Regista a chi?
- Carlo Facente
- 25 feb
- Tempo di lettura: 8 min
Excel, Spritz e Miracoli

Non se capisce un cazzo: è questa la frase che circola più spesso – da un paio d’anni a questa parte – tra cineasti, produttori e maestranze del cinema italiano. Nella multiforme stratificazione del comparto audiovisivo si respira un’aria di rabbia e scontentezza, d’invidia e di sconforto. In questo smarrimento economico, identitario e sociale, i giovani registi si dimenano tra burocrazia, precarietà, aspirazioni artistiche e miraggi produttivi. Le conseguenze sono ovvie: se l’instabilità è l’unica certezza possibile, l’esasperazione e l’infelicità iniziano a indebolirci, e soprattutto la rabbia si ritualizza.
È in questo clima sospeso, fatto di incredibili opportunità e di altrettanto incredibili contraddizioni, che la filiera audiovisiva in qualche modo rimane in piedi. Le regole cambiano di continuo, i fondi oscillano, i player internazionali entrano ed escono dal Paese come gli Erasmus dal Bar Callisto, e a farne le spese è soprattutto chi inizia ora. Mentre Mel Gibson cammina lungo i fori imperiali con le crocs, i giovani autori devono imparare a essere un po’ visionari, un po’ imprenditori, un po’ contabili, un po’ maghi, un po’ dandy, un po’ grafici. Immaginate dei piccoli Baudelaire che, mentre fumano le Terea, investono in criptovalute e si abbonano a Canva Pro.
Un insieme di qualità e abilità che, a guardarle da vicino, sono quasi inconciliabili tra loro e che pure il sistema oggi sembra richiedere, o quantomeno aver fatto germogliare.E allora viene da chiedersi: non sarà proprio questa schizofrenia di ruoli a causare la crisi d’identità del cinema italiano?
Certo, i registi hanno sempre dovuto trovare modi e canali per potersi esprimere; qualunque autore ha dovuto cercare fondi, convincere una produzione, bussare alle porte giuste, inventarsi percorsi, compromessi e occasioni. Questo non è mai cambiato e non cambierà mai. Ma il punto oggi è un altro. Il punto è che i giovani registi non stanno più solo cercando di fare un film: stanno diventando qualcos’altro. Si tratta di una specie nuova, sempre più plasmata da un sistema che chiede tutto e il contrario di tutto. Probabilmente è da questa metamorfosi forzata, e ancora non del tutto completata, che si comincia, goffamente e frettolosamente, a cercare colpevoli e modalità di sopravvivenza.
Le forme di adattamento sono le più disparate ma soprattutto le più divertenti.

I registi project manager
EST. NOTTE – BAR DEL FICO, ROMA
Si, ma che è il Tax Credit?
Oh Fra non lo so, ma in poche parole non danno più i sordi.
Dimenticatevi campo e controcampo. Inutile sapere cos’è un carrello o un jump cut. I registi di oggi sono dei project manager, o meglio dei line producer.
Passano le notti a studiare i bandi del MIC, provando a prendere dimestichezza con la compilazione dei piani finanziari. Contributi selettivi e contributi automatici. Selettivi di sviluppo e selettivi di produzione. Film Commission, Eurimages, co-produzioni, produzioni associate, differenze tra co-produzioni e produzioni associate, costi sotto e sopra la linea, spese ammissibili e non.
Chiamano il cugino di famiglia che hanno sempre odiato – Giovanni, 28 anni, ragazzo alto e moro, che ha preso la sacrosanta, sacro-santa decisione di laurearsi in “Economia e qualcosa d’inglese” alla Bocconi – per farsi insegnare come non morire in mezzo alle claustrofobiche celle di Excel.
Se una volta erano i produttori a fare irruzione nella torre d’avorio degli autori per farli scendere, questi nuovi registi nella torre non ci salgono nemmeno, perché sono fin troppo consapevoli di cosa si nasconde dietro ogni pagina della sceneggiatura. Vogliono anticipare il produttore, schivare il suo terribile e lapidario “No”, e per riuscirci sono disposti a tutto.
INT. GIORNO – CASA DI PRODUZIONE “FAVILLE”
Damme retta a me, provamo er bando da Calabria Film Commission. Questi c’hanno i sordi.
Giù, la sceneggiatura è tutta scritta in romano.
Ma che te frega, cambio tutto, ce metto n’attimo.
Sono registi che trattano il proprio film come una start up, come un progetto in cui il racconto della parte autoriale (trama, sinossi e bla bla bla) ha una rilevanza minima rispetto all’esposizione delle potenzialità distributive del prodotto e delle sue condizioni finanziarie.
Registi ossessionati dai produttori e convinti che l’unica cosa che davvero interessi loro sia la domanda: “Sì, ma quanto costa?”.
Sono registi che probabilmente saprebbero rispondere a questa domanda senza sbagliare di troppo.
INT. GIORNO – CASA DI PRODUZIONE “FAVILLE”
Eh ma nella sceneggiatura c’è una villa, affittare una villa costa….
C’ho la villa di famiglia a Fregene.
Eh ma nel dossier del progetto ce sta Giallini, ma te lo sai quanto vole quer maledet…?
Giallini abita sur pianerottolo mio, m’ha detto che ce sta.
E poi, alla fine, la frase che chiude tutte le porte, di fronte alla quale non si può dire e non si dice niente.
Eh ma è un periodo un po’ così. Al momento io so con le mani legate. È tutto bloccato co sti fondi. Non se capisce un cazzo.

I registi dei drink
C’è chi crede alla Regola dell’Ascensore – la teoria secondo la quale gli autori debbano farsi trovare pronti (nel senso più militaresco possibile) a pitchare la propria storia come se dovessero venderla a un produttore durante un viaggio di trenta secondi.
Fuori il cinema Troisi – l’arcadia della Nouvelle Vague romana d’oggi - c’è chi mostra la propria libreria Letterboxd e la confronta con quella di qualcun altro: una forma di assuefazione, di ribollimento e di ipnosi sociale che ricorda non poco la sacralità cerimoniale con cui si faceva sfoggio, nel periodo delle elementari, del proprio mazzo di carte Yu-Gi-Oh.
C’è chi è fermamente convinto che rientri nella “gavetta” spendere duemila euro per stare quattro giorni a Venezia durante il Festival e beccare un Procacci, un Nicola Giuliano che – vittime di uno Spritz di troppo – decidano di investire un milione e mezzo di euro su un’idea ascoltata mentre Rose Villain canta Come un tuono arrampicandosi sul bastione di Palazzina Grassi.
Fermi.
Fermi.
Non giudicate.
Non si sa mai: dicono che è un investimento. Come il tesseramento alla Soho House. Come i workshop da tremila euro in cui Muccino insegna come dirigere un attore mentre ripone i cereali nella credenza della cucina.
Non si sa mai. Non deve farvi strano.
Aiutatevi immaginandola come una retta universitaria.
Va meglio?
Anzi. Alla Sapienza non c’è manco la SPA.
EST. NOTTE – PALAZZINA GRASSI, VENEZIA
(come un tuooono, sei arrivato senza preavviso, se mi fai male…non ti perdonooooo)
Si, le stavo dicendo signor Procacci. È la storia di questo ragazzo, Achille, che viene dalla bassissima periferia romana e che vuole a tutti i costi sganciarsi dalla famiglia…
(baby tolgo il tettuccio, tu sei bella Bellucci, ho preso fiori, Fiorucci, sono più G di Gucci)
Achille vuole sganciarsi in particolar modo dal padre – un uomo violento, ignorante e che passa le giornate a sentire Paolo Meneguzzi sul divano. Achille vuole realizzare finalmente il suo sogno: creare una comunità di pappagalli che comunicano tra di loro utilizzando il dialetto napoletano e le linee melodiche di Nancy Coppola e Rosario Miraggio… perché, secondo lui, una vera rivoluzione culturale può venire solo da un’alleanza strategica tra esseri umani e musica neomelodica…
Senti, abbi pazienza. C’è la musica troppo alta. Non se capisce un cazzo.

I registi di San Lorenzo
Non tutti sono così ovviamente. Ci sono i cineasti radicali, puristi, volutamente e ottusamente lontani dal marchingegno produttivo e finanziario del cinema che, a detta loro, rischia solo di distrarre la verve creativa e poetica della loro anima.
Hanno studiato al DAMS o non hanno studiato affatto. Escono dal Tibur dicendo che Maresco è un autore coraggioso, che Woody Allen è sopravvalutato, che Sorrentino è sopravvalutato, che Daniele Ciprì è loro fratello e che il cinema oggi dovrebbe essere girato solo con camera la mano.
E poi ancora. Cose strane.
Dicono che Alice Rohrwacher è più Pasolini di Pasolini, che Vinterberg sarebbe il regista preferito di Dostoevskij e Ibsen, che Garrone ha decostruito il neorealismo ristrutturandolo, che Coppola ha perso la capoccia, che Pietro Castellitto è il principale abuso edilizio del cinema italiano.
Poi mi confondono, li sento continuare, mentre bevono il gin tonic e quando dicono “Pungente ma amabile” non so più se stanno parlando dell’Hendrick’s o di Povere Creature.
Sono cineasti che spesso e volentieri citano Carmelo Bene che cita Lacan, Flaiano e Bataille. Sentono in loop la puntata del Costanzo Show mentre effettuano la prima lezione di arrampicata.
Ebbene. Questi cineasti ritengono che i produttori siano il male del cinema: cospiratori massoni che ci hanno fatto crescere con Christian De Sica, con l’immagine oggettificata della donna, accontentando e abbassandosi alla cultura di massa piccolo borghese e alimentando i cliché storico culturali della nostra penisola.
In realtà, se ci parlate, assisterete a uno strano cortocircuito: se da un lato a questi cineasti brillano gli occhi quando si parla di “produzioni” (vi auguro di vedere dal vivo il loro viso quando qualcuno dice la parola CATTLEYA), se da un lato sono così speranzosi e ferocemente attaccati all’idea che una produzione s’interessi alla loro logline scritta da ubriachi sullo scontrino del Todis, nonostante tutto questo…dall’altro lato ripudiano i produttori, perché in qualche modo formano quello che chiamano tendenzialmente “il sistema”: un conclave di imprenditori ricchi, cazzoni e megalomani che portano avanti la baracca come se questa fosse un’azienda di qualsiasi altro settore. Il cinema italiano come una fabbrica di cioccolato dove al posto degli Umpa Lumpa ci sono tanti piccoli Aurelio De Laurentiis che inveiscono contro Dazn e cantano in coro in onore del Pocho Lavezzi.
Ed è così, che questi cineasti, continuano audacemente, finanziati dall’amore verso la settima arte, a fare i loro cortometraggi, chiamano l’amico DOP, s’inginocchiano ai rental per avere sconti per le lenti cinema e si indebitano per girare in pellicola, chiedono allo zio se può prestare la sua Peugeot per una scena.
L’iter è sempre lo stesso: si parte da un “c’ho un’idea” e poco dopo a un “famolo”. Sono convinti e bellissimi, si vestono male e parlano molto più di cinema di quanto ne facciano o ne vedano.
Criticano e criticherebbero qualunque cosa. I film del passato non li interessano. Netflix è il male. Il cinema italiano pure, le mega-produzioni statunitensi ancora di più. Il fantasy non merita di essere visto. La fantascienza non ne parliamo neanche. Il Signore degli Anelli è roba da nerd. Per un periodo si erano fissati con Lanthimos, ma già con Kinds of Kindness gli è sceso. Adesso si aggrappano a Bird di Andrea Arnold, che per il momento resiste, e a Bozzelli, che considerano un Messia sceso dal paradiso alla NABA per noi.
Non si capisce cosa gli piaccia davvero. Anzi, peggio: non si capisce se esista un film o un regista che li convincano fino in fondo. Sembrano odiare il cinema con la stessa intensità con cui dicono di amarlo.
EST. NOTTE – SAN LORENZO, ROMA
Sì, ma lascia perde’ la sceneggiatura. Guarda che se uno se legge la sceneggiatura de Odissea nello spazio è ‘na merda, eh. Però poi vai a vede’ che t’ha combinato Stanley. Il punto non è quello che racconti ma come lo racconti.
Cinque minuti dopo.
Pe me la cosa che conta de più è non fa retorica. Non esistono bene e male nel cinema, come dice Ni-ce: “al di là del bene e del male”. Questo è il mio mantra.
Quattro minuti dopo.
Ma basta con ste strutture: er viaggio dell’eroe…e l’arco de trasformazione…e il want e il need…e l’incidente scatenante…e la posta in gioco. Ma sti cazzi. Raccontamo le cose come ce pare. La realtà è ordinata? La vita va come voi te? N’hai mai vista na struttura nella vita, tu? Mai. Chi l’ha mai vista ’na struttura? Com’è fatta ’na struttura? Zì, ma si Fellini seguiva ‘a struttura, Otto e mezzo nun lo faceva. E perché dovrei crede a quello che me dice ’n americano del cazzo - Mckee o come cazzo se chiama - che non ha mai scritto ’n film ma pretende d’insegnamme? La struttura è come Dio: è ’n’invenzione. C’è, ma non esiste. E a noi, in fondo… che ce frega de Dio?
Tre minuti dopo.
Guarda ti dico la verità. C’ho provato…a seguirti. Ma non se capisce un cazzo.
Regista a chi?






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