Instagrammare in uno stato separatista
- Alessio Mischianti
- 20 apr
- Tempo di lettura: 8 min
Un reportage dalla Transnistria

In fondo il capitalismo è una forma di comunismo, nel senso che quando si entra in una qualsiasi capitale dell’Occidente si ha la sensazione di essere sempre nello stesso posto, ovvero in un centro commerciale. Tutto è strutturato per farci sentire a casa, si parla in inglese, e comunque anche quando si parla in italiano ci si capisce. Le guerre sono lontane, si sente l’odore dei franchising. Ci si riconosce nelle insegne, negli smartwatch, nelle carte di credito poggiate sopra i POS. I neon avvolgono i marchi. Ci sono attività, experiences, comitive, i desideri sono erotizzati: c’è aria di libertà, di democrazia. Inoltre, le app di dating funzionano bene, ci sono ampi parcheggi, la politica è assente. Si ha la perenne sensazione che la storia è finita.
È impossibile definire “viaggio” andare in un luogo dove il roaming dati è attivo. L’esplorazione come la si è sempre intesa è finita da quando è divenuta una distorsione del turismo, una spinta quasi innata dell’uomo post-moderno a muoversi fuori dai confini solo per il senso di frustrazione dato dall’averlo visto su Instagram.
Eppure, spingendosi a Est con una compagnia low cost ancora è possibile ripercorrere quello che è stato, quello che avrebbe potuto essere.
Il volo per Chisinau parte di notte. L’Airbus A320 in genere è pieno di quelle che noi siamo soliti chiamare “badanti”. Non c’è traccia di turisti. L’aereo viene immediatamente assorbito dal nero del cielo, atterrare alle tre in una città post-sovietica può essere un problema se la si pensa come temibile e piena di alcolizzati. In realtà sono presenti le stesse multinazionali di sharing economy che si possono trovare a Londra o a Nuova York. I tassisti guidano con grande prudenza, la strada da dicembre a marzo è ghiacciata. Il tragitto di circa mezz’ora costa intorno ai sei euro. Perché raggiungere gli avamposti più remoti dell’Europa dell’est in pieno inverno? Perché l’orizzonte è iniettato di ciminiere che bruciano una foschia perenne. Nella capitale della Moldova subito si ha la sensazione di essere piombati in un’epoca spaesata che alterna scritte latine e cirilliche. Si possono fotografare le carcasse affascinanti di hotel, le loro crepe che corrodono il cemento. Altari di quello che sovente viene definito brutalismo. C’è il Cosmos, il National. Il vecchio circo. Il buio è grigio così come il sole di giorno. La città è un’eclissi di parchi disidratati, puliti. Ci sono luoghi famigliari, la Coca Cola ma anche vecchi pub dove si bevono birra locale e liquori fatti a mano senza etichette. Li servono a shots su lunghe tavolozze come fossero tempere per i pennelli. Se si soggiorna in centro, è frequente trovarsi in compagnia di giovani ucraini che sono scappati dal fronte. Alcuni hanno attraversato a nuoto le lastre di gelo del fiume Dnestr, hanno evitato la chiamata dall’esercito. Capita che siano del Donbass e che abbiano trovato rifugio lì, nella Moldova. Si possono scambiare delle parole con loro, è consigliabile che ci sia un interprete, qualcuno che parli senz’altro una lingua a noi percepibile, loro si esprimono solo in russo. È plausibile che siano ragazzi di diciotto anni, che abbiano perso buona parte dei familiari. Ci si può ubriacare insieme.
La visita al mercato centrale è preferibile farla di mattina. È rimasto tutto come se fosse ancora nell’era sovietica. Ci sono le babushke, l’ortodossia, le verdure. La totale impossibilità del clima causa repentini scivolamenti, talvolta può risultare patetico cadere in mezzo alle baracchine. Da lì si può arrivare agilmente al monumento dell’Armata Rossa con i mezzi pubblici. Il fuoco eterno divampa nella memoria sotto blocchi a parallelepipedo che si intersecano e si uniscono nella vittoria della Grande Guerra Patriottica. La piazza è immensa, ai lati sculture di guerrieri e icone di donne fiere penetrano nelle pietre dando vita a bassorilievi che, come quadri, scalfiscono l’atmosfera. E poi palazzi del governo, cattedrali, condomini razionalisti e barocchi che con le loro ombre a quindici piani stringono il mondo. C’è gente che pattina sui laghi. Nell’eventualità che si voglia scattare un selfie memorabile si può raggiungere la collina dove svetta la Romanita – Romanita Collective Housing Tower – un progetto di edilizia popolare e utopistica pensato come un grande petalo di fiore capace di ospitare centoventi appartamenti e, salvo alcuni bilocali ristrutturati, completamente in decomposizione dopo la fine dell’Urss. Per i più avventurosi, volendo, si può addirittura arrivare in cima approfittando delle scale lungo i corridoi comuni che si aprono sui balconi semicircolari. Infine, per gli appassionati di urbex, una tappa irrinunciabile è il vecchio osservatorio astronomico.
Completamente abbandonato, è situato alle pendici di un declivio che contiene un parco stupendo, non lontano dal vecchio stadio. La visuale dall’alto con i cannocchiali sovietici è straordinaria. D’altronde cos’è il mondo se non un grande progetto socialista mai realizzato? Per il resto, se si vogliono ricreare le vibes tipiche di Milano, ci sono diversi club dove le persone si dimenano senza particolari pensieri alla geopolitica. Altrove invece, molti ristoranti offrono menù tipici, è facile trovare pure trattorie uzbeche, georgiane e di altre ex repubbliche. I prezzi sono in linea con le principali città europee. La qualità dei servizi offerti è ottima e le persone sono molto cordiali.
Gli unici busti dedicati a Lenin e a Karl Marx sono stati confinati in una specie di ghetto per monumenti alla fine del Parcul Valea Morilor, all’altezza dell’Expo. C’è da fare un po’ di strada, ma ne vale la pena se si vuol provare una sensazione di solennità mista ad oblio (per i cultori, è ancora visibile una statua dedicata a Georgi Dimitrov). Bandiere dell’Unione Europea sono sparse pressoché dovunque tra stormi di corvi, ma veniamo al punto clou dell’esperienza.
La gita in Transnistria può essere benissimo coperta con un tour di un giorno. Come tutto, per viverla in totale sicurezza, basta pagare. Si suggerisce di partire attorno alle nove di mattina, il ritrovo può essere alla stazione centrale (ripetutamente bombardata, adesso è uno splendido complesso in mattoni). Si può prendere una maršrutka, il tipico bus, oppure si può tranquillamente trovare una guida poliglotta tramite diverse apps, o i social networks. Appena si esce dalla capitale pressoché perfetta – con le quattro corsie, le supercar - e in espansione, si entra in uno Stato differente. La strada è crivellata di buche dovute al maltempo, le auto sono vecchie, gli autogrill sono comunque ottimi. Il caffè è decisamente migliore di quello che si può trovare in una cazzo di autostrada italiana. Si possono attraversare stazioni di servizio in mezzo a complessi religiosi, il tragitto fino alla dogana è breve ma reso impossibile dalle condizioni impervie. Dopo un’ora e mezzo si è ai controlli. I soldati russi non possono essere fotografati, né ripresi. C’è un check per i passaporti, un altro check per il trasporto di eventuali merci. I controlli per il contrabbando sono serrati. Bisogna scendere ed entrare in un container. Nel container c’è una cartina con scritto “Pridnestrovie” dove sono indicati i confini. La bandiera è rossa, con una striscia verde in mezzo e con la falce+martello in alto, a sinistra. Se la guida scelta è un buon professionista vi può raccontare che la Transnistria è una repubblica autoproclamatasi tale dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica del 1990. Il suo nome significa “al di là del Dnestr”, non è riconosciuta da nessun membro dell’Onu, ma de facto è indipendente anche se considerata parte integrante della Repubblica di Moldova. Vi dirà che c’è stata una guerra di secessione nel 1992, che a Bender – la prima città che si incontra a pochi metri dal confine – è avvenuto un massacro. La sosta alla fortezza è necessaria, all’interno c’è una magnifica cappella ortodossa dove una gentile vecchietta vende icone sacre, la fortezza sorge sulle sue ceneri di antico caravanserraglio di origine bessarabica.
Passata la frontiera, è necessario anche fermarsi al primo supermarket Sheriff. In Transnistria non funzionano le carte di credito, tantomeno quelle di debito, nessuno accetta i dollari, gli euro, Revolut. C’è da cambiare i contanti. Prendere i loro Rubli che valgono solo lì. La banca si chiama Sheriff come il supermarket, davanti alla banca e al supermarket vi accorgerete che ci sono dei distributori di carburante con le stesse insegne con la stellina degli sceriffi americani. La cosa può destare sbigottimento, la guida, verosimilmente, sosterrà che il paese è in mano a un oligarca. A questo punto, i più attenti di voi, potranno controbattere asserendo che anche i nostri, di paesi, sono in mano a degli oligarchi. Potreste portare degli esempi senza però irrompere in una sterile polemica. È possibile una sosta al mercato, non sarà molto diverso da quello di Chisinau, salvo l’alfabeto in cirillico e l’impossibilità di adoperare il contactless. Lo stesso vale per la stolovaya, la mensa con l’insegna CCCP meta imprescindibile se si pranza in uno stato separatista filo-russo. Potrete mangiare all’equivalente di cinque euro da grandi vassoi mettendovi in fila con gli abitanti del posto che saranno ben lieti di farsi immortalare da voi all’interno di un punto di ristoro che è un vero e proprio museo della disgregazione. Ci saranno Lenin dappertutto. Se proprio si vuole esagerare si può addirittura indossare un vecchio elmo dell’Armata Rossa e chiedere alla gestrice del posto di scattare una foto di gruppo. È probabile che troverete altri viaggiatori curiosi come voi, la maggior parte influencer non ben consci di quello che stanno facendo ma sicuramente entusiasti e con la spocchia distintiva del West, senza dubbio esclameranno “wow!”.

La gita prosegue per un’unica strada degradata. La capitale Tiraspol si erge come un’isola sulla terraferma. La connessione a internet scompare. Silos magnificenti si staglieranno nelle pianure non lontano da Odessa. Distese di condomini – commie blocks – segnaleranno l’ingresso in quello che potrebbe essere un punto di non ritorno. La sede degli apparati, del pericolo, della repressione. La guida vi ammonirà che è severamente vietato immortale gli ingressi dei palazzi del potere. Tuttavia, ci saranno diversi turisti che faranno selfie. Bus sfibrati di chiara fattura bolscevica appariranno. Ci saranno carri armati posizionati sulle circonvallazioni. Il palazzo dei soviet. Il parco della Zar Caterina. La grande piazza con le uniche bandiere che riconoscono lo stato della Pridnestrovie ovvero, l’Abcasia e l’Ossezia del Sud. Se la guida sarà davvero alacre e corretta, aggiungerà che fino a poco tempo fa c’era pure il vessillo del Nagorno-Karabakh. Aggiungerà qualcosa riguardo al fatto che i passaporti di lì non sono okay per viaggiare all’estero, che nemmeno i loro titoli di studio valgono altrove, se non in Russia. Vi porterà in un negozietto dove la storia è ridotta a un souvenir. Con i vostri rubli transnistriani potrete acquistare magneti di Stalin, matrioske, borse di tela con serigrafato il volto di Vladimir Putin e simpatiche t-shirt con scritto “i’have been to the country that doesn’t exist”. Ci saranno anche cimeli bielorussi.
In giro vedrete non troppe persone, ma quelle che vedrete saranno sorprendentemente serene, con i bambini avvolti da tute da neve. Capiterà di imbattervi in diversi militari delle forze di peacekeeping, la tentazione di fare una storia Instagram sarà forte, ma la guida si raccomanderà ancora una volta di tenere giù le fotocamere. In Transnistria apprezzano molto i turisti, una banca Sheriff del centro si è attrezzata per vendere (a sette euro circa) pacchetti delle vecchie, mitologiche, monete in plastica che fino a qualche tempo fa ancora circolavano prima di diventare preda dei collezionisti. Si può entrare tranquillamente nella filiale dalle otto alle diciassette, un funzionario vi guiderà nell’acquisto.

Resta poco altro da fare, ci sarebbe da vagare tra i villaggi alla ricerca di zone interdette per via dei giacimenti di munizioni. In città c’è un murales abbacinante di Jurji Gagarin accanto al grande parco. Il grande parco ha al suo interno la stessa ruota panoramica di Pripyat. C’è pure lo stadio, lo stadio dello Sheriff Tiraspol. Il logo della squadra identico alla banca e ai supermarket però giallo si staglia in un obelisco iridescente e caustico, i più appassionati di voi ricorderanno la storica qualificazione alla fase a gironi della Champions di qualche anno fa. La guida sottolineerà che la società è caduta in disgrazia dopo la crisi energetica dovuta all’interruzione del transito di gas da Mosca. Nelle edicole potrete leggere il giornale del partito con tutti i ritratti del presidente. Per i tabagisti, è l’occasione giusta per fumare le sigarette senza filtro nazionali facilmente reperibili più o meno ad ogni angolo. L’ultima tappa d’obbligo è la visita alla storica distilleria di cognac Kvint, sempre di proprietà della Sheriff.
Sulla via del ritorno, il consiglio è quello di berne almeno un paio di boccette (è importante ricordarsi di farsi una scorta di boccette sotto i cento ml così da passare indenni i controlli aeroportuali). Riguarderete Chisinau abbastanza ubriachi da credere di trovarvi nello stesso identico paese ma solo con le bandiere dell’Unione Europea. La Moldova non è ancora Unione Europea, ma il suo ingresso definitivo è previsto entro il 2030. Il roaming dati tornerà a funzionare, farete le vostre stories, magari un post con un interminabile carosello. Cercherete un locale dove trascorrere un’ultima notte, avrete voglia di scopare senza tuttavia riuscirci.
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