Il triangolo del fuoco

Il triangolo del fuoco è uno schema grafico che mostra i tre elementi necessari per creare e mantenere una combustione o un incendio. Se togli anche solo uno di questi elementi, il fuoco si spegne, altrimenti…
COMBUSTIBILE (Il materiale che brucia)
Fermo davanti all’ingresso del concessionario, avevo nel conto in banca quattromilaottocento euro e nel petto la consapevolezza che, con molta probabilità, non sarei riuscito ad acquistare neanche un motorino nuovo di zecca. Stavo lavorando da ormai quattro anni, da uno ero andato a vivere da solo e, arrivato alla soglia dei trentadue anni, tutto quello che volevo era comprare un mezzo di trasporto che non fosse lo scarto di qualcun altro o la magnanima concessione di qualche parente mal disposto verso il pagamento della cifra a due zeri necessaria per la rottamazione. Non appena entrato, fui subito abbagliato dalle luci al neon riflesse sulle sfavillanti carrozzerie di auto che non mi sarei mai potuto permettere. Mentre mi avvicinavo a quello che aveva tutta l’aria di essere un venditore, il mio sguardo venne catturato da un vecchio più vicino ai settanta che ai sessanta intento ad aggirarsi curioso attorno a un fuoristrada il cui valore, con molta probabilità, superava quello del monolocale non mio dove abitavo all’epoca. Ingoiai tutta l’invidia sociale, un bolo acido che mi avrebbe costretto a consumare più tardi l’ennesima bustina di Gaviscon, e tornai con gli occhi all’uomo seduto alla scrivania, la cui espressione serafica era ammantata dall’alone biancastro sprigionato dallo schermo del PC. Gli dissi che ero venuto a vedere qualche macchina, perché avevo la mezza idea di comprarne una. Lui sorrise e si alzò in piedi. In quel movimento repentino mi parve di scorgere una frenesia quasi predatoria.
«Hai qualche preferenza?».
Aveva iniziato a incamminarsi nel salone e io lo seguivo mio malgrado. Mi sentivo un merluzzo che veniva intrappolato nella rete a strascico di qualche peschereccio. Si fermò di fronte a una Golf, si voltò e appoggiò una mano sul cofano.
«Il meglio del meglio sotto i quarantamila».
Sorrisi, l’altra opzione era sputargli in faccia.
«Non c’è qualcosa di un po’ più economico?».
Valerio, il cui nome avrei scoperto ahimè di lì a breve, mi condusse dall’altra parte del salone. Si fermò davanti a un modello che conoscevo bene, perché era quello che i genitori della mia ex le avevano regalato per i diciotto anni. Era uno di quei modelli dai più definiti da donna. Anche Valerio doveva pensare la stessa cosa, il suo silenzio di fronte a quella macchina era più eloquente di mille parole.
«Questa quanto viene?».
«Quindicimilaquattrocento euro se la prendi a benzina. A GPL costa un po’ di più, ma un pieno di gas costa tre volte meno».
Mi guardai un attimo intorno. La scelta per me non doveva essere così varia. Se mi fossi mostrato poco interessato, senza dubbio mi avrebbe proposto una Panda, ovvero l’auto da vecchi, ovvero la macchina di cui ero stato fiero possessore per ben cinque anni. Nonostante le ristrettezze economiche, avrei volentieri variato. Decisi che avrei preso la macchina da donna, ma prima mi abbandonai all’assurdo proposito di far fare a Valerio il giro della concessionaria. Una volta raggiunta la quota massima di passi giornalieri, gli comunicai la mia decisione.
Tornammo alla scrivania e, una volta seduti, Valerio si mise a frugare al PC.
«Paghi tutto subito?».
Il sospiro che seguì fu più lungo di quanto avrei voluto.
«No, vorrei versare un anticipo e chiedere un finanziamento per il resto».
«Ma quale anticipo». Valerio sollevò lo sguardo dallo schermo e mi guardò sorridente.
«Per la macchina che hai scelto c’è l’offerta. Anticipo zero, rata di centonovantanove euro per trentasei mesi e poi maxi-rata finale. Nel frattempo, i soldi che hai te li tieni da parte».
Da qualche parte avevo letto, o forse qualcuno mi aveva detto, che se una cosa sembra troppo bella, probabilmente è una fregatura. Ma in quel momento, tutto ciò a cui riuscivo a pensare era alla macchina nuova fiammante che mi sarei potuto accaparrare per soli duecento euro al mese. Non avrei dovuto neanche rinunciare alle vacanze. Mentre apponevo le firme su quel contratto, che avevo smesso di leggere dopo tre pagine per timore che la scrittura troppo fitta mi provocasse una crisi epilettica, la sensazione che qualcosa di terribile fosse all’opera mi accarezzò la mente per un attimo. Alla terza firma era già tutto scomparso.

Innesco (La fonte di energia che fa partire la fiamma)
Il settore dell’alta moda, colpito negli ultimi due anni da una crisi senza precedenti, era quello in cui si muoveva l’azienda dove avevo lavorato per ben sette anni. Avevo passato una quantità incalcolabile di ore ad assemblare catene e catenine che poi sarebbero state usate come tracolle per borse griffate, i cui prezzi finali riuscivano ogni volta a farmi scuotere la testa e sorridere. Le ore, nell’ultimo anno, a causa della crisi erano inesorabilmente diminuite, poi era arrivata la cassa integrazione e infine la chiusura definitiva. L’impresa era talmente piccola che i venti lavoratori rimasti col culo per terra non avevano suscitato l’interesse né dei sindacati né dei notiziari. La nostra fine era riuscita a strappare soltanto un piccolo trafiletto nel giornale locale. Avevo preso la disoccupazione per tre mesi prima di trovare lavoro in una nuova fabbrica. Questa volta avevo deciso di buttarmi nel settore metalmeccanico, per la precisione una fabbrica gigantesca nella quale si producevano cingoli destinati ai macchinari per il movimento terra. Mi resi conto dopo un po’ che, visto il malcontento che era serpeggiato nei piani alti per via del blocco del commercio con la Russia, probabilmente i cingoli erano della stessa misura di quelli che andavano sui carri armati. Sebbene il futuro di quel settore sembrasse radioso, l’esperienza che avevo maturato negli anni coi macchinari per le catene si rivelò del tutto inutile. Mi ritrovai senza volerlo al grado di apprendista e, di conseguenza, con uno stipendio minore rispetto a quello di prima. Tutto ciò ovviamente non rientrava negli interessi delle aziende fornitrici di energia, che continuavano implacabili nella loro opera vampiresca, il cui scopo sembrava quello di ridurmi sul lastrico.
Una luce nel buio fu l’inizio della relazione con Carmela, la cui conquista si rivelò un ottimo investimento dei novanta euro che mi rimanevano nei mesi più propizi per attività ricreative. Per fortuna la mia unica passione era la lettura e, oltre a comprare qualche libro ogni tanto, non avevo particolari attrezzature o vestiari da acquistare. Riuscii a dividere i novanta in tre appuntamenti, il primo dei quali un semplice caffè, seguito da un aperitivo, di modo da avere maggior budget per il terzo incontro. Andò tutto come previsto e, dopo due mesi di travolgente passione, una sera finalmente ci chiedemmo perché continuare a pagare due affitti che, sommati anche alle bollette, erano lo stipendio medio di un operaio. Mi trasferii io da lei, perché la sua casa vantava ben quattro metri quadrati in più della mia e, non meno importante, avevo meno vestiti da spostare. Furono sei mesi incredibili. La divisione delle spese alleggeriva fino all’inverosimile la rata della macchina, tanto che riuscii a dimenticare il rimorso per averla acquistata, un sentimento che mi aveva perseguitato sin dall’uscita dal concessionario. Durante le ferie di Natale riuscimmo addirittura a organizzare un viaggetto a Bolzano per vedere i mercatini tirolesi.
Dimenticai purtroppo anche che la vita è il miglior pugile mai esistito, che sa colpirti quando meno te lo aspetti. Nessun colpo da k.o. Fu un lento e costante lavoro ai fianchi che iniziò con l’arrivo in città di un compagno delle elementari di Carmela che, grazie ai social, era riuscito a rintracciarla. Come potevo oppormi all’incontro di due amici che non si vedevano da anni, il coronamento gioioso di una storia lunga decenni. Neanche arrivati al quarto incontro ebbi niente da ridire, non si erano visti per tanto tempo e, probabilmente, avevano ancora molte cose da dirsi. Il sospetto non mi colse neanche quando l’appuntamento con lui, Domenico, cominciò a diventare un rituale, come la partita di calcio la domenica. A dire la verità, non feci in tempo a insospettirmi. Dopo due mesi di incontri Carmela venne da me e mi disse chiaro e tondo che si era innamorata o meglio, che lo era sempre stata. In meno di dieci giorni dovetti impacchettare la mia roba e farmi ospitare a casa degli zii di mia madre, senza figli, ma con la camera della mia bisnonna rimasta vuota da alcuni anni. Passai un mese e mezzo a crogiolarmi nell’odore di vecchiaia e naftalina, più sconvolto che arrabbiato per il termine del mio momento idilliaco. Alla fine, mi convinsi che non ero triste tanto per la perdita di Carmela, quanto per la stabilità che la sua presenza mi aveva concesso. Fu allora che un pensiero cominciò a tormentarmi. Era questo che la vita mi avrebbe riservato? Relazioni senza amore, portate avanti soltanto per un minimo di sicurezza economica? Anche l’amore stava diventando un lusso riservato ai benestanti?
Non appena credetti di rialzarmi, ecco che giunse l’ennesimo colpo. Un rider del cazzo, per la fretta di consegnare un kebab con falafel a qualche fine amante della cucina etnica, mi venne addosso con la bici elettrica, distruggendosi una gamba e, peggio ancora, fracassandomi un fanale della macchina. Ovviamente il tizio non era assicurato. Per fortuna alcuni testimoni informarono i carabinieri che era stato lui a venirmi addosso, altrimenti mi sarei ritrovato anche con una multa sul groppone. Invece dovetti accollarmi soltanto gli ottocento euro necessari per la sostituzione del fanale. Per sommo di sventura, scoprii che le maledizioni al popolo del Bangladesh, del quale faceva parte il rider pirata della strada, non costituivano moneta corrente. Tra lo stridio di freni e il colpo sordo dell’esplosione dell’airbag si dissiparono i pochi soldi che ero riuscito a racimolare nei mesi con Carmela. L’ombra della maxi-rata cominciava a incombere sopra di me, soltanto che io ero troppo immerso nella merda per rendermene conto.

Comburente (la sostanza che alimenta la fiamma)
Il capo reparto del nuovo posto di lavoro era una donna dalle forme giunoniche piuttosto alta, mora, con un cesto di capelli riccioli, che non aveva nessuna paura di lavarsi le mani con la pasta abrasiva a fine turno. Nonostante i modi mascolini, alla cena di Natale della ditta aveva saputo sfoggiare una certa sensualità durante una sessione di ballo scalmanato sul cubo con altre colleghe. Per certi versi mi aveva ricordato la protagonista di Flashdance, maschera da saldatrice di giorno e sexy coreografie di danza una volta calata la notte. A un certo punto della cena, mentre ero intento a trangugiare il secondo giro di dolce, si era avvicinata e, con una mano sulla spalla e l’altra sul mio avambraccio, mi aveva sussurrato all’orecchio il suo desiderio di trascinarmi fuori per una riunione straordinaria del reparto. Riuscii finalmente a capire il perché di quello che mi era sembrato un eccesso di gentilezza durante i primi mesi di lavoro. Le lanciai una fugace occhiata stupita alla quale rispose col sorriso più lascivo che io abbia mai visto e fu in quel momento che notai il suo rossetto sbaffato, prova indiziaria di una qualche preda ghermita ma non completamente divorata. Sebbene la sua sfrontatezza avesse suscitato un certo sommovimento nel mio bassoventre, una trombata col mio diretto superiore nel parcheggio della discoteca la sera prima della partenza per Bolzano con Carmela non mi parve una buona idea. La mia coscienza mi costò così non solo una notte in bianco, ma anche qualcosa di ben più grave. Nei mesi successivi, infatti, mentre mi godevo la mia relazione, l’atteggiamento di Luisa, la capo reparto, era lentamente passato da distaccato a insofferente. Nel momento in cui Carmela se ne andava per sempre Luisa, dal canto suo per nulla intenerita dal naufragio della mia convivenza, aveva cominciato a rimproverarmi davanti a tutti per sciocchezze, a incolparmi del ritardo nella produzione dell’intero reparto. In parole povere, aveva cominciato un processo di mobbing con l’unico intento di portarmi alle dimissioni volontarie. Ci riuscì. A nulla valsero le mie lamentele con la direzione, né le minacce di rivolgermi al sindacato, dato che nessuno dei miei colleghi, tutti lì da più tempo di me e tutti amici di Luisa, avrebbe testimoniato contro di lei. Se solo avesse usato la stessa determinazione a quella stramaledetta cena… D’altra parte, chi avrebbe potuto prevedere che rinunciare a un pompino avrebbe significato rinunciare a un lavoro. Sapevo di aver raggiunto il limite di sopportazione. Riuscii a ottenere che le mie dimissioni fossero per una giusta causa e così mi fu permesso di percepire la disoccupazione. In un accesso di follia decisi che sarei rimasto a poltrire a casa dei miei zii per tutto il tempo che mi sarebbe stato permesso. L’indennità mi permetteva a malapena di pagare la rata della macchina e la spesa che di quando in quando pagavo ai vecchi per ringraziarli della loro ospitalità. Passavo settimane intere chiuso in camera a leggere o guardare film sul computer. Una parte di me sapeva che quella non era la vita vera, ma soltanto un limbo, un passaggio verso qualcosa di ben peggiore, ma decisi di infischiarmene. Avevo bisogno di una vacanza da una realtà che non avevo scelto.
Passai un altro anno e mezzo tra disoccupazione e contrattini a termine e mi ritrovai di nuovo davanti alla porta del concessionario, questa volta con cinquecentosessantatré euro sul conto corrente e due testicoli che a stento riuscivo a trascinare. Valerio si era premurato di chiamarmi alcuni giorni prima, probabilmente più per assicurarsi che non fossi scappato in Messico che per eccesso di premura nei miei confronti. Una volta alla scrivania, dopo un paio di convenevoli, venne subito al punto. Lo squalo aveva finito di girare intorno alla preda, era pronto ad attaccare. Mi disse l’ammontare della cifra della maxi-rata, undicimilaquattrocento euro. Mi chiese se volessi saldare e tenermi la macchina e mi parve che, nel farlo, avesse accennato a un sorriso. Sentii il sangue affluire al volto e cominciare a martellarmi le tempie. La mia espressione doveva essersi indurita perché quel coglione cancellò qualunque traccia di buonumore dal volto.
«Non c’è nessun problema, puoi anche restituirla e chiudere il contratto, oppure finanziare di nuovo gli undicimila».
Era palese il suo sforzo di mantenere un tono gioviale e fui felice di metterlo a disagio con il mio disappunto. Doveva pur pagare lo scotto di essere un ingranaggio consapevole di quel sistema di truffe legalizzate. Cercai di calmarmi, avevo da poco riletto Siddharta, e mi concentrai sul fiume, sul saggio Vasuveda e sulle voci che alla fine si trasformavano nel sacro Om, ma riuscivo solo a sentire il ronzio del sangue bollente che mi rimbombava nelle orecchie.
«Preferisco cambiare macchina».

L’ombra di un sorriso attraversò la faccia da cazzo di Valerio.
«Ok, vediamo di dare un’occhiata alla tua macchina, per vedere quanto riusciamo a racimolare, e poi facciamo la differenza con quella nuova che vuoi prendere».
Non volevo cambiare macchina, non avevo alcuna intenzione di indebitarmi oltre. Mentre ci incamminavamo verso l’auto, pensavo soddisfatto al tempo che anche questa volta gli avrei fatto perdere. Quei minuti di attesa potevano far demordere qualche cliente potenziale che, stanco di aspettare, sarebbe scappato da quegli schifosi. Credevo che questa piccola rivincita mi sarebbe bastata…
Arrivati all’auto, Valerio cominciò a girarle intorno con aria attenta. Mentre la squadrava, una mano sul mento, alternava mugugni a lente scosse della testa. Ero a un passo dal cedere all’ira, un altro movimento di quella testa di cazzo avrebbe rotto la diga di insulti che a stento riuscivo a trattenere nella bocca. Valerio aprì lo sportello e guardò anche dentro. Di nuovo fuori, mi guardò. Avrei voluto cancellare quella faccia preoccupata a cazzotti.
«La macchina non è messa benissimo».
Aspettò che dicessi qualcosa, ma la rabbia mi aveva impietrito. Fece passare alcuni secondi e poi mi fece segno di avvicinarmi. Feci il giro della macchina e, appena lo raggiunsi, mi indicò un punto dello sportello del passeggero.
«Vedi? Anche qui è graffiata».
Strinsi gli occhi e inclinai la testa, ma non vidi nulla. Mi avvicinai con la faccia a un palmo dallo sportello. C’era un righino di forse cinque o dieci centimetri vicino alla maniglia. Non credo che Bruce Banner diventi immediatamente Hulk non appena si incazza. Ci sarà una soglia di rabbia che è capace di provare, oltre la quale non riesce più a resistere, oltre la quale basta la minima stronzata per farlo trasformare in un mostro verde. La mia fu quel rigo apparentemente invisibile.
Gli dissi che non vedevo nulla, così lui si avvicinò con la faccia alla mia. Con una rapidità che ancora mi stupisce mi alzai, gli presi la testa con una mano e gliela sbattei con tutta la forza sull’auto. Valerio cadde a terra un attimo dopo, due dei suoi denti. Notai con soddisfazione che il naso era scomparso dalla faccia, forse l’avevo spinto talmente dentro il cranio che l’osso gli aveva bucato il cervello. Rimasi a osservarlo alcuni secondi, in parte deluso dal fatto di averlo steso con un colpo solo; volevo infierire, rompermi le mani per spappolargli la faccia, ma nella lucidità della follia mi resi conto che lui era soltanto una pedina. Alzai gli occhi verso l’insegna del concessionario. Certo, non era colpa neanche del singolo concessionario, ma nella mia lotta al potere da qualche parte dovevo pure iniziare. In un lampo di umanità girai Valerio a pancia in giù, così che non soffocasse per via del sangue. Aprii il bagagliaio della mia macchina da donna e presi il crick. Entrai mosso dal prode intento di spaccare più macchine possibili prima dell’arrivo dei carabinieri.
Purtroppo, questo non è un memoriale dal carcere duro, dove probabilmente sarei stato acclamato come eroe del popolo. Ero incensurato, perciò il mio solerte avvocato d’ufficio mi ha fatto ottenere la condizionale. Il sabato e la domenica faccio le mie ore di servizio civile, mentre dal lunedì al venerdì ho un nuovo lavoro in fabbrica. Lo stipendio è buono, se non fosse che adesso, oltre ai soldi della maxi-rata che ho dovuto rifinanziare, mi vengono detratti anche quelli per i danni arrecati a Valerio e al concessionario. Per fortuna gli zii mi ospitano ancora a casa loro. Se sarò fortunato e loro compassionevoli, forse riuscirò anche a farmela lasciare in eredità. Sempre che siano loro a pagare il notaio. I più sciocchi vivrebbero aspettando di vincere al lotto, o di incontrare la persona che, grazie all’amore, ti faccia dimenticare tutti i guai. Io aspetto soltanto il prossimo rigo invisibile sulla fiancata. La seconda volta non farò errori.
Il triangolo del fuoco






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