Fuori di Sé
- Federico Pintus
- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 3 min
Guardarsi dentro per non essere vittime della rabbia populista.
La risposta a “Fenomenologia del populismo”

“Fenomenologia del populismo”, pubblicato pochi giorni fa, avanza un’interpretazione identitaria degli eventi politici degli ultimi anni molto valida.
Il successo del populismo deriverebbe cioè dal suo potere aggregante, dalla sua capacità di ricomporre individui atomizzati in un “noi” comunitario. Le grandi strutture che un tempo fornivano appartenenza e riconoscimento identitario - sindacati, partiti, realtà territoriali, orizzonti ideologici comuni - sono deboli, prossime alla morte. E' quindi dove il singolo oggi fallisce, nel trovare senso e appartenenza comunitaria, che il populismo offre la sua ricetta vincente. Identità tanto forti quanto insicure, problematiche nella misura in cui fanno della costruzione di un nemico prediletto il loro elemento fondante.
E se il problema fosse ancora più profondo? Se fossimo davanti alla morte lenta del Sé, piuttosto che del Noi? Se, cioè, questo disagio identitario avesse invece a che fare proprio con noi stessi? Con le nostre stesse, singole identità? Riversandosi, poi, a cascata sul collettivo.
La verità, forse, è che abbiamo brutalmente colonizzato e intasato i nostri spazi mentali, i loro tempi protetti. Non erano saturi, c'erano dei vuoti. Ed è proprio in quelli che fermentava la nostra interiorità, lievitava delicatamente l’identità – rivelazione dopo rivelazione. Tutto questo, alla fine, formava il nostro Sé. Sempre soggetto a revisioni e cambi di rotta, certo, ma pur sempre qualcosa di vivo.
Oggi non sopportiamo quei vuoti. È solo fuori dall'ambiente mediale tecnologico - lontano da schermi, notifiche, flussi continui di informazioni - che torniamo a sentirli. Li percepiamo come inquietudine, mancanza, domande senza risposta. Ed è proprio per questo che li riempiamo compulsivamente. Ogni silenzio saturato. Ogni attesa, monetizzata. Ogni esperienza, trasformata in contenuto. Non lasciamo - non vogliamo lasciare! - che il vuoto faccia il suo sporco, prezioso lavoro.
Ci siamo condannati, senza saperlo, a domandarci confusi chi siamo. Per sempre e inutilmente. Perché quello spazio-tempo della mente in cui queste domande avrebbero trovato le loro - parziali e sempre mutevoli – risposte, lo abbiamo raso al suolo con le nostre stesse mani. Abbiamo reso necessario, per la nostra salute identitaria, andare a cercare responsi dal primo populista che capita.
La verità fa male: chi non ha più accesso alla propria interiorità non può costruire un’identità, può solo adottarne una già pronta. Ci siamo esiliati da noi stessi.
Allora non è solamente e primariamente vero - come giustamente scrive l’autore di “Fenomenologia del populismo” - che il populismo è una risposta democratica a una domanda democratica.
Il populismo è forse ancora di più e in primo luogo la scorciatoia identitaria offerta a chi si è esiliato dalla propria interiorità. Per rientrarvi, apparentemente. Illudersi che, pur continuando a devastare gli spazi e i tempi della nostra mente, possiamo comunque avere la certezza inscalfibile di chi siamo. Non chiedere più a se stessi “chi sono?”. Chiedere al leader “chi devo essere?”.
Il problema delle contromisure, quindi, cambia.
“Il lavoro da fare è soprattutto sociale, ci dobbiamo accorgere, tutti, che il come ci sentiamo non è un caso specifico, ma che tutti stiamo vivendo in un modo o nell’altro dei disagi”, l’autore scrive nel finale.
Per chi scrive si tratterebbe – ma mi è più facile, forse come per tutti, analizzare e decostruire che fare proposte concrete – di cimentarsi sì in un’opera “sociale”. Nel senso che sia le premesse – comprensione del problema – che le finalità – risoluzione del problema – hanno a che fare con la società. Rimanere su questo piano, però, potrebbe essere insufficiente.
Mobilitazione, organizzazione, politica: imprescindibili.

Se però è vero, e vorrei essere smentito, che il nostro è un problema di spazi interiori occupati e violentati, la palla è soprattutto in mano nostra. Perché un soggetto che non si conosce resta manipolabile anche quando è politicamente organizzato; fragile anche quando è arrabbiato e deciso a cambiare.
Senza un lavoro personale sull’interiorità il rischio è che ogni nuova identità collettiva, anche una partorita da movimenti antagonisti e sinceramente ostili allo squallore del populismo contemporaneo, diventi semplicemente un’altra scorciatoia per fingere di esserci riappropriati del nostro Sé.
Non possiamo prescindere da una decolonizzazione delle nostre singole interiorità. Non abbiamo più luoghi e tempi – entro noi stessi — in cui fermarci, contraddirci, testarci e costruire qualcosa di solido.
Questo oggi è, per chi scrive, l’atto politico più radicale. Tornare ad abitare e costruire il proprio Sé è l’unico modo per ricominciare a vivere la politica come lo spazio in cui fare proposte che rispecchino chi in quel momento pensiamo di essere. Non come una fabbrica di identità incendiare che curano, per il tempo di un mandato elettorale, la nostra paura di sentirci vuoti.
Fuori di Sé







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