L’Internazionale autocratica
- Federico Pintus
- 23 feb
- Tempo di lettura: 26 min
E come abbiamo imparato a convivere col Male

La parte che segue è stata scritta
e ultimata il 30/09/2025
Gli Stati Uniti, con la seconda rielezione di Donald Trump del Gennaio 2025, hanno dato potenti scossoni alla politica internazionale.
Onu, Nato, commercio globale, guerra in Ucraina e genocidio in Palestina. Questi i principali scenari impattati dalle decisioni del secondo mandato repubblicano. Gli USA si sono a tutti gli effetti sfilati dal “fronte occidentale”, ridisegnando gli equilibri internazionali. La National Security Strategy, pubblicata pochi giorni fa, ha trasformato quello che era “solo” un orientamento politico in una strategia di lungo periodo.
Su un piano globale assistiamo a due grandi tendenze che hanno rispettivamente negli USA e nella Russia i loro principali interpreti.
Da un lato, Donald Trump come sponsor del law & order internazionale.
Dall’altro, Vladimir Putin come leader di una “coalizione del caos”, volta a far saltare il banco per rimescolarvi le carte da gioco.
Gli Stati Uniti
Gli accordi di Abramo, l’invocata necessità di cessioni territoriali ucraine in nome della pace - ingiusta - sul terreno, la pièce farsesca andata in scena ad Anchorage, la mano sottratta a Taiwan – e quindi momentaneamente tesa al dragone, la guerra senza quartiere al deficit commerciale USA e l’obiettivo di nazionalizzare le produzioni, mettere il guinzaglio alla globalizzazione.
Gli esempi si sprecano: del desiderio del presidente di perseguire una dottrina Monroe non più continentale ma globale. Addomesticare le forze del disordine che nel mondo minano l’interesse americano.
Passare alla storia come un signore della guerra, l’uomo che pose fine ai conflitti di inizio secolo: poco importa se a costo di enormi sofferenze e ingiustizie, come i popoli ucraini e palestinesi ci gridano in faccia ogni giorno.
Essere ricordato come colui che per primo pose un freno alla globalizzazione “impazzita”. La stessa che tra gli anni ’80 e ’90 colpì la fetta più ampia e fedele del suo elettorato - over 50, bianca, residente nelle zone rurali o suburbane del paese.
Lui. Totalmente alieno ai suoi elettori per estrazione sociale. Camaleonticamente si mimetizza, ne fiuta le istanze addirittura prima che nascano, ottenendone un consenso totale.
È la democrazia del XXI secolo, tiranneggiata dal volere della massa che ne chiede a gran voce la fine e la trasformazione in autocrazia per mano del leader supremo.
Per capire cosa succede oggi è utile ricordarsi che la storia americana è una fisarmonica di aperture e chiusure, una spola incessante tra questi due estremi con poche nuances nel mezzo.
Dall’«America for Americans» della Monroe Doctrine di inizio ‘800. Fino all’ «America first» che a più riprese ha fatto capolino nel dibattito pubblico del paese: di solito mano nella mano con movimenti culturali xenofobi e suprematisti come il Ku Klux Klan prima, il maccartismo poi e il movimento MAGA oggi.
L’eccezionalismo americano che proietta la sua ombra sul mondo, la “città sulla collina” di Winthorp che guarda tutti dall’alto verso il basso, ebbra della sua supremazia e delle sue ossessioni etiche. Ma anche l’isolazionismo, un riflesso pavloviano che si attiva ogniqualvolta questa consapevolezza di essere i migliori viene scottata. Apertura e chiusura.
Il tipico sostenitore del movimento MAGA - prima di abbracciare la causa trumpiana come una fede - a cavallo del secolo è stato vittima di stress post traumatico.
L’11 settembre del 2001 il paese ha acceso la televisione e ha scoperto di essere in guerra. Fino a un minuto prima si pensava egemone e sicuro, intoccabile, solo com’era sulla vetta del mondo. Da quel momento è iniziata una spirale di eventi di cui vediamo la coda lunga oggi, negli scenari di politica nazionale e internazionale che commentiamo ogni giorno.
Uno sparo nel silenzio ha dato il via a reazioni di panico che dal 2001 hanno compromesso totalmente la capacità razionale dell’opinione pubblica americana.
Il 10 settembre gli Stati Uniti erano i vincitori della guerra fredda e la punta di diamante della globalizzazione, leader del commercio e dell’innovazione tecnologica mondiale. In questo senso erano anche il leader “ideologico” del pianeta, visto sia il consolidarsi della svolta capitalista cinese iniziata nel decennio precedente sia l’esperimento democratico russo post 1991 (con tutti gli inciampi del caso, c’è da dire). Passare, nel giro di un giorno, da questo orizzonte quasi irrealistico alle scene di terrore cui il paese assistette incollato alla televisione rende l’idea del testacoda umorale.
Rimaniamo nella testa dell’americano medio, senza avventurarci nello scenario internazionale e nei ragionamenti della classe dirigente americana del tempo (che pure ebbero un peso specifico enorme ma che non sono strettamente utili al nostro ragionamento).
Sin dai primi mesi successivi al fatto si assistette a una crescita vertiginosa della diffidenza verso le minoranze etniche e i nuovi immigrati. L’esplosione della xenofobia andò di pari passo con quella dell’islamofobia, circostanza riconducibile alla supposta matrice ideologica dell’attentato. Questo scenario comportò nel complesso un significativo aumento degli episodi di violenza e marginalizzazione sociale, in questa proporzione sconosciuti ai decenni precedenti.
L’opinione pubblica si schierò compatta a protezione del governo Bush, legittimando anche le decisioni più lesive della libertà personale. Si accettarono, in nome della sicurezza e della lotta al terrorismo, restrizioni che solo il giorno prima dell’attentato avrebbero scatenato ondate di protesta feroci da parte della società civile.
Il Patriot Act diede una decisa spallata all’American freedom.
Tra le altre cose:
i funzionari governativi ebbero il via libera per effettuare perquisizioni senza previa notifica al diretto interessato di essere oggetto di indagini
fu autorizzata la detenzione preventiva (anche per periodi più lunghi di quelli previsti per legge e senza bisogno di accuse formali) di cittadini stranieri che fossero sospettati di terrorismo.
il Federal Bureau of Investigation (FBI) ebbe la possibilità di richiedere, anche senza mandato, i dati dei cittadini che accedessero a biblioteche, siti internet, banche eccetera.
Questi alcuni dei punti controversi introdotti dalla legge federale, che in ogni caso restituiscono un’idea del clima di isteria collettiva che seguì all’attentato e delle istanze securitarie sorte in seno alla società americana. Pochi mesi dopo 9/11, il 55 % della popolazione pensava che il cittadino medio dovesse accettare queste misure da autocrazia asiatica e rinunciare alla propria libertà civile per combattere il terrorismo.
A posteriori, l’11 settembre funzionò da catalizzatore della mentalità più retriva, chiusa e patriotticamente insicura della società civile americana. Il lato oscuro dell’America first, un sogno che attraversa la storia del paese come un innesco e che solo le scottature più brucianti hanno saputo incendiare, trasformandolo in cenere.
Il paese non ha mai elaborato quel trauma e, vittima del terrore, negli anni a venire è stato preda di atteggiamenti reattivi e isterici, di risposte emotive e sproporzionate. La capacità razionale di affrontare i problemi di una parte della sua società civile, gravemente compromessa.
Senza cimentarsi in spericolati salti logici, non è difficile vedere in queste dinamiche la matrice ideologica del movimento MAGA.
La Russia
In Russia del consenso in senso stretto non ci si preoccupa, si orchestra piuttosto un teatrino democratico per gli spettatori esterni (finta opposizione, finte elezioni e tutto il resto). La “democratura” russa è un’autocrazia a tutti gli effetti, traveste con abilità la sua natura profondamente asiatica con abiti democratici che non le appartengono.
Un orso travestito da étoile del Bol'šoj.
L’elemento di finzione soddisfa l’eterno bisogno russo di riconoscimento internazionale, europeo su tutti: l’irriducibile sindrome di inferiorità che attraversa la storia del paese.
Da più di vent’anni a questa parte Vladimir Putin è il principale agente del caos a livello internazionale.
Prese per mano la Russia nel Natale del ’99, spossata da decenni di fallimenti sovietici e smembrata – da ultimo – dalle spartizioni voraci durante la “democrazia” degli oligarchi, in cui divenne il parco giochi privato di uomini senza scrupoli. Da quel Natale lo Tsar ebbe un’unica missione: riportare l’ordine autocratico in patria (un gioco da ragazzi, in un paese che per undici secoli non conobbe altro che questo) e soddisfare il sempiterno bisogno di riconoscimento da parte dell’Occidente. “Siamo una grande potenza - per giunta nucleare - vogliamo essere trattati come tali: lo capirete con le buone o con le cattive.”
Furono necessarie - e continuano ad esserlo - le seconde.
Nello specifico, il caos. Un cocktail letale di guerra tradizionale (Cecenia, Georgia e Ucraina - esclusi tutti gli scenari in cui ha operato “solo” al fianco di forze amiche, Siria su tutti), dezinformatsiya e guerra ibrida.
Sobillare il caos per destabilizzare quell’ordine internazionale a guida occidentale che alla svolta del secolo era così poco propenso, secondo il punto di vista di Mosca, a riconoscere e trattare la Russia come una grande potenza globale. Rimescolare le carte, far saltare il banco, entrare negli incubi degli occidentali come la principale minaccia alla loro leadership. Uso della forza e violazione della sovranità di altri paesi; guerra cibernetica; operazioni di disturbo satellitare nello spazio; assassinii a carattere politico in paesi stranieri e non, anche con uso di agenti chimici; interferenze elettorali e destabilizzazione delle opinioni pubbliche – sul campo o sui social, tramite campagne di disinformazione con il ricorso a eserciti di bot; utilizzo delle risorse energetiche come arma di ritorsione politica.
La Russia e gli USA, insieme.
Due finalità apparentemente opposte, quindi, quella trumpiana e quella putiniana: ordine e caos. Eppure, a guardar bene, nel lungo periodo i sentieri dei due convergono in un punto: l’autocrazia.
Se in Russia questa regna incontrastata - l’obiettivo di Putin essendo quello di escludere qualsiasi alternativa possibile - negli Stati Uniti si vedono i tentativi di promuoverne l’ascesa. Soffocare il sistema di checks and balances; reprimere il fermento e l’autonomia della società civile come contrappeso al potere statuale; silenziare il dissenso cooptando il mondo dell’informazione; abituare i cittadini a un linguaggio d’odio elementare e istintivo; dividere la società in fazioni la cui unica ragione d’esistere è quella di annientarsi a vicenda.
Questo nei rispettivi ambiti nazionali. I due leader però giocano sporco anche nel contesto internazionale, chi attivamente come nel caso di Putin e chi con un silenzio assenso colpevole e vile come Trump. Qui le red lines – le soglie ritenute non oltrepassabili in base alla sensibilità che attraversa il diritto internazionale - si sono gradualmente spostate in avanti, forse fino a scomparire. Ciò che vent’anni fa era inconcepibile oggi passa in sordina, l’opinione pubblica internazionale essendosi abituata ad accettare anche i colpi di mano più indigesti.
C’è stata in questo senso – in ambito domestico e non - una precisa strategia, di lungo periodo, volta a testare le reazioni e l’eventuale prontezza di risposta delle società occidentali rispetto alla violazione dell’ordine internazionale (Russia) e delle regole di convivenza delle democrazie liberali (USA).
Negli Stati Uniti abbiamo assistito alla violenta contestazione dei risultati elettorali - che ha sobillato l’assalto al Campidoglio del 2021 – e a transizioni di potere tutt’altro che pacifiche che hanno irrimediabilmente minato la fiducia nel processo democratico da parte della popolazione. Alla sistematica definizione della stampa e degli avversari politici come nemici del popolo. A travel bans arbitrari ai danni di specifiche nazionalità. Alla progressiva erosione (questo - c’è da dire – sia dai dem che dai repubblicani) dell’autonomia della Federal Reserve, il cui atteggiamento eccessivamente permissivo nei confronti delle politiche espansive dei governi va letto in chiave politica, un assist al partito al potere per garantire la sua rielezione, a spese di tutti. Al silenzio complice di fronte al genocidio di Gaza, che ha definitivamente alienato al paese le simpatie di quella parte di mondo che, qualche decennio fa, ancora riusciva a vedere negli USA il campione per eccellenza dell’ordine internazionale liberale. Dal 2001 ad oggi questo capitale di fiducia è andato completamente perso, ed è forse la più grande tragedia di cui tutti, come occidentali, dobbiamo prendere coscienza.
La Russia ha progressivamente preso a picconate l’ordine internazionale. Punto. Valgono gli esempi fatti sopra, ma è utile richiamare anche la cronaca delle ultime settimane: violazioni degli spazi aerei di nazioni sovrane, operazioni di guerra cibernetica ai danni di infrastrutture civili straniere, attacchi missilistici su civili ucraini per piegare la resistenza del paese.
Una linea che da Washington porta a Mosca, quindi.
Se è chiaro quali siano le affinità tra i progetti autocratici statunitensi e russi e le rispettive strategie nell’arena internazionale, meno facile da immaginare è l’assetto geopolitico che dovrebbe definirsi sulla spinta di esse.
Lanciarsi in ragionamenti di questo tipo troppo spesso significa, come vediamo su media e social, annunciare scenari apocalittici che non aiutano a capire cosa accade intorno a noi.
Se è vero, infatti, che una certa dose di imprevedibilità è irriducibile quando si parla di relazioni internazionali…lo è altrettanto il fatto che i quadri di potere di qualsiasi paese - e tanto più delle grandi potenze globali - si muovono entro codici di pensiero e valoriali loro trasmessi. Variando sul tema, forse, ma mai sovvertendoli in modo esagerato. Decifrare questi codici, le linee sotterranee che attraversano sottotraccia la storia globale, aiuta e non poco a fare ordine nel caos degli eventi.
Partiamo da un fatto: sia Putin che Trump, in politica internazionale, ragionano secondo logiche imperiali. Perseguire i rispettivi interessi nazionali, a danno di paesi terzi e a costo di ingiustizie sanzionate dal diritto internazionale, è per loro fondamentale e giusto. Non c’è spazio per paesi, leggi, diritti che intralcino il loro cammino.
L’obiettivo di lungo periodo sembra essere il riassestarsi di un equilibrio globale, garantito dalla gestione da parte dei due imperi delle rispettive aree di influenza. Una rivisitazione in chiave moderna e globale della politica di equilibrio promossa dal Congresso di Vienna a inizio ‘800. Non più quindi un “Concerto europeo”, piuttosto un concerto dell’autocrazia globale.
A ben vedere, le analogie sussistono.
In entrambi i casi, duecento anni fa come oggi, alla base della collaborazione tra le nazioni c’era soprattutto l’odio che queste avevano in comune per alcune idee.
Nel 1815 le potenze europee si riunirono a Vienna per restaurare l’ordine dopo le avventure imperiali di Napoleone e la diffusione, sul suolo del vecchio continente, di idee loro indigeste.
Non si trattava soltanto di ridisegnare le frontiere, ma di contenere due forze percepite come destabilizzanti. Da un lato il liberalismo politico partorito dalla Rivoluzione – con le sue rivendicazioni di costituzioni, diritti civili e sovranità popolare. Dall’altro il nazionalismo, alimentato sia dall’esperienza rivoluzionaria sia dalle campagne napoleoniche che avevano diffuso l’idea di autodeterminazione dei popoli.
Non bisogna mai dimenticare che, per quanto Napoleone sia passato alla storia come un sovrano imperial-autocratico, nella mente delle monarchie europee del tempo egli fosse il primo promotore delle forze liberali partorite dalla Rivoluzione.
Così come il Congresso si oppose all’imperatore francese e ai nuovi mali del liberalismo nascente, Putin e Trump oggi sono i leader indiscussi del fronte antiglobalizzazione.
Nel loro immaginario, e soprattutto in quello di chi li vota o sostiene, essa non è altro che un male incurabile di cui liberarsi. Ha portato alla crescita esponenziale del libero scambio globale, all’aumento consistente dei flussi migratori, a perversioni ideologiche intollerabili, dovute alla secolarizzazione e all’emancipazione delle coscienze. Nella loro missione sono spalleggiati da fette consistenti della popolazione globale. Si tratta di persone rimaste indietro, appartenenti agli strati sociali più poveri e meno scolarizzati: la globalizzazione rappresenta un mondo di progresso al quale non avranno mai accesso, che non capiscono e fa loro paura.
È interessante annotare un’altra analogia tra i due periodi storici, apparentemente tra loro così alieni.
La Rivoluzione francese, i cui detriti ideologici i sovrani europei cercavano di debellare a Vienna, è canonicamente considerata il momento in cui si consolidò il cosiddetto “Progressismo”.
La borghesia francese e le sue idee illuministe ebbero nel 1789 il momento della consacrazione dei loro sforzi, contro l’Ancien Régime. La globalizzazione, quasi duecento anni dopo, è una figlia del Progressismo, inteso come filosofia politica che promuove il progresso della società attraverso la secolarizzazione, le riforme, l’innovazione. Allora come oggi, i sovrani europei - come Putin e Trump - combattevano per la restaurazione dell’ordine.
Una grande fetta delle nostre società oggi chiede protezione, sicurezza ad ogni costo contro le “forze incontrollate della globalizzazione”. Il potere prontamente si presenta come puro esercizio della forza, autocratico, perché deve rispondere a questa domanda popolare.
Il fatto che Putin sia il «leader di una “coalizione del caos”, volta a far saltare il banco per rimescolarvi le carte da gioco» - come detto prima - potrebbe stonare con questi ragionamenti. Come conciliare questa definizione con la tesi che i due leader stiano cercando di restaurare un ancien régime antecedente alla globalizzazione?
La contraddizione non c’è se si pensa che lo Tsar gode di una reputazione completamente diversa rispetto al suo collega americano. Non ha infatti la sua posizione egemone - militarmente, politicamente, economicamente – e deve lottare a tutti i costi per vedersela riconosciuta. Per costruire, nella mente dei cittadini stranieri vittime della guerra ibrida russa, il mito della sua potenza. Si vuole evocare il potere del Cremlino che, come tutte le cose solamente evocate, lascia campo libero all’immaginazione, propedeutica a sopravvalutarne la portata.
Nel lungo periodo l’Internazionale autocratica a guida Trump-Putin, se vittoriosa, collaborerà nel porre sotto una cappa asfissiante le spinte propulsive della globalizzazione, specialmente quelle ideologico-culturali.
Uno dei principali strumenti di cui si serviranno sarà probabilmente la gestione coordinata delle grandi realtà politiche esterne ai due imperi, Europa su tutte.
È inverosimile pensare a un controllo diretto di quei territori, per quanto gli scenari internazionali ci abbiano abituato a tutto negli ultimi anni. È più facile prevederne uno indiretto, come il quadro politico europeo sembra profilare. I partiti sulla cresta dell’onda nel vecchio continente sono tutti, almeno nei grandi paesi, riconducibili all’Internazionale autocratica. Fratelli d’Italia e la Lega, il Front National in Francia, Alternative für Deutschland in Germania, Fidesz in Ungheria, l’FPÖ in Austria, Vox in Spagna, il Partito per la libertà in Olanda. Chi a carte scoperte e chi di soppiatto, tutti in ogni caso foraggiati economicamente e ideologicamente dai due imperi. I sondaggi non lasciano grande spazio all’immaginazione: quando questi partiti saliranno al potere i due imperi avranno i loro satrapi seduti nei parlamenti di tutta Europa, pronti a inginocchiarsi e ad attendere istruzioni. Con buona pace delle rivendicazioni libertarie contro l’Europa “matrigna”.
Si sa, d’altronde, che per molti la libertà consiste semplicemente nello scegliersi il padrone più conveniente.
I due autocrati vedono nel vecchio continente un terreno di conquista, fatto implicito nella logica imperiale che li muove. I partiti europei saliti alla ribalta negli ultimi anni sono figli dell’Internazionale autocratica russo-americana. Una volta eletti implementeranno misure volte a combattere l’immigrazione, a quanto pare il principale problema del continente. La convergenza storica che vedrà tutti i sopracitati partiti, contemporaneamente, al governo in Europa non farà altro che creare nelle nostre società civili un clima di accettazione passiva delle loro decisioni. Anche di quelle più indigeste.
In molti pensano che i livelli di brutalità e violenza raggiunti negli Stati Uniti trumpiani qui non potranno essere toccati. Una convinzione parzialmente fondata.
La società civile europea e quella americana non hanno vissuto allo stesso modo gli ultimi vent’anni. Da un lato le tensioni seguite al 9/11, con la successiva “war on terror” e il sostegno isterico alle guerre in Medio Oriente, poi rivelatesi veri e propri martiri. Dall’altro le divisioni sociali partorite dalle crescenti diseguaglianze.
C’è anche da dire che il livello medio di coscienza politica del cittadino europeo è senza dubbio più solido di quello americano.
Ci si dimentica sempre però che la politica, oggi, si muove sui social. Un non-luogo dove arriviamo con il nostro bagaglio personale e le nostre identità, certo. Non siamo una tabula rasa, quando ci imbattiamo nei contenuti sui social media li digeriamo con le nostre particolari sensibilità. Eppure, sappiamo anche che le piattaforme sono pensate per solleticare i nostri istinti più bassi, per stimolare la parte più irrazionale ed emotiva della nostra mente.
“Pensi che la società europea non potrà mai raggiungere i livelli di polarizzazione e violenza toccati da quella statunitense?”. Confesso che, se qualcuno mi ponesse questa domanda, dovrei fare ricorso alle mie migliori doti di dissimulazione (peraltro scarse) per rispondere convinto “Sì”.
Un’Europa sotto la cappa dell’Internazionale autocratica, a guida Trump-Putin, nemica dei neri, degli omosessuali, del Progresso e della secolarizzazione. Un incubo.

La parte che segue è stata scritta
e ultimata il 22/01/2026
Di cose, nel frattempo, ne sono successe. Talmente tante che evocarle in ordine cronologico risulta difficile: dal Venezuela all’Iran, dalla Groenlandia al Sudan e Gaza, oltre agli svariati tavoli di contrattazione aperti per l’Ucraina, il Mercosur, i dazi statunitensi e via dicendo.
Non interessa fare la cronaca, semmai a distanza di quattro mesi riflettere su due aspetti.
Il primo. Quali sono i punti fermi della precedente analisi; quali invece quelli totalmente o parzialmente smentiti dalla prova degli eventi. Lascio al lettore il verdetto su questo punto, meno interessante ai fini della comprensione dei problemi. Lo sarebbe, semmai, per lusingare o mortificare l’ego del sottoscritto, della sua capacità di analisi. Francamente, non fa testo.
Il secondo. Il fatto che oggi in quattro mesi gli scenari di politica internazionale possano subire rivoluzioni copernicane. Sarebbe una riflessione superficiale e banale, ribadire per l’ennesima volta come viviamo tempi enormemente accelerati rispetto, per dire, a un secolo fa.
Diventa stimolante, invece, nel momento in cui ci si sofferma sulle dinamiche quasi teatrali sottese agli eventi: ci sono dei palcoscenici internazionali, degli attori statali, un copione che si scrive giorno per giorno, registrando gli umori del pubblico ovvero la reazione ai colpi di scena e ai colpi di mano più impensabili.
! Una piccola premessa. Il lettore parzialmente o totalmente accecato, mi perdonerà, da quell’antiamericanismo che è acerrimo nemico della lucidità d’analisi - specie in politica internazionale - può saltare a pie pari questa parte. !
Per dire. Avremmo mai immaginato di vedere gli Stati Uniti invadere militarmente un paese, rimuovere il suo presidente – per carità, corrotto e pietoso – dalla sera alla mattina, sospendere il suo processo democratico – inutile dirlo, già ampiamente compromesso – con la forza? Il tutto senza rimettersi minimamente al Congresso, tantomeno al Consiglio di Sicurezza ONU. Una vera e propria invasione fatta passare per operazione di polizia contro il narcotraffico (sul territorio internazionale, dove per definizione cessa la giurisdizione delle forze dell’ordine nazionali, in qualsiasi paese del mondo).
Qualcuno obietterà: qualcosa di simile è già accaduto. Su tutti, Iraq 2003. Ed è un’obiezione parzialmente legittima (senza impelagarci nei dettagli legali, militari e politici delle due operazioni.
Gli Stati Uniti d'America non sono mai stati un attore immune da scelte controverse, né da errori strategici di enorme portata.
Ma il punto non è questo. Non si tratta di costruire un’immagine immacolata, né di negare le fratture prodotte da interventi unilaterali.
Il punto è che stiamo parlando del paese storicamente primo ideatore e promotore di ONU e Nato (e ancor prima, della Società delle Nazioni). I cui sacrifici umani e non hanno permesso di abbattere le coalizioni del Male nelle due guerre mondiali. Il paese che ha sostenuto - politicamente, economicamente e militarmente - l’architettura della sicurezza europea nel secondo dopoguerra. Finanziare lo scudo militare e valoriale che per decenni ha protetto l’Europa da chi la voleva schiava.
È proprio questa tensione a rendere così significativa la grottesca invasione del Venezuela.
La colonna portante dell’ordine atlantico appare oggi discostarsi dalle regole che essa stessa ha codificato. E lo fa, questo il fatto più rilevante e centrale ai fini del nostro ragionamento, senza più nemmeno preoccuparsi di salvaguardare quella parvenza di rispetto formale delle norme che in altre occasioni aveva preservato.
L’effetto non è semplicemente quello di una crisi regionale, ma di uno slittamento simbolico e sistemico. Non perché l’Occidente sia privo di colpe, ma perché l’equilibrio costruito dopo la Seconda guerra mondiale si è fondato anche sulla credibilità normativa e istituzionale di Washington.
Ed è proprio questa credibilità – più ancora della forza militare – ad aver consentito il consolidamento delle società aperte e del diritto internazionale nel mondo atlantico. Stiamo parlando dell’architrave sulla quale si sono retti decenni di pace dal ’45 in poi.
Non si tratta, come qualcuno dirà, di un mito consolatorio. Né di un’assoluzione morale delle colpe occidentali. Esistono dei fatti storici, molto precisi e assai poco interpretabili.
Esistono nomi e cognomi di esseri umani vissuti a cavallo tra la Seconda Guerra Mondiale ed il suo dopoguerra, dotati di incredibile lungimiranza strategica – politica, economica, militare – e artefici di un miracolo storico. Dean Acheson, Charles E. Bohlen, W. Averell Harriman, George F. Kennan, Robert A. Lovett, John J. McCloy. Avvocati, banchieri, diplomatici. Vite di successo, scelsero di dedicarsi anima e cuore alla questione del come ricostruire il continente europeo devastato. Diventare consiglieri presidenziali a tempo pieno, rispondendo a un solidissimo senso di civil commitment. Soprattutto, erano gli amici di una vita. Conosciutisi negli anni della formazione, ritrovatisi a lavorare fianco a fianco negli anni della ricostruzione. La spina dorsale delle società aperte, classi dirigenti degne di questo nome.
I fatti.
Dal 1945 le grandi potenze dell’Europa occidentale non si sono più fatte la guerra, evento senza precedenti nella storia moderna del continente. Un’anomalia storica, a tutti gli effetti. Un equilibrio rettosi su pilastri concreti, piantati soprattutto sugli Stati Uniti d’America. Il distillato di un cocktail molto sofisticato: deterrenza nucleare e presenza militare permanente sul continente da parte americana, integrazione economica transatlantica, contenimento dell’URSS.
Senza l’ombrello americano quest’anomalia storica non si sarebbe verificata. Per gli scettici: qual è la differenza più evidente tra il post WWI e il post WWII? Il grado di prossimità, non solo ideale ma concretamente fisica, degli Stati Uniti al nostro continente.
Nel 1918 non si integrano stabilmente nel sistema europeo, non entrano nemmeno nella Società delle Nazioni, di cui il presidente Wilson fu primo ideatore e promotore.
Passarono solo vent’anni, dal 1918, per tornare a versare il sangue dei propri fratelli sul suolo europeo. Oggi, grazie alla lungimiranza degli uomini di cui si è parlato sopra, l’Europa quasi ha dimenticato cosa significhi l’espressione guerra fratricida. Si è compiuta una vera e propria evoluzione antropologica, specie se consideriamo quello che il vecchio continente vide per secoli.
Un altro fatto, la ricostruzione economica garantita dal Piano Marshall, che stabilizzò politicamente e socialmente l’Europa devastata all’indomani del ’45. Tanti soldi, tantissimi. Ma, ad un livello di analisi politica profonda, soprattutto la stabilizzazione delle democrazie europee nel loro momento di massima vulnerabilità. Un atto strategico americano ma soprattutto di lungimiranza politica, che impedì all’Europa di ricadere nel ciclo crisi-radicalizzazione-guerra.
A completare questo disegno, nel silenzio operoso che è la premessa delle grandi gesta, contribuirono dal lato europeo uomini come Konrad Adenauer, Robert Schumann e il suo fidato Jean Monnet, Alcide de Gasperi e Paul-Henri Spaak. Partorirono la CECA (Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio), la CEE (Comunità Economica Europea), la CEEA o Euratom (Comunità Europea dell'Energia Atomica.
Questa sinfonia tra le classi dirigenti delle due sponde dell’Atlantico rese possibili la cooperazione economica tra ex nemici e la stabilizzazione del continente.
Ancora, la deterrenza militare assicurata dalla NATO, con la garanzia strategica americana che rese improbabile qualsiasi conflitto tra Stati membri e dissuase l’espansionismo sovietico durante la Guerra Fredda.
La Nato fu prima di tutto uno scudo militare. Interessa però, come effetto collaterale della sua attività, soprattutto la sua funzione di stabilizzazione interna all’Europa post ’45. La sicurezza europea fu “appaltata” agli Stati Uniti, decisione che permise di neutralizzare alcune rivalità storiche. Fu finalmente possibile la riconciliazione franco-tedesca, sotto l’ombrello americano che scongiurò qualsiasi proposito di revanche dal gusto fine ottocentesco.
La sicurezza esterna del continente, garantita dagli Stati Uniti, diede un altro vantaggio strategico enorme. Senza l’ombrello americano gli europei non avrebbero mai potuto permettersi di integrarsi a livello comunitario, economico e non. Un mercato comune, un welfare state europeo, le tavole rotonde per definire termini e tempi della riconciliazione e collaborazione futura. Occuparsi della difesa del continente significava permettere alla nave europea di navigare in acque calme, arrivare in porto senza gli scossoni che l’avevano distrutta nei decenni passati.
Questi i fatti. Si sta parlando del ruolo sistemico che gli USA ebbero nel dopoguerra nel fondare l’alleanza atlantica e la pax europea. Dei risvolti positivi che questo asse ebbe per il fronte mondiale che difendeva le società aperte.
Rule of law; libero mercato; welfare state; libero spostamento delle merci e delle persone; diritti civili; stabilizzazione monetaria e finanziaria internazionale a garanzia di prevedibilità, crescita e integrazione dei mercati; un ordine internazionale basato su regole, trattati e organizzazioni permanenti; circolazione di capitale umano e stimolo all’innovazione tecnologica.
Non si sta ancora parlando delle degenerazioni della politica estera americana della seconda metà del ‘900.
Fare di queste due fasi della storia atlantica un unico racconto è un’operazione intellettualmente disonesta. Più probabilmente, una lettura miope dei fatti che nasce da giudizi distorti, figli di pregiudizi emotivi. Quell’antiamericanismo a prescindere che in Europa va per la maggiore.
Parliamo non di un mondo perfetto ma di un sistema che, per oltre settant’anni, ha impedito il ritorno della guerra sistemica in Europa e ha garantito al continente il periodo di stabilità e crescita più lungo della sua storia.
Checché ne dicano i nostri amici - con le loro acrobazie interpretative, secondo cui il mondo post ‘45 e quello di oggi sono, non si capisce bene come, la stessa feccia - molte cose sono cambiate negli ultimi anni.
No, non è vero che “gli Stati Uniti si sono sempre comportati così”.
La pace occidentale post ’45 è stata sporcata, sì, dagli eventi che tutti sappiamo, che tutti evochiamo per ridimensionare il nostro orgoglio di bianchi caucasici e assecondare il senso di colpa che pure fa parte della nostra civiltà. Vietnam, Iraq, Afghanistan: non devo fare l’elenco della spesa.
Ma il livello di impunità, di leggerezza e faciloneria con cui l’amministrazione Trump ha maneggiato il genocidio palestinese e l’operazione Absolute Resolve è senza precedenti.
Attenzione, soprattutto siamo cambiati noi.
Rimanendo in Venezuela. Il 3 gennaio sono morte 80 persone, tra civili e militari. Quanti cittadini occidentali ne sono a conoscenza? Tra questi, quanti hanno digerito la cosa nel giro di una pausa caffè?
A Gaza, da più di due anni, va in scena una tragedia umanitaria senza precedenti negli ultimi decenni. Un livello di tracollo morale, di compromissione col Male, che ricordano in maniera sinistra l’Olocausto.
Esiste una soglia del dolore invisibile, non fisica. Reagisce a delle tensioni ideali, non meccaniche. Ogni volta che le premesse della pace atlantica e della sopravvivenza delle nostre società aperte vengono violate, entra in stato di allerta e reagisce. Si attiva prima per capire cosa c’è di marcio negli eventi che la sollecitano, poi per agire e prendere delle contromisure concrete.
Silenziosamente, con un piano molto chiaro in testa, gli autocrati di tutto il mondo ci hanno sottoposto a delle piccole tensioni. Anno dopo anno, apparentemente niente di drammatico. Piccoli sforzi trascurabili, virus che entrano nell’organismo e non vengono immediatamente individuati, proliferano indisturbati. Hanno spostato, centimetro dopo centimetro, quella soglia senza che ce ne rendessimo conto. Così, proprio ora che la pressione autocratica ha raggiunto livelli insostenibili, ci riscopriamo insensibili agli stimoli esterni.

Nemici di sé stessi, gli europei
La violenza che esercitiamo su noi stessi produce danni infinitamente più grandi di quella che gli altri usano su di noi. Oggi, piaccia o meno, siamo i nostri più acerrimi nemici.
Gli ultimi anni sono stati disturbanti non solo per la violenza indiscriminata cui abbiamo assistito, su tantissimi fronti globali. Anche per il fatto che, giorno dopo giorno, si è rivelata sotto i nostri occhi la verità che volevamo ignorare, ebbri di un benessere materiale precario. Un processo in atto da decenni, lento e carsico, che oggi mostra pienamente i suoi effetti.
Oggi sappiamo che ci stiamo consumando da dentro. Che le nostre democrazie vengono sì anche distrutte dall’esterno ma solo come conseguenza di un marcire interno.
Si è consumato un patrimonio inestimabile. Inestimabile in quanto immateriale. Attraverso l’erosione dei valori, delle istituzioni e del linguaggio che ha reso possibile il miracolo delle nostre società aperte.
Un palazzo bombardato può essere ricostruito, anche in tempi record. Provate invece a convincervi nuovamente, per esempio, che valga la pena sacrificarsi per i diritti umani basilari, quando avete accettato le violazioni più nefaste della vita umana.
I nemici dell’Europa non sono (non solo) le autocrazie che la minacciano. Siamo noi, quando rinunciamo a difendere ciò che ci definisce! Ciò che ci differenzia dai regimi autocratici…
Le parole evocano idee, le idee evocano azioni, le azioni fanno i nostri destini. A partire dal fronte delle parole, il primo livello dello scontro, ci siamo ritirati su tutta la linea: abbiamo rinunciato a combattere le battaglie che, perse in partenza, ora stanno segnando i nostri destini.
Dei casi concreti.
Pensare all’Unione Europea come a un progetto tecnocratico prima che politico, economico prima che morale.
L’Europa ha fatto del mercato, della moneta, dei regolamenti e delle direttive il suo terreno fondativo. Si è deliberatamente evitato il piano più scivoloso, e per questo più decisivo di tutti: quello dell’identità civica europea, dal quale discende come corollario necessario quello del nostro civil commitment come europei.
Si è tirato in piedi un edificio funzionale ma fragile, che ricorda le immense vetrate dei palazzi di Bruxelles. Una struttura incapace di generare lealtà quando il costo dell’appartenenza diventa tangibile.
Una parentesi. Sono un realista. Pragmatico. Inguaribile. Il mercato unico, la moneta comune, l’armonizzazione normativa non sono stati un errore: hanno prodotto benessere reale, stabilità, interdipendenza.
Mi spingo oltre. Sono convinto che questo bell’edificio che abbiamo costruito si salverà solo costruendo - accanto all’Unione Europea così com’è - un nucleo più pragmatico e realista. Ristretto, coeso, esigente.
Un’avanguardia di paesi risoluta e concreta. Lo zoccolo duro che non si limita a coordinare ma a decidere quello che la storia richiede si decida. Che non si limita ad armonizzare ma ad assumersi le responsabilità che la storia richiede ci si assuma. Che non si limita a produrre regolamenti ma ad esercitare sovranità su materie decisive.
Difesa, politica industriale, sicurezza energetica, ricerca strategica. Manca ancora un centro politico capace di incarnare il “fattore soggettivo” che guida e indirizza i momenti decisivi della storia. Quell’insieme di volontà, capacità, iniziativa e organizzazione che fa accadere le cose quando le condizioni oggettive sono ormai mature.
Non è un’idea nuova, né tantomeno mia.
L’idea di un’Europa a due velocità — evocata con pragmatismo da Angela Merkel — presentò per la prima volta al dibattito pubblico questo possibile sviluppo delle istituzioni europee.
Chi scrive pensa non si tratti di un compromesso al ribasso ma di una scommessa al rialzo. Un’Europa in cui chi è pronto integra di più, chi non lo è resta comunque nell’orbita più ampia. Senza imposizioni ma soprattutto senza la vuota retorica che oggi ci rallenta impedendoci di uscire dalla morsa dell’Internazionale autocratica. Un’Europa che si evolve per attrazione, non per conformismo e inerzia.
Questa “Europa nell’Europa” finirebbe, col tempo, per attrarre l’UE nella sua orbita. Il corpo stanco dell’Unione cadrebbe nelle braccia di quell’avanguardia quasi per gravità politica.
Sono le istituzioni che funzionano, che decidono, che danno l’esempio e ottengono lealtà a diventare naturalmente il centro morale e operativo dell’intero sistema.
L’Unione, così, non verrebbe negata ma superata. Non in peggio, ma in meglio.
“Quando i fatti cambiano, io cambio opinione”, disse qualcuno. I fatti ci hanno dimostrato che se l’Europa vuole giocare al tavolo dei grandi deve cambiare rotta. Non è vuota retorica ma il più basilare degli esami di realtà.
In nome del pragmatismo dovremmo essere disposti a sacrificare l’Unione Europea per come la conosciamo, trasformarla distruggendola dall’interno.
Eppure, la questione più pragmatica e decisiva resta quella introdotta prima: la mancata costruzione di una vera identità civica europea. Non è un discorso naïf, una nostalgia anacronistica per un’Europa dei popoli cantata nelle ballate e mai praticata.
Il problema è che le istituzioni europee - qualunque forma esse assumano, UE o non UE - funzionano finché l’isola felice che siamo non è battuta da venti avversi.
La metto chiara. Se l’appartenenza all’istituzione europea è percepita come un moltiplicatore di vantaggi e non come una richiesta di sacrifici, tutti godono felici. E quando le contingenze diventano negative? Quando ci si deve sedere al tavolo, farsi le domande scomode: chi può anticipare investimenti per questa spesa? Chi sta facendo free riding sui conti a carico degli altri? Chi si fa carico della difesa di quel confine specifico? Chi non sta innovando i rispettivi settori strategici nazionali, mettendo in pericolo la solidità del continente?
È là che, oggi, si sentono le risposte che non vorremmo mai sentire. “E perché proprio io? Per chi dovrei farlo? In nome di che cosa?”.
Il sacrificio, il darsi agli altri. Chi riesce a intravedere, sul lungo periodo, il fatto che questi comportamenti prevedono spese iniziali, per ritorni finali decuplicati?
Chi ha un orizzonte di senso abbastanza solido da rendere quei sacrifici comprensibili. Meglio, necessari. Non si tratta di giustizia, tantomeno di convenienza.
L’Europa, qualunque nome le si dia, è un destino: vive nella sfera delle necessità storiche, respira l’aria purissima della vetta solitaria che si staglia immensa, osservabile da tutti i punti del continente.
Paradossalmente, quindi, è proprio l’elemento ideale quello più pragmatico di tutti.
L’unico capace di reggere quando il benessere viene meno. Ovvero, quasi sempre (gli ultimi settant’anni sono stati un unicum proprio perché i nostri padri fondatori avevano accettato - a suon di camere a gas e blitzkrieg - che la legge universale dell’universo è il caos entropico).
L’identità politica, i valori condivisi, il senso di appartenenza comunitario sono le riserve strategiche più preziose. L’Unione Europea ha bypassato la loro accumulazione, cullata dolcemente dalla bonaccia. Trovandosene sprovvista, invece, nei momenti di burrasca. Cioè adesso.
Non si può scegliere di essere post politici, a meno che non si sia già politici. La politica è quella vespa che, cacciata dalla porta, rientra dalla finestra. Spesso più incazzata di prima. Oggi il vespaio è popolato da partiti prezzolati e squallidi: Fratelli d’Italia, AfD, Front Nationale, Fidesz e via discorrendo. Nazionalismi isterici e patetici, sovranismi insicuri e rancorosi, mercati delle identità alimentati dai leader populisti, che spacciano forme di appartenenza negative e costruite più contro qualcuno che per qualcosa.
L’Europa oggi sbaglia perché pretende disciplina senza aver costruito una vera cornice di senso identitario, primo mattone di un civil commitment degno di questo nome.
Senza questa matrice valoriale condivisa ciascuno torna a misurare l’interesse su base esclusivamente nazionale, immediata, miope. L’errore europeo non è stato essere troppo idealista, ma non esserlo abbastanza nel momento giusto. Oggi, sotto la pressione dell’Internazionale autocratica, paghiamo il prezzo di questo inciampo.
Non sappiamo più cosa richieda la democrazia delle società aperte, né perché valga la pena difenderla quando viene attaccata. Una società che riduce la politica a gestione e la cittadinanza a Schengen prepara il terreno alla propria morte civile, da cui discendono quella economica, sanitaria, militare…
Nemici di sé stessi, gli statunitensi
Prima di noi, gli statunitensi sono stati i peggiori nemici di se stessi. L’impero non si è mai interrogato sul senso della propria egemonia, pure evidente. L’eccezionalismo americano storicamente fatica ad andare oltre l’afflato mistico, a fondarsi in una vera e propria presa di coscienza civile che lo guidi nei momenti salienti della sua storia.
Da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Gli ultimi settant’anni di storia americana ci dicono come tutte le amministrazioni, chi più chi meno, abbiano sostituito il linguaggio della responsabilità con quello della forza. Soprattutto - qua il punto decisivo - quello dell’esempio che guida e ispira con quello dell’eccezione impunita che schiaccia.
Qua si gioca la partita decisiva, a livello globale. Non è possibile negare, almeno per chi abbia a cuore i fatti, che la gestione della politica estera USA abbia progressivamente eroso quel capitale valoriale che faceva da fondamento inscalfibile all’alleanza atlantica. Eroso, purtroppo, agli occhi di tutti. Di quel sud del mondo che guardava alle nostre società come a un esempio, da copiare in patria o raggiungere a tutti i costi mettendo in prima linea la propria vita. Ai nostri stessi occhi: costretti come siamo stati - e siamo - a uno sforzo di coerenza disumano per difendere quei valori fondanti. Gli stessi stuprati in Vietnam, Iraq, Afghanistan. Visti da fuori, probabilmente, siamo vittime di psicosi.
Sul fronte interno, negli Stati Uniti, l’erosione di questo capitale valoriale ha avuto delle conseguenze.
9/11 è il momento in cui la deriva diventa irreversibile: la paura viene istituzionalizzata, la sicurezza elevata a valore supremo, la libertà un privilegio soggetto ai capricci del potere.
Il Patriot Act e la normalizzazione dello stato d’eccezione, sul fronte interno, sono figli di questa erosione valoriale. Quando una democrazia accetta l’idea che i propri principi siano un lusso da sospendere nei momenti difficili, smette di essere un modello. Ritorna ad essere semplicemente una potenza tra le altre. La più ricca, militarmente preparata, globalizzata ed etnicamente variegata, sì. Viene però meno quel quid che agli occhi altrui la legittimava come il perno su cui ruota il sistema. Perde il consenso, silenzioso e implicito, delle tavole rotonde a cui sedeva riconosciuta come leader.
Alla luce di quanto accaduto negli ultimi mesi – l’uso disinvolto della forza, il disprezzo per le istituzioni multilaterali, l’indifferenza verso il diritto internazionale- questo discorso assume un peso specifico notevole.
Gli Stati Uniti trumpiani incarnano esattamente questo: una superpotenza che ha smesso di interrogarsi sui limiti del proprio potere, premessa imprescindibile perché esso venga esercitato con quel minimo di legittimazione di cui non possono fare a meno i veri leader. Una superpotenza convinta cioè che la forza basti a garantire ordine, e che l’ordine sia preferibile alla giustizia.
Sì. Le democrazie possono morire per stanchezza, abitudine, assuefazione all’ingiustizia. Possono sopravvivere formalmente, continuando a votare e a legiferare, mentre il loro contenuto sostanziale si svuota.
Torniamo alla soglia del dolore invisibile, di cui ho parlato inizialmente.
L’indifferenza di fronte alla morte altrui, l’assorbimento rapido di eventi che un tempo avrebbero scosso le coscienze, non sono deviazioni accidentali: indicano che abbiamo interiorizzato la logica dell’eccezione, accettato l’idea che l’ordine valga più del diritto, la stabilità più della dignità.
Dobbiamo trovare il coraggio di ripensarci come comunità morale – capace di limiti, autocoscienza e di pensare per se stessa una cornice valoriale comune invalicabile – oppure l’Internazionale autocratica non avrà bisogno di vincere. Le basterà attendere che i suoi avversari continuino, metodicamente, a essere nemici di se stessi.






Ciao👋