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Amore mio di plastica

Amore mio di plastica

Ogni giorno penso alla mia futura vita da adulto.

Letteralmente ogni giorno, almeno una volta. Al lettore consegno due spiegazioni in merito. L’ascendente quasi erotico che il prototipo di maschio medio borghese esercita su di me e il vivo terrore che provo nel familiarizzare con i giorni che saranno. Ho vissuto tutta la mia post adolescenza in questa perversa quanto banale dicotomia: la paura di crescere e la fascinazione verso le vite dei grandi. Ho sempre intravisto in quel posticcio senso di realizzazione degli adulti una strana dolcezza. Aver accettato di non essere speciali, quale incredibile sollievo dev’essere stato. Lavarsi di dosso le responsabilità dell’enfant prodige pieno di sogni e rivoluzione per abbracciare la vita vera, la straordinaria semplicità dell’essere normali. Proiettarmi in questo genere di futuro mi tranquillizza. Mi alleggerisce di diverse zavorre, anche se per poco.


Se c’è una cosa a cui ho sempre guardato con sincera stima e ammirazione nel corso di elucubrazioni di questo genere è il concetto di amore per i nati tra i sessanta e i settanta, per non andare troppo indietro con gli anni, anche se potremmo. Più che al concetto di amore, che troppo facilmente si presta a relativizzazioni di qualsiasi tipo, a quello di legame. Qual è il trucco? Deve essercene uno. Come possono due persone vivere fianco a fianco per decenni? È un concetto così vicino fisicamente, ma allo stesso tempo così lontano concettualmente dalla mia generazione.


Per semplificazione parlerò di “genitori”, immaginando di rivolgermi, ora, a una massa multiforme di corpi che gravitano anagraficamente intorno al quarto di secolo o giù di lì. Il resto si arrangi o cerchi di declinare questi concetti in base alle esigenze. Per ritornare ai “genitori”, sono loro ad averci insegnato i rapporti. Standardizzando la scala valoriale su cui si fondano questi insegnamenti parleremmo generalmente di caratteristiche come costanza, lealtà, sincerità, e ultima, ma non per importanza, durevolezza. Cioè la capacità di sedimentare nel tempo le relazioni. È su questo punto che molte delle perplessità di chi scrive si riversano, ma ci ritorneremo. Al mero insegnamento verbale, solitamente, segue l’apprendimento per emulazione.


È qui che il sistema si inceppa, qui il nodo generazionale da sciogliere: abbiamo sempre pensato, anche inconsciamente, che bastasse imitare o anche solo aspirare ad avere rapporti simili a quelli dei nostri genitori, in amore e in amicizia, per costruire un sistema relazionale abbastanza solido. Ci siamo dimenticati di un deterrente fondamentale: il contesto sociale in cui brancoliamo non ci permette in alcun modo di coltivare quel concetto di legame che qualcuno ha cercato di tramandarci. Il mondo in cui i nostri genitori hanno tessuto la loro ragnatela relazionale non correva veloce quanto quello in cui siamo costretti noi. E utilizzo il termine costretti non a caso.

Hanno avuto occasione e modo, loro, di vivere il tempo con gli altri e lasciarlo scorrere senza forzature.


Noi no.


I nostri rapporti crollano rovinosamente e di continuo perché figli di due acerrimi nemici: l’idealizzazione e la precipitazione. Cerchiamo in troppo poco tempo di mettere su castelli incredibilmente fragili, per paura di non essere come gli altri, per paura di non essere come i nostri genitori. La continua sovrastimolazione a cui siamo sottoposti, la costante ricerca della perfezione, il dover fare prima e meglio di chiunque altro: tutti questi elementi insieme hanno distrutto la nostra capacità di generare valore vero, duraturo. Non possiamo meravigliarci della fragilità delle nostre reti sociali, c’è un inghippo evidente e lo stiamo sviscerando qui. Di quanto tutto questo sia dovuto all’iperconnessione neanche ne parliamo, considerandola un’ovvietà che non ha bisogno di essere esplicitata. Mi trovo costantemente circondato da persone che vedono crollare rovinosamente davanti ai propri occhi certezze che credevano inscalfibili, rapporti che consideravano d’acciaio. È una piaga del nostro tempo e non ce la siamo cercata.


Abbiamo semplicemente creduto nella bontà e genuinità che camminava a due passi da noi, nelle nostre stesse case, magari. Non ci siamo accorti, o non abbiamo voluto farlo, che quella stessa bontà e genuinità di cui ci eravamo innamorati fosse stata costruita in un altro momento storico, in un contesto diverso dal nostro. Un altro prezzo da pagare per tenere accesi quei riflettori che tanto amiamo, per continuare a essere sotto gli occhi di tutti, per interpretare ancora la parte del concorrente e quella del giudice allo stesso tempo. In mano ci rimane poco, ma almeno qualcuno, in questo esatto momento, ci sta guardando. Per dovizia di particolari non possiamo tralasciare un altro aspetto: l’instabilità. Troppo spesso ci troviamo a dover spiegare a chi una famiglia se l’è già costruita, quanto fosse più facile farlo in passato piuttosto che nel 2026. Senza scadere nella ricerca di un alibi che comunque non ci scagionerebbe, la mancanza di ingranaggi solidi (economici, politici, sociali) della grande macchina in cui agiamo quotidianamente non può (e non vuole) lasciarci la libertà e la tranquillità necessaria allo sviluppo di legami solidi, di un futuro che stia in piedi da solo. Se questo fosse un grave avvelenamento e io fossi un medico non riuscirei a consegnare al lettore alcun antidoto immediato. Un paliativo, quello forse sì.


Non possiamo pretendere in alcun modo di risolvere giganteschi quesiti con soluzioni pret a porter, ma possiamo alleviare i nostri malanni. Forse è quello che ha già fatto chi è venuto prima di noi, ma non ha alcuna intenzione di svelarcelo. Perché chi si scotta con le proprie mani impara meglio. Forse la formula perfetta non c’è e continuare a cercarla genererà soltanto altri problemi. Qui si incastra la personale soluzione di chi scrive: smettere di inseguire il paradiso in terra, quel frullato di vite perfette che qualcuno continua a imboccarci. E, soprattutto, smettere di sfruttare le relazioni come strumento di questa ricerca.


Che sia stabilità, consenso, approvazione o voglia di futuro ciò di cui abbiamo bisogno, non possiamo più cercarlo ossessivamente in qualsiasi rapporto ci si pari davanti. Forse proprio nel momento in cui avremo interrotto la caccia alla cura ci accorgeremo che la grande malattia è passata. A quel punto saremo talmente impegnati a ricostruire legami sani e duraturi, da non ricordare affatto di essere stati, noi stessi, il veleno e l’antidoto insieme. Il problema e la soluzione.






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