Autofiction e realtà
- Riccardo Gardi
- 4 giorni fa
- Tempo di lettura: 14 min

Prendendo le mosse da un mio precedente articolo pubblicato sull’Idiot Digital, ritorno sul rapporto tra società e letteratura, e lo faccio, ovviamente, da lettore e annotatore inesperto. In particolare, del rapporto tra la letteratura di oggi e la società di oggi. La letteratura non è solo oggetto di piacere, ma è anche uno strumento per leggere la società.
Mentre la storiografia ci fornisce informazioni su avvenimenti di grande impatto, per così dire di massa e spesso in relazione al potere, la letteratura contemporanea ci fornisce innumerevoli rappresentazioni delle condizioni in cui gli individui vivono attualmente. Nell’articolo già citato, a partire dalle tesi di Byung-Chul Han (La società della stanchezza, Nottetempo, 2010) e Marracash (È finita la pace, 2024), sostengo che oggi siamo in una società che, in sintesi, non dialoga. “Viviamo tutti nelle nostre bolle, in una società divisa in classi e stereotipi”. Questo stato è dovuto — secondo me, ma è un’opinione abbastanza diffusa e riconosciuta — anche all’incisività degli algoritmi di Internet e dei social network, che ci propongono contenuti in base alla cronologia delle nostre ricerche, permettendoci di rimanere nel nostro recinto di cose che vogliamo vedere, e di fatto costringendoci a rimanere nella nostra prigione di autoreferenzialità e ignoranza. Penso che questo meccanismo sia da attribuire alla vera finalità di Internet e dei social network: finalità di natura commerciale, quella di collegare produttore e consumatore fino alla formazione di un legame inscindibile tra le due parti.
A causa di questo legame inscindibile tra produttore e consumatore, potremmo dire che oggi il mondo virtuale di Internet e dei social costituisce la nostra nuova e vera società? Non è un caso che i social network siano stati definiti proprio “social”. Certo, se questa è la nostra vera società, non si può dire però che questa sia la nostra reale società, in quanto è solo virtuale. In questo modo, tra l’altro, verrebbero a separarsi i principi cardine di realtà e verità. Se finora, quindi, avevamo dato per scontata l’unità dei due concetti di realtà e verità, forse attualmente questa unità è messa in dubbio? Il problema è che, se è vero che noi viviamo entrambi i due mondi, sia quello virtuale che quello reale, allora noi stiamo subendo le conseguenze di due mondi diversi. Ma è il mondo reale, l’unico naturale, a contenere le nostre reali condizioni psicofisiche.
Se ci pensiamo, possiamo dire che per molte persone oggi il mondo reale è messo in ombra da quello virtuale, il che ci porta all’isolamento.
“Illusi dall’internet di essere interconnessi l’uno con l’altro, siamo in realtà isolati. Per giunta, abitiamo ciò che ci propone l’algoritmo, ignorando completamente quanto ci succede sotto casa (o, addirittura, in casa)”.
A mio parere, questo meccanismo è voluto dal capitalismo per come si è venuto a sviluppare in questo periodo storico, sistema in cui sono stati creati Internet e i social network, potremmo dire a sua immagine e somiglianza.
Pongo un’altra questione: è possibile che, secondo la logica e i dettami di questo sistema, il consumatore debba essere legato esclusivamente al produttore, con la conseguenza che i consumatori non riescono in alcun modo a dialogare tra loro? E ancora — ma mi sto spingendo oltre le mie già modeste possibilità di analisi —, se questo è possibile, che succederebbe allora se i consumatori ritornassero a confrontarsi tra loro? Forse si rivolterebbero a questo sistema?
Aggiungerei che un motivo ancora più significativo dell’isolamento tra gli individui è quello dell’aumento del lavoro autonomo in contrapposizione a quello dipendente, quello della fabbrica. Con la fine dell’illusione del boom economico, persa ogni traccia di quello slancio – spesso anche molto dannoso – che animava gli imprenditori come gli operai, dovuto allo sviluppo industriale dell’Italia, in questi anni Duemila stiamo assistendo a un lavoro che è sempre più frammentato e delegato ad artigiani imprenditori di sé stessi. Questione che rientra nel tema dell’autosfruttamento, di cui Byung-Chul Han scrive.
Ora, la letteratura potrebbe essere uno strumento valido per uscire da questa situazione? La letteratura potrebbe almeno farci vedere in che condizioni viviamo in quanto individui. Il problema è che le scrittrici e gli scrittori si trovano in questa stessa situazione.
“Ognuno di noi sta in una comfort zone sempre più oppressiva che ci rende intolleranti, ciechi e invisibili. Scrittori e intellettuali di vario genere si trovano all’interno di queste bolle: il loro pensiero è irrilevante perché non esce dalla bolla, arriva soltanto a un pubblico fidelizzato altrettanto intollerante e cieco”.
In questo articolo ho posto l’accento sulla forte presenza di autofiction all’interno dei cataloghi delle case editrici più popolari, per quanto riguarda le pubblicazioni più recenti. Per autofiction, si intende un tipo di romanzo scritto in prima persona dall’autore, il quale inserisce all’interno della trama elementi autobiografici: solitamente, la narrazione di fatti esterni all’io narrante si intreccia con la descrizione di un periodo di vita dell’io narrante stesso. Sarà forse per questo motivo che l’autofiction sembra prestare il fianco al lavoro di reportage giornalistico: il reporter descrive un periodo della sua esistenza in cui ha seguito un reportage su fatti avvenuti in una determinata area del mondo e in una determinata epoca storica. Presentano questa caratteristica diversi romanzi di Emmanuel Carrère e del Premio Nobel 2024 Han Kang, forse tra gli esempi più calzanti e conosciuti di autori di autofiction. Se pensiamo, invece, a Leggere Lolita a Teheran (2003) di Azar Nafisi, il racconto ispirato a fatti realmente accaduti (infatti, come precisa la stessa autrice, vicende e personaggi del romanzo differiscono da quelli reali) si intreccia con il commento a diverse opere letterarie; ma il modo in cui si sviluppa il testo è del tutto similare a quelli appena citati: lo scrittore di autofiction unisce la vicenda privata con un argomento di pubblico interesse attraverso gli espedienti del romanzo.
Ora, dal momento che, a detta di diversi critici letterari, questo approccio narrativo sembra essere molto frequente, quasi fosse diventato un fenomeno generalizzato, vale la pena analizzarlo.
A mio parere, la forte presenza di autofiction nel mercato editoriale non dipende unicamente da una libera scelta di scrittrici e scrittori: non possiamo pensarla senza considerare i presupposti della nostra società. Altrimenti, non si starebbe discutendo di un modello che si ripete frequentemente. È quindi strettamente urgente e necessario prendere in considerazione l’autofiction come prodotto di questa società, tenendo sempre presente che non stiamo facendo riferimento a una società qualsiasi, ma a quella capitalistica dei consumi. Esprimersi in merito all’argomento con un’opinione personale sarebbe piuttosto inutile. Prenderemo in considerazione varie ipotesi sul perché la narrazione della nostra società sia contraddistinta in modo così significativo dall’autofiction.
A onor del vero, il fatto di attribuire caratteristiche e presupposti di una società a una tipologia di romanzo è già una presa di posizione. Credo, infatti, che questo modo di raccontare sia dovuto all’isolamento in cui noi tutti, compresi scrittrici e scrittori, viviamo attualmente. Che motivo c’è di scrivere una storia immaginaria in terza persona, quando le nostre giornate sono basate sulla rincorsa all’utile e sulla promozione dell’io? Ma andiamo più nello specifico.
Della problematicità sociale dell’autofiction ha scritto anche Paolo di Paolo: “Non è una novità dell’ultim’ora, questo no; e tuttavia l’altro giorno mettendo a posto diversi romanzi italiani recenti e recentissimi mi è parso che non ci fosse altro. Che, al netto del genere iper-codificato (fantasy, romance, noir, saga familiare su fondale storico), il resto del campo fosse occupato militarmente da storie esplicitamente autobiografiche. I premi maggiori riflettono la tendenza già da un bel po’, fra cinquine e dozzine, ma mi pare – e magari mi sto suggestionando – che ci sia un’ulteriore intensificazione” (rivista Limina, 6/2/2025).
Secondo Paolo di Paolo, a giudicare da ciò che ci offre il mercato librario italiano, possiamo per prima cosa riscontrare le pessime condizioni del romanzo in terza persona, quello in cui c’è un narratore esterno alla vicenda, dove vengono rappresentati “quei personaggi che-non-sono-l’autore ma hanno molto a che fare con l’autore”.
In prima istanza, Paolo di Paolo crede che il successo dell’autofiction sia, in sintesi, da derubricare alla mancanza di ambiguità di ciò che mette sul piatto, quindi alla sua facilità. Per i lettori da una parte: “Sembra che i lettori siano oggi rassicurati da un patto più chiaro: o la finzione-finzione, la finzione estrema, netta, cristallizzata nei suoi codici riconoscibili, oppure la storia vera”. Per gli editori dall’altra: “Ma c’è di più: l’editoria stessa, che non è un’entità astratta ma certo è fatta di onde e di campi di forza, sembra sempre più volta a pretendere tanto dagli esordienti quanto da quegli autori che una volta scrivevano romanzi ‘ambigui’ che mettano in gioco radicalmente sé stessi, che si raccontino — come si dice? — senza filtri”.
Questo perché, secondo Paolo di Paolo, il romanzo deve in qualche modo adattarsi ai tempi che corrono, in particolare al mondo virtuale dei social network: “Cari scrittori, care scrittrici, vi tocca giocare un po’ ai Ferragnez”.
L’asservimento delle nostre vite ai social è sicuramente un tema da prendere in considerazione. Per declinarlo nelle attività degli scrittori, bisogna qui accennare qualcosa a proposito dell’autoreferenzialità di Substack. È una piattaforma? è un social? Che cambia? A ben guardare, oggi Substack sarebbe quanto mai necessario a uno scrittore che non possa vivere dei suoi lavori letterari (vedi, non per polemica o per invidia, Cazzullo, Saviano, Carofiglio, ecc.) e che non possa vivere di rendita. Il lavoro, in generale, è sempre più autonomo: mentre lo scrittore appartenente alla classe media si deve mettere in proprio, Substack gli permette di avere un pubblico fidelizzato, da cui guadagnare tramite abbonamenti. Certo, il processo di attrazione di lettori credo non sia così automatico e, senza un bacino di “seguaci” pregresso e reale, ossia esterno ai social, questo mezzo di comunicazione può dimostrarsi irrilevante e ininfluente.
Va da sé che il solo meccanismo attraverso cui un autore pubblica tutti i suoi pensieri su una pagina personale e a pagamento, con tanto di brand pubblicitari e grafiche personalizzate, sia autoreferenziale e avvilente. Eppure, anche uno scrittore deve mangiare. Della povertà degli scrittori si è molto discusso recentemente, a causa dal caso Jonathan Bazzi. L’autore di Febbre (Fandango, 2019), romanzo (per l’appunto) autobiografico finalista al Premio Strega 2020, nonché presenza fissa all’interno degli inserti culturali dei principali quotidiani italiani, ha postato sui suoi account social lo screenshot del suo estratto conto del mese di ottobre: il dato che n’è venuto fuori — 35 euro di entrate, 997 di uscite — ha destato ovviamente scalpore, suscitando un dibattito sulle condizioni economiche di scrittrici e scrittori.
Ma, tornando a noi, come può andare avanti uno scrittore che non può vivere né di rendita né dei suoi successi editoriali?
L’unica soluzione è che lo scrittore diventi imprenditore di sé stesso? Una piattaforma come Substack diventerà allora uno strumento necessario di diffusione del proprio lavoro. E di che altro ci si aspetta che scriva uno scrittore sulla propria pagina personale? Non è strano che lo scrittore assuma in questo contesto un atteggiamento più colloquiale, attraverso una narrazione più privata (e qui si dà, in parte, ragione alla tesi di Paolo di Paolo per quanto riguarda l’influenza dei social: ma non per quanto riguarda le argomentazioni, in quanto in certi casi non c’è la volontà dello scrittore di diventare influencer, ma è questa una conseguenza dipesa dal meccanismo delle piattaforme online e prima ancora dalla società). Se non altro, perché, con il suo interloquire confidenziale, lo scrittore si mette sullo stesso piano del lettore/abbonato.
In questo senso, la via proposta da Paolo di Paolo ha sicuramente delle motivazioni convincenti. Le autofiction del Premio Nobel 2024 Han Kang, come Non dico addio (Adelphi, 2021), sembrano più facili da leggere, rispetto a Vita e destino di Vasilij Grossman. Ed è certo che un buon imprenditore vada incontro alle richieste dei suoi possibili clienti.
“Quand’è che abbiamo cominciato a chiedere agli scrittori di smettere di inventare personaggi inutilmente prossimi a loro per indossare la casacca autarchica di personaggi di sé stessi, di smarriti feriti rabbiosi impudichi ‘Io’ da ascoltare come alla grata di un confessionale?”.
Non possiamo credere, però, come ritiene Paolo di Paolo, che il fatto che si scrivano tante autofiction sia dovuto esclusivamente alla domanda sul mercato e alle scelte imposte dagli editori. Prima di essere venduti, infatti, questi romanzi vengono scritti. E per scrivere un buon romanzo credo siano dovuti dei sentimenti abbastanza forti, che insomma ciò sia da attribuire più a un bisogno che a una scelta ragionata. A mio parere, la scrittura di autofiction è quindi più probabilmente dovuta a una necessità storica: l’isolamento in cui viviamo non ci permette di allargare la visuale e guardare oltre a noi stessi. O, forse, lo scrittore sente la necessità di ridefinire la sua identità? Ricordiamo che Italo Svevo scrisse La coscienza di Zeno (1923) — che niente ha a che fare con l’autofiction — in prima persona, riuscendo a rappresentare proprio la crisi dell’identità individuale nella Modernità. Senza dimenticare, però, che il protagonista di questa storia scrive le sue memorie a causa, probabilmente, di una nevrosi, di una crisi esistenziale. Siamo tutti in preda a una nevrosi collettiva? Senza spingerci a tanto, possiamo dire che il riferimento a una considerazione della società si ripete.
Va detto anche che oggi scrivere di fatti non strettamente personali è forse un lusso che non tutti si possono permettere. Se Tolstoj fosse vissuto negli anni Duemila, avrebbe avuto il tempo di scrivere Anna Karenina (1878)? In una società che non ha tempo, che non a caso viene definita da Byung-chul Han la “società della prestazione”, un autore cerca di consegnare al pubblico un’opera quanto mai urgente. Di questi tempi, inoltre, l’attenzione è fortemente calata: sia per quanto riguarda lo scrittore che il lettore, si intende. Rara, quindi, è la capacità di soffermarsi a lungo su qualcosa, come un lungo romanzo familiare ricolmo di descrizioni.
Quest’ultimo aspetto, legato tutt’al più allo status sociale degli scrittori, non va trascurato. Rispetto a epoche passate, quella attuale presenta una comunicazione che conosce ben poche mediazioni.
Possiamo dire che oggi non ci sia questa necessità di intavolare chissà quali trame e intrecci narrativi a mo’ di pretesto, affinché si possano esprimere pensieri e sentimenti. Viene pretesa l’immediatezza. Ma, senz’altro, anche laddove la descrizione dettagliata di determinate informazioni inerenti alla trama del romanzo in sé non sia altro che un pretesto per affrontare un discorso più ampio su un contesto sociale o psicologico, questa logica di omettere parti della narrazione considerate inutili ai fini dell’intento “politico” o “morale”dell’autore impoverisce il nostro panorama conoscitivo ed estetico. E qui si fa riferimento al dilemma sull’uso della letteratura come fine o come mezzo: certo, una cosa non esclude l’altra, e forse sarebbe più corretto non ritenere necessario dividerle. In qualche modo la letteratura – io penso tutto ciò che facciamo nella vita – è sempre un pretesto. Tanto più che persino la narrazione asciutta, acerba, urgente, imminente, realista è una scelta stilistica e artistica. Pur essendo queste le caratteristiche del suo raccontare, però, Vasilij Grossman, a mio parere un Omero del Novecento, non ha scritto autofiction ed è andato oltre sé stesso, tracciando trame e raffigurando personaggi per certi versi lontani da sé.
A differenza di Emmanuel Carrère, che da un certo punto di vista (non certo letterario e stilistico) è suo erede. Carrère è probabilmente l’autore di autofiction più conosciuto e influente. Con il suo approccio intreccia la vicenda personale del narratore con quella dei fatti narrati. Il reporter va oltre il reportage aggiungendo al racconto elementi personali. Il che è un modo di imporsi molto liberale: il narratore mette quasi in dubbio la sicurezza della propria narrazione, come a voler dire che il racconto può risentire della condizione di colui che racconta. Il narrato deve in qualche modo ridare centralità all’individuo, compreso il narratore. Aspetto che già di per sé entra in contrasto con un’impostazione politica totalitaria, come quella sovietica, che esclude l’individualità. È interessante riscontrare come, dopo Carrère, questo aspetto vada anche oltre il romanzo. Si ripresenta, per esempio, nell’opera biografica sull’ascesa al potere di Vladimir Putin, L’uomo senza volto (Sellerio, 2022) di Masha Gessen, lei stessa giornalista proveniente dall’URSS: pur non contenendo elementi di finzione — non essendo quindi un romanzo —, ma limitandosi esclusivamente a un intento documentaristico, il lavoro di Gessen vede al suo interno passaggi autobiografici, come la situazione personale della giornalista durante le sue ricerche.
Qui si presenta quindi una certa ambiguità. Se mettiamo a confronto un’opera di Carrère con quella di Gessen, possiamo distinguerle definendo la prima un’opera di finzione — in quanto contiene, anche se solo in parte, elementi del romanzo — la seconda un’opera di non-finzione: ma dove l’opera di Carrère, pur rimanendo un romanzo, vede al suo interno elementi della non-fiction, quella di Gessen, pur restando un lavoro documentaristico, presenta elementi autobiografici. In altri termini, pur appartenendo a due categorie differenti, autofiction (nel caso di Carrère) e non-fiction (nel caso di Gessen), le due narrazioni hanno delle caratteristiche apparentemente simili. Detto ancora in maniera più semplice, un lettore distratto potrebbe confondere il testo di finzione e il lavoro di reportage. Il che può portare a mescolare le due categorie, come nel caso italiano di Gomorra (2006): nell’opera fondamentale di Roberto Saviano sono presenti insieme, ben amalgamati tra loro, il racconto della cronaca giornalistica, e quello autobiografico, e quello del romanzo.
A questo punto, la domanda che può sorgere è evidente: cosa è finzione e cosa no? Ma, a ben vedere, il problema non lo hanno creato né Saviano, né Gessen, né Carrère. Il problema sta nella narrazione stessa. Una narrazione, anche quella di un giornalista, non sarà mai completamente oggettiva, dipenderà sempre dal narratore: il che però non significa che, in quanto soggettiva, debba essere necessariamente falsa. L’autofiction ci ha permesso di prendere in considerazione questa problematica: la relatività del racconto. Che però non è una novità: da sempre gli storici verificano e confrontano le fonti. Come sempre, dunque, il romanzo ci mette davanti agli occhi la complessità della nostra esistenza: niente è assolutamente certo, assicurato, a priori. La nostra è un’esistenza complessa.
Per inciso, va anche detto che la scrittura di Roberto Saviano ha delle caratteristiche molto interessanti per il nostro discorso. Vasilij Grossman è per lui dichiaratamente un modello, anche di stile; allo stesso tempo apprezza molto Emmanuel Carrère, il quale a sua volta è stato influenzato da Grossman. Saviano ha inoltre scritto la prefazione de’ L’uomo senza volto di Masha Gessen per l’edizione di Sellerio del 2022. Insomma, è un autore che vale la pena approfondire, che va stimato per il suo racconto dell’Italia e, forse ancora di più, per il suo modo di raccontare, ponendosi come ponte tra la letteratura dei giorni nostri e quella di autori meno recenti, italiani e “stranieri” (piace pensare che tutte le scrittrici e tutti gli scrittori un po’ lo siano, anche in patria) come Grossman, per l’appunto.
Chiudendo il discorso sull’autofiction, pertanto, non passi da qui il messaggio che gli scrittori che se ne servono per le proprie narrazioni siano in qualche modo autori da non prendere in considerazione o autori di basso livello (da che pulpito lo direi, poi!). È un fatto che la letteratura di oggi sia contraddistinta dall’autofiction, quindi è parte di ciò che permette alla letteratura di essere presa in considerazione, di essere letta. Semmai, si può riflettere sul perché oggi uno scrittore ritenga necessario mettere esplicitamente la sua vita all’interno del racconto, e anche perché un lettore preferisca un narratore vicino e “parlante”, piuttosto che un narratore “narrante”, esterno e distaccato. Una motivazione, forse, può essere il bisogno di conforto sentito dal lettore. In più, lo abbiamo già detto, siamo in un’epoca senza mediazioni: lo scrittore ha perso, o ha voluto perdere (“Se una qualche autorità ho ottenuto, malamente, attraverso quella mia opera, sono qui per rimetterla del tutto in discussione: come del resto ho sempre cercato di fare” scrive, peraltro, Pasolini nel primo numero della rubrica Il caos, per il settimanale Tempo, portata avanti dal 1968 al 1970), la sua autorità, facendo crollare le barriere tra lettore e narratore. Si possono fare delle considerazioni sullo stato dell’immaginazione nel romanzo: pare che l’autofiction si leghi particolarmente a un ricercato realismo, anzi, al tentativo vero e proprio di riportare la realtà, in quanto sarebbe l’autore stesso a testimoniarla in prima persona. A questo punto andrebbe anche detto che la caratteristica che si sta perdendo di vista del romanzo — che è anche quella che lo connota come tale — è la finzione. Forse, il romanzo, portato alle sue estreme conseguenze, ossia attraverso un’individualità che si racconta, si sta autodistruggendo? Sono tutte considerazioni che possiamo fare alla luce di una riflessione sulla nostra società, che quindi vada oltre al romanzo.
Per questo, tornando al punto di partenza, ribadisco la mia opinione: l’aumento di autofiction all’interno del mercato librario attuale è da attribuire a cause sociali ed economiche (con particolare attenzione al lavoro autonomo), quindi (e non innanzitutto) psicologiche, di autori e lettori. Va detto che, nonostante l’approccio espresso nell’autofiction sia sempre più presente e probabilmente si stia, per così dire, standardizzando, il suo uso risulta ormai eccessivo agli occhi di molti.
Probabilmente anche perché in una società, quella occidentale, in cui l’ego viene sempre più spettacolarizzato, un racconto di sé pare non aggiungere quasi nulla a ciò che già abbiamo sotto gli occhi tutti i minuti. E poi, se proprio devo dire la mia, mi sembra molto più appagante ritrovare sé stessi nelle vicende, nei contesti, come nelle passioni e nei vizi di personaggi solo apparentemente lontanissimi da noi, piuttosto che nei nostri problemi più insistenti, reconditi o quotidiani.






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