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Pamphlet per aspiranti antimilitaristi economicamente consapevoli

7 giorni fa
Tempo di lettura: 8 min
Pamphlet per aspiranti antimilitaristi economicamente consapevoli

Un piccolo disclaimer per pacifisti radicali: lo scopo di questo articolo è quello di fornire delle credibili basi economiche alla posizione antimilitarista, la quale si costruisce e si legittima sulla critica all’eccesso di spesa militare, non sulla parte di essa imprescindibile per garantire la sicurezza e, in buona misura, la sovranità di uno Stato. Se contrastate senza appello ogni eventuale stanziamento per la difesa, questa lettura non potrà che risultarvi sgradevole. Nella cornice dello Stato-nazione, il ripudio aprioristico degli armamenti è uno slancio tanto romantico quanto inconsistente: chi non dispone della capacità materiale di difendere (anche solo in potenza) i propri interessi, li lascerà indifesi o dovrà assoggettarsi all’arbitrio di un protettore, al prezzo di una frustrante erosione di sovranità. Non è dunque l’esistenza stessa della spesa militare a costituire una questione meritevole di attenzione.


L’argomento da dibattere è la sua sistematica sovrastima e il ruolo che tale eccedenza svolge nel contesto redistributivo. È una posizione scomoda da abitare, quella di chi vuole muovere una critica al militarismo senza vedersi liquidato come un velleitario anacronista. Tuttavia esiste una linea argomentativa ampiamente spendibile ma spesso omessa nel dibattito pubblico (nei casi migliori per ignoranza, nei peggiori per malizia). Un approccio antimilitarista economicamente fondato non può prescindere dalla considerazione delle dinamiche sottese alla formulazione delle politiche pubbliche e dalla comprensione di alcuni semplici concetti di teoria economica keynesiana. Eccovi dunque un pamphlet per difendere le vostre posizioni antimilitariste con l’indomabile spirito di (r)avveduti keynesiani.

Per capire da dove partire, conviene tornare proprio a Keynes e a una delle sue previsioni più celebri, tanto affascinante quanto, almeno per ora, disattesa. Nel 1930, in Prospettive economiche per i nostri nipoti, Keynes presagiva nell’arco di un secolo una riduzione del carico lavorativo individuale a quindici ore settimanali. L’avanzamento del progresso tecnico avrebbe permesso agli uomini di affrancarsi dalla costrizione materiale della produzione e di dedicarsi liberamente a coltivare lo spirito. Sono considerazioni sostanzialmente non dissimili, per slancio utopico, dall’idillio di John Stuart Mill, artefice di un’inversione interpretativa del pessimismo classico ricardiano. Nella lettura di Mill, il tanto temuto stato stazionario del sistema capitalistico si spoglia dei connotati classici di catastrofe strutturale per assumere la veste di condizione liberatoria in cui gli uomini, emancipati dall’ossessione per la crescita, avrebbero potuto finalmente coltivare l’arte di vivere. Mentre Mill fondava la propria utopia su una sensibilità etico-estetica ereditata dal romanticismo, Keynes la calcolava attraverso proiezioni quantitative di accumulazione del capitale.


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Ciò nondimeno, le due posizioni convergono nella concezione dell’economia come mezzo e non come fine. La tensione keynesiana verso i buoni stati di coscienza non deve sorprendere, considerata la forte influenza esercitata su di lui dalla filosofia di George Edward Moore negli anni degli Apostoli di Cambridge e del circolo di Bloomsbury. In tali contesti, la spregiudicata valorizzazione della libertà negli affetti personali, coerente con l’etica mooriana, contribuì a fare di Keynes uno degli interpreti più convinti della Higher Sodomy (come, tra il serio e il faceto, i sodali dei circoli menzionati erano soliti riferirsi ai rapporti omoerotici). Pur riconoscendo il margine di quattro anni che ci separa dalla scadenza della profezia, non appare azzardato affermare che le aspettative di Keynes in merito alla condizione del lavoratore risultano oggi largamente frustrate. Preme comunque sottolineare come le altre sue proiezioni quantitative sulla crescita del tenore di vita si siano rivelate accurate. Ciò che il profeta non ha saputo vaticinare è la plasticità proteiforme del tardo capitalismo, la sua capacità di tramutare ogni parvenza di conquista in una nuova forma di soggezione. La scommessa persa è che i frutti dell’accumulazione si sarebbero tradotti in tempo liberato, invece che in nuove forme di costrizione materiale. Nella società opulenta, una riduzione del carico lavorativo (anche se non necessariamente alle auspicabili quindici ore settimanali) sarebbe stata una strada tecnicamente percorribile. È sul piano politico e culturale che essa si è rivelata definitivamente impraticabile.


Se quella previsione rimase incompiuta, ben diversa fortuna ebbero invece le idee con cui Keynes provò a spiegare il funzionamento stesso dell’economia e il ruolo che lo Stato avrebbe potuto assumervi. Diversa fortuna hanno avuto le considerazioni contenute nella Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, le quali costituiscono una rivoluzione che, per quanto lasci intatto l’assetto sociale del capitalismo, pone al centro del dibattito l’intervento dello Stato nell’economia, in netto contrasto con il ripudio dell’ingerenza pubblica proprio dello sfrenato liberismo classico (un’avversione comunque sopravvissuta in forme rinnovate negli antikeynesiani più hardcore come Hayek). Il fulcro della teoria keynesiana risiede nel riconoscimento della possibilità di equilibri di sotto-occupazione: configurazioni in cui il sistema si assesta stabilmente al di sotto del pieno impiego dei fattori produttivi, senza che i meccanismi salvifici della mano invisibile del mercato riescano a ripristinarlo. In tali condizioni, la spesa pubblica può agire come strumento a sostegno della domanda aggregata: attraverso il meccanismo del moltiplicatore, ogni unità spesa dallo Stato genera un incremento di reddito e occupazione superiore all’esborso iniziale (a condizione che il moltiplicatore sia maggiore dell’unità).


C’è una singolare ironia nel fatto che la teoria economica di Keynes abbia trovato consacrazione empirica nell’evento più radicalmente ostile a ogni buono stato di coscienza: la guerra. Di fatto la mobilitazione bellica fu un fenomenale banco di prova degli effetti positivi del massiccio intervento pubblico nell’economia. Mentre il New Deal non era riuscito ad assorbire pienamente la disoccupazione generata dalla crisi del 1929, la mobilitazione produttiva per lo sforzo militare condusse sostanzialmente al pieno impiego (il tasso di disoccupazione crollò dal 14,6% del 1940 all’1,2% del 1944). Ma qual è il punto? Terminati i conflitti, il lascito keynesiano che sarebbe dovuto essere fatto salvo consisteva nella possibilità di un intervento pubblico di spesa capace di sostenere la domanda aggregata e di alimentare occupazione e consumi. Ciò che se ne ricavò fu invece una dottrina tanto efficace quanto perversa: il keynesismo militare. Con tale espressione si fa riferimento a una configurazione per cui la guerra (ma anche la sua permanente eventualità) diventa strumento ordinario di gestione della domanda aggregata. Nemmeno la messa in soffitta delle politiche di pieno impiego, avvenuta all’inizio degli anni Settanta a favore del monetarismo e del culto della finanza, riuscì a scalfire questa peculiare declinazione bellica del keynesismo, che anzi riuscì a prosperare con sempre nuove forme di legittimazione.


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È a questo punto che la questione smette di riguardare soltanto la teoria economica e comincia a intrecciarsi con il potere, gli interessi industriali e la politica internazionale. Sebbene, nella sua forma più elementare, la spesa militare non sia altro che una peculiare tipologia di spesa pubblica, un’interpretazione della stessa come mera voce di bilancio dello Stato sarebbe quantomeno semplicistica. L’entità degli stanziamenti per la difesa riflette l’orientamento strategico internazionale di un Paese. Nello specifico caso della potenza egemone, essa diviene manifestazione diretta della sua supremazia, monito inequivocabile della possibilità di ricorrere al monopolio della forza. Una sceneggiatura per la quale gli Stati Uniti, sin dal secondo dopoguerra, hanno indiscutibilmente il physique du rôle. Dopo i picchi registrati in concomitanza con le guerre in Corea e Vietnam, nemmeno la fine della minaccia sovietica, il cui contenimento aveva a lungo costituito il leitmotiv di legittimazione dell’elevata spesa militare in assenza di conflitti aperti, bastò a garantire la riscossione dei dividendi della pace. Ben presto la lotta al terrorismo e le strategie di deterrenza regionale funsero da surrogato retorico-politico del contrasto al comunismo, riportando le armi al centro delle priorità di bilancio. A prescindere dalla reale o fittizia imminenza delle minacce esterne, esiste un attore che esercita sistematicamente, neanche troppo nell’ombra, pressioni determinanti in sede di formulazione delle politiche pubbliche. Si tratta del Complesso Militar-Industriale, una chimera nata dalla commistione tra potere politico, industria della difesa e mercato. Attraverso il suo silenzioso ma percettibile operato, la spesa militare cessa di essere l’esito di una valutazione razionale dei bisogni di difesa e la sua sovrastima diventa uno strumento di esercizio del potere. In prospettiva keynesiana, il viatico attraverso cui il Military-Industrial Complex beneficia dell’elevata spesa militare risulta di facile comprensione: una maggiore spesa militare, soprattutto per la quota destinata alle commesse di grandi armamenti per gli Stati Uniti e per gli alleati, consente di tenere elevata la produzione nel settore della difesa statunitense. Ma i frutti di tale fermento industriale contribuiscono unicamente ai profitti di poche grandi aziende della difesa e all’occupazione in una filiera specialistica e autoreferenziale. D’altronde, l’importanza che i decisori politici, repubblicani o democratici che siano, attribuiscono al consenso del comparto difensivo emerge chiaramente dal ciclico incremento che interessa, in prossimità dei periodi pre-elettorali, i fondi destinati al personale militare e civile del Dipartimento della Difesa. Tali incrementi si concentrano proprio sulle voci destinate agli stipendi dei lavoratori del settore e non sul blocco aggregato della spesa militare, rivelando una forma di targeting efficiente che sconfina apertamente nel clientelismo.

Ad ogni modo, il meccanismo descritto ha un prezzo, ed è arrivato il momento di chiedersi su chi gravi l’onere del suo sostenimento. Per farlo, può essere utile recuperare una vecchia contrapposizione, brutale nella sua semplicità ma ancora efficace nel mostrare cosa significhi davvero scegliere come impiegare risorse finite.


Il 24 settembre 1938, avvalendosi di un espediente retorico ereditato dalla propaganda nazionalsocialista, Benito Mussolini chiedeva ad una piazza gremita di bellunesi di scegliere tra il burro e i cannoni, ottenendo l’immediata e unanime adesione alla seconda opzione. Seppur grottescamente evocativa e presentata nella mistificatoria forma dicotomica di cui è sempre bene diffidare, la contrapposizione tra burro e cannoni solleva un tema non eludibile, ovvero la necessità di operare una scelta riguardo alle priorità di spesa in un contesto con risorse finite. Che il burro sia preferibile ai cannoni dal punto di vista etico sembra una posizione abbastanza pacifica, che solo i più ostinati apologeti del bellicismo potrebbero contrastare. Il vero salto argomentativo che la lente keynesiana permette di compiere, e che invalida la posizione dei militaristi liberali sul loro stesso terreno, è la preferibilità della spesa sociale anche secondo il criterio asettico della convenienza economica che essi sono tanto inclini ad invocare. La domanda aggregata può essere sostenuta da qualsiasi tipologia di spesa pubblica, ma non tutte lo fanno con gli stessi esiti, e la portata di tali esiti dipende proprio dai sovracitati moltiplicatori.


A parità di esborso, gli investimenti in istruzione, sanità, transizione verde e infrastrutture attivano moltiplicatori keynesiani strutturalmente superiori a quelli generati dalla spesa militare, per ragioni inerenti alla struttura dei comparti interessati: il settore della difesa è caratterizzato da filiere concentrate, mentre le alternative civili presentano un’intensità di lavoro superiore e filiere maggiormente distribuite.

Resta però un’obiezione ricorrente, particolarmente efficace ogni volta che il discorso si sposta dall’impatto economico immediato alle ricadute di lungo periodo della spesa militare. Messo alle strette, l’ammiraglio da salotto potrebbe tentare di sferrare un attacco sul fianco che la prospettiva keynesiana sembra lasciare scoperto: la questione tecnologica, un terreno squisitamente offertista che (all’occhio di un osservatore non sufficientemente attento) pare esulare dal perimetro teorico di Keynes. Che la ricerca militare sia stata foriera di grandi innovazioni è fuori discussione. Tuttavia l’idea che la spesa militare sia intrinsecamente innovativa è viziata da almeno due fallacie, una di ordine generale e una specificamente italiana. La prima: se per decenni le migliori menti scientifiche sono state assorbite dal settore militare, è stato per l’imponenza delle risorse messe a disposizione della ricerca e per l’ambizione delle sfide da affrontare, non per una qualche naturale vocazione bellica del progresso. Non c’è motivo di credere che un’analoga concentrazione di fondi pubblici sulla ricerca civile avrebbe prodotto risultati inferiori. La seconda questione, tutta italiana, riguarda la composizione della spesa. Qualora davvero si volesse rivendicare la funzione innovativa della spesa militare, sarebbe quantomeno opportuno non destinarne una quota enorme (mediamente superiore di venti punti percentuali alla media dei paesi NATO) a stipendi e pensioni del personale, spese correnti che di innovativo hanno ben poco.


Pamphlet per aspiranti antimilitaristi economicamente consapevoli

A questo punto rimane la domanda che attraversa tutto il ragionamento e che riporta la questione alla scelta politica da cui siamo partiti. Ma se costruire ospedali ed educare bambini è preferibile alle bombe anche dal punto di vista economico, perché (facendo sempre salvi gli stanziamenti imprescindibili) si continua a spendere così tanto in difesa? La risposta risiede nella questione distributiva: mentre l’attuazione di grandi programmi di spesa sociale comporterebbe una redistribuzione significativa delle risorse, la spesa militare consente di rafforzare settori e interessi già dominanti. La persistente preferenza per le armi, oltre ad essere la risposta alle pressioni di un centro di interesse molto forte, riflette appieno la tendenza del sistema a concentrare la ricchezza presso il suo vertice. Il keynesismo militare è l’unico keynesismo che il tardo capitalismo riesce a tollerare, perché è l’unico che non redistribuisce assolutamente nulla.


Armatevi (di argomenti s’intende) e partite.

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