Vittime Colte: L’Oscena Cosmesi del Trauma
- Viaggi Andromeda
- 20 feb
- Tempo di lettura: 5 min

Bisogna partire da una premessa necessaria, si potrebbe dire quasi un’equazione inevitabile: oggi è diventato impossibile tracciare un confine netto. Mi riferisco a quel limite, un tempo invalicabile, che separava la partecipazione emotiva reale dal vantaggio tattico di posizionamento.
La manipolazione digitale è diventata così stratificata che lo spettatore si trova disarmato laddove non riesce più a distinguere chi sposa una causa per urgenza del cuore da chi invece ne estrae un dividendo estetico per la propria reputazione.
Il confine svanito è quello tra l'autenticità del sentimento e la strategia della comunicazione. L'adesione al dramma collettivo e il tornaconto d’immagine si sono fusi in un unico, indistinto segnale elettrico. Se il linguaggio utilizzato è lo stesso — lo stesso bianco e nero, la stessa citazione colta, lo stesso silenzio studiato — come possiamo separare il dolore reale dal “rebranding"? Quando la vampirizzazione diventa perfetta, la prova del nove dell’onestà intellettuale scompare.
Ho osservato da vicino, pur non volendo, questa specie di "vampirizzazione estetica" che si nutre del lutto e lo trasforma in una semplice recita. C’è una forma di volgarità, in fondo, dentro chi cerca di truccare il proprio malessere con una solennità che non gli appartiene. Il dolore reale, quello che mio malgrado ho conosciuto da vicino, è un’esperienza profondamente anti-estetica fatta di trascuratezza, stanze in disordine e di una stanchezza di sé che toglie la voglia di guardarsi dentro uno specchio. È un vuoto che non produce nulla, eccetto il silenzio che può essere definito un "vuoto pneumatico”, un Non-luogo dove l'energia vitale è tutta sequestrata dal tentativo di sopravvivere al prossimo minuto.
Invece, in questa Società Dello Spettacolo, l'unica in cui mi viene consentito di credere, ho visto nascere la figura della "vittima colta".
La vittima colta è qualcuno che non abita il proprio dolore, ma lo mette in scena utilizzando il dolore altrui come materiale da costruzione, una sorta di Architetto del martirio che usa le macerie di altri per edificare un altare alla propria personalità.
"Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi": storie aliene popolate da immagini rubate, repost di tragedie sparse per il mondo, frammenti di arte rarefatta in prestito da profili lontani (più dal cuore che dagli occhi) formare collage apparentemente spontanei e in realtà, cuciti su misura. Outfit cool per anime un po' meno cool ma abilissime nel contrabbandare la propria facciata intellettuale con la pelle sintetica degli altri. La nostra è una Società senza dolore che può soffrire mutuando il dolore di chi soffre davvero; si tratta di empatia cognitiva, invece che di empatia emotiva: la Vittima Colta sa quali sono i tasti da premere per simulare la sofferenza, senza sentirne il peso specifico (che poi è quello da cui si fugge in genere). È culturame a chili venduto come sostanza spirituale, in un mercato del dolore usa e getta dove si espone come propria la merce degli altri, che viene pagata dal cordoglio di spettatori distratti a suon di: "Guarda come soffre eppure quanto è dignitoso il suo stato!”.
Questo furto di solennità è una vera e propria operazione chirurgica. Rubare il peso di una tragedia "X" per nascondere la meschinità di una condizione "Y". Se la sofferenza ha sempre l'inquadratura perfetta, non è un lutto bensì una produzione. È un modo per non guardare la violenza che accade nel privato, è il tentativo narcisistico di fuggire da se stessi partecipando al "dramma universale".
Questa solennità patetica serve a costruire un’impunità morale con il solo obiettivo di nascondere l'assenza di una reale tenuta etica. Urlare il proprio dolore con la cura di un art director mi sembra vera e propria propaganda, accompagnata dalla ricerca di una speranza per possedere un impunità morale.
Il dolore autentico non ha bisogno di spettatori: è la fiamma che ci brucia dentro la quale nessuno dovrebbe vedere, che vorrebbe uscire spaccandoci le costole eppure si vergogna a tal punto di sé facendo una fatica immane a mostrarsi. Ed è esattamente nel momento in cui viene esposto al pubblico ignaro che la sofferenza contenuta in esso viene tradotta e, perciò, tradita. Chissà che, in fondo, mostrare a chi sta lontano non sia meno doloroso che affrontare semplicemente se stessi? Ma a me pare niente di più che sognare sé stessi tramite i sogni degli altri.
"Lo spettacolo è il cattivo sogno della moderna società incatenata che non esprime in definitiva se non il proprio desiderio di dormire. Lo spettacolo è il guardiano di questo sonno".
Esternalizzare la sofferenza attraverso il filtro dei social determina un rito pagano nel tentativo disperato di fiondare verso il "fuori" un evento psichico che avrebbe bisogno di essere elaborato nel "dentro". Ciò che si ottiene in cambio non è la catarsi: è un ritorno filtrato dal basso, un ristagno nella palude dell’umano, una minestra riscaldata per dirla brutta.
È la tragedia di chi rifiuta il Divino — inteso come Verità o Etica superiore — come il "meglio" a cui aspirare. Se non esiste più nessuno a cui rendere conto "dentro", bisogna rendere conto a tutti "fuori". È la condanna di vivere dentro una vetrina eterna.
Il rito diventa un sacrificio senza trasformazione dove il dolore non fermenta. Resta tutto tale e quale, anzi peggiora, diventa solo più rumoroso. Come il loop di un vecchio sintetizzatore: un esperimento freddo che simula la vita ma non ne possiede il battito organico. Mentre il dolore autentico è un atto di amicizia verso se stessi — un modo per spostare l'attenzione dallo specchio deformante dell'altro alla cura del proprio sé — il dolore esposto è un atto premeditato di sottomissione allo sguardo altrui.

C'è un'ulteriore miopia: il rifiuto di vedere nel dolore un'opportunità di guarigione. Se ridotto a oggetto estetico, il dolore smette di essere un segnale d'allarme che ci spinge a cercare il bello in un gioco di chiaroscuri necessario: senza l'ombra, non sapremmo distinguere la luce dell'amore. Il bambino, che è mediamente molto più saggio dell'adulto, sa che nel dolore che gli procura un mal di pancia è già contenuta la mano della madre pronta a lenirlo. Il dolore è una richiesta di relazione autentica, non di un pubblico.
Quando lo congeliamo in un'immagine rarefatta, gli impediamo di bruciare per lasciare il posto a una nuova consapevolezza. Chi estetizza la sofferenza rifiuta di curarsi, forse perché la guarigione lo priverebbe della sua merce più preziosa: il piedistallo della vittima. In questa pornografia del trauma si consuma la sofferenza dell'altro. Ci fa sentire migliori senza mai sporcarci le mani con la realtà, che forse è troppo vera per essere vissuta. Specialmente in un mondo dove la verità è il peccato per eccellenza, la vera sofferenza resta altrove: nel silenzio che sta al di là dell'inquadratura, nel buio di una stanza dove non ci sono filtri a proteggerci. Le bugie prendono l’ascensore, mentre la verità fa le scale.
Ma la verità arriva, arriva sempre, non appena si smette di premere compulsivamente il tasto del talk-back per darsi un'esistenza, accettando finalmente di restare soli davanti alla propria nudità, senza più il ritorno in cuffia di una platea a falsare il riflesso. E tutto il resto è noise.
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