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La palingenesi infranta

ne La vita agra di Carlo Lizzani


La palingenesi infranta nella La vita agra di Carlo Lizzani

La vita agra di Carlo Lizzani riflette l’insegnamento severo e adulto che un genitore consegna a un figlio non appena questi imbraccia le armi della critica marxiana o viene abitato dalle idee di un mondo diverso: gli annuncia che lo attendono le fatiche della vita, pronte ad assopire ogni suo sentimento rivoluzionario. In effetti, tale profezia si avvera, ed è proprio in questo che si impegna la narrazione della pellicola qui considerata, dalla quale si intende muovere per condurre una riflessione rivolta a intenti critici differenti, forse meno tristi, ricolmi di speranza, ma severi ed esigenti.


D’altronde, ormai la rivoluzione pare esserci concessa soltanto nella filosofia, nella letteratura minore, che è tale in quanto può compiersi soltanto nel silenzio dell’autore, nell’oblio presente della sua opera, composta di tristi battute destinate a un pubblico che gli è ignoto, e nel ritrovamento della stessa opera soltanto quando è sopraggiunta la morte del suo creatore. E forse nemmeno qui, perché le vicende che vi sono narrate divengono oggetti di mercimonio e non più motori fondamentali della rivoluzione, ciò a cui, d’altronde, erano destinate. Volti e massime rupestri di Carlo Marx divengono motivi ornamentali per stoffe dal triste decoro o statuette di plastica da sistemare in qualche angolo remoto del nostro soggiorno.

«Bisogna augurarsi l’oblio; ci si ravveda della diffusione della propria parola!»

Ma tale mercimonio lo si incontra anche nella rivoluzione, che diviene strumento di profitto. Che il grattacielo imploda, purché tutto rientri nel piano stabilito dalla sacra legge del profitto.


La palingenesi infranta nella La vita agra di Carlo Lizzani

La famiglia, il bambino che strilla, la moglie e i genitori sono le figure primordiali di questo impedimento, del disinnescamento dell’ordigno, perché si deve badare al sentimento dell’uno e alle preoccupazioni dell’altro. Così si assiste soltanto alla grande rivoluzione borghese, che si muove attraverso le ruberie, «nell’ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali», nell’eccidio dei padri di famiglia che si ostinano a recare doni alle famiglie che li attendono inquiete la sera, e che è concessa perché anche l’apparato poliziesco è borghese. In tal senso, il nichilismo della volontà di potenza si è compiuto pienamente soltanto nel brigantaggio dei ceti borghesi, i quali, attraverso la gestione delle istituzioni culturali e sociali, impediscono al ceto minore di lasciare erompere quelle forze che agiscono nel socius. Il ceto minore è lacerato da questa collisione tragica tra la brutalità assoluta della produzione sociale e l’acquietamento rigoroso e morale delle forze che muovono da quella stessa produzione e che trovano soltanto nell’autocrate l’esercizio del proprio dominio.

«Dioniso, dio dell’ebbrezza, concedi la danza a noi che consegniamo le sacre spoglie del dio Apollo a coloro che non possono attendere alle nostre ebbrezze.»


Il proletario, nel frattempo, assiste o si rende partecipe di queste disgrazie e si concede la misera e consolante rivoluzione dei piccoli incastri quotidiani, quelli dell’orologio appeso in soggiorno, degli scricchiolii nell’amore che si fa per compensare l’affanno del lungo dì.

«Un piacere, che mi sia concesso almeno questo, Sire, sia pure poca cosa, affinché io possa badare ai suoi interessi nel mattino che viene.»

Questa negazione del vitalismo rivoluzionario trova allegra compagnia nei deliri e nelle furie quotidiane, soprattutto nella velocità produttiva, sempre sussunta sotto il capitale. Ci si sveglia con gli occhi spalancati e inquieti e subito li si volge, affannati, verso le lancette, per sancire il ritmo del primo dì. Le leggi e gli interessi del capitale impongono all’operaio di lavorare in ogni momento, in ogni condizione e contro ogni suo dire e volere. La prostituta, per quattro miseri chicchi di frumento, si costringe a fare l’amore con il padre di famiglia, che lascia svanire ogni suo desiderio di nozze stellari. Entrambi disprezzano il proprio mestiere e la vita che li ha condannati a una simile miseria:

«Così come il prostituirsi non è più bello perché pagano, perché dionisiaco, ma soltanto perché mezzo e strumento per procurarsi denaro. Ecco la ragione per cui il metallurgico odia il tornio, io odio la macchina da scrivere e la prostituta odia me.»


La palingenesi infranta nella La vita agra di Carlo Lizzani

Questa sussunzione del lavoro e della vita sotto il capitale rende manifesta l’oppressione di ogni entusiasmo, quello di Anna e Luciano, che lentamente si concedono al trionfo della vita adulta, delle sue necessità e delle sue esigenze, che possono essere soddisfatte purché si obbedisca ai voleri e ai costumi del padrone. Egli dispone di questo immenso potere, datogli dal possesso di ogni mezzo produttivo, divenuto l’unica fonte di vita.


Ma tale appropriazione comporta persino l’accentramento degli armamenti e, con essi, dell’intero apparato repressivo, che opprime non soltanto ogni gesto rivoluzionario e sovversivo, ma, ancor prima, ogni desiderio e ogni fantasia rivoluzionaria, ogni forma di entusiasmo. Infatti, affinché un qualsiasi apparato riesca a esercitare un certo potere e una qualsiasi forma di violenza sulle collettività che perseguono intenti contrari a quelli condivisi dal ceto dominante, non è affatto necessario che esso sfrutti le copiose forze che soltanto un ingegnoso corazzato è in grado di dispiegare. È anzitutto necessario che esso disponga di tali armamenti e illustri, con fare pavoneggiante, le capacità in suo possesso, affinché la portata di queste raggiunga l’animo di coloro che si oppongono agli interessi che per lungo tempo li hanno costretti a condizioni di vita fatiscenti.

È sufficiente che i raggi solari vengano deviati dagli spigolosi angoli che compongono questi complessi carri, conservati fino al giorno in cui le fanfare squilleranno, affinché possano, in tutto il loro splendore, acquietare gli irrequieti moti che definiscono le volizioni di tali uomini. In tal senso, chi incute timore compie gesti brutali, poiché con esso opprime la libertà e il vigore di quei moti d’animo che rappresentano un balsamo per le vite di quei poveri innocenti. Non appena sorgono pensieri che mietono tali interessi, ecco che prende avvio una lunga serie di associazioni, e le fantasie di libertà e di ribellione, obbedendo a una legge di immediata corrispondenza, si traducono nell’immagine della festosa fiera del trionfo della Morte.


Così volle intendere Carmelo Bene quando pronunciò uno dei suoi più celebri soliloqui:

«“On n’échappe pas” — dice lui — “à la machine”: non si sfugge alla macchina. Uscendo dalle otto ore di catena di montaggio… […] Non si scappa! Uscendo dalla catena di montaggio, la macchina — il montaggio, la catena di montaggio — diventa più forte nella strada che percorrete, poi nel tram, poi in auto, poi a casa, in famiglia. Aumenta ancora. Si fa sentire l’oppressione della catena di montaggio, si fa sentire il nulla della vita! Questa pressione durissima! “On n’échappe pas à la machine”: non si sfugge alla macchina! Non solo nella famiglia, financo nel lavoro, nella rivoluzione, “nell’amore soprattutto si sente — dice Deleuze —, nella rivoluzione ancora di più e soprattutto la catena di montaggio si sente, si risente ossessiva nell’entusiasmo”. E soprattutto nell’entusiasmo!»


Sul volto di Luciano, quando finalmente si ricongiunge a Libero, compaiono a chiare lettere la delusione, la fantasia infranta della rivoluzione e l’abbandono alle consuetudini della vita normale del piccolo borghese, scandita dalle piccole fatiche quotidiane, che costringono l’uomo alla comodità, ai soggiorni ingannevoli che lo tengono ben lontano dalle fantasie rivoluzionarie, per destinarlo a un eterno fascismo reazionario.


«Accidenti, com’è aumentata la media degli uomini medi! È il trionfo del medio: aumentata la media delle cilindrate, la media della svalutazione, la tariffa media delle squillo, la statura media, l’età media, il medio ceto, la scuola media, Mediobanca, la media oraria, la media delle separazioni legali.»

Nella delusione si concludono le gioie delle utopie giovanili di Libero e Luciano, rassegnati alle briglie di una collettività che non è capace, pur nella sua copiosità, di vincere le forze brutali e meschine di pochi uomini che reggono le sorti degli altri.

«Lo so, lo so, caro Libero, che cosa pensi, ma tanto non sarebbe servito a niente. Nessuno ci avrebbe capito, perché troppi credono ancora nei miracoli. La verità è che l’unico vero miracolo economico è quello che moltiplicò pani e pesci e diede da mangiare alla gente gratis, in allegria.» 

L’evento rivoluzionario non è quindi impedito da una qualche volontà divina o da un’impossibilità costitutiva che discenda dalle leggi di tutte le cose, ma piuttosto dall’assenza di un’intesa collettiva, che necessita non del solo sentire e patire comuni, ma anzitutto di una comunione nella riflessione critica che permetta di indovinare le reali possibilità di un sovvertimento delle cose così come si presentano. È la rinuncia all’idea che soltanto un miracolo o un qualche Messia possa redimerci da un tale stato di cose che deve essere motivata da un serio intento di sobbarcarsi le fatiche di una simile impresa.

Questa volontà deve allora sostituirsi all’idea di un’escatologia laica, di una palingenesi terrena la cui realizzazione dalle leggi di tutte le cose, ma piuttosto dall’assenza di un’intesa collettiva, che necessita spetterebbe alle leggi di una qualche necessità storica.


La palingenesi infranta nella La vita agra di Carlo Lizzani

Per dirla con André Tosel:

«Senza il sapere del modo di produzione capitalistico, la liberazione delle possibilità reali resta utopia ossessionata dall’immaginazione del dominio sulla società amorfa dell’integrale trasparenza, e perde la propria dimensione profetica, cioè di annuncio ragionevole di una nuova forma dell’essere in comune. Senza questa dimensione di possibilità reale, di dotta speranza, il sapere si riduce a una sociologia positivistica fondata sull’illusione delle leggi necessarie della storia. La critica è unità instabile di sapere e di speranza, ed essa deve procedere all’autocritica permanente delle forme prese da questo sapere e da questa speranza. La tendenza verso una trasformazione della nostra potenza comune è cieca senza questo sapere, e vuota senza questa speranza.»

André Tosel, Studi su Marx (ed Engels).


In conclusione, Lizzani non nega l’avvenire dell’evento, della rivoluzione, per consegnarsi in eterno all’influenza paralizzante del fatalismo, ma piuttosto ci restituisce la necessità di pensare insieme le condizioni alle quali tale evento può realizzarsi. Si tratta di un pensiero che non si destini alle elucubrazioni borghesi, gonfie di rigide e alte parole intorno al teatro di Brecht o ad altri temi che pure possono e devono interessare chiunque voglia iniziarsi a una tale volontà, ma che non devono sostituire l’interesse per la rivoluzione, della quale non viene detta nemmeno una parola.

Ciò comporta anche un ripensamento dello stile, del modo in cui si vuole comunicare con la gente di «poco conto», per raggiungerne l’intelletto e guidarne il cuore. È forse necessario ritornare ai pamphlet politici, ai manifesti, per evitare che la filosofia e, più in generale, la letteratura si ostinino a crogiolarsi tra le occulte vie dell’erudito.

Che questo libero pensare in comune appartenga al regno delle chimere è cosa evidente fin dal principio della nostra riflessione.


«Di fronte allo Stato l’uomo di scienza è oggi inerme, naturalmente sottomesso. Nella storia della scienza moderna non sono segnalati atti eroici. Si confronti Galileo con Bruno, di fronte al pericolo. Già Leonardo serviva i principi, con le sue macchine belliche. Lo scienziato spesso pretende di vivere per la conoscenza. La realtà è più modesta: si tratta della ricerca di un cantuccio in cui sentirsi sicuri, di un atteggiamento difensivo in un individuo di scarsa aggressività. Ormai è tardi per sperare in un rovesciamento delle cose. Agli scienziati moderni non è ancora venuto in mente ciò che era ovvio per gli antichi: che bisogna tacere le conoscenze destinate ai pochi, che le formule e le formulazioni astratte pericolose, capaci di sviluppi fatali, nefaste nelle loro applicazioni, devono essere valutate in anticipo e in tutta la loro portata da chi le ha ritrovate e, di conseguenza, devono essere gelosamente nascoste, sottratte alla pubblicità.»

G. Colli, Dopo Nietzsche.


Ogni parola proferita non può e non deve sfuggire alle manie paranoiche del sovrano padre del processo produttivo. Forse, allora, è necessario un miracolo, e solo un qualche Dio può salvarci.


La palingenesi infranta nella vita agra di Carlo Lizzani

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