L’uomo nero
- Edoardo Burli
- 6 giorni fa
- Tempo di lettura: 5 min

Al biliardino non ho spicci, ma se vuoi ti offro uno shot e te paghi la partita, così siamo pari, anche se la partita costa 50 centesimi e lo shot 2 euro, ma tanto veramente tranquillo anzi mi fa piacere, un giro lo dovevo offrire a prescindere che devo festeggiare. Non ti preoccupare per le freccette, non mi va di giocare e non sono nemmeno così bravo.
Tutte le volte che entro a casa mi sembra di essere una specie di divo di quel cinema in bianco e nero, quello idealizzato da certe specifiche personcine non proprio amabilissime, almeno in superficie. Ci sono io che cammino con gli ultimi due, forse tre se mi dice bene, tiri di sigaretta, occhio un po’ socchiuso e mano in tasca, che fruga cercando in modo decisamente troppo plateale per essere credibile, soprattutto alla mia stessa mano. E allora mi immagino che dagli angoli della piazza e dal supermarket coi bengalesi che sta vicino al portone escano tantissimi fotografi e altre persone che non so per quale motivo emettono un sacco di luci e flash.
Tutti mi chiedono qualcosa, qualcuno si congratula, altri mi chiedono di svelare loro il mio segreto, molti si limitano a stringermi la mano con un sorriso, quello che hanno tutti i finti buoni che poi si rivelano doppiogiochisti nei film statunitensi. Gli statunitensi coi loro sono sorrisi nei film sono (decisamente) prevedibili.
La parte peggiore è che non riesco neppure a fingermi sorpreso. Sì, la sigaretta la faccio cascare, ma per educazione, come per dire – «Oh, toh, m’avete proprio fregato, manco la sigaretta mi sono finito per la sorpresa, m’è proprio cascata dalla bocca» –.
Ovviamente sapevo benissimo che fossero tutti lì in agguato. Che mi seguissero da giorni me ne ero accorto da un po’. Uno particolarmente scemo si era fatto beccare un giorno che passavo di lì (in procinto di far
quasi annegare la mano nella tasca). Proprio in quel momento non vedo uno dei bengalesi che spinge giù a forza la testa di questo baffutone con la macchina fotografica nelle casse d’acqua, dicendo qualche irriproducibile improperio?
Tutto sta nel sapersi comportare, nel gestire lo stimolo.
Allora dico che offrirò uno shottino a tutti, che poi per la partita di biliardino si vede, senza problemi insomma. Questi però continuano ad accalcarsi senza quasi ascoltarmi. Un paio che hanno sentito le mie parole si guardano e ridono (balordi scrocconi) mentre i più sembrano star perdendo quasi i pantaloni per la fretta di ammassarsi uno sull’altro. A dire il vero non mi sembrano nemmeno tanto più interessati ad avere a che fare con me. Mi sembra che esattamente a un palmo dal mio portone ci sia una torta di panna e fragole gigante, e che questi pazzi ci si vogliano tuffare dentro, uno a uno senza ordine.
Il bianco e nero solenne che fa da sottofondo alla mia entrata (epocale quasi) nel portone di casa si chiude sempre con me che guardo per un’ultima volta in strada, perché quel bastardo del portone è mezzo scassato e si deve chiudere in due tempi. Il che in realtà non è del tutto negativo. Un ultimo momento di vera, intima gloria.
Questo raffreddore del portone mi permette di tirare un’occhiata nobile e giocherellona, a volte a turisti che passano di là, a volte ai baristi di fronte, tante volte anche a tutti gli altri. La tragedia è che come da prassi, nel momento di massima aristocraticità, il peso del portone diventa eccessivo, e quindi mi è necessaria una innaturalissima torsione del busto, molto poco “da salotto”. Questo amabile gesto atletico mi storce quasi sempre un occhio e mezza bocca, così che dovrò avere anche la coscienza sporca per quel povero bimbo bengalese (con un papà decisamente negato a nascondere fotografi coi baffi nelle casse d’acqua) che mi ha visto prima di entrare, poiché sono stranamente sicuro che mi avrà nei suoi incubi per un bel po’.
Quanto meno potrò dire di aver invertito l’infame, razzista, sporco e cattivo mito dell’uomo nero.
Prego non c’è di che mondo.

Penso proprio che sia stato per ringraziarmi che il mondo (dannate pagine new-age, dannato Coelho) mi abbia fatto incontrare lei.
Una splendida donna di quarant’anni (portati benissimo dice) con le stesse guance scavate della nonna diplodoco morente di Piedino nella Valle Incantata.
Va detto che un diplodoco mangerebbe quelle cazzo di patatine da aperitivo con più grazia e facendo meno rumore. Le patatine da aperitivo per la mia regina hanno l’unico compito di “correggere” la ormai ignorata consistenza della birra e la quasi del tutto perduta sensibilità delle narici. Mi guarda con una frivolezza decadente e per questo non meno incantevole, che le pupille dilatate fino alle tempie sottolineano con insolita delicatezza. E intanto mi parla, anzi, mi racconta. E io apprendo.
Innanzitutto che se nel mondo ci fossero più quarantenni cocainomani non avremmo più bisogno di social e università. In tutte le piazze con almeno due bar e un tavolino ci sarebbero per tutti sempre a portata di mano costellazioni di narici tumefatte e incorreggibili capaci di avvilupparti e costringerti impotente nei loro discorsi. Mi immagino la mia regina davanti alle piazze
(sempre in bianco e nero s’intende) a declamare, a infervorare e incoraggiare le masse – Io ho un sogno! – tra una patatina ciancicata e un passo di tip tap della narice destra. Anche le mie sciocche fantasie mi danno ragione nel pensare che la amo.
La cosa che preferisco più di tutte di lei è quel sapiente gesto di coprirsi la bocca, che fa tutte le volte quando ride. Adoro questi piccoli vezzi, quasi dei tic involontari (e non per questo meno saggi e venerabili) curati e affinati negli anni. Come se non sapesse che l’amerei anche se vedessi quelle piccole finestrelle tra un suo dentino e un altro. Quando parlo di lei mi verrebbe di dare una carezza persino a me, semplicemente perché mi ricordo solo in quei momenti che sono capace di volere così bene a qualcuno anche io.
Lei è fascista ma a modo suo (dice), lo è coi bianchi e coi neri, con gli etero e coi gay, con lo ying e lo yang.
Se uno si comporta bene è bravo, se si comporta male è cattivo. I ragazzi che ogni tanto in piazza cercano ancora di venderle i pezzi per esempio sono cattivi, e lei non è più brava di loro quando, a giudicare dalla parlantina che ha stasera, quei pezzi se li compra e se li frusta nel bagno del bar.
Tutte mie supposizioni sia chiaro, ma o questo oppure l’impianto cibernetico nasale di ultima generazione comprato dal signor Musk avrebbe bisogno di un po’ di manutenzione.
La mia gentile e piccola ninfa non è una che si vuole appiccicare – mi ha detto –, lei è rispettosa ed educata sempre con tutti (però non la far arrabbiare).
Questo me l’ha detto dopo che oggi ci siamo salutati, forse per l’ultima volta.
Sembrava sentirsi quasi in colpa che non volessi parlare più con lei, precisamente aggiungo per tutto quel mio ormai incontrollabile amore. Si guardava intorno sperduta, come se qualcuno le avesse spento la luce
nella stanza. Non aveva nemmeno finito di bere la sua birra. L’ho salutata con riverente garbo e me ne sono andato. Non mi sono neanche girato, e pure sbirciando dai vetri delle porte del bar l’ho vista mentre si metteva la sua borsetta sulla spalla, puntando i suoi dolci occhi sulla mia schiena.
Addio mia ninfa, stammi bene. Augurami di trovare qualche avanzo di quella grande torta panna e fragole lì vicino al mio portone.






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