Il Nemico
- Giuseppe Sutera
- 7 giorni fa
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Giovedì 18 dicembre, Ansa: “Stamani la Corte d'Appello milanese ha confermato 13 condanne a 4 mesi per altrettanti militanti di estrema destra per manifestazione fascista per quei saluti romani, il 29 aprile 2018, al corteo che si tiene ogni anno in memoria di Ramelli, esponente del Fronte della Gioventù ucciso da Avanguardia Operaia nel '75”.
Nonostante le numerose assoluzioni definitive succedutesi per fatti analoghi, la sentenza citata in questo articolo – e alcune altre precedenti – risulta in controtendenza rispetto all’orientamento dominante, peraltro corroborato da una secca pronuncia della Suprema Corte (Cass. sez. un. n. 16153 del 2024): il saluto romano non è, di per sé, reato, salvo che, tenuto conto del contesto complessivo in cui si siano svolti i fatti, sussista il pericolo concreto di riorganizzazione del disciolto partito fascista o il perseguimento di finalità antidemocratiche e discriminatorie – così interpretando, rispettivamente, Legge Scelba e Legge Mancino, con riferimento alla stessa sentenza della Cassazione che avrebbe dovuto restringere la punibilità di tali condotte.
Nel caso di specie, quali sono i fatti e qual è il contesto? Una massa – informe nella sostanza, uniforme nei gesti – di nostalgici, schierati militaristicamente, commemorava la brutale uccisione di un giovane ragazzo di destra da parte di giovani estremisti di sinistra durante gli anni di piombo, levando al cielo il braccio destro teso, urlando con decisione, per tre volte: “presente” alla chiamata del nome del “camerata” vittima, per poi rompere le righe; un rito che si svolge ormai da parecchio tempo, anche per altre vittime di crimini analoghi (ad esempio a Roma, davanti all’ex sede del MSI di via Acca Larentia). “Sergio Ramelli, Benito Mussolini, Popolo Italiano, Democrazia, ci siamo”, questa, secondo l’esito processuale, la lettura della vicenda. Il ricordo collettivo di una vita spezzata da chi si era sporcato le mani nello stesso sudiciume in cui erano immersi coloro dai quali i nostalgici, almeno per vicinanza, prendono le mosse. La gestualità è identica, evoca ordine e obbedienza – capisaldi del modus vivendi fascista. Le finalità non sono da dare per scontate.
Partendo dalla sentenza sopra citata andiamo oltre: cosa rende necessarie le modalità rievocative adottate dai nostalgici? Semplice nostalgia? Pura passione? Se sì, per passione “storica”, per i bei tempi, esaltati teatralmente? Oppure per l’ordine e l’obbedienza, pane e acqua degli italiani durante la reclusione temporale nel ventennio? Il binomio ordine-obbedienza viene interiorizzato da chi il potere lo brama il giorno e lo sogna la notte: dagli anni del miracolo economico (tra ’50 e ’60), col progressivo appiattimento delle classi sociali tradizionali, spazzate via con docile prepotenza dalla civiltà dei consumi, gli italiani tornano a sognare in grande, come durante il regime fascista: solo che non vi è più un condottiero in carne ed ossa ad agitare carismaticamente le folle, a ubriacarle con discorsi roboanti di vuota retorica, bensì un Potere impersonale, discreto, che guida, di colpo, le masse – italiana e della maggior parte dei paesi ad economia avanzata – senza fare abbastanza rumore per poter essere definito, questo, un avvenuto golpe. L’italiano medio si rapporta dunque al nuovo Potere come mai prima d’ora.
Nel ventennio era la sola minoranza ad essere intimamente soggiogata dall’ideologia fascista, mentre i più, zittite le fanfare e tolte le vesti del folclore autoritario, tornavano in sostanza alla loro quotidianità, in termini di abitudini, congrua alla cultura particolare di appartenenza – tra le quali, riguardo la maggioranza degli italiani, quella contadina, artigiana, operaia e piccolo borghese, sebbene distinzioni culturali già in quegli anni in lento declino, a causa della nazionalizzazione mistificata degli ideali contadini compiuta dal regime, ovvero disciplina, obbedienza, austerità e sacrificio, e, più materialmente, dell’affermarsi del modello piccolo borghese, come il più “adatto” per i capricci del consumo, col quale, stimolare l’economia nazionale e, subdolamente, realizzare l’omologazione dei costumi.
Nel secondo dopoguerra, le masse, stanche dalla fame, dal freddo e dalle bombe, vengono condotte da questo Potere sconosciuto nel recinto della libertà “permissiva”: può sembrare antitetico ma, negli anni fascisti della repressione, le scelte comuni dei cittadini non fedelmente, ma formalmente aderenti al regime – quindi, come detto, pressoché la maggioranza degli italiani – erano realmente più liberi di come lo sono adesso, l’età della permissività. Fermo il miglioramento generale delle condizioni di vita della maggioranza, dunque l’aumento del benessere materiale, (più) sviluppo e (meno) progresso, gli italiani hanno subìto un vero e proprio saccheggio valoriale da parte del Potere, trovandosi, nel giro di pochi anni, parte di un’unica classe di Eguali, non nel senso più alto del termine, ma nel suo significato più degradante: Eguali nei bisogni, nelle aspirazioni, nei piaceri, nelle paure, nel vestiario, nel linguaggio e, in generale, nel comportamento e nel pensiero – in specie, come già accennato secondo il modello piccolo borghese. L’intorpidimento del “libero arbitrio”. E no, non esulterei di fronte ad un palese genocidio della diversità culturale, il caro prezzo del benessere materiale diffuso.
Ciò ha permesso sicuramente l’aumento dell’aspettativa di vita ma – appunto – a che prezzo lo abbiamo pagato? Forse ci si doveva fermare a metà? Una soluzione di compromesso tra lo sviluppo senza progresso e il permanere delle storiche diseguaglianze di classe, la “sfortuna d’esser nati” in una famiglia povera e non abbiente: siamo andati troppo oltre, il capitale galoppa, l’umanità è zoppa.
Peraltro, della sfortuna cui accenno se ne è acuita la percezione nel momento in cui il modello di vita prestabilito è quello piccolo borghese: prima di tale passaggio, il proletario, seppur in condizioni economiche non ottimali, spiritualmente, non aveva il cruccio di soddisfare bisogni diversi da quelli culturalmente propri; in seguito, ha potuto godere sì del benessere materiale (chi più, chi meno), ma al prezzo di portare con sé il fardello “d’esser nato nella famiglia sbagliata”, poiché incapace di soddisfare quei bisogni imposti dal Potere, tramite l’omologazione culturale – ripeto, incentrata sul modello piccolo borghese.
Si tratta di una pseudo-libertà che, più che liberare, costringe la persona ad essere libera, glielo permette – come un padre permette al figlio di uscire e di tornare a qualsiasi orario, ma, se gli gira, aspetta che ritorni a casa con la frusta in mano. Come? In primis, adoperando i medium di massa tradizionali, come i giornali e la televisione, e i contemporanei smartphone (divenuti una componente bionica dell’uomo contemporaneo), il Potere condiziona diabolicamente gli utenti-consumatori (non più solo cittadini), servendosi di ulteriori strumenti, apparentemente innocui, talvolta simpatici e accattivanti, come la pubblicità, orientando e, al più, creando i bisogni della massa. Secondariamente, sono ingranaggi di questo Potere i personaggi pubblici (Debord li chiama “vedette”) – non di certo tutti, ma una buona parte – che, mostrandosi apprezzati, mondani, sorridenti, spensierati, scolpiti, economicamente liberi, diventano gli idoli della “gente comune”, che dunque fantastica e invidia ciò che televisione, smartphone, pubblicità e gli stessi personaggi pubblici qui descritti – tra cui gli odierni influencer – elevano, colpevolmente o meno, a elementi dell’esistenza ideale, ovvero l’esistenza edonistica, del piacere fine a sé stesso.
Ora, l’uomo da sempre è assetato di potere: la possibilità di incidere direttamente sulle vite di altri soggetti è, di fatto, un’estensione della propria capacità d’agire su altri corpi; perciò, una vita (del potente) arricchita di senso da altre vite, sulle quali si esercita una forza più o meno intensa, capace di determinare variamente questo o quel movimento, questo o quel ragionamento altrui. La peculiarità contemporanea è questa: il soggetto sogna ancora di detenere il potere tradizionale, strettamente politico, seppur, sempre con più fervore, desidera il potere del capitale – che può comunque implicare quello politico; il primo può essere conquistato con la forza fisica o psicologica, a seconda dell’organizzazione comunitaria; il secondo è più opaco, di difficile definizione ma di brutalità maggiore.
Diversamente dai fascisti tradizionali, che diventavano tali per sentimento (pochi) o conformismo (molti), oggi il cittadino-utente-consumatore non può che mostrificarsi in tal modo se non per puro conformismo, misto a condizioni di vita mediamente agiate (quasi tutti abbiamo di che cibarci, un frigo, l’acqua corrente e calda, un divano, una tv, intrattenimenti vari, ecc.), imboccato col cucchiaino da questo Potere senza forma avente il fine di omologare una volta per tutte le masse; pertanto, si rivela più totalitario di tutti i totalitarismi storici: come può una persona acquistare compulsivamente per poi accantonare, buttare o vendere per ricominciare il personale ciclo della produzione? Per pura passione e semplice inclinazione personale? Come può gestire la propria esistenza come se fosse l’amministratore delegato, l’addetto alle vendite, il pubblicitario e il magazziniere di sé stesso?
Se il totalitarismo di ieri, riconoscibile e dunque contrastabile, prendeva di peso e gettava in cabina elettorale, oggi ci lascia liberi al pascolo, senza neanche accennare un fischiettio, ma in una terra avvelenata da dei responsabili sconosciuti incontrastabili. Questi veleni erano inesistenti durante il ventennio: allora la repressione – anch’essa un veleno, ma diverso – era concreta, visibile, bastonava senza ritegno, ma non arrivò al punto da mutare definitivamente l’italiano medio, tanto che, caduto il regime e finita la guerra – salvo i veri fedeli – fu un po’ tutto un “Bella Ciao”; in seguito, certi veleni hanno eccome compiuto una rivoluzione, seppur “gentile”.
Ieri non si sognava di sostituire il duce per sottrargli il fez, al massimo si compartecipava alle sue manie di protagonismo, al suo eroismo (“farabuttismo”). Oggi si sogna di sostituire, o affiancare, i “nuovi padroni”, per continuare a perpetrare lo sfruttamento millenario dei corpi, in specie, integrato dalla sua forma contemporanea: lo sfruttamento delle menti; di ottimizzarsi non di giorno in giorno, ma di sessanta minuti in sessanta minuti; si sacrifica egoisticamente la propria serenità per un maggiore profitto sociale nelle relazioni interpersonali, impiegabile nell’accrescimento del proprio egoismo. Una lotta giornaliera con sé stessi per acquisire quote del nuovo Potere, con le quali compiere l’agognata “autorealizzazione”, tra le trappole più disumane del neoliberismo, socio del Potere.
Già negli anni 70’, Pasolini aveva tracciato un quadro tanto opaco quanto brillante di questo nuovo Potere (piccola digressione: lo stesso intellettuale che oggi viene egemonizzato con gelosia dalla destra nazionalpopolare – tale da quando soggiorna a Palazzo Chigi); secondo Mollicone (FDI), Pasolini sarebbe onorato di essere accostato a Kirk... che bel quadretto, oltre al fatto di utilizzare – in tanti, troppi – a sproposito l’espressione “il fascismo degli antifascisti”, come se non si sappia a cosa PPP facesse riferimento).
Tiriamo le somme: oggi, i nostalgici a schiera col braccio teso, sono fascisti? Possiamo dire che già nelle sole commemorazioni è rinvenibile il sentimento, autentico o ereditato, di quello che Pasolini definì fascismo archeologico, quello del ventennio, di cui oggi residuano idee (alcune delle quali sono state modellate sulla realtà contemporanea, conservandone la rozzezza o intenerendole) gesti, busti e paragrafi sui libri di storia. Tuttavia, la risonanza mediatica di tali rievocazioni, seppur legittime negli intenti commemorativi, è tale che, in un contesto in cui l’opinione pubblica è facilmente manipolabile e il pensiero critico è fortemente anestetizzato, l’italiano medio potrebbe senza alcuna remora parteggiare con i nostalgici, poiché seppur con modi discutibili, ricordano un giovane militante ucciso dall’odio ideologico opposto.
È questa opinabilità che dev’essere messa in discussione.
Il rischio è la normalizzazione di quei gesti e quelle formazioni paramilitari, per cui non è improbabile che la storia rigurgiti ciò che sembra digerito. Dunque, il fatto di cronaca giudiziaria citato in apertura sembra suggerire che alla stregua dell’attuale ordinamento giuridico e dell’attuale contesto sociale italiano, l’organo giudicante abbia ritenuto opportuno tenere sotto stretto controllo una costola della carcassa del fascismo tradizionale, onde evitare odori di morte. A riprova della potenzialità di tali echi storici, si può notare come oggi certi giovani risultino ammaliati dal ventennio, scimmiottando qualche canzoncina e facendo “black humour”, ma credo che si tratti più di emulazioni goliardiche che reali prese di coscienza; sebbene, senza rifletterci, alcuni di loro finiscono per normalizzare certe idee e gesti, non riuscendo più ad avvertire la scomodità storica, percependo soltanto la buffonaggine di quegli anni – complici i social network, dove tutto sembra accettabile e al contempo bandito.
Errore che porta a sminuire o, forse peggio, a rimanere indifferenti verso episodi di violenza o intimidazione riconducibili al metodo fascista, compiuti, indistintamente, da giovani di estrema sinistra ed estrema destra (o presunti tali). Atti assimilabili, contestualizzando con molta cautela, a quelli utilizzati dai terroristi “rossi” e “neri” negli anni di piombo: non c’è oggi neanche lontanamente quel clima di tensione ma, tra violenza “rossa” e “nera”, la maggiore differenza sta nei panni degli agenti, rimanendo, quelle condotte e quegli ideali, figli della nevrosi e del conformismo. Pertanto, bisogna rinnegare con fermezza ciò che sia, al contempo, riconducibile al fascismo mussoliniano (anche solo metodologicamente) e realmente minaccioso verso i valori di libertà, uguaglianza e democrazia sanciti nella nostra Costituzione, quindi della pacifica convivenza. Verso le altre manifestazioni non rientranti in questa tipologia, non credo si debba prestare troppa attenzione né tuttavia restare indifferenti. Il chiaro rischio è combattere il Nemico su un fronte, lasciando scoperto il fronte più ampio. Quale?
Quello conteso con il “nuovo Potere” (già descritto) e una sua nuova forma: se il nuovo Potere poteva essere definito “il nuovo fascismo” e con fascismo intendiamo “prepotenza totalitaria”, questa nuova forma cui accenno potrebbe essere definita “il fascismo dell’ultim’ora”, anch’esso opaco e difficilmente incasellabile.
Cerco di proporre una delle maschere usate da quest’ultimo: il fascismo digitale, forse la più evidente. I social network, governati dagli algoritmi, sviluppati secondo le direttive dei “nuovi padroni” (in primis, le big-tech e i grandi fondi d’investimento privati), hanno chiesto la vita umana e noi gliel’abbiamo data, ricevendo in cambio un’esistenza digitale le cui “leggi di natura” non sono altro che ordini impartiti dagli stessi algoritmi, ai quali noi ci esponiamo e gioiamo – o ci tormentiamo – perché, nelle home e nei per te, fruiamo proprio di ciò che vogliamo, in base ai nostri interessi, carpiti in modo silenzioso dalle piattaforme, collegate sempre più capillarmente. Le notifiche sono le nuove manganellate, non lasciano lividi sulla carne ma annacquano la concentrazione, rendono impossibile qualsiasi tregua dal mondo digitale.
Ciò impatta notevolmente sulla realtà concreta, che diventa il risultato di una porzione di vita vissuta in rete, in maniera pressoché totalitaria, dal momento che le uniche scelte veramente autonome sono mettere o non mettere like, repostare o meno quel contenuto – senza, con questo, rinnegare la valenza positiva dei social media. Possiamo sì modificare e revocare le autorizzazioni per la profilazione dei nostri dati, ma non significa rendersi proprio indipendenti dai meccanismi algoritmici. Non significa che non viviamo più, ma stiamo vivendo ancora, in una forma diversa, quello sviluppo senza progresso da dover necessariamente bilanciare – con annessi benefici, qui relativi alla diffusione culturale e all’ampliamento dei legami sociali (preferisco non approfondire in questa sede). Da sommarsi al flusso di dati e informazioni, così tante da disorientare l’utente medio, non più avvezzo alla carta stampata, e al dilagare delle intelligenze artificiali, sia per uso civile che militare: risorse tanto potenti e utili quanto distruttive, per l’umana ignoranza e l’umana vita.
In tutto questo, gli antifascisti, chi sono? Cosa dovrebbero fare? Lungi dal pormi ex cathedra, data l’odierna relativa rilevanza (benché non nulla) dei rimasugli del fascismo tradizionale, credo che l’antifascismo debba riconoscere e combattere anche le nuove forme di fascismo. Tenendo conto di tutte le premesse fatte finora, bisognerebbe fissare, nell’opinione pubblica, l’idea che antifascismo, come “lotta contro l’oppressione”, non si rivolga soltanto ai busti e ai bracci tesi, con metodi analoghi ai fascisti archeologici stessi; diversamente, la reattanza psicologica colpirebbe troppo a fondo l’italiano medio, che identificherebbe l’antifascista nella “zecca” – così come, alternativamente, il critico al comunista o al fascista. Allora, bisognerebbe stringere un nuovo legame con l’italiano medio, in modo da essere capaci, non di comunicare obiettivi, ma di parlargli francamente, di porsi con umiltà nei suoi confronti, sennò sarebbe impossibile instaurare un rapporto costruttivo nelle vesti di antifascisti con l’italiano medio, a prescindere dal fine; perché gli antifascisti, ideali e materiali, non possono continuare a borbottare tra loro, devono umanizzare con la massa, sempre più indifferente e coccolata da altri soggetti, che hanno ben capito come parlare a una massa di sempre più indifferenti.
Allo stesso tempo, l’antifascismo non può rimanere col mirino puntato sullo stesso fronte,
mentre, sugli altri, il Nemico avanza.






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