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Fenomenologia del Populismo

Aggiornamento: 20 ore fa


Avrei voluto esordire con una frase a effetto sul populismo un po’ come Marx si riferisce al comunismo all’inizio del Manifesto, ma non sarebbe solo poco originale, sarebbe anche anacronistico. Infatti, oggi, non si può più parlare di rinascita o avanzata del populismo, perché è già rinato è già avanzato, è diventato il nuovo trend politico che comprende tutti: destra, sinistra e centristi indecisi.


A parte Mamdani o magari Polansky, di populismi di sinistra funzionali ne abbiamo visti pochi, quelli invece che guadagnano elettori e conquistano governi ogni giorno sono quelli di destra. Chiaramente, la carenza da parte dei movimenti di sinistra è dovuta alle loro politiche troppo moderate e ancora radicate in ideologie neoliberali, le stesse contro cui ci stiamo ribellando in questo momento. Il sistema neoliberale è penetrato nella nostra società con una subdola violenza, senza che ce ne accorgessimo ha plasmato le nostre menti e i nostri tessuti sociali. E forse il lato più contorto e macabro è che non riusciamo a dire basta, parliamo di fare la rivoluzione ma poi ordiniamo con Deliveroo per guardare Netflix sul divano. Ci ha costruito attorno, con il nostro aiuto ovviamente, una teca di cristallo da cui non riusciamo più a uscire perché ne siamo completamente dipendenti e succubi oramai. Infatti, mi permetto questa piccola nota personale - ma in quanto strutturalista non ci biasimo nemmeno - siamo caduti in una trappola senza accorgercene e abbiamo iniziato a giocare le regole di un gioco che all’inizio sembrava una figata.


Ma nello stesso modo in cui mi guardo allo specchio ogni giorno e non noto che sto perdendo i capelli, noi non notiamo che stiamo perdendo la nostra umanità. Vittime di queste dinamiche tossiche, dalla competizione suicida all'individualismo alienante, crolliamo su noi stessi di fronte a questi fittizi castelli di carte che ci siamo costruiti e che chiamiamo “IO". Per quanto pessimista e incapace di trovare soluzioni, il populismo paradossalmente sembra la via di fuga da queste prigioni individuali che ci siamo creati. Non sono io a dirlo parliamoci chiaro, già Ernesto Laclau, un post-marxista, discuteva di come il populismo sia una risposta democratica a una domanda democratica avanzata dagli individui.


Per lui non solo il populismo è un tipo di narrativa che manda avanti gli interessi della popolazione, ma ha anche un compito narrativo di costruzione dell'identità democratica. Penso che oggi più che mai Laclau abbia ragione. Perfino quelle merde di populismi di destra neofascisti che governano orami troppi paesi europei, fanno appiglio a un cittadino isolato e sconfortato dalla società. La narrativa populista va a colmare quel vuoto che proviamo dentro noi stessi. Ci sentiamo come il naufrago in un oceano in tempesta, e dal nulla arriva questa nave che ti dice che il problema vero non sei tu ma sono gli altri, e costruisce meticolosamente un’identità di gruppo (necessaria all’umano) antagonizzando l’esterno, tipo i migranti…e sfortunatamente i populismi di destra ad assumere la parte del salvatore son fin troppo bravi.


Mamdani è forse il primo che cambia rotta. Faccia pulita e giovane, bravo sui social, ma queste cose le sapete già. La verità è che è forse uno dei primi politici di sinistra da tanto tempo che è effettivamente di sinistra, quindi parla di tassazioni sui ricchi, calmieri sugli affitti, welfare solido etc, diciamo che applica finalmente una politica concentrata su tutti i cittadini, soprattutto quelli in difficoltà schiacciati dal peso del capitalismo. Il problema vero, che sociologi come Lebon avevano già intuito secoli fa, è che l’individuo all’interno di una massa tende a essere stupido, una sorta di animale impulsivo e privo di libero arbitrio. “Senatores boni viri, senatus mala bestia” (“I senatori sono dei bravi uomini, il Senato è una bestia cattiva”).

È sfortunatamente una tendenza insita nell’uomo, quando si è raggruppati, di tirare fuori il peggio di sé. Però senza quella cooperazione tra simili, probabilmente saremmo rimasti sugli alberi a sfuggire da predatori o chi sa cosa. Quindi forse questo è un’altro aspetto paradossale, storicamente abbiamo creato identità di gruppo molto solide per esempio la religione o il sistema feudale, o qualunque altro movimento socio-culturare-economico, (medioevo, rinascimento e così via).


Nel bene e nel male però, non fraintendetemi. Il cattolicesimo dogmatico e fondato sul senso di colpa ha fuorviato e plasmato secoli di storia umana, ma un vantaggio ce l’aveva, il collegare tutti. In un modo o nell’altro chiunque aveva un dio sulla testa e anche se peccava ripetute volte ne era consapevole. Con la metaforica morte di dio Nietzschiana e la decentralizzazione della verità stessa delle cose, ognuno può vivere felicemente nella sua bolla mentale pensando che sia la più giusta e illuminata. Ma mi chiedo, come si può così, in questo mondo della post-verità, essere di nuovo una società? Per vivere insieme serve una comune intesa su alcuni temi, perché solo così possiamo coesistere senza calpestarci i piedi. Oggi oramai, dopo 30 anni solidi di abbattimento di queste identità collettive rimpiazzate da una costruzione forsennata di identità individuali, ci ritroviamo anche incapaci a condividere un’identità, e per questo quel che stiamo vivendo sono le versioni più aggressive e violente di noi, perché si nutrono della nostra natura più primordiale e animale. È come se ci fossimo involuti, e ora ci ritrovassimo in tribù a difenderci con la clava o a cacciare il mammut. Vediamo nel ri-raggrupparci il sopravvivere, e non il vivere secondo una morale che può anche essere molto umana, radicata forse negli aspetti più belli dell’essere umano come empatia e amore. Però così isolati e spaventati siamo come l’antilope nella savana, consapevole della sua condizione di preda e della sua incapacità di difendersi.



E noi umani individui, in questo stato di delirio animalesco dovuto alla paura, giochiamo d’anticipo, e attacchiamo per non essere attaccati. Quindi questa è la fase più pericolosa, perché ci raggruppiamo ma con l'intento di scontrarci con gli altri, perché forse questo è l’unico modo in cui ad ora riusciamo a creare gruppi e identità, attraverso l’opposizione a qualcosa o qualcuno. Infatti, forse il modo migliore per essere qualcuno quando non si è nessuno, è distanziarsi da chi si ha paura di essere. Questa creazione per contrasto crea una identità che però sarà sempre dipendente dal suo contrario. E di conseguenza non potrà mai diventare quello che vuole essere perché sarà sempre e solo ciò che non vuole essere. Quindi per fare un esempio come l'immigrazione, non verrà mai risolta perché così facendo distruggerebbe quella stessa narrativa che è stata ritagliata attorno a quell’immagine fittizia dell'italiano “vero”. Le identità si evolvono nello stesso modo di una persona che cresce, qui proviamo a essere qualcuno che non siamo da tanto tempo e che non possiamo più essere, e per fare ciò dobbiamo applicarlo con la forza remando controcorrente. Mi chiedo dunque se il populismo possa essere definito antidoto, oppure se non sia semplicemente un’altro spasmo della nostra persona individualista. A mio avviso non si tratta di un semplice spasmo, poiché oramai lo scenario politico attuale e futuro è e sarà segnato da questi populismi che dilagano dall’India all’America o all’Europa.


Ma quindi, a cosa porteranno?


Perché ad ora le misure isolazioniste promosse dai nazionalismi populisti all’interno di questo mondo post-globalizzato, stanno creando una multipolarità pericolosa. Paradossalmente quella interdipendenza economica dovuta alla globalizzazione aveva evitato tanti conflitti facendoci focalizzare invece sul libero commercio e su un flusso mastodontico di soldi. Invece ora che lo stato torna al realismo e agisce in senso individualista iniziando ad applicare perfino politiche neo-mercantiliste, i conflitti sono dietro l’angolo, e le coalizioni sono più malleabili e facilmente rimpiazzabili al primo sintomo di sconvenienza. Mi scuso per questa chiusura un po pessimista, ma da ragazzo della Gen Z con ancora tanto da imparare, e con una comprensione ancora molto ridotta del mondo d’oggi e del mondo futuro, mi viene molto difficile non essere abbattuto e sfiduciato rispetto a quello che verrà. Per obbligo forse più verso di voi che verso me stesso, la possibilità di cambiare c’è.


La nostra generazione ha un grandissimo potenziale, siamo svelti, incazzati e bravi a creare network. Dobbiamo solo uscire da questo torpore esistenziale e agire, perché nessuno lo farà per noi. E tutti noi sappiamo benissimo che le cose non vanno come vorremmo. Lo dico da persona socievole e curiosa che parla con tutti, quello che posso dire è che ormai non importa quasi più l’orientamento politico o filosofico perché tutti si accorgono, magari in sfere diverse della vita, che c’è qualcosa di marcio che li affligge.


Il lavoro da fare è soprattutto sociale, ci dobbiamo accorgere, tutti, che il come ci sentiamo non è un caso specifico, ma che tutti stiamo vivendo in un modo o nell’altro dei disagi. Solo così non ci sentiremo più isolati e indifesi, ma costruiremo quel legame umano fondato sull’obiettivo che ci ha permesso di raggiungere risultati incredibili in quanto umanità. Forse questi sono i sintomi prima dello sbrocco, nonché unico motore di cambiamento, e io onestamente ci auguro di arrivarci belli incazzati.

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