Oscar - La recita del bene
- Carlo Facente
- 13 apr
- Tempo di lettura: 8 min

Sì, li ho visti.
Senza aspettative e senza entusiasmo.
Anzi, forte della consapevolezza di pentirmene.
L’idea di non guardare gli Oscar era particolarmente intrigante, razionalmente inappuntabile al punto da risultare seducente. Ma alla fine, colpa dell’insonnia, ho deciso di vederli.
E si è rivelato più faticoso del previsto.
“I warn you, tonight could get political” annuncia ad inizio evento il conduttore Conan O’Brien. E in effetti, così è stato.
O’Brien, una sorta di Pippo Baudo pippato che cerca di fare stand up comedy, è prevedibile e totalmente innocuo. Battutina sull’IA. Battutina sul cazzo di Trump. Battutina sugli Epstein Files. Quanto è brutta la stand up quando diventa un rosario, un elenco liturgico di parole e temi al quale il comico oggi crede di non poter non fare riferimento.
Ma andiamo al dunque.
Non mi interessa commentare l’assegnazione dei premi né condividere i miei gusti personali. Quello che mi preme è condividere una riflessione che mi è rimasta addosso dopo aver visto lo show.
Partiamo da una premessa di contesto.
L’opinione pubblica, in questi mesi, ha evidenziato più volte il carattere politico di questa edizione. Quasi come se questa cosa non la si dicesse ogni anno.
Ovviamente gli Oscar, così come i Festival di Venezia e di Cannes, sono da sempre anche luoghi di tensione politica e, aggiungerei, inevitabilmente, perché occupano una posizione mediatica talmente centrale da rendere ogni gesto e ogni parola immediatamente risonante. In realtà, più che spazi politici si tratta di occasioni in cui dichiarare la propria adesione alle questioni del mondo, non è più un atto ma un passaggio obbligato, si potrebbe dire un atteggiamento di postura. Non tanto etica quanto estetica. Patinata. Le querelle geopolitiche, sociali, di genere, di etnia entrano nel discorso come elementi di scenografia, diventano parte integrante della retorica dell’intrattenimento e dello show: l’adesione morale come accessorio, come sfarzo, qualcosa che si indossa con la stessa naturalezza e la stessa superficialità di un’acconciatura ben studiata o di un blazer scelto per la serata.
Un’Ethical Selection per salire sul Red Carpet.
D’altronde, chi lavora nel cinema lo sa bene: da anni ormai le produzioni si muovono dentro parametri etici sempre più stringenti.
Le troupe devono rispondere a criteri di inclusione di genere, spesso con una composizione almeno paritaria, mentre Hollywood e piattaforme come Netflix applicano politiche sempre più rigide anche sulla rappresentanza etnica, con percentuali da rispettare dentro e fuori dal set, fino a riflettersi perfino nei premi. Tutto questo non è accessorio, ma strutturale: incide sulle condizioni di lavoro, sull’accesso ai finanziamenti, sulle istruttorie dei bandi nazionali e internazionali. E lo stesso vale ormai per la questione ecologica: la sostenibilità delle riprese, che richiede costi tutt’altro che trascurabili, è diventata un requisito necessario. Il sistema cinema funziona ormai all’interno di un perimetro etico ben preciso.
Gli Oscar di quest’anno non hanno fatto eccezione.
La caoticità della situazione geopolitica ha costretto a riflettere su quanto fosse sicuro o meno dare il via libero all’evento. Ma show must go on. Ste statuette le dovemo dà pe’ forza.
Quindi controlli di sicurezza mai visti, celebrità pedinate da uomini di sicurezza come non mai e zone rosse che hanno reso il Dolby Theatre un bunker dove svolgere una festa blindata dove, con ostinazione rituale, l’industria celebra se stessa.Questa ostinazione è stata raccontata e rivendicata come un gesto di resistenza: una Hollywood partigiana che non intende piegarsi al clima politico dominante, che anzi rilancia il cinema come strumento in grado di creare uno spazio alternativo, più umano, più sensibile, in contrapposizione al rumore quotidiano del discorso pubblico. Una narrazione che funziona, almeno in superficie, e che tuttavia lascia intravedere più di una crepa.
Uno dei momenti mediaticamente più tesi è arrivato fuori dal palco, quando Motaz Malhees, attore de La voce di Hind Rajab, ha annunciato di non poter partecipare alla cerimonia in quanto palestinese, affidando a una storia la sua presenza mancata: “Potete bloccare un passaporto. Ma non una voce”.
Accanto a ciò, durante la manifestazione non sono mancati i gesti e le manifestazioni di vicinanza. Si va dalla spillettina rivoluzionaria di Javier Bardem che ci dice “No alla guerra”, ad un’altra spillettina, con scritto “ICE OUT”, indossata alla costumista polacca Małgosia Turzańska, candidata per Hamnet di Chloe Zhao. Si dirà che poco è comunque meglio di niente. Ma il problema non è questo, di per sé. Viene da chiedersi come una rivoluzione delle spillette possa incidere, o anche solo risuonare (sensibilizzare, manifestare vicinanza: usate il verbo che preferite), all’interno di un contesto che pochi minuti prima premia un documentario sulla propaganda del regime russo - Mr. Nobody Against Putin - e subito dopo si concede una gag sulle mutande di Channing Tatum in Magic Mike.
L’effetto finale è uno show senza continuità e senza attrito, un’accozzaglia di elementi e di registri incompatibili che, più che risultare stonati, diventano rivelatori.

Proprio qui si chiarisce qualcosa: non è la presenza dell’elemento politico, di per sé, a risultare problematica, quanto il modo in cui tutto il resto - il cinema, il bello, i giudizi, i sentimenti, persino la scrittura e le scelte tecniche - finisce per essere subordinato e sacrificato a un livello superiore che si pretende più urgente, più necessario. Un “più importante” che si impone come misura unica e come criterio dominante.
E così quella che si presenta come filantropia - come apertura, come sensibilità, come critica sociale - scivola progressivamente in qualcos’altro, cioè in una forma di utilitarismo politico che non chiede più ai film di essere, ma di servire a qualche cosa, di dimostrare la loro utilità.
Ascoltando i discorsi, leggendo il dibattito pubblico, scorrendo articoli di riviste più o meno autorevoli e di altrettanti critici, emerge una tendenza abbastanza chiara: il valore dei film candidati è stato giustificato per ciò che rappresentano, più che per ciò che sono.
Attenzione. Il punto non è stabilire se i film siano belli o brutti, né fare classifiche personali. Per dire: Una battaglia dopo l’altra è, a mio avviso, un film enorme, e Paul Thomas Anderson resta oggi tra i tre registi più importanti al mondo. Ma non è questo il terreno della discussione. Cerchiamo di entrare nel vivo della questione che mi interessa.
Quello che ho notato è come film come Sinners o Una battaglia dopo l’altra siano stati raccontati - prima ancora che analizzati e forse ancora prima di essere visti - come dispositivi politici.
È un bel film perché parla del razzismo americano.È un bel film perché è una metafora dell’America contemporanea.
Ecco il punto: mi sembra che il “perché” rischi di sostituire il “come” e il “cosa”. E questo non riguarda soltanto il modo in cui si costruisce o si legge un film, ma segnala uno spostamento più profondo, probabilmente già avvenuto, nel modo in cui pensiamo e consumiamo l’esperienza cinematografica.
Per quanto possa sembrare un’ovvietà - o, peggio, un’astrazione fuori tempo - il cinema resta un linguaggio: conta cosa si racconta e come lo si racconta. Il perché appartiene a un altro ordine di discorso, quello delle interviste e delle biografie. Non è il film. O, meglio, non è ciò che rende il film un soggetto. Ci sarebbero tanti pipponi filosofici da fare in merito. Tutto il Novecento, in fondo, lo ha chiarito con una certa insistenza. Adorno lo ha detto, forse, meglio di chiunque altro: le motivazioni personali, psicologiche o storiche che concorrono alla nascita di un’opera sono solo una parte e non il principio ordinatore. Non possono essere elevate a criterio dominante senza alterare l’equilibrio complessivo, senza schiacciare ciò che fa davvero l’opera: la forma, il contenuto, la costruzione del linguaggio, le condizioni materiali, gli strumenti e il gioco tra tutti questi elementi. Tutto ciò che, insieme, produce esperienza.
Il rischio, allora, non è tanto quello di “politicizzare” il cinema - cosa che, in fondo, è sempre avvenuta - ma di svuotarlo, riducendolo a supporto di un discorso che gli è esterno e che finisce per precederlo, orientarlo, in ultima analisi sostituirlo e approvvigionarlo.
Provo a spiegarmi meglio.
Prendiamo il caso di Sinners. La sensazione è che non sia soltanto il tema a orientare il film, ma qualcosa di più pervasivo: un’intenzione politica, un’ambizione retorica, un impianto ideologico che non si limitano ad attraversarlo, ma finiscono per determinarlo, per modellarne la struttura narrativa, il modo in cui la storia prende forma, perfino le scelte di messa in scena.
Qui si avverte lo slittamento del cinema, concepito in precedenza come costruzione autonoma, come linguaggio, oggi sembra ormai arretrare. Non perché manchino le qualità - sarebbe troppo facile liquidarla così, elencando la fotografia, i costumi, la colonna sonora - ma perché tutti questi elementi, pur presenti, sembrano disposti gerarchicamente sotto qualcosa che li precede e li orienta. I personaggi e gli argomenti sembrano essere delle pedine, che si muovono e si declinano per trasmettere un messaggio.
Un messaggio che, sia chiaro, è legittimo. Il cinema può essere politico, lo è sempre stato, e spesso lo è stato nel modo più alto possibile.
Ma qui la sensazione è diversa. Non si tratta più di un contenuto che genera una riflessione politica, ma sembra piuttosto una riflessione politica che determina a monte un contenuto, che ne stabilisce direzione e limiti prima ancora che il film possa davvero accadere.
Forse, da europei, paghiamo anche il prezzo di certa eredità (preziosa ma ingombrante) che ci ha concesso di pensare il film come qualcosa che può essere profondamente politico senza esserlo esplicitamente, capace di incidere, di sedimentarsi, di lavorare sulle coscienze senza bisogno di esibire continuamente il proprio intento civile.
Il risultato, allora, qual è? Che il giudizio estetico su un film è completamente sostituito da un responso morale. Non si tratta più di capire se un film regge, se funziona, se trova una forma necessaria, ma di stabilire se sta dalla parte giusta.
Gli Oscar, in questo senso, hanno funzionato come una lente d’ingrandimento: il cinema sembra trasformarsi sempre più in un’industria della virtù. I film non sono più belli o brutti, ma importanti o inutili.
La scena finale di Sinners - quella in cui Michael B. Jordan, con i tricipiti in primo piano e una canottiera da idraulico trasformata in uniforme, abbatte una dozzina di bianchi mitragliandoli fino a farli esplodere - è, in fondo, perfettamente coerente con questo impianto: un’immagine didascalica, artificiosa e così tanto simbolica da non esserlo per niente, un’immagine che convince l’Academy a consegnare la statuina proprio a Michael.
I discorsi di ringraziamento dei vincitori non fanno che confermare la stessa dinamica, intrecciando riconoscimento personale e posizionamento morale.
Joachim Trier, premiato per Sentimental Value, ha insistito soprattutto sul tema dei bambini, richiamando la responsabilità collettiva degli adulti nei loro confronti e invitando a non sostenere politici che non prendano sul serio questo dovere.
Michael B. Jordan, ritirando il premio come miglior attore per Sinners, ha costruito il suo discorso attorno all’eredità: ha evocato figure come Sidney Poitier, Denzel Washington, Halle Berry, Jamie Foxx, Forest Whitaker e Will Smith, definendoli “antenati” e riconoscendo il loro ruolo nell’aprire una strada.
Jessie Buckley ha invece orientato il proprio intervento verso una dimensione più intima e simbolica, dedicando il premio alle donne e alla maternità.
Infine, Ryan Coogler ha sottolineato la propria posizione all’interno di una storia più ampia, ricordando di essere solo il settimo regista nero candidato all’Oscar e scegliendo di celebrare chi lo ha preceduto, riconoscendone l’impatto sul cinema e sulla sua stessa traiettoria.
Ognuno si colloca, si definisce, rivendica un’appartenenza o manifesta vicinanza verso qualcun altro. Ognuno sembra dover dichiarare una posizione, riconoscersi dentro una categoria o, specularmente, farsi carico di quella altrui.
Come se salire su quel palco implicasse, ormai automaticamente, l’esibizione di una identità e di una sensibilità codificata, più che la restituzione di un’esperienza artistica. Sembra veramente di aver assistito agli Oscar al miglior Senso di Colpa. Chi l’avrebbe pensato che il politicamente corretto avrebbe portato al politicamente premiato.

Forse il gesto più rivoluzionario, alla luce di tutta questa retorica, sarebbe semplicemente continuare a fare film. Dei bei film.
Rifiutare un Oscar, come ha fatto Sean Penn - con tutto il rischio di risultare un gesto moccioso e plateale - resta l’evento più rilevante e più vivo accaduto durante la serata. L’unico gesto, in fondo, davvero politico.
Alla fine, chiudendo la TV alle quattro del mattino, ho pensato a quanto sarebbe stato bello vedere un Michael B. Jordan o una Jessie Buckley reagire alla vittoria in stile Sal Da Vinci: un urlo, un inginocchiamento imprecante, gli occhi fuori dalle orbite e le mani giunte verso Dio (o forse verso Diego Armando).
Perché, a pensarci bene, la scompostezza e la veracità restano attitudini infinitamente più politiche di questa profumata e impeccabile recita del bene.
Oscar - La recita del bene






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