top of page

I giochi da tavolo e la fine della società

I giochi da tavolo e la fine della società

Ti aprono il portone sali le scale e ti ritrovi finalmente nella festa. Saluti il festeggiato, ti presenta un paio di esseri umani, scambi due parole e poi ti distacchi perché ti viene fame. Prendi qualcosa con il tuo piattino e noti lei, in lontananza. Si sentirà osservata ad un certo momento e infatti avviene il contatto. Magari non sorride, ma ci sarà quella tensione nell’aria provocata da qualcosa nelle alte sfere invisibili del reale.


Passa una mezz’ora e i vostri due corpi come per un vortice gravitazionale ora sono in collisione. Si inizia con un pretesto contingente, magari per la caraffa dello spritz. Iniziano le danze, battuta, risata, sguardo, “comunque io sono… piacere”, aprirsi oltre, una conoscenza in comune, o un luogo nella città. Non siete ancora in perfetta sintonia ma sai che potrebbe funzionare se solo lo scambio durasse tutta la festa, e invece, non ti è permesso.


Uno stronzo tira fuori un gioco da tavolo, siete spinti nei vagoni e su binari: tutte le situazioni autogenerate agli angoli della casa si concentrano in un campo. Un tavolo. L’aggregazione unificante e fascista di tante anime sotto quello che viene chiamato “gioco” ma che sai già essere un lavoro non retribuito. Tutto solo per accontentare colui che lo ha proposto, lo sfigato di turno. Irregimentati, geometrizzati in un sigillo satanico i corpi —costretti, annoiati —recisi da una naturale espansione della propria essenza che se lasciata fare chissà, magari fra qualche anno partoriva vita, un bambino. Invece niente sei catapultato ad ascoltare un funzionario pubblico che in piedi a gran voce ti sta spiegando le regole.


Poi partono i litigi sulle regole non scritte, sulle varianti del gioco: il gioco diventa la preparazione al gioco. Fatemi un favore, per salvare la nostra civiltà europea. Imparate di nuovo ad essere scabrosi; ma perché non manifestate con sufficenza la bassezza raggiunta dall’americanismo imposto? Perché non riportate in auge il bullismo? Additare gli ingobbiti che non hanno il coraggio di vivere una festa come si è sempre fatto da quando l’uomo come specie diventa bipede? Vi trovate alle porte dei trent’anni o addirittura oltre la soglia, a dover sentire una spiegazione di uno sconosciuto, per un gioco dove gli unici che vogliono vincere sono i martoriati dalla vita. Sarebbe tuo compito ancestrale far capir loro che l’unico gioco degno di essere giocato si chiama vita, e che nelle tombe ci si finisce comunque, perché anticiparlo? In quale frangente temporale è diventato socialmente accettabile pagare 50 euro per un gioco da tavolo e proporlo a quindici sconosciuti come grande trovata di divertimento? Qual’è stato l’evento scatenante che ha permesso questa preghiera al mortifero? Il divorzio tra Banca d’Italia e tesoro nell’81? La mancanza di una legge anti-trust che ha permesso le tivù private di esistere? Il concilio vaticano II?


Non è dato sapere ma ci si ritrova qui, lentamente dissanguati. Lei non ti sta guardando più, ha gli occhi in terra e forse sta anche piangendo dentro. Qualcuno ha tirato fuori gli smartphone. Qualcuno guarda il vuoto oltre il suo punto di fuga. Qualcuno parla per continuare la conversazione di prima disturbando chi vuole giocare. Nascono attriti reali tra gli ordinati e gli anarchici che però sublimati dalle regole del gioco purtroppo non esplodono mai in verità. In silenzi imbarazzanti. Si camuffano in dichiarazioni ironiche e la dissimulazione diventa l’unico meta-gioco interessante da osservare. Sono passati quaranta minuti della tua vita che nessuno ti ridarà, ti fa male il culo, senti di stare ad un funerale ma la gente fa casino con risate sguainate. Ogni tanto qualcuno disperato urla di andare avanti con il gioco così da finire il supplizio, ma come in un abisso la sua preghiera sprofonda nelle tenebre delle urla che solo gli italiani in piccole unità riescono a produrre. Sei corretto. Non ti alzi, aspetti che finisca. Una rabbia in te monta che con la respirazione profonda dovrai spurgare.

Ragioni ancora su cosa ti ha portato qui.

Pensi che era meglio rimanere a casa.

Non sai bene come, non sai bene chi abbia vinto ma il gioco è finito. E la sua espletazione è riuscita a sterilizzare il campo, tutto ciò che era nato spontaneamente è inquinato per il resto della serata, è oramai la mezza. Alcuni iniziano a indossare i cappotti, ti volti e lei non c’è più. Se ne è andata senza salutare. Forse non c’è mai stata ed era un’allucinazione. 


I giochi da tavolo e la fine della civiltà

Il mescolamento caotico è perfettamente in linea con la generazione della vita cosciente. È il volere delle alte sfere celesti che attraverso la micro-gestione del campo strutturano l’emancipazione del sé. E invece niente. C’è stata sterilità che anche oggi non ha permesso l’avanzamento della civiltà. Anche in quella casa, mentre ti allontani da essa per le fredde strade, pensi che si sia imbattuto l’orrore della barbarie. Della mercificazione del divertimento, del codice, della spiegazione, della competizione, della bugia, dell’ordine, dell’immobile, della morte. E vedi il declino dell’occidente. E auspichi che il nemico esterno, colui che ha reso il gioco da tavolo prassi, possa smettere con questi suoi attacchi meschini alla mente collettiva che porta all’estinzione silenziosa e indisturbata della nostra razza. Preferiresti sentire le pallottole fischiare nelle trincee, per finalmente avere un momento di verità, di disvelamento, almeno prima dell’oblio totale dell’Europa. 





I giochi da tavolo e la fine della società

Commenti


© 2025 L' Idiot All rights reserved

bottom of page