La dittatura dei desideri: viaggiare per non cercarsi più
- Lucilla Iurato
- 18 feb
- Tempo di lettura: 6 min

Se, come diceva Proust, la realtà vive nei nostri desideri, la sfida è difenderli dall’eco di quelli degli altri.
Il desiderio di viaggiare è una delle mie rarissime costanti e, che non me ne voglia il lettore più pantofolaio, una spinta che ci accomuna in molti. L’eccitazione mi scorre palpabile sulla pelle quando inizio a figurarmi la partenza. Un entusiasmo che provo per poche cose, un’impazienza quasi infantile. Eppure, se immagino un viaggio esotico verso la Thailandia, qualcosa inizia a stridere.
Il motivo? La meta non sembra più nuova o abbastanza esaltante. Ha preso piede un discorso folle dentro di me, dettato dalla sensazione che non ne valesse davvero la pena. Trita e ritrita in tutti gli itinerari altrui, che ora non ha più senso vederla. Basterebbe cambiare destinazione, forse, ma non è questo il punto. Mi accorgo che qualcosa di intimo è stato influenzato dall’esterno. L’algoritmo si è così perfezionato e velocizzato dentro di me che mi ritrovo, in tempi record, ad aver desiderato di andarci e, quasi simultaneamente, ad averla depennata come “banale e scontata”. Tutto senza aver neanche cercato un volo.
Lo spettro nella mia testa – quello che compare ogni volta che inizio a rimuginare – si schiarisce la gola, prepara la scaletta del suo monologo e poi, con tono saccente, esordisce:
"Mia cara, c’è stato un tempo in cui le piattaforme digitali si limitavano a registrarvi. Erano specchi imperfetti, un po’ goffi, che riflettevano i vostri gusti con ritardo, come se aspettassero istruzioni. Poi qualcosa è cambiato. Sono maturati in sistemi complessi e hanno iniziato ad anticipare: non più semplici osservatori, ma architetti silenziosi. E così, senza rumore, il gioco di forza si è capovolto. E mentre voi vi vantate della vostra capacità critica, loro si sono presi qualcosa di più personale: la regia del vostro immaginario. Come correnti sotterranee scorrono sotto le vostre giornate: non vi strattonano, vi inclinano; spostano di pochi gradi l'asse di ciò che vi attrae, e voi, come bussole sensibili, seguite quella variazione senza accorgervene. Ed è qui che il discorso si fa serio: sono arrivati così a fondo da toccare i desideri, la materia più intima di cui siete fatti. Ritocco dopo ritocco, i vostri sogni hanno iniziato a somigliarsi, e con loro i vostri viaggi hanno finito per tingersi degli stessi colori."
Per quanto mi dispiaccia ammetterlo, tolta qualche sbavatura catastrofista e complottista, faccio fatica a dargli torto. Ha ragione lo spettro. Perfino la voglia di viaggiare, percepita sempre profondamente autentica, mi sembra ora inquinata su troppi fronti, come un desiderio più indotto che mio. Ad alimentare l'incendio incombe l'ansia sociale. Matrigna della mia generazione, l’ansia sociale devasta incasellando tutto, imprigionandoci in giochi di ruolo definiti, etichettando perfino ciò che dovrebbe essere l’atto emozionante e liberatorio per eccellenza.
Quando è accaduto che viaggiare è “andato virale”?
Proprio quando è diventato uno dei nuovi sinonimi di successo: avere i soldi per mete improbabili da visitare in periodi improbabili. Una vita “da sogno” è quella che ti permette, economicamente e in termini di tempo, di girare il mondo. Il lavoro perfetto è quello che si può fare in smart working da un’isola sperduta, alternando call impegnatissime a una nuotata nell’oceano. Che immagine potente. Peccato per la patina ansiogena che tende a ricoprirla. L’iper-connessione ci permette di non rinunciare a nulla (o così pensiamo!): lavorare sodo, restare ambiziosi nelle idee e nel fatturato senza perderci l’esplorazione di paesaggi lontani.
La flessibilità di essere sempre altrove non è un'opzione, come se implicitamente chi non arrivasse a quello standard si fosse in qualche modo accontentato o non avesse sognato a sufficienza. Viaggiamo per non dover giustificare una vita che non si muove abbastanza. Quella che poteva essere una fantasia di nicchia è cresciuta esponenzialmente e ci ha travolto. Così il viaggio si è inserito alla perfezione nel paradigma successo-fallimento, diventando un altro metro per misurare chi “ce la fa” e chi resta indietro; non per quello che il viaggio stesso ci restituisce, ma per quello che dice di noi. Ossessionati da questi pensieri abbiamo finito per viaggiare per non sentirci esclusi. Ci disponiamo in fila indiana pronti a lasciarci incollare addosso prototipi di sogni e desideri tutti uguali, che, in fondo, ci fanno sentire salvi.
Questo fenomeno ha un nome: internalizzazione normativa. Non è superficialità, è un effetto cognitivo documentato. L’osservazione continua delle vite altrui non solo cambia l’umore, ma riprogramma il nostro parametro interno di ciò che riteniamo una vita “degna”. Ecco come la sovraesposizione dei viaggi ne ha deformato il senso. È un meccanismo crudele che ci ingozza di stimoli e noi, affamati e bulimici, ansiosi di fare tutto e di non sprecare tempo, ingurgitiamo senza assimilare nulla, per poi vomitarli pochi secondi dopo. La famosissima FOMO -fear of missing out- ha ormai così tanto potere da piegare i nostri desideri più profondi, fino a confonderci su ciò che vogliamo davvero.
In che percentuale desideriamo viaggiare e in quale lo facciamo per mostrare di avere una “bella vita”? Cerchiamo nutrimento o consenso ? Voglia davvero andare dall’altra parte del mondo o solo apparire stupefacenti? Qual è la nostra lista delle priorità? Cosa pensiamo ci renda sereni, felici, soddisfatti?
Avendoci, da fuori, suggerito le risposte, abbiamo smesso di porci le domande, dentro. La nostra voce interiore è diventata man mano più sottile, impossibile da rintracciare; e con lei anche la nostra identità.
Il paradosso è che spesso decidiamo di partire proprio con quell’intento: “cercare noi stessi", "trovarci”. In momenti di smarrimento e frustrazione bisogna andare a migliaia di chilometri, lontano da abitudini e certezze, per mettersi in discussione e capire “chi si è” – così recita la Bibbia della nostra generazione.
Come siamo bravi: non perdiamo un colpo. Campioni olimpici di problem solving, incredibilmente frettolosi nel darci soluzioni. L’algoritmo ha sfornato per noi un’altra interpretazione salvifica del viaggio e noi ne siamo andati ghiotti. Sì, perché fila tutto, purché non ci si convinca che esista davvero una risposta da scovare: una divinità da consultare, come fossimo Edipo davanti l’oracolo di Delfi. Come possiamo davvero pensare che esistono, sparsi intorno a noi, i pezzetti del nostro puzzle, da recuperare tutti per sentirci finalmente risolti? È un progetto destinato a fallire, una sconfitta annunciata. Correre dietro a un’idea fissa di “chi siamo” non solo non serve ma tantomeno funziona perché non restituisce la complessità delle nostre identità. Ci rassicura pensarlo, perché ciò che è fermo sembra dominabile. È un’illusione di calma in una vita adrenalinica. Una carezza della mamma. Ma non esiste una versione di noi definitiva, e continuare ad inseguirla ci rende schiavi di un circuito perverso e instancabile che ci immobilizza molto più del restare fermi fisicamente. Applicare manuali delle istruzioni già pronti per colmare dubbi così intimi è il modo migliore per smettere di avere a che fare con noi stessi.
Noi siamo e saremo sempre in evoluzione, che lo si voglia o meno. Di questo possiamo fare una virtù o costruire una gabbia. Siamo identità mobili, provvisorie, adattive; il nostro sé è relazionale, ridefinendosi nel rapporto con gli altri e con l'esterno, e in quanto tale, è in movimento continuo.
"Dovrebbe fare molta più paura essere così aridi da pretendere un'unica versione di sé, e di averla già trovata" borbotta lo spettro, come sempre fuori tempo, ma mai fuori luogo.
Abbandonare l’idea di noi come equazioni da risolvere, progetti da completare, per riprenderci la nostra mutevolezza è il punto. L’unico modo per non soccombere alle spinte esterne è accettare l’instabilità come un atto di libertà, e dirigerlo verso rotte ragionate e che davvero ci appartengono. Da questa prospettiva viaggiare non è il problema, ma nemmeno la soluzione. Non viaggiamo per trovare noi stessi, ma per ricordarci che cambiare è l’unica cosa che sappiamo fare davvero: lasciarsi andare all’incertezza e abbandonare questa razionalità stritolatrice. Scegliere giorno per giorno chi essere e cosa fare del proprio tempo vuol dire sopportare a ogni bivio di rinunciare a una strada non presa. Ma, io sostengo, è anche l’unico modo per sentirsi in contatto con la vita che stiamo realizzando. D’altra parte se deve esserci una regia dei nostri desideri, è meglio che sia nelle nostre mani.
Con la coda dell’occhio lo intravedo gongolare, complice: “Magari ne esce una commedia drammatica, più che un Indiana Jones”.
Sì, portiamo questo fardello: essere immersi fino al collo nel subdolo ecosistema dei social. E forse, proprio perché questa narrazione ci ha ormai sfiancati, dovremmo ridurre lo spazio che le concediamo. Ogni generazione ha avuto i suoi mostri, e il nostro - per quanto invisibile- merita che ne tentiamo di schivare il contagio.
E Cristo, non lasciamo che ci si insinui fin dentro le mutande.
La dittatura dei desideri: viaggiare per non cercarsi più






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