(Ir)realtà: immagine virtuale e maschio performativo
- Laura Rifiuti
- 4 giorni fa
- Tempo di lettura: 8 min

Uno spettro si aggira per l’Europa: è lo spettro del maschio performativo. Da quanto se ne è fatto un gran parlare in questi giorni, specialmente a partire da una polemica sorta su Tik-Tok – che è poi lo spunto per questa riflessione – non so se è più il caso che i maschi performativi «espongano apertamente in faccia a tutto il mondo il loro modo di vedere, i loro fini, le loro tendenze» e mettano in ponte un manifesto di partito (con buona pace di Marx).
Ad ogni modo, prima di entrare nel vivo del discorso, vorrei testimoniare di aver avvistato lo scorso ottobre a Barcellona proprio un esemplare, e che esemplare, di questa specie. Ho scattato di fretta una foto che ora non trovo, ma ricordo che l’immagine lo ritraeva impegnato nella tipica attività diurna del maschio performativo: leggere un classico di una scrittrice (mi pare fosse Jane Austen) su una panchina all’aperto all’ombra della pensilina di un caffè radical-chic, organic-based, in un quartiere hipster della città più hipster dell’Europa mediterranea. Ma riavvolgiamo il filo.
Il problema non è tanto la reificazione: non è tanto che comprare un libro conta come e più di leggerlo, e che ciò che di buono leggiamo è svilito da una sfilza di altre merci-con-pagine sugli scaffali dei centri commerciali. Il problema è piuttosto il contrario: è la smaterializzazione. La realtà diviene sostituita dall’immagine della realtà e ciò che compriamo, i libri al pari delle altre merci, è come se non avesse corpo: l’oggettività corporea, la carne umana così come il corpo senza vita di un libro, cessa di contare per sé stessa e si fantasmizza di fronte al suo complesso simbolico. Ciò che acquistiamo quando compriamo un libro, ciò che dunque leggiamo quando sul web facciamo mostra di leggere, non è in fondo che un fantasma ingigantito di noi, la proiezione di un sé ideale la cui unica chance di esistere è nella realtà dilatata e immateriale dell’etere. Così, se dall’affermazione storica del capitalismo la merce è stata e séguita ad essere catalizzatore di elementi simbolici (se con le merci, esattamente come coi corpi degli altri, abbiamo sempre a che fare con i nostri fantasmi, le nostre insicurezze, le nostre ossessioni: insomma, non con l’altro, ma con noi), oggi si è compiuta una svolta radicale. L’identità del soggetto è infine diventata tutt’uno con la propria proiezione. Il fantasma che esiste di noi nel piano irreale dell’online si è fuso irrimediabilmente con la percezione stessa del soggetto reale, generando confusione. Che differenza c’è tra chi legge e la fotografia di chi legge, tra noi che leggiamo e l’immagine di ciò che leggiamo? Che differenza c’è, allora, tra il maschio performativo e la sua immagine, se il maschio performativo è, lo dice l’espressione stessa, eminentemente immagine? Appunto.
Questa non è solo una crisi di noi che guardiamo. Non è solo per noi – se è possibile isolare un noi passivo che non è anche attore delle dinamiche che subisce – che tra realtà e immagine della realtà s’incrina; ma è in primo luogo, direi, la crisi del soggetto. Chi su internet performa, chi presenta di sé un’immagine (di qualsiasi tipo, ma mettiamo sia l’immagine dell’intellettuale) non è in fondo una singola immagine quella che sta offrendo, ma è almeno una doppia: quella di sé-persona e quella di sé-intellettuale. Per Platone l’arte era la copia della copia, propaganda di un falso sapere; e così è l’immagine virtuale, l’immagine dell’immagine, con la differenza che se l’arte e la letteratura, con i loro portati simbolici, conservavano almeno un poco di quella qualità estetica che forse poteva redimerli, l’immagine virtuale non ha alcun vantaggio estetico, e men che meno una capacità estetica: ne è svuotata a priori. E per di più con la clausola, mi sia permesso, di un’inversione: tra reale e virtuale, il rapporto normale di precedenza si è distorto, e non dà segni di ricordarsi di un prima. Il virtuale, dove vivono le immagini, non è più un medium per raggiungere il reale. L’esistenza del reale è, in ciò, completamente priva di senso e, d’altra parte, chi vorrebbe ormai percorrere a ritroso la strada per tornare? L’immagine virtuale dà infatti un piacere assoluto, perché puro: puramente narcisistico, masturbatorio, del tutto autosufficiente. Ma da ciò origina anche la crisi del soggetto: la creatura-performance, una volta sguinzagliata, è capace d’autonomia, può vivere benissimo lontano da noi senza neppure ogni tanto venirci a trovare. Non solo si può essere l’immagine di qualcosa senza volerlo attivamente diventare, ma – ancor peggio – si può diventare l’immagine di qualcosa senza prima esserlo. Se il ragazzo sulla panchina di Barcellona legge in effetti i libri di cui parla (ostenta?), se i suoi pensieri in merito sono autentici e non il frutto di un plagio, lo stesso può tuttavia essere l’immagine di chi quei libri non li legge davvero, non ha con loro una relazione esistenziale, fa solo finta di leggerli – il maschio performativo. È proprio che, alla radice, lo specifico del rapporto tra l’io e l’immagine è mutato: l’io è una funzione dell’immagine, che è precedente. L’immagine è l’unico organismo realmente vitale del virtuale, e l’autenticità dell’io non è che la sua escrescenza morta.
Fatto sta che tutti su internet, dal più al meno performativo, sembrano messi lì apposta per rivendicare la propria autenticità. Se l’espressione dell’identità è un diritto, e direi tra i più inflazionati, l’autenticità è il suo valore correlato: non c’è nessuno più coerente e granitico di un utente dell’ex-Twitter o di un attivista di Instagram la cui intera esistenza pare votata a ricattarti moralmente. Da ciò ne viene che, nel virtuale, il massimo livello di autenticità al quale può aspirare la libera espressione dell’identità è un’autenticissima performance, ed è fare due più due capire che non c’è niente di più falso di una performance in tutto e per tutto autentica. È un’impasse dolorosa, e immagino che anche da qui derivi la crisi del soggetto performativo, vale a dire, oggi, il soggetto tout-court. C’è però qualcosa di più doloroso ed è chiedersi come si potrebbe allora uscirne, perché la risposta alla domanda ci forza davanti alla desolazione. Nella lotta spietata all’autenticità, come può (ad esempio) il maschio performativo vincere il dibattito, e dimostrare una volta per tutte di non essere falso? È presto detto: non può. È questo il guaio della comunicazione virtuale, la sua essenza formale, diciamo pure strutturale. Il discorso sul web si costruisce, mi pare, sul nervo della reiterazione: la giustapposizione di moduli regolari, componibili opposti e identici, chiamiamoli A e non-A, B e non-B, ecc. Non è un flusso: è un ciclo rintronante, un vortice comunicativo con risucchio o una zanzara ubriaca ed eccezionalmente elastica che rimbalza di parete in parete in una stanza vuota, e non muore mai. Ma chi è dentro questa escape room sembra non accorgersene: continua ad opporre ad A non-A, a B un B+1 contro al quale l’avversario sguainerà un bel B+2. Insomma, è tutta una gara a chi ha il C più grosso.
Ma è tutto vano. Se ci è attribuita un’immagine nella quale non ci riconosciamo, l’unica arma con cui potremmo provare ad affrancarci è opporre a quell’immagine un’altra immagine uguale e contraria. Se ieri eravamo per gli altri secchioni leccaculo, oggi dimostreremo di essere studenti brillanti e alternativi, se ieri eravamo maschi performativi, oggi i libri non li compreremo solo per sfogliarli e ci riveleremo pure intelligenti. Non c’è niente, in fondo, di più democratico dei social. Lì sopra tanto i famosi quanto gli sconosciuti, assurti a fama effimera per il débat del momento, passano il loro tempo a smarcarsi dalle immagini che di loro affermano gli altri. Vorremmo sottrarsi dalle immagini eteroprodotte con immagini autoprodotte che, per quanto conservino il fastidio di un sapore di plastica, perlomeno le abbiamo ingurgitate in autonomia, non ce l’ha spinte in gola a forza qualcun altro.
Finisce che sui social, dove sin dall’inizio si è consumata la tensione tra effetto di realtà e effetto di irrealtà, vero e patinato, disgrazie di carne e felicità sintetica, non si può nutrire speranza di arrivare alla realtà. Al contrario, nelle polemiche che lì hanno sfogo l’universo del virtuale si moltiplica: si dota di trame e sottotrame, s’infittisce di colpi di scena degni del romanzesco vero e proprio. Dire scollamento è forse impreciso, perché non è tanto che noi ci siamo ritirati; è piuttosto che la realtà stessa ha preso il verso di assottigliarsi, è diventata come una pellicola fine che s’incolla su un universo immateriale, come l’involucro su una merce – la realtà è ormai ridotta a una patente di realtà. Il clima irreale in cui siamo immersi, invece, ci ovatta, e ce ne sortiamo mezzo masticati in pasto a una sotto-realtà: una sottospecie di realtà detonata, semplice e modulare, dove le cose si organizzano per schemi antitetici e in cui affiorano passioni primitive, superficiali ma ingovernabili. Se fino a vent’anni fa era la televisione (dalla tivù-realtà al telegiornale) a detenere l’esclusiva su una realtà finzionalizzata, oggi è accaduto che se la televisione non la guarda più nessuno è perché, forse, non esiste più chi sta fuori dalla televisione. Un tempo i personaggi dei reality erano solo alcuni di noi, mentre la maggior parte di noi restava lo spettatore di fronte alla realtà addormentata, realtà alla quale pure credeva; oggi questo paradigma, dentro-fuori, non ha più senso: entrando dentro quella realtà, andandoci direttamente a vivere, siamo riusciti finalmente a smaterializzarci, a sperderci beati nell’etere delle telecomunicazioni. L’immagine virtuale è l’unica cosa la cui esistenza può contare davvero e, se la realtà perde di senso oltre che di gusto, finisce per essere l’unica cosa che davvero esiste.
Quale utilità sarebbe, dunque, che il maschio del nostro dibattito riuscisse, per assurdo, a dimostrarsi autentico? Nel virtuale non esiste la persona così come la intendiamo nella realtà: il soggetto digitale non è un’entità ma un procedimento, e ciò che di questo rimane non può progredire, andrà sempre e solo all’indietro: la persona diventa una persōna, da questa un personaggio, dal personaggio un carattere. Se chiunque sul web volesse sul serio mostrarsi autentico, cambierebbe mezzo. Basta un esempio: quale soggetto autentico è così moralmente integro, così al riparo dalla disgregazione? È come se alla crisi dell’io, alla sua frammentazione, avessimo voluto non rispondere, ma stordirci. La battaglia per l’autenticità è quindi persa in partenza e la ragione è, ancora, a priori, nella struttura stessa della comunicazione virtuale. Anche nella comunicazione reale si può mentire, addirittura si può fabbricare di noi un alter ego credibile, si può finire pure per credere alle nostre bugie: non è così fuori dal comune. Ma il reale, la comunicazione reale, ha una qualità altra che di per sé non si può infingere, non si può ricreare o generare virtualmente. Si tratta dell’inconscio, o di qualcosa di simile. Il virtuale elide completamente la dimensione irrazionale di una logica non diurna, oblitera ciò che esiste nostro malgrado, ciò di cui noi non abbiamo il controllo. Eppure, proprio in quel virtuale nel quale ci pare di avere tutto il controllo, niente è davvero sotto il nostro controllo: ciò che interloquisce con gli altri non siamo noi ma un’immagine di noi inviata al compito, ed è come se parlassimo sempre per interposta persona, un manichino di cartapesta. Come dei velleitarissimi Frankenstein, architettiamo - senza saperlo - un’identità di tutto punto che però ci sfugge, e ci sfugge perché i noi virtuali non sono capaci di dar vita a quella parte che, nella realtà, nasce da noi e nonostante noi perdura, seguita ad esistere. Walter Siti, interrogato sul perché un testo generato dall’IA non può essere letteratura, risponde che l’unica cosa che l’intelligenza artificiale non ha è l’inconscio, per la semplice ragione che, ricordando tutto, non può rimuovere niente.
Per assurdo, allora, l’unico modo che avremmo per vincere il dibattito sarebbe proprio scatenare l’inconscio: se chi è attaccato desse ragione a chi lo critica, se il maschio si ammettesse (pure senza fare ammenda) performativo; se ammettesse il vero morso del vivere sentendosi inautentici, dell’abitare un’identità incompleta e fragile, che per essere davvero sé stessa ha bisogno di essere identica a qualcun altro. Un’identità che se vuole esistere, se vuole durare, non deve in fondo davvero esistere – deve migrare in qualcos’altro, non deviare, per non impazzire. L’unico modo che avremmo per vincere sarebbe perdere. Ma questo, si capisce, è impossibile.
(Ir)realtà: immagine virtuale e maschio performativo






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