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La Palestina resiste contro il revisionismo e la propaganda

La Palestina resiste contro il revisionismo e la propaganda

Questo articolo vuole essere una risposta all’articolo “La Palestina non esiste”, confutandone la tesi centrale e smascherandone il semplicistico approccio di stampo revisionista cattolico, che riduce la complessità storica, fornendo una ricostruzione faziosa. 


L’articolo si apre con la tesi che il nome “Palestina” sia una finzione romana, un’imposizione amministrativa dell’imperatore Adriano dopo la rivolta di Bar Kokhba (Terza guerra giudaica vinta dai romani). Si tratta però di un errore: il nome “Palestina” non nacque con Adriano né fu il risultato di una fantasia della cartografia romana, ma di un luogo che circolava già da secoli nel mondo greco, attestato nel V secolo a.C. da Erodoto , che parlava della “Siria chiamata Palestina” e ripreso nel IV secolo da Aristotele, che cita un “lago in Palestina”, riferendosi probabilmente al Mar Morto. Dunque l’imperatore non fece altro che adottare un termine noto, istituzionalizzandolo in chiave amministrativa, come spesso avviene negli imperi. 

I popoli si formano attraverso secoli di trasformazioni lente e profonde: processi di urbanizzazione, pratiche condivise, scambi linguistici, reti religiose e migrazioni. Ciò accade proprio nel caso dell’identità palestinese moderna, che si articola a partire dalle trasformazioni profonde sotto il dominio dell’impero ottomano, favorite dalla liberalizzazione della stampa dei Giovani Turchi del 1908, dall’espansione dell’istruzione e dalla diffusione di un lessico condiviso che, già alla fine del XIX secolo, comincia a parlare di società palestinese, di abitanti della Palestina, di “figli di Filastīn”. Accademici di rilievo dell’epoca come Khalil Beidas utilizzavano l’aggettivo “filastīnī”, come tutti i giornali nati a Gerusalemme ed a Jaffa in quel periodo. Già da questo è possibile comprendere la sedimentazione di una coscienza collettiva palestinese, certamente non ancora pienamente identificata in un’idea , ma già dotata di un vocabolario proprio, di riferimenti comuni, e della consapevolezza di appartenere a una comunità distinta nel contesto arabo e ottomano.

Questo processo prende una direzione più esplicita con il Mandato britannico, che tra il 1920 e il 1948 introduce una definizione legale di cittadinanza palestinese, all’interno di un’entità riconosciuta a livello internazionale. È in quegli anni che “palestinese” diventa a tutti gli effetti una categoria giuridica e politica: i partiti e le rivolte del tempo ci restituiscono un’immagine di società in fermento, che costruisce una coscienza nazionale nel confronto quotidiano con il colonialismo britannico, con la crescente immigrazione sionista e con il dibattito più ampio sull’identità araba nel Levante.  

Un’altra tesi molto fantasiosa e bizzarra sostenuta nell’articolo è quella che sia esistito un progetto politico-identitario  volto a unificare le e popolazioni del Levante (cristiani, musulmani, arabi, greci, latini) in un’unica pseudo entità levantina. 

Questa ricostruzione è ovviamente faziosa ed infondata, in quanto nessuna fonte accredita l’esistenza di un’identità levantina condivisa, né vi sono tracce di un movimento culturale o politico che aspirasse a fondare una comunità unificata fra i diversi gruppi presenti nella regione. Le fonti medievali ci parlano piuttosto di società attraversate da profonde fratture confessionali, di autorità dinastiche e religiose che esercitano il potere secondo logiche verticali e distinte, e di alleanze momentanee, certamente non inclusive. Nel corso dei secoli XII–XVI, non si registra alcun tentativo di unificazione identitaria tra le popolazioni del Levante. I regni crociati, primo fra tutti il Regno di Gerusalemme, rimasero entità fortemente segregate: l’aristocrazia latina manteneva una separazione netta dai cristiani orientali, dai musulmani e dagli ebrei, e lo stesso impianto giuridico distingueva rigidamente tra franchi, siriani, greci ed ebrei, escludendo la popolazione autoctona dal potere. Saladino, pur noto per la sua clemenza in alcune circostanze, non promosse un modello integrativo: la sua autorità si fondava sull’Islam e sul jihad ed il suo rispetto verso alcuni luoghi santi e ordini religiosi fu dettato da pragmatismo, non da una coscienza interconfessionale. I mamelucchi, suoi successori, rafforzarono la supremazia islamica mantenendo una gerarchia confessionale ben codificata e la tolleranza praticata era di natura amministrativa, poiché mirava alla stabilità sociale, non considerando alcun tipo di fusione culturale. Con l’arrivo degli Ottomani nel XVI secolo, la regione fu incorporata in un impero vasto e articolato, ma nemmeno in questo contesto si sviluppò un’idea di “Levantinità” condivisa. L’amministrazione ottomana garantiva autonomia religiosa e giuridica alle comunità confessionali senza mai proporre una loro assimilazione; le città levantine come Aleppo, Damasco o Smirne mantennero un carattere multiculturale, ma questo pluralismo non si tradusse in un’identità politica. L’unico elemento comune era la lealtà all’autorità del sultano e la conformità a un ordine imperiale in cui la religione continuava a rappresentare la principale linea di demarcazione tra i gruppi. Il concetto stesso di “popolo levantino” è assente nelle fonti medievali. I testi latini, bizantini e arabi insistono sulla differenza tra “noi” e “gli altri”, e laddove esistono interazioni, esse sono descritte come pratiche occasionali e utilitarie, mai come forme di appartenenza condivisa. Anche i Latini nati in Oriente,  non abbandonarono il senso di appartenenza all’Occidente cristiano, continuando a godere di leggi speciali e privilegi giuridici. Le alleanze occasionali tra cristiani e musulmani – come accadde ad esempio tra alcune città e potenze locali – erano per motivazioni tattiche, non frutto di un’identità comune. La convivialità descritta da alcuni storici moderni è stata reale ma limitata: c’era un tipo di tolleranza utile per i commerci e la stabilità, che non dimostrava certamente un qualche tipo di orizzonte politico condiviso. Inoltre l’argomento secondo cui Saladino avrebbe mantenuto gli ordini religiosi crociati per evitare una rivolta religiosa è priva di fondamento: la sua politica fu improntata al consolidamento del potere e all’applicazione dei princìpi della shariʿa: la protezione dei dhimmi, la rislamizzazione di Gerusalemme, l’ esecuzione dei cavalieri templari, e una selettiva tolleranza verso le Chiese orientali. Non temeva sicuramente una rivolta per motivi identitari, ma era interessato a mantenere la pace nelle città, guadagnarsi il consenso delle élite religiose locali e garantire una certa continuità fiscale. Nessun cronista dell’epoca, né cristiano né musulmano, parla di una coscienza collettiva condivisa fra le fedi o le etnie della regione. A partire dal XIX secolo, alcune letture nazionaliste hanno attribuito all’Impero ottomano l’intenzione di “de-levantinizzare” la regione, ovvero di cancellarne il carattere cosmopolita e pluralista. Tuttavia, anche questa tesi appare oggi storiograficamente infondata poiché gli Ottomani preservarono per secoli l’autonomia delle comunità religiose e la molteplicità etno-linguistica delle grandi città levantine. Le istituzioni locali continuarono a funzionare, e le relazioni commerciali con l’Europa favorirono l’ascesa di una classe mercantile cosmopolita, spesso composta da greci, armeni, sefarditi e famiglie di origine mista. Il vero cambio di paradigma avvenne solo con le riforme del Tanzimat (riforme di modernizzazione nella società turca)  nella seconda metà dell’Ottocento, che introdussero un’identità “ottomana” moderna, pensata per contrastare il sorgere dei nazionalismi europei, ma anche in questo caso la storiografia moderna concorda sul fatto che non fu un processo di omogenizzazione culturale forzata. Saranno invece le politiche coloniali francesi e britanniche, nel XX secolo, a rompere gli equilibri precedenti, rimuovendo o marginalizzando le élite cosmopolite e ponendo le basi per nuovi conflitti identitari. 

Se si vuole comprendere poi l’origine dell’espressione “identità levantina”, è fondamentale spostarsi dal piano storico a quello lessicale: il termine comincia a essere usato solo nel XIX secolo, in un contesto decisamente eurocentrico, per indicare individui di origine europea nati nel Levante ottomano, spesso impegnati in attività commerciali nei porti del Mediterraneo orientale. Queste persone non si definivano levantine in senso identitario, ma si riconoscevano tramite la cittadinanza, la religione o legami familiari. Solo nel XX secolo, dopo la disgregazione dell’Impero ottomano e la scomparsa delle società cosmopolite, la “levantinità” viene recuperata in chiave culturale o memoriale, come ricordo di un passato multiculturale svanito. Dunque la concezione di identità  levantina come categoria storica nel Medioevo e nell’età moderna spiegata nell’articolo semplicemente non è mai esistita. 

Un’altra contraddizione dell’articolo emerge laddove si sostiene l’inesistenza dell’identità palestinese sulla base della frammentazione politica e culturale della regione, mentre si attribuisce al Levante un’unità identitaria. Ma se la presunta “identità levantina” – come si è ampiamente dimostrato – non ha mai avuto uno spessore storico concreto, come si spiega la sopravvivenza di entità statali come Siria, Libano e Giordania? Perché la Palestina dovrebbe essere esclusa dalla possibilità di costituirsi in nazione, mentre gli altri Stati della regione, nati da processi storici molto simili e appartenenti alla stessa regione, sono considerati legittimi? 

La verità è che la Palestina non ha ancora uno Stato non per carenza di coesione interna, ma a causa di pressioni esterne, di un’occupazione permanente, di una sistematica negazione del diritto all’autodeterminazione. Si tratta di una storia di ingerenze, invasioni e rivendicazioni da parte di potenze straniere, da Roma all’Impero britannico, fino al sionismo israeliano; il fatto che una collettività non sia ancora riuscita a costituirsi in Stato-nazione non implica che non possa farlo in futuro. Il concetto secondo il quale una nazione per esistere debba necessariamente possedere una popolazione omogenea dal punto di vista religioso, linguistico e culturale è smentita da moltissimi casi nel mondo. La Palestina, pur nella sua complessità, possiede una lingua comune, una memoria storica condivisa, (legata soprattuto al passato della diaspora, alla resistenza verso l’occupazione israeliana, ad oggi al genocidio subito) delle tradizione uniche, come ad esempio quella del ricamo tipico (tatreez), senza contare quelle culinarie e musicali. 

Oltre a queste teorie sull’origine levantina, l’articolo sostiene che le organizzazioni politiche e militari palestinesi non abbiano un progetto politico comune,  e ciò ha un fondo di verità: il panorama politico palestinese è segnato da contraddizioni, fratture interne, divergenze strategiche e persino conflitti armati tra le varie organizzazioni che ne compongono il mosaico. Il dissenso tra Hamas e Fatah, la distanza ideologica sul futuro assetto del territorio (con Hamas contraria alla soluzione dei due Stati) e le lotte intestine che hanno segnato le epoche più critiche della politica palestinese non possono essere ignorate. Ma è altrettanto vero che eventi dirompenti come la Nakba prima, e il genocidio a Gaza dopo il 7 ottobre, hanno segnato delle linee di demarcazione storiche nette, con passaggi di tale violenza da ridefinire le coordinate del possibile, creando ancora più unità nazionale tra i palestinesi contro un nemico comune come l’ideologia sionista. 

 Nel tentativo di delegittimare l’identità storica palestinese, l’articolo propone una caricatura di Hamas come forza oscurantista che avrebbe islamizzato Gaza a scapito della convivenza, ignorando completamente il contesto storico e umano in cui tale radicalizzazione ha preso piede. È forse più utile chiedersi il perché Gaza, nel corso delle generazioni, sia diventata un terreno fertile per movimenti radicali. Ci si dimentica spesso che i gazawi vivono sotto perenne occupazione illegale dal 1967, con una grande fetta della popolazione residente all’interno dei campi profughi, dipendente economicamente dagli aiuti umanitari per vivere. A voi non sembra un buon motivo per radicalizzarsi?  Invece di analizzare questi fattori, la narrazione revisionista preferisce spostare l’attenzione sull’Islam, rimuovendo così ogni responsabilità coloniale e legittimando implicitamente lo status quo. Dipingere i leader palestinesi come “terroristi” è una prassi alla quale ormai si è abituati, tuttavia se si rigetta il sionismo come progetto coloniale (come fa lo stesso autore dell’articolo)  si dovrebbe parlare di organizzazioni o partiti di liberazione nazionale, Hamas compreso. Totalmente inventata è poi l’idea, che dimostra ignoranza e distanza dalla realtà, secondo la quale i palestinesi della diaspora e quelli residenti nello Stato di Israele non avrebbero fatto nulla per la causa palestinese. In Europa e negli Stati Uniti le massicce manifestazioni, dai boicottaggi fino alle raccolte fondi, nella maggior parte dei casi sono organizzate da associazioni e movimenti palestinesi, alcune tra l’altro dichiarati fuori legge da governi europei e schedate da Israele come organizzazioni terroristiche, dimostrano l’esistenza di una coscienza politica viva pronta ad esprimere il proprio dissenso. Quanto ai palestinesi con cittadinanza israeliana, la repressione a cui sono sottoposti dovrebbe suggerire quantomeno un minimo di cautela prima di giudicare, facile pontificare dal proprio divano non sapendo quali rischi si corrono ad organizzare una manifestazione in solidarietà della Palestina all’interno dello stato di Israele. 

Arrivati a questo punto, a cosa serve oggi dunque  raccontare la Palestina come spazio originariamente cristiano, come regione snaturata” dall’Islam, come un territorio che avrebbe dovuto unificarsi sotto un ombrello levantino mai esistito? La risposta è politica: a delegittimare la causa palestinese, lasciando aperta un’altra rivendicazione, quella di un’appropriazione cristiana del territorio, come se la soluzione al colonialismo sionista fosse un nuovo colonialismo di segno opposto, benedetto dalla nostalgia per uno Stato della Chiesa proiettato nel Levante. Se davvero dunque si vuole sostenere la causa palestinese si usi la stessa energia e meticolosità per smontare l’ideologia sionista con la stessa radicalità con cui si pretende di smontare l’identità palestinese. 

Chi sostiene questa causa non ha bisogno di rifugiarsi dietro un revival nostalgico delle crociate, ma deve guardare in faccia il presente, e chiamare le cose con il loro nome.


La Palestina resiste contro il revisionismo e la propaganda

Scritto da Francesco Marchetti e Maria Sole Pacini

A nome di tutto L'Idiot Digital

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