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Una giornata in consulenza

  • Limonka
  • 11 ore fa
  • Tempo di lettura: 4 min
Una giornata in consulenza

Vi parlo come si parla a qualcuno che non può interrompere, con la voce che prende spazio perché non ne resta altro. Forse siete reali, forse siete unicamente una platea inventata per non restare solo con ciò che penso. Racconto perché, quando sono solo, le immagini tornano senza chiedere permesso e occupano la testa fino a far male. C’è un dettaglio che non torna mai uguale, e non è un’immagine né una parola, ma un odore che arriva senza preavviso, dura poco e lascia una traccia sottile. A volte sembra pelle calda, a volte sapone, a volte qualcosa di dolce che non dovrebbe esistere in un mondo bruciato. Quando arriva, il corpo reagisce prima della mente: le spalle si rilassano, il respiro cambia, come se ricordasse qualcosa che la memoria ha smesso di custodire. È il profumo dell’amore, o di ciò che lo precedeva. 


Mi trovavo in una campagna morta dopo che la Chiesa aveva preso il potere. La chiamavano ancora campagna per inerzia linguistica, ma non c’erano campi, né raccolti, né animali. C’erano solo terra spaccata, arbusti carbonizzati e ossa sbiancate dal sole. Il caldo saliva dal suolo come un respiro febbrile: il sole non bruciava particolarmente, era la terra stessa, contaminata, incapace di raffreddarsi. Camminavo per ore, perché camminare tiene occupata la testa e pensare era diventato pericoloso. A volte rallentavo, come se qualcuno dovesse starmi accanto, come se un passo laterale dovesse adattarsi al mio. Mi fermavo, restavo in ascolto, aspettando un suono che non arrivava mai. Non c’era nessuno. Forse prima di tutto avevo una moglie. Non lo so con certezza, lo sospetto soltanto, come si sospetta di una stanza chiusa in una casa che non si visita più ma di cui si ricorda l’esistenza. Ogni tanto accendevo un falò con legno marcio e plastica fusa. Le fiamme avevano colori innaturali, verdi e blu, e mi piacevano perché davano l’illusione che qualcosa obbedisse ancora a delle leggi riconoscibili. 


Avevo un oggetto che chiamavo amico: una bussola rotta trovata tra le macerie di una scuola elementare. L’ago girava a vuoto, incapace di scegliere un nord. La tenevo in mano quando parlavo da solo e le chiedevo dove stessimo andando. Non rispondeva, ma restava, e questo mi bastava. Dopo la guerra la gente aveva dimenticato la geografia, non perché il mondo fosse sparito ma perché non serviva più. I confini erano evaporati insieme alle capitali e restavano solo zone morali: sopra e sotto, contaminato e puro, benedetto e dannato. La Chiesa aveva ridisegnato il pianeta come una mappa etica, e quando Dio diventa una cartografia qualcuno resta sempre fuori. La fine non arrivò con un solo boato, ma con una sequenza ordinata di luci, prima a est e poi a ovest. I russi lanciarono, gli americani risposero, per coerenza. Il mondo esplose perché era coerente con se stesso. Le città diventarono ombre stampate sull’asfalto e l’aria prese un sapore metallico che non se ne sarebbe più andato. 


Quando gli Stati morirono rimase il bisogno di obbedire, e la Chiesa lo capì prima di tutti. Aveva archivi, gerarchie, rituali e un linguaggio capace di trasformare la paura in senso. Il Papa parlò di sacrificio e purificazione e molti lo seguirono. Io no. Parlava di amore con il linguaggio del controllo. Non ricordavo quasi nulla del vecchio mondo: nomi, bandiere, ideologie, tutto ridotto a rumore. Ricordavo di essere ebreo, o almeno questo mi restava, non riti né preghiere né una lingua, solo il peso di una parola che mi aveva preceduto, l’idea di essere qualcosa prima ancora di scegliere. Avevo fame di struttura, non di senso ma di forma, perché le cose senza forma fanno rumore dentro la testa. Trovai le pagine in una biblioteca bruciata. Erano strappate, incomplete, sporche, piene di parole come patria, unità, collettività, libertà condivisa, forza che nasce dallo stare insieme sotto un unico scopo. C’era un nome che non diceva nulla e lessi quelle pagine come si legge un messaggio arrivato troppo tardi. Ricostruii quella cosa nello stesso modo che si ricostruisce un animale estinto a partire da poche ossa, e divenne per me una grammatica dell’ordine: disciplina reciproca, stare in piedi insieme. Non cercavo giustizia, cercavo silenzio. Quello che conoscevo stava tutto in quelle pagine. Frasi isolate, concetti rimasti in piedi mentre il resto era crollato. Parlavano di ordine, di unità, di una collettività che precede l’individuo. Parlavano di rinuncia personale come gesto necessario. Promettevano stabilità, in quel momento la stabilità era l’unica forma di bene che riuscissi a immaginare. Non mi sentivo attratto da un’ideologia. Mi sentivo attratto da una forma. Da una struttura che chiedeva adesione e di stare allineati e di reggere insieme il peso di ciò che restava. Fu per questo che mi presero. 


Le guardie arrivarono in silenzio, con armature leggere, croci incise e armi benedette. Mi legarono, e ricordo ancora il suono secco della plastica sulla pelle. Scendemmo sotto terra e più scendevamo migliore diventava l’aria, fredda e controllata. Sotto la vita continuava, sopra servivamo da esempio. Nei centri di redenzione vidi l’allevamento umano: corpi deformati accoppiati per necessità biologica e giustificazione religiosa. Una donna mi guardò con lo sguardo di chi ha già capito tutto e ha smesso di discutere. L’odore tornò, debole e fuori luogo, e pensai che non avrei accettato questo al posto dell’amore. La mia cella era bianca, senza sbarre, piena solo di simboli ripetuti fino a perdere senso. Il tempo era scandito da preghiere registrate e non riuscivo a dormire mentre le voci parlavano di purificazione e Dio. 


Il terzo giorno arrivò l’arcivescovo. Profumava. Mi parlò come si parla a un malato e sollevò lo strumento. Il profumo tornò più forte e con lui un’immagine incompleta, una mano che mi cercava nel buio. Pensai di aver dimenticato qualcosa e pensai che non dovevo ricordarla. “Vieni, Benjamin. È mezzogiorno. Devi prendere le medicine.” Apro gli occhi. Il soffitto è bianco e clinico. Un orologio segna le dodici, sempre le dodici. Ingoio le pillole. Sento ancora il calore della terra, vedo ancora il fuoco verde, sento la bussola nella mano.



Una giornata in consulenza


Ogni giorno, a mezzogiorno, qualcuno decide per me cosa è reale.

Una giornata in consulenza. L'Idiot Digital.

1 commento


era tanto tempo che nel cervello immaginavo una cosa di questo tipo, mi fa sentire meglio, che non sono l'unico pazzo a pensarla. grazie

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