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Ma non era finita l'era coloniale?

Ma non era finita l'era coloniale?

“Signorina, mi dica, quando è finita l’era coloniale?” 

È questa la domanda con cui finisce il mio penultimo esame universitario. “Le metterei 28”. Penso, sono soddisfatta? Non abbastanza. Esco dall’aula, chiudo tutto. Eppure, questo momento continua a perseguitarmi. La domanda mi rimane impressa per i mesi successivi. Inizia da qui, immagino, ma possiamo dire anche da prima, la ricerca quotidiana di spiegazioni, chiarimenti, interpretazioni, motivazioni, collegamenti. La stessa ricerca con cui ho scritto proprio perché, l’era coloniale non è mai finita.


La narrazione giornalistica che ricorre maggiormente, quella che interessa e vende, si articola solitamente in scoperte di nuovi genocidi di massa, dichiarazioni false, ritrattazioni, inganni, indignazioni, dati privati rubati e venduti senza permesso, carceri nascoste, crisi climatiche e così via. Non importa che sia la Repubblica, il Corriere della Sera, l’Ansa, Il Foglio, il New York Times o Le Monde. Ogni giorno siedo alla scrivania nella speranza di ricredermi e invece i titoli che mi aspettano sono sempre gli stessi.


È stata una giornata sbagliata, mi dico, riprovo domani. Ma domani non è mai la “giornata giusta”. I titoli non cambiano, se mai riformulano, peggiorano. Per esempio: stupri di gruppo su minorenni delle popolazioni africane, sfruttamento umano per l’estrazione di rame, menzogne sulle pratiche di deforestazione per l’estrazione dell’olio, alleanze economiche fasulle con presidenti corrotti dal proprio interesse personale, accordi di pace infranti. Sembra non esistere una “giornata giusta”. È questa la quotidianità a cui ci siamo abituati rimanendo addirittura straniti da un titolo positivo o una pagina spoglia, priva dei precedenti contenuti. Ma che tipo di normalità può mai essere questa? Me lo domando ogni mattina, seduta alla stessa scrivania. Ripenso alla domanda del mio professore, alla quale - ammetto - ho faticato a rispondere. Caro Professore, forse è come dice lei, le occupazioni coloniali sono finite molto tempo fa, o forse, come molto più ingenuamente penso io, queste non sono mai terminate. 


Cos’è questa violenza diffusa, quest’odio profondo, questa apatia sistematica di cui sono cosparse le pagine che sfoglio? Ad oggi, non mi sembra di riconoscere speranza in un uomo che nasce violento e muore violento. Perciò la vera domanda da porre non è: Quand’è finita l’era coloniale?, ma piuttosto: Quando abbiamo smesso di insegnare l’umanità? e soprattutto, quando abbiamo smesso di possederla e abbiamo dovuto iniziare a insegnarla?

Gentilissimo Professore, io provo per lei un profondo rispetto, ma questi dubbi mi tormentano quanto l’utopia di un giornale dalle pagine bianche, una televisione senza canali e una radio di sola musica. Normalmente infatti le pagine sono piene, i canali infiniti e le radio parlano senza interruzione. Ci si renderà mai conto che le pagine non sono solo pagine, i canali solo canali e le radio solo radio? Mi chiedo quando, coscienze evidentemente assopite, hanno smesso di interrogarsi imparando a memoria paradigmi coloniali. 


Mi viene in mente Elsa Morante. Lei scrive che non si può pretendere dall’animo umano vissuto tutta la vita in cattività nient’altro che la riproduzione della stessa brutale concezione di libertà. Perciò bisogna insegnare. Manca l’educazione, la cultura, manca la partecipazione, la volontà e l’empatia. Manchiamo noi all’ingranaggio. Lei sosterrebbe, e concordo, che ci è stata cantata una cantilena talmente piacevole per cui, invece di risvegliarci, abbiamo deciso di rimanere ad ascoltarla. Con questo assunto, pretendo e sogno narrazioni diverse. Partendo da risposte complicate ed esaustive a domande altrettanto complicate ed esaustive. Ed azioni umane, da esseri umani. Sembra essersi creata una sorta di relazione simbiotica e naturale tra le guerre e i popoli così come lo sono l’acqua e l’ossigeno per la sopravvivenza. Ci siamo evoluti - noi in quanto popolazioni - e siamo cresciuti - noi in quanto ragazzini - convinti della perfetta efficienza che hanno queste relazioni tossiche validate titolo per titolo e articolo per articolo, nelle pagine dei quotidiani. Ma quando ci stuferemo di accontentarci e impareremo a riconoscere il diritto di pretendere che tali narrazioni cambino? Quando avremo il coraggio di scegliere con quali valori costruire il nostro futuro, nostro diritto e dovere? 


Volendo rispondere sinceramente alla sua domanda, Professore, non posso condividere il suo insegnamento. Non mi sento di credere alla storiella della decolonizzazione o alla versione semplicistica secondo la quale tutto sarebbe terminato ad un certo punto; e quando sarebbe questo punto? Quando si è resa necessaria una nuova giustificazione? O piuttosto quando è stato più comodo influenzare le masse rispetto all’idea di perdere il proprio potere? Domande che celano antiche gerarchie sociali, sviluppi economici e rapporti politici, inclusi nella definizione attuale di “neocolonizzazione”. Attraverso il nuovo concetto, le vecchie frasi sono state sostituite da altre fuorvianti come “ricostituzione della terra d’origine” o “annessione di un territorio d’appartenenza”, stampate e svendute come innocenti volontà pacifiche. Così ora Trump si avvale del diritto di superiorità per cui è possibile cacciare chiunque non possegga il timbro di fabbrica americano delle origini o la sua faccia appesa in camera al posto del crocifisso, innalzare muri spinati (fino a quando non ha bisogno di coltivatori di patate silenziosi), appostare le sue portaerei nei Caraibi e raccontare di “liberare” un paese che si è servito dell’aiuto di chi con armi e guerre invece, ci ha costruito un impero. A sud, nell’emisfero povero della terra, cimitero delle coscienze sporche e archivio degli scheletri nell’armadio della civiltà, i Pochi-Ricchi si annoiano e giocano a Risiko con la carta del mondo che vorrebbero. Talvolta anche firmando trattati di pace poi rivelati fasulli. Così ogni mattina uno di loro si sveglia, tira i dadi e polverizza una nuova casa come se una volta fatto, si chiudesse il gioco e ognuno tornasse nella propria. 


Sorgono spontanee alcune domande, che partono dalle mie mancate risposte, e in nome di quella da cui sono inizialmente partita. A cosa si sta giocando? È forse prevista una medaglia al più caparbio nel fingere di dire la verità? Perché a me sembrano alcuni dei più antichi giochi di potere del mondo, ma queste domande e le relative risposte, non le vedo scritte nelle pagine dei giornali che leggo ogni giorno. Quindi mi chiedo. Cosa succederebbe a chi, casualmente, venisse scoperto a mentire? E perché viene accettata la normalizzazione della morte di intere popolazioni e delle precedenti imposizioni? 


Eppure signor Professore, lei mi insegna che il colonialismo è finito. Potrei aver capito male io o potrei aver compreso anche troppo. Mi sembra - lo dico sottovoce - che questo fenomeno abbia semplicemente percorso altre sottovie, sotterfugi e scorciatoie, ma che alla fine, non cambi. Sembra aver preso forme articolate che illudono, confondono e ci nutrono di false speranze, avendo capito che basta cambiare qualche termine ed una popolazione disinteressata e smemorata, che ha imparato il piacere di vivere in balia delle decisioni degli altri, oltre che crederci penserà di non avere la possibilità di affermarsi e che in fondo, quella possibilità nemmeno serva poi così tanto. 

In preda ai dubbi, scrivo “colonialismo” nella barra di ricerca e trovo il nuovo prodotto dell’intelletto umano che tutto può, ma fermar le guerre no. Mi dice: “politica di conquista, controllo e sfruttamento di territori stranieri da parte di uno Stato, attuata a partire dal XV secolo dalle potenze europee. Questa pratica, che oggi è vietata dal diritto internazionale, prevedeva l'imposizione di un dominio politico, economico e culturale sui popoli colonizzati, spesso giustificato da teorie razziste e missioni civilizzatrici, e si è protratta fino a metà del XX secolo, concludendosi con i processi di decolonizzazione”. 

Ma allora l’abbattimento di una popolazione che oggi è ridotta ad una striscia di territorio, la loro persecuzione e la costrizione alla morte? La diffusione di “piani di ricostruzione” con tanto di presidenti delle nazioni più importanti al mondo in costume che giocano a fare castelli di sabbia sulla nuova Dubai, creati proprio da chi sostiene la tecnologia con cui si afferma che il colonialismo è finito, cosa sono? Non è forse conquista, controllo, imposizione o sfruttamento questo? Se non lo è, forse lo sono i milioni di ucraini che da anni lottano per gas, acqua e beni primari oltre che per la loro vita? O non sono ancora abbastanza? Cosa manca in queste e nelle precedenti violenze a renderle tali? 


Ma non era finita l'era coloniale?

Coloro che controbatteranno sostenendo come il colonialismo non esista più soltanto perché sostituito dal “neocolonialismo”, beh, si dovrebbero fare una doccia fredda di verità. Sono cambiati i termini, i modi, i volti, ma non sono cambiate le persone, le case, i territori. La morte rimane sempre la morte. La natura, a differenza di quello che ci viene raccontato, rimane natura. Le radici di un fare e di un pensare ben definiti nascono dalla certezza di un pianeta modificabile a nostro piacimento, verso il quale riteniamo di avere un potere talmente superiore, da farci diventare il nostro stesso veleno. Questo pianeta però - quello che non capiamo come abitare da secoli - non cambia per un nostro capriccio, così sono secoli che in realtà portiamo avanti una lotta contro noi stessi. 


Le donne stuprate ogni giorno in Darfur sono figlie o nipoti degli atti disumani di quella che non riusciamo a chiamare con il suo nome. I pochi pastori rimasti in Palestina, se ancora si può nominare, sono gli stessi che sono stati massacrati e poi sfuggiti dalle prigioni - se fortunati - ma costretti alla prigione della propria esistenza. Le persone quotidianamente espulse dai confini trumpiani perché “diverse”, muoiono o scappano da un paese che non gli lascia più alcuna possibilità di sopravvivenza. Coloro che da decenni attraversano il Mediterraneo verso di noi e vengono lasciati morire, sono gli stessi verso cui in passato viaggiavamo e di cui - apparentemente - apprezzavamo le diversità. 


Le parole cambiano ma non le persone che diventano conseguenza ed effetto. Ecco il risultato: un riciclo di termini utilizzati a sproposito nella sicurezza dell’ignoranza più totale e nella convinzione che se non si arriverà più dall’altra parte del mondo su grandi navi con tanto di bandiere e vascelli di accompagnamento, o magari eserciti armati di spade e forconi, allora questo, non si potrà chiamare colonialismo. Ma cosa non c’è di colonialista, realmente? Avete proprio ragione: i carri armati non sono colonialismi. E nemmeno i bambini arrestati. Non lo sono i droni, i finanziamenti europei, la riduzione alla fame, le omissioni di soccorso o le armi che silenziosamente salpano dal porto di La Spezia, Genova, Livorno, e chissà da quali altri.

Questa pratica, che oggi è vietata dal diritto internazionale”, di internazionale ha tutto e di vietato proprio nulla. E va bene, chiamiamolo Neocolonialismo allora, che suona più moderno, diverso. Che non fa sfigurare quei Pochi Ricchi tanto temuti e codardamente assecondati. Invece di focalizzarci sul condannare il mio professore dobbiamo chiederci se non siamo noi il problema. È questa indifferenza generale davanti ad un sistema profondamente sbagliato, la nutrice e collaboratrice fondamentale di un colonialismo, neocolonialismo, come lo si voglia chiamare, che dal XV secolo ha preso posto in prima fila nello spettacolo del mondo.


Ecco come alla scrivania, ogni mattina, riconosco quello che non viene spiegato nei libri di storia e nemmeno in quelli universitari, e tantomeno nei media. Ovvero che questo famoso colonialismo non è mai finito, così come non è sparito il razzismo, la paura del diverso, la sensazione di superiorità, la violenza, la necessità di prevaricazione del più forte, l’egoismo, il governo di pochi e la loro diffusione di ignoranza. In alternativa il mondo in cui vivremmo ora sarebbe completamente diverso. È in relazione a questa conclusione che invito chi un domani, come me, di questa realtà dovrà portare sulle spalle le conseguenze a non rinunciare sulla base di coloro che governano, impauriscono e privano di conoscenza. Invito a riflettere su quella che ci viene venduta da sempre come civiltà, ai concetti riformulati, al cambiamento di forma ma non di sostanza e agli umani che invece, nonostante tutto, rimangono uguali. C’è bisogno di riportare i veri valori, magari nuovi, risvegliare le menti e ristabilire rapporti sinceri. Ma questi non iniziano dai libri di storia, bensì dal basso. Da noi. Grazie professore.



Un sopravvissuto, parlandone in séguito, li paragonava agli animali segnati, che si affidano docili al recinto del macello, facendosi caldo coi fiati l’uno all’altro. E questa loro fiducia li fa giudicare incoscienti; ma il giudizio degli estranei (notava colui) non è spesso insulso?

Elsa Morante





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