte che trae le sue eccitazioni ed emotività da svariati movimenti, stili e prospettive sviluppatesi nei due secoli precedenti, come l’espressionismo, il realismo, l’astrattismo e altri ancora; uno in particolare, però, ha dato un forte slancio non solo agli stili e ai modi d’interpretare dell’arte contemporanea, ma forse persino al senso stesso di concepire le forme, le essenze, i significati e le visioni al di là della pura arte. Questo movimento è il dadaismo.

Ma anzitutto, cosa voleva farne dell’epoca in cui è nato, Dada? Che intenzioni (e non-intenzioni) aveva?

Dada, vissuto principalmente in Europa nella prima metà del ‘900, voleva dissacrare, prendere in giro, desimbolizzare e far tornare “l’equilibrio tra il cielo e l’inferno”*.


Dada voleva deridere le abitudini e sonnolenze del quotidiano, al contempo far sfociare il disordine creatore e rivelatore di tutti coloro che subivano la sonnolenza della società borghese: le persone comuni e l’arte stessa.

Dada non si svagava: prendeva a martellate per abbattere e spargere la fuliggine dei simulacri abbattuti, scandalizzava per avvicinarsi al divino e al profano, e tutto con spirito da giullare, da mistico e da nullificatore. Non urlavano nudi e doloranti come Artaud, e non dicevano nemmeno “Basta!” alle parole e agli atti come Carmelo Bene; non massacravano e non erano assenti, ma nel loro rimanere fugace, contorto, derisorio e assoluto, staccavano le carni, i denti e le mani, ammutolivano le bocche e tappavano le orecchie a tutti coloro che ancora rimanevano ammaliati dal fantasma dell’Identità, di cui farneticavano in sua vece.

Insomma, per essere più diretti: Dada criticava tutto ciò che credeva di essere un punto stabile nell’esistenza, la superficialità e la rigidità della società e, infine, la reale follia incatenante dei regimi politici e ideologici.  

E Dada, per via di ciò, ha attirato su di sé l’eterogeneità delle distorsioni e visioni del mare sotterraneo della realtà, anche con alcuni riscontri sul piano politico: seppur di tendenza non-ideologica e contro l’ideologia stessa, vari esponenti dadaisti lo usarono per criticare anche politicamente i regimi e le realtà dell’epoca. Ciò venne fatto sia dalla parte della sinistra radicale, in particolare in Germania, come nei casi di Raoul Hausmann, Hannah Hoch, etc.; ma anche dal mondo della Tradizione, come da Julius Evola.

Dunque, Dada era, per ogni cosa, distruzione primordiale e creazione liberatosi dell’arte, delle idee e dei costumi. Una pura coscienza del caos.  

Ma oggi, dove sono le effigi senza cornici e sfumate di Dada? Dove i suoi versi non già poetici, ma ormai cacofonici? Dove, ancora, le cose trasformate in oggetti di scherno e sfida al buon senso e al Senso stesso? Ma in generale, che ne ha fatto l’arte contemporanea di Dada? 


No Dada No Dada No Dada

Forse allontanato, forse rapito…forse ucciso. Sicuramente non dissacrato.

Per poter rispondere a queste domande, cerchiamo di osservare, anzitutto, lo stato non tanto dell’arte in sé di questi ultimi decenni, quanto più ciò che cerca di soddisfare sia in società, sia nella “cultura di stato” e sia negli artisti stessi.

Quella che viene definita generalmente come “arte contemporanea” è quell’insieme di movimenti, correnti e stili i quali, tendenzialmente, fanno capo a tematiche quali: la grande libertà d’espressione (sotto anche la forma di una eterogeneità di stili, approcci e prospettive); l’attiva contestazione politico-morale legata, in particolare, ai movimenti di liberazione (coloniale, sessuale, di genere, etc.); il cambiamento e una sorta di rottura non solo sociale ed esistenziale, ma persino ontologica (per non dire metafisica, in certi casi) dell’uomo stesso, e del contrasto di questo con il cosiddetto “pensiero forte” (che, per sintetizzare, potremmo dire che aveva dominato fino alla metà del XX secolo) e del rapporto con la crisi dell’Identità dell’uomo come Soggetto, Collettività, ma persino come Uomo stesso. 


Così come per i temi verso cui questo macro-gruppo artistico tende, anche i suoi stili e le sue correnti, sempre generalmente, sono caratterizzati proprio dalla ribellione; dalla ricerca e, al contempo, dalla decostruzione dei significati e limiti (delle norme, del linguaggio, del corpo, etc.); dal distacco dalla forma intesa come canone perfetto da seguire (sia artisticamente, ma anche eticamente e filosoficamente) e, dunque, dalla certezza dell’esistenza e della presenza di un senso stesso delle cose, dell’essere e dell’agire. O quantomeno di un senso razionale e ordinato.

Fin qui sembra che Dada non solo stia bene, ma che sia persino in gran forza e che ancora continui ad essere lo spauracchio delle identità e delle sicurezze.

Ma a veder meglio, a sentir più profondamente e radicalmente tutte queste performance…si sente solo l’imitazione un po' stridula, un po' narcisistica, egocentrica e insicura delle risa e delle dissoluzioni di Dada.

Perché, appunto, solo di performance, si tratta.

Da Marina Abramovic a Banksy, Yayoi Kusama, Kaws, Olafur Eliasson e altri, la performance non ha già centralità e/o volontà e meccanicità nell’atto di scomposizione, annullamento (anche di sé), depravazione, di divagazione, o di ricerca di qualcosa di perduto; la performance ha solo un sé creato e illusorio - mascherato -, e si muove solo per annunciare, da punti diversi, le stesse narrazioni di cui non tanto la contemporaneità, quanto invece i nodi ontologici, gnoseologici, speculativi e, così, culturali e politici che sono emersi dalla nostra crisi del Senso e dell’Identità, hanno bisogno per autoalimentarsi e che immettono nei desideri, nella sensibilità e coscienza, in cicli di riciclaggio, sotto forma di micro-narrazioni sempre differenti, ma alla fine mai diverse tra loro.


Insomma, la performance non possiede né un Essere, né il Nulla e nemmeno la Meccanicità del corpo e del sentire dell’artista; tutto si palesa sul momento per lasciare solo l’impressione di ciò che è accaduto e di ciò che sta interiormente e al di là di quello. Tutto è immagine che può solo essere interpretata o che rappresenta, tramite giochi retorici, realtà umane, ma al contempo tutti i significati e anche l’assenza di essi vengono tutti ricondotti, quasi automaticamente, proprio a quei nodi di cui si parlava sopra, ovvero: a dei codici di significati e significanti che, agendo nell’inconscio individuale e collettivo, e agendo come dei virus all’interno del cervello-macchina, finiscono per rendere l’uomo stesso un oggetto consapevole di sé e del mondo che lo circonda, ma percepito e pensato solo tramite i canoni e i feedback immessi e rigenerantesi proprio da quei virus. Virus che non sono, ovviamente, entità materiali, ma degli archetipi razionali e inconsci i quali, venendo a contatto con la massa organica e le remote origini dell’uomo (ovvero: istinti, pulsioni automatiche, logica meccanica, strutture di pensiero astratte, soggettive e sociali), proprio come se fossero delle infezioni, iniziano a combattere contro tutti gli anticorpi esterni dell’organismo per impossessarsi del suo sistema centrale nervoso, e dunque del suo essere. 

Pertanto, ciò che rimane dell’arte contemporanea è solo l’atto di riconoscere o meno i giusti feedback e di rappresentarli nella loro forma più efficiente: l’astrattismo soggettivista, ovvero: l’annullamento dell’artista, dell’opera e del pubblico come parti organiche, distinte e presenti, con la conseguente omologazione di tutti e tre i componenti in quello che potremmo definire come “sistema estetico a circuito chiuso”, ovvero un presentarsi e scambiarsi di sensibilità che, però, non provengono né da un altrove (esterno, interno, alto o basso) e nemmeno fuoriescono verso un altrove.


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Inoltre, all’interno di questo circuito possiamo anche rilevare degli “input standard”: il consumo di merci ed emozioni come base della vita individuale e sociale, e dunque la necessaria e conseguente semplificazione dei processi desideranti e coscienti sia degli individui e sia del corpo sociale; il cambiamento di ciò che rimane dell’Identità sociale e individuale dal “reale” allo “speculativo”: la società e l’individuo non sono più identificati e divisi in base a necessità e idealità derivanti dall’esperire e dal pensare la contingenza, bensì dal desiderare e dall’agire per delle rappresentazioni di realtà non ancora esistenti, ma di cui già il pensiero e la loro necessità inizia a crearle (iperstizioni).

Tutti questi componenti non sono un qualcosa frutto di questo tempo, poiché insiti e sempre operanti nell’uomo-macchina; ciò che si vuole affermare è che siamo giunti a un punto di questo processo (esistenziale e storico) in cui questo continuo autodesiderare e autoalimentarsi/consumarsi speculativamente ha raggiunto una tale forza e si è liberato così tanto dai vincoli di speculazioni più razionali e ordinate (es. proprio il cosiddetto “pensiero forte”), che ora è questo stesso processo a sostituirsi attivamente all’umanità. E così anche a tutte le sue produzioni.


Per concludere, possiamo porci due domande opposte sia negli intenti e sia nelle finalità, ma che condividono il medesimo spirito di tragicità attiva e che ancora sente il bisogno di immergersi nel mistero delle cose: e se questo andamento delle cose potesse portarci a futuri mai vista prima, a vivere delle vite sotto il segno del completo e assoluto sprigionamento di tutte le forze umane e non, magari anche rinunciando all’umanità stessa e all’arte come è stata concepita fino ad ora? Oppure: per salvare l’arte e, ancor di più, lo spirito che vaga fra i misteri dell’esistenza, quali vie percorrere?

Nel primo caso, ciò che possiamo dire con sicurezza è che l’arte contemporanea, più che musa delle iperstizioni, è una parodia del vuoto cosmico e della crisi umana, troppo umana del presente; nel secondo caso, forse bisogna ricorrere a un gesto non già disperato, ma lucidissimo e radicale (che forse sarebbe piaciuto anche a Dada): smetterla di fare arte, smetterla proprio con l’arte.


*Citazione di Hans Arp, dadaista tedesco.




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